Il velo di Maya- la Grande Mela

Giorno 2
Giornata all’insegna di relazioni ossimoriche, ovvero di estremi costretti a convivere, quella cui vado incontro. Ossimori come i grattacieli di New York della mattina e i vulcani degli altopiani del Guatemala che raggiungerò in serata. E un’altra relazione strana che si appalesa da subito e’ quella tra alti e bassi: alti come quelli dei grattacieli, dei vulcani o dell’aereo che congiungerà i primi ai secondi, e bassi come quello della metro di New York in cui presto mi perdo. Si, davvero un casino sto metro’ un po retro’ con indicazioni variamente interpretabili e tanti treni di diverse linee che corrono su pochi binari. Ad un certo punto, stressato dall’idea di stare sprecando sottoterra parecchio del poco tempo a disposizione decido di risalire in superficie: mi ritrovo a Nolita, simpatica crasi per North Little Italy, quartiere giudicato tra i più cool del momento nella Grande Mela, con questi ex blocks anni’50 in mattoni e con scale di emergenza in ferro battuto, riadattati a loft di lusso per la borghesia radical chic. Poco dopo e’ la volta della Little Italy vera e propria, o di quello che ne resta: già 28 anni fa, quando da ragazzetto mi ritrovai qui a festeggiare il mio, figuriamoci, dodicesimo compleanno, si intuiva che di Italia ne era rimasta ben poca. Ora la scena e’ più che mai artefatta, gli ex paisa’ un tempo poveri emigranti costituiscono in media uno dei ceti dominanti del tessuto sociale americano, stanno in politica, in finanza e abitano in lussuose dimore del New Jersey e delle new town residenziali appena fuori Manhattan. Nondimeno resta qui una spasa di pizzerie e ristoranti italiani gestiti da persone di etnie disparate. Il primo che incontro, proprio all’ingresso di Little Italy e’ intitolato alla Grotta Azzurra, seguirà uno che richiama i Faraglioni, poi e’ un susseguirsi di dispensatori di pizze surgelate e paste alla bolognese precotte che inneggiano al Vesuvio, alla Bella Napoli, Marechiaro e Pulcinella: che piaccia o no, l’immagine dell’Italia all’estero e’ l’immagine di Napoli, e la percezione dell’italiano medio vista dagli stranieri e’ l’immagine del napoletano, nei suoi pregi e difetti. Parlo dell’immagine stereotipata e basata su luoghi comuni, che in un modo o nell’altro e’ fondativa ed è quella principale nelle relazioni tra culture. Finita la pantomima di Little Italy, ne comincia un’altra analoga, Chinatown, ormai simile ad un qualsiasi quartiere a prevalenza cinese delle città occidentali, con gadget contraffatti e cianfrusaglie destinate ad acquirenti low cost. Conservavo un ricordo di bambino di Chinatown come di quel posto dove avevo visto friggere strani insetti, forse cavallette, e appese alle pareti di ristoranti e salumerie stavano zampe di gallina destinate al desco, che mi impressionavano. Ora naturalmente non ve ne è più traccia e andando avanti arrivo a qualche altra cosa di cui non v’è più traccia ma assai più grande e doloroso delle zampe di galline: era questo fra tanti il posto che in così poco tempo ci tenevo a vedere, il sito ove sorge il memoriale dell’11 settembre, cd Ground Zero. Suscita un’impressione forte, con questo squarcio nel bel mezzo della selva di grattacieli e con gru e pale meccaniche alacremente all’opera a ricostruire in fretta e tappare lo sfregio subito. In mezzo, un’opera davvero bello proprio in corrispondenza delle ex fondamenta delle due torri: due enormi vasche a diversi livelli, la più bassa dei quali inghiotte tutta l’acqua senza lasciar intravedere il fondo, a conferire un immediato senso di tragico e anche a voler fungere, ritengo, da battistero, con l’acqua che lava via la morte. Tutto intorno, sulle sponde delle vasche di nero alabastro, i nomi delle vittime, tra cui mi colpisce la enorme quantità di cognomi di origine italiana. V’è tempo ancora per una breve visita a Central Park, una sorta di enorme giardino condominiale per ricchi che vivono tutt’intorno ai 4 lati e una puntata al MoMa, che ospita una imperdibile mostra del genio Pollock. All’uscita un tizia fuori di testa compie un gesto simile a quello che il grande artista faceva alle sue tele: mi azzecca addosso una marina di rascata, di quelle verdi catarrose, così senza motivo mentre bestemmia in qualche lingua slava.
E’ tempo, si va, mi aspetta il Guatemala e il suo coacervo di vulcani e culture, e a tarda sera arrivo con un “chicken bus” (gli sgangherati e variopinti pulmini locali) dall’aeroporto di Città del Guatemala ad Antigua, la antica ex capitale coloniale. L’Occidente sembra subito molto lontano…

Il velo di Maya: The city that never sleeps

Giorno 1
New York, dove i giorni in questione per la verità sarebbero due o almeno uno e mezzo, ma il lungo spostamento e il rincoglionimento da fuso orario skakerano il tutto come una sorta di yogurt scaduto un giorno e consumato l’indomani, in una percezione del tempo piuttosto confusa. Dunque, dicevo dello spostamento aereo, beh qua comincia a manifestarsi il mio solito culo, che nella fattispecie si manifesta con le sembianze di un ragazzo che conosco e che è stato anche mio vicino di casa, lavora come capo-steward e lo becco giusto giusto sul mio aereo: gentilissimo,mi fa uscire un’intera fila di posti libera dove spaparanzarmi e per tutto il viaggio mi rimpinzerà di birra e cibo (anche se preferisco soprassedere sulla qualità delle libagioni…). Mi attende dunque la Grande Mela, da addentare in poco tempo, un assaggino di poche ore ma da gustare al meglio: così ho pensato bene di spararmi l’albergone figo a Time Square, per viverla un po’ così alla Frank Sinatra. Giunto a destinazione tuttavia ecco che il Fato ha mutato direzione e or si presenta avverso….oddio, a seconda delle interpretazioni: ad accogliermi a tale oggettivamente figo Citizen M ci sono tre fighissime addette di portinerie vestite da collegiali, che all’unisono scandiscono il mio nome preceduto dall’appellativo “Citizen” (cittadino) mentre un monitor gigante ribadisce a carattere cubitali il benvenuto sparando anche in alta definizione una mia immagine pescata dalle foto profilo Facebook. Sembra che abbia dati l’assenso all’utilizzo delle immagini al momento della prenotazione e meno male che non ne sono andati a pescarne una tipo di quelle di Carnevale, sennò sai che bella figurella di merda che apparavo a prima sera, proiettato su maxi schermo nella hall dell’albergo vestito da sirena o da pavone; anzi, una tale eventuale circostanza, scoprirò poi, mi avrebbe esposto a rischi considerevoli nelle relazioni di una tipologia di clienti assolutamente predominante al Citizen, gli altri “cittadini”….ma andiamo con ordine. Si, perché a sto punto accade l’inconveniente del cazzo che ti incasina tutto: le carte bancarie non funzionano qua in USA per via di alcuni codici internazionali non attivati prima di partire, e le fighissime “cittadine” alla reception paiono piuttosto scazzate dall’inconveniente e spengono subito i loro sorrisoni di circostanza. Intuisco subito quale sia il problema a livello di malfunzionamento della carta perché già mi era capitato altrove, in un posto molto diverso, dove il mio interlocutore non era una graziosa signorina vestita da collegiale ma un ossuto pastore di capre dell’alto Maghreb marocchino, al quale dovevo pagare il passaggio in jeep fino ad una montagna ai margini del deserto: diciamo che in quel caso la spiegazione circa il sistema GeoControl dei pos bancari internazionali risulto’ poco convincente e ricordo come fosse ora che, dopo avermi prima scrutato con la stessa umanità con cui Jihadi John scruta le persone accovacciate al suo fianco, mi mostro’ poi il pollice verso, come faceva Nerone al Colosseo con i gladiatori sconfitti….a dispetto dei più volgari luoghi comuni sull’Islam, il tizio non stava pensando tuttavia a decapitarmi ma stava solo indicando le mie scarpe Nike appena comprate, che aveva individuato come oggetto congruo per una permuta, un baratto insomma……sapeste come e’ fastidioso restare scalzi sulle montagne dell’Atlante marocchino. Intanto però manco poi mi imparo la lezione e con superficialità avevo dato per scontato ora che, avendo usato ste benedette carte all’estero addirittura in Botswana e Zimbawne, figuriamoci se poi non avrebbero funzionato a Manhattan. E invece no, i codici sono diversi a seconda dei continenti ed ora e’ venerdì sera, in Italia e’ notte fonda e intravedo lo spettro di una notte come quella che canta quel rapper, chissà dove e con “twenty dollar in my pocket”, quanto ho di contanti . Ad ogni modo, dopo circa un’ora di attesa al tel ad un numero verde un cazzo di operatore italiano mi risponde e sblocca sti cazzo di codici Geo Control: posso varcare la soglia presidiata dal Cerbero tricefalo con le sembianze da collegiali ed entrare nel mondo di sti “cittadini”, gli avventori del lussuoso hotel, una sorta di tribù dei giorni nostri dedita al “culto selvaggio e primitivo della Dea Bellezza da non smettere mai di venerare”: questa almeno la definizione che ne offre ora il cervellone elettronico, lo stesso che proiettava poc’anzi la mia foto profilo…….a me sembra più che altro di stare in una tribù di epigoni di Boygeorge e Jimmy Sommerville che a mezzanotte di un venerdì sera ordinano al bar centrifugati alla frutta e alle 3 di notte vanno a fare palestra (!). Il fuso orario mi ottunde e sono in grado solo di raggiungere la vicina Time Square, adornata di video luminosi ad ogni angolo come un video game e tanta gente pervasa da una strana euforia. Aveva ragione il vecchio Frank “the Voice”: this is “the city that never sleeps”