Il sole splende sulla baia di Wellington colorando le sue case vittoriane di un riverbero dato dal mare, finalmente placido e non increspato di bianche spume. Soprattuto il vento sembra aver dato pace o perlomeno concesso un breve armistizio, quello Zefiro selvaggio che spira catapultato qui dal buio degli oceani o forse direttamente dall’Antartide. Si, lo chiamo Zefiro selvaggio perché la nomenclatura a queste latitudini va un po’ aggiornata col poco materiale a disposizione: la rosa dei venti è stata coniata da noi occidentali ed ha come epicentro l’isola di Malta, tanto è che ad esempio il Grecale o Greco soffia da nord- est perché rispetto a Malta la Grecia si trova in effetti in quella posizione . Analogamente il Libeccio proviene dalla Libia, che è a sud- ovest rispetto a Malta e così via . Ma qui ? Questo fiera infernale che spira a 100 all’ora quando è calma, che ha folate gelide improvvise aguzze come i denti di un predatore e che soffia da sud- est, potrei mai chiamarla Scirocco? Sarebbe come battezzare con un nomignolo tipo Fuffy un Cerbero infernale. Ecco perché lo chiamo lo Zefiro selvaggio, suona più idoneo e poi dà luogo a mulinelli e trombe d’aria, le famose “cor e Zefore, code di Zefiro appunto . Oddio mi piaceva pure Leviathan come nome e pure mi pareva rispondente. Ad ogni modo Leviathan o Zefiro che sia, ci ha concesso una tregua in cui infilarci nello Stretto per balzare nell’ isola Sud , come fece il mitico Capitano Cook circa 4 secoli or sono .
All’imbarco una torna festante di backpackers assale il gigantesco piroscafo, gente con camper , biciclette, sacchi a pelo. Per due o tre settimane all’anno mi piace sentirmi ancora uno di loro, non ci posso fare niente . La parte Sud della Nuova Zelanda, poco abitata, poco fornita di strutture e con una natura selvaggia e predominante, resta ancora una meta abbastanza per viaggiatori all’avventura, anche se certo forniti di una certa disponibilità perché arrivare quaggiù in un posto così lontano dal resto, è tutto tranne che economico.
Salpiamo. Il nitore del mare diventa accecante e quasi rende difficile la vista di Wellington che si eclissa in fondo al fiordo. Con la sua forma curiosa la costa si stringe in un collo di bottiglia verso la sua uscita, dalle parti di un capo chiamato Tongue Point dove la corrente si fa fortissima spingendo la nave a virare verso l’ultima propaggine di costa prima del mare aperto . Tutto qua,, Capitano Cook? Macché: appena lasciato Tongue Point le acque paiono come ribollire e confondersi in almeno due correnti diverse, dando luogo a mille gorghi e spruzzi, lo Zefiro portante con onde di almeno tre metri si mescola a qualche brezza del Mar di Tasman in un fragore sonoro da tregenda mentre le nuvole corrono sopra le nostre teste a velocità impressionante . Scilla e Cariddi, nella loro foggia australe. Non è più tempo per foto e contemplazioni , l’equipaggio ci ordina di stare ai nostri posti . Dopo qualche ora il mare ammacca e la Terra del Sud si scorge nitida e verdissima . Entriamo in un fiordo dalla bellezza poco incline agli aggettivi . Anzi è tutta una regione di fiordi e canali , detta i Malborough sounds, da cui proviene anche un dolcissimo vino. Alla fine del fiordo ci sta il nostro porto di arrivo, Picton. L’Odissea è ambientata nel Mediterraneo ma anche qui non sarebbe stata inappropriata e Ulisse tra questi scenari si sarebbe divertito . Oddio, forse qualcuno venuto dall’Inghilterra in tempi moderni, a rileggerne tutta la storia, ha disegnato a suo modo una sua Odiasea in questi luoghi che infatti portano anche il suo nome . E già . Still watching you, Captain Cook !
Tag: new zealand
Giorno 10 – Kapiti Island, cose che kapitano
Vi è mai capitato di uscire dall’hotel la mattina ruggendo come leoni e con lo spirito di un esploratore di tempi mitici, pronto ad lanciarsi a rotta di collo tra le onde in tempesta dello Stretto di Cook….e ritrovarsi invece in una piscinetta di provincia per famigliole, con un’acquetta da mezzo metro di profondità resa più tiepida e giallognola dalle incontrollate minzioni dei tanti pargoli assiepati lungo i bordi, e dove attempate otarie provano a rincorrere la forma degli anni migliori andati con il corso di Acquagymn delle 16:00? Non vi è mai capitato . Beh, a me si. E che vuoi fare, d’altra parte è, come dire, il bello della diretta, una certa percentuale di inconvenienti da mettere in conto durante un viaggio on the road, con una pianificazione giorno per giorno ed un certo tasso di imprevedibilità . Ma questo mi è ormai un aspetto irrinunciabile, sennò non è manco un viaggio secondo me e anzi sennò non partirei proprio, quindi accetto con serenità il dazio di una giornata su 15 che va storta. Ed è questa. Diciamo che tutte le cose da dover andar storte si sono concentrate in questa giornata e la lista è lunga, dunque se volete sentirne la narrazione, mettetevi pure comodi.
Dunque torniamo al momento in cui esco la mattina che è ancora buio diretto al porto di Wellington, caricato a pallettoni per balzare su un piroscafo per attraversare il mitico Stretto di Cook. Nella giornata precedente le condizioni meteo sono state proibitive e hanno interrotto le corse, tuttavia sul corrispettivo australe di “Info collegamenti marittimi” apprendo di un previsto miglioramento e resto fiducioso . Dal sito web non è possibile più prenotare, risultando tutto sold out, circostanza piuttosto improbabile attese le dimensioni ciclopiche di sti traghetti. Attribuisco la circostanza alle cancellazioni del giorno prima ed alla necessità di dover “rischedulare” ad oggi le partenze previste per ieri . Giunto al porto, apprendo che è proprio così: devono dare precedenza a quelli di ieri e solo dopo possono aprire la bigliettazione per quelli odierni. A sto punto confido di incontrare di fronte un tipo flessibile che riesca ad inserirmi in tempo utile sul traghetto in partenza, uno smart che risolva la querelle in pochi click mentali. L’esatto contrario: mi si para dinanzi al desk un bel giovanotto sorridente che è la classica tipologia di persone che più temo in generale, quelli che compensano con la meticolosità e il rispetto ortodosso di norme, regolette e regoline a ciò che la Madre Natura gli ha negato, l’Intelletto. Comincia a dirmi che è tutto sold out, gli faccio notare che su quella nave viste le dimensioni ci sarebbe spazio per far salire pure Annibale con tutto il suo esercito e gli elefanti al seguito, non solo noi pochi passeggeri in lista di attesa e che forse vale la pena di aspettare l’imbarco di quelli di ieri, anche se il sistema al computer, che queste variabili non puo considerarle, dice diversamente. Ci mette tutto il suo tempo a capirlo ma poi si convince, e infatti dopo una ventina di minuti annuncia che si, c’è ampiamente posto e la Blue Ridge Ship Company è lieta di accoglierci a bordo. Bene, andiamo. Niente, dal fondo del fiordo si alza una coda di Zefiro che alzerebbe i succitati elefanti da terra . Fermi tutti, non si parte, corsa sospesa nuovamente. Sullo Stretto di Cook come sul Beverello d’inverno, che vuoi fare. Ormai rasserenato alla causa di forza maggiore mi metto a contemplare un piano B. Ma ad un tratto vedo degli spagnoli affettarsi a rotta di collo verso un altro piroscafo in fondo alla baia.
“scusa ma cosa è quel piroscafo là in fondo”
“Si, la compagnia Interislander, ormai in dismissione, effettua talvolta corse sostitutive alle nostre disponendo di un natante più grande”
“ E quando cazzo ce lo vuoi dire???”
“La pubblicizzazione di altre compagnie non rientra nella nostra policy aziendale”
“ ma vafancuuuuuul stu maroonnn i sceeem”
Facciamo un cazzo di scatto, io e altri 3-4 disperati, ma niente: l Interislander ci salpa davanti.
Paese che vai , Aponte che trovi!
Insomma piano B: giungendo qui avevo notato dal bus una bella regione costiera, con in fondo un’isola, poco o nulla considerata dalla guida e poco conosciuta in genere. Avevo preso informazioni e si tratta pare in effetti di un posto ancora tutto da scoprire, a poche miglia da quel tratto di costa e con una natura pressoché intatta dove vivono in natura i rarissimi kiwi (gli uccelli non i frutti). Si chiama Kapiti Island ed è perfetta a mio avviso per una gita di un giorno. Prendo un trenino metropolitano per raggiungere la località di imbarco, dal nome bizzarro assai di Paraparaimu, da cui partono barche private alla volta di Kapiti Island . In poco tempo ci sono ma la stazione si trova nel bel mezzo del nulla a 5-6 km dal punto di imbarco. Noto un taxi in lontananza e mi ci fiondo, al suo interno un uomo che dorme , poco dopo apprenderò il perché . È un simpatico signore delle vicine Isole Figi, una cui nutrita comunità vive qui in Nuiva Zelanda e spesso si dedica probabilmente al lavoro di tassista, atteso che è il terzo tassista che incontro che viene dalle Figi. Lui è un gran chiacchierone ed è patito del calcio italiano, ma di quello d’antan dei tempi gloriosi dei Cannavaro, Del Piero….Totti. Mi dice poi di esser l’unico tassista attivo in tutta questa regione della cd Kapiti Coast, frequentata per lo più da locali. Gli dico allora di lasciarmi un contatto per il ritorno o altre evenienze. Niente , sta per staccare il servizio per tornare a casa da moglie e figli dopo vari giorni e la cosa è sovraccaricata da fattori particolari:
“ si, perché io fatto come Francesco Totti”
“Ma cosa scusa? Il tiro a cucchiaio? Il rigore all’Australia forse? “
“No, come Francesco Totti con Ilary Blasi, io andato con young lady very very pretty very very young” e mi apre un sorriso con i 4-5 denti rimasti”
“Ah e Ilary Blasi che ha detto?”
“Eh mi ha fatto trovare i vestiti fuori la porta, oggi forse forse facciamo pace perché figli piangono che vogliono papà a casa “
“Ah perciò dormivi in macchina, Francesco Totti?”
Vabbè mi congedo dal Capitano giallorosso e fedifrago e apprendo di una nuova fregatura : il motoscafo per Kapiti Island è già salpato , in anticipo rispetto all’orario previsto non so perché . Sto su sta spiaggia non delle migliori , deserta mentre di fronte si staglia Kapiti Island solitaria e verdeggiante. Fa caldo, molto molto più che a Wellington e mi risolvo a fare un bagno . Sento un fischio assordante di un baywatch, che mi chiede con tono sostenuto se so leggere . Sta un cartello che avevo visto che parlava di un’alga australiana, tossica e urticante che aveva preso a proliferare qua .
“E vabbè, ho le scarpe, mica me la mangio sta alga ?”
“Ma ci tieni proprio a fare da colazioni agli squali allora tu?”
Ma allora perché non scrivete che stanno gli squali , quale alga ???? Come non detto .
Il paesino retrostante la spiaggia delle alghe tossiche è una triste meta per pensionati neozelandesi, con isolati esercizi commerciali di protesi dentarie, cinti erniari. E insomma, dove devo andare a morire oggi ? Ultima chance: tengo in tasca una brochure di una riserva naturale, tale Nga Manu Reserve , da qualche parte qua vicino, dove osservare sto benedetto Kiwi e altre specie . Dai, ci vado….Ma come? Francesco Totti sta da Ilary a farsi perdonare la scappatella e altri taxi nada. Autobus ! Ne passa uno con al volante un donnone ciclopico : mi dice di non preoccuparmi, mi porta lei alla Natural reserve. E niente. Come si suol dire, she exchange the dick for the water bank e per qualche amabile incomprensione linguistica, dopo avermi scarrozzato per un’oretta col bus, mi scarica alle piscinette comunali di un paesino chiamato Waikanae, che in lingua Maori vuol dire “colui che guarda”.
Infatti sto a guardare i bambini che fanno i tuffi e le tardone che fanno Acquagymn, mentre vi scrivo sto diario.
Oh però venendo qua , un kiwi l’ho visto !
Giorno 9 – “ Windy Welly”, la capitale più figa dell’altro emisfero
Già solo a livello di coordinate, essere qui mi fa impazzire. Parlo di coordinate geografiche. con riguardo alla longitudine e soprattuto la latitudine estremamente alta della posizione. Di fronte ho lo stretto di Cook, un posto mitico che guardavo sulle mappe geografiche da ragazzino; più a sud si estende la seconda isola della Nuova Zelanda e poi poco altro in una immensa distesa blu fino al candore ghiacciato dell’Antartide. Già basta questa a darmi molta emozione, poi ci ti metti pure tu, Windy Welly, con sta tuoi scenari da favola e sta aria da nobile bohemien scapestrato , io qua casco come una pera cotta . A sto punto facciamo ordine, parliamo di Wellington, capitale del paese (sebbene molti erroneamente ritengono questa sia Auckland), detta Windy Welly per via del perenne vento che si incunea qui in questo fiordo senza soluzione di continuità, in una singolarità meteorologica davvero particolare : qualche giorno dopo scoprirò ad esempio che a pochi km di costa, oltre una linea di montagne, sorge una costiera balneare con temperature di 10 gradi, dico sul serio , superiore . Altra cosa che si dice di Wellington, per via del vento, è che qui nessun gentleman può portare il cappello e nessuna signora può tornare a casa coi capelli in ordine . Meglio cosi, perché si respira un’aria molto bohemien da California anni’ 60. Oddio vi è un’impronta molto British puritana , con bellissime case in stile vittoriano su verdi colline , bus double- decker che si inerpicano su viali ripidissimi che salgono in collina . E se diventano troppo ripidi ci pensa una bellissima funicolare a condurvi a degli spettacolari giardini botanici, quasi dei giardini pensili della città stessa che paiono poi come piovere in città con dei camminamenti verdi fenomenali che corrono nella città come vene di linfa vitale . La stessa Wellington pare un immenso orto botanico con degli insediamenti intorno. Si cammina e si vive in mezzo a begonie fiorite, camelie. Un livello di vivibilità stellare , mi chiedo quanti di secoli di civiltà manchino a noi per avvicinare vagamente tutto ciò ma io credo che non ci arriveremo mai . E poi il porto, con antiche baleniere di tempi andati ancorate lì, Dock trasformati in ristornati e musei eccezionali . E su tutto un mare spendente in una luce diafana che acceca, nel fischio eterno del vento del Sud.
Ma quanto cazzo sei figa, Windy Welly?!
Giorno 2 – Auckland, finally
Tra i tanti motivi che mi hanno spinto a venire fin qua giù ne provo ad elencare uno più degli altri : sapete qual’e il primo posto al mondo dove ammirare la luce del Sole di un nuovo giorno ? Beh la risposta a sto punto la sapete già . Ad essere proprio pignoli ci sarebbe qualche atollo un po’ più a est ad essere ancor prima bagnato dal nuovo sole, posti chiamati Kiribati o Vanuatu per citarne qualcuno . Ma possiamo insomma dire che la Nuova Zelanda sia la prima terra emersa di una certa dimensione ad accogliere il nuovo giorno, e poi la pignoleria non è una gran qualità a mio avviso, sennò non gli sarebbe dato un nome così brutto e ridicolo, il cui etimo è da rintracciarsi nella durezza della pigna. Figurarsi che qui la luce del Sole arriva dodici ore esatte prima che in Europa Occidentale. Ciò ad esempio significa che quando domani sera giocherà il Napoli nella serata di sabato, qui saranno già le sei di mattina della domenica, e col cazzo che trovo un bar aperto a quell’ora, al massimo una chiesa di pastori battisti o pure una moschea con l’imam che attacca la litania del muezzin. Vabbè pazienza . Ad ogni modo la confusione spazio- temporale è qualcosa di insito ab origine in un viaggio quaggiù: nel numero di ore di poco inferiore ad un giorno esatto che si impiega , senza contare quelle del necessario scalo e le attese , si finisce per smarrire il tempo, inabissando l’idea di notte e giorno che si alterano fuori dai finestrini chiusi degli aerei e che vengono artificialmente ricostruiti dall’equipaggio, facendoti sentire, specie nelle ultime interminabili e claustrofobiche ore, un po’ come quelle galline di allevamento a cui viene artificialmente alternata la luce del giorno e della notte e somministrata musica di Mozart al fine di fargli fare più uova … vabbè un’altra volta direi. Ad ogni modo, già che sono in vena di curiosità ve ne racconto un’altra che mi riguarda: ogni qual volta giungo in un posto nuovo, almeno totalmente nuovo come in questo caso, c’è una cosetta che faccio tra me e me, in modo forse un po’ istintivo e scaramantico . Appena sceso dall’aereo, noto il primo dettaglio o la prima persona indicativa di quel luogo e la tengo a mente per tutto il viaggio. Piccoli disturbi compulsivi di natura hitchcockiana e che reputo beneauguranti e malauguranti, niente di che. Ricordo ad esempio quando sbarcai in Namibia, che era un po’ sbarcare su Marte, un donnone di dimensioni enormi ergersi tra dune di sabbia altissime e dirmi che la sua auto era l’unico modo possibile da lì all’indomani per raggiungere la città più vicina, 30km oltre un deserto tra i più aridi al mondo . In questo caso ad occupare la casella del primo ricordo ci sono due enormi anche loro ragazzoni di etnia maori, due giganti che lavorano come impiegati al trasporto bagagli e che paiono dotati di una forza sovraumana, capaci, se volessero, di sollevare con una mano tutto il luggage carousel. Sono bellissimi i Maori, etnia autoctona di questi luoghi o quasi , nel senso che pure loro arrivano qui non si bene quando da qualche angolo sperduto del Pacifico a bordo di piroghe . In effetti hanno tratti non troppo dissimili dalle celebri statue dell’isola di Pasqua che troppo lontana non è , con questi ovali del viso come scolpiti con una rudimentale ascia, gli occhi quasi sempre verdi, innestati su corpi erculei e giganteschi . A guardarli , si capisce molto bene perché la Nuova Zelanda sia pressoché imbattibile a rugby: a me che non sono certo un moscerino uno di questi mi farebbe rimbalzare 5 metri indietro con una spallata. Bellissime anche le donne Maori, più minute e dai fisici poco slanciati ma con visi che paiono proprio quelli dei celebri ritratti di Gauguin dalla Isole Marchesi, che troppo lontano non sono neanche loro. Ma bellissimo ed enorme pare tutto qui, e lo si capisce anche già fuori dall’aerorporto, con una vegetazione di alberi mai visti di dimensioni ciclopiche che quasi ingombrano la sede stradale e oscurano la luce del sole . Poi arriva la città Auckland, che si annuncia con una serie di grattacieli di dubbio gusto ed una torre altissima che pare la picca di un cavaliere medievale in cemento armato, ma che non è nel mio gusto e su cui non salirò . Più bello invece poi scendere verso la downtown per questi carrugi stretti alla cui fine si dischiude l’oceano , un po’ come a San Francisco . Pardon , non l’oceano ma gli oceani, perché Auckland è costruita su uno stretto istmo, bagnato appunto ad est dall’Oceano Pacifico e ad ovest dal Mare di Tasman . Tutti nella dowtown paiono felici e sereni di essere qui, e lo sono anche io, tanto da piangere . Si, sarà un grande viaggio