Napoli- Bologna 1-1

Napoli- Bologna 1-1
ore 21:04 del giorno 16 gennaio, minuto 14 circa: Marek hamsik è solo davanti al portiere, il pallone tra i piedi, da una posizione perfetta per concludere a rete. C’è sempre un attimo nella vita di uomo che fa la differenza tra una vittoria e una socnfitta, tra un risultato e una complicazione. Può essere un’esitazione, un gesto del piede non perfetto, uno sguardo buttato al compagno non smarcato….e il portiere te la para. quel che viene dopo è un percorso impreventivabile e irto di difficoltà nel sentiero dell’imprevisto, del Caso, che, si sa, può essere avverso.la squadra opsite ti segna in contropiede, si chiude in difesa e fargli gol ti diventa più difficile di scalare il K2
ore 23: 57 del giorno 16 gennaio, minuto 76 dalla fine della partita, le interviste di sky ormai volgono al termine, persino il magazziniere ha detto che di quella partita di mezza classifica non gliene frega più un’emerita mazza, meglio ripararsi al calduccio di un piumone in quella notte gelata. C’è sempre un attimo nella vita di uomo che fa la differenza tra una vittoria e una socnfitta, tra un risultato e una complicazione. Può essere un’esitazione, una frase buttata lì a cazzo, per superfivialità, imbarazzo, sboroneria o altro. Hai glissato con sufficienza circa l’invito a essere ricondotto a casa nel caldo ventre di una Volkswagen di amici, tanto prendi la funicolare che dal Vomero impiega la metà del tempo. già, 5 minuti e sei a casa in una anonima sera di un gelido lunedì di Gennaio dedicato a una merdosa partita di metà classifica….potevi mai prevedere che quei poveri disgraziati dell’ANM, la società che gestisce il trasporto su rotaie e quindi le funicolari, hanno indetto un’agitazione sindacale contro gli iniqui tagli alla spesa pubblica del precedente governo? no, non potevi prevederlo. Vabbè, ti prendi un taxi, non che ti faccia piacere buttare sti 12-15 euro ma col freddo che fa, sti cazzi.
ore 23:59 del giorno 16 gennaio: il parcheggio dei taxi di piazza Vanvitelli è una landa desolata e spoglia, macchine bianche con una scritta opalescente sulla carlinga non se ne avvistano e il vento soffia….il cellulare, odiosa ma non tanto invenzione con cui chiamare la centrale e farsi mandare al più presto una vettura che tiri fuori da quella ghiacciaia uno stanco supporter del napoli che dopo un modesto pareggio casalingo già rimpiange il solo fatto di aver messo il becco fuori di casa. 081-570-70-70….” Siamo spiacenti, è in corso un’assemblea ai fini di un deliberazione congiunta di categoria”….” mi scusi lei ma per cosa cazzo dovete deliberare congiuntamente in assemblea a mezzanotte di un lunedì di gelo??” “Contro l’iniqua riforma avanzata dal nuovo governo e dal premier incaricato on. Monti”….provo a spiegare che qualsiasi riforma indetta da qualsiasi governo contro una categoria che turlupina i miei risparmi da un ventennio circa per me sarebbe legittima, fosse anche un forzoso transfert in treni piombati con annesso breve soggiorno in luoghi in cui le stufe funzionano a gas di composizione ben diversa dal metano… ne ottengo solo dall’operatore una concisa risposta a visitare un giorno un indecifrato paese, che spero sia caldo e soleggiato, e nel frattempo a fare affidamento solo sulla mia forza di volontà e su quella delle mie gambe
ore 00:01 del giorno 17 gennaio 2012: i numeri non lasciano presagire niente di buono, e non mi riferisco a quel 17 che nella cabala poco bene porta, e nemmeno a quel 2012 di quella cazata sui Maya, quanto ai quei numeri uno, quello dell’orario con cui inizio un nuovo giorno e a quell’uno che compare poco dopo a indicare la temperature in gradi Celsius: avrei preferito uno zero, zero grad, invece quell’uno fa come presagire ciò che mi aspetta, uno, un uomo solo nel gelo di una notte di Gennaio, che dovrà scendere le aspre pendici del Vomero fino a casa, giù, molto più in basso, se vorrà fare salva la pelle…
ore 00:12, via Kagoshima: il nome alla via è forse dato da un pittore o un artista accorso a celebrare le bellezze di un paese a suoi occhi esotico, a me suona come quello di un esploratore polare di un epoca lontana. Il vento da Nord sferza impetitoso i condomini bui, il versante sud è più riparato ma richide un allungamento del percorso così lo scarto: la scleta si rivela sbagliata, dopo pochi metri ho le orecchie livide e il passo appesantito
ore 00: 20, via Aniello Falcone: al vento non si può chiedere nessuna clemenza, ha deciso stasera di fare il suo mestiere, il bavero del cappotto è uno scoglietto che prova a arginare l’oceano, i giardinetti di quella via, dove nella stagione calda mi ero lasciato andare ad amorazzi estivi o a birre spensierate sono ora una tundra gelata ove nessuno umano s’approssima. Un pastore alsaziano da dietro un’inferriata mi si para innanzi minaccioso, poi decide di risparmiarmi, più che per pietà forse perchè allettato dalla prospettiva di una comoda risalita in appartamento riscaldato termoautonomo di proprietà dei suoi padroni, opzione per me chimerica in quel momento
ore 00:35, rotonda di corso Europa: una statua di padre Pio mi sorride sconsolata ma oltre tanto non può fare. Da giorni abbiamo perso il contatto col nostro quartir generale e i viveri cominciano a scarseggiare, il vento continua a fare il diavolo.
ore 00:40, via Tasso: abbiamo appreso che il federmaresciallo Paulus ha annunciato la resa incondizionato di Stalingrado, l’Armata Rossa ha travolto il nostro avamposto sul Don,siamo circondati, avanziamo nella steppa gelata senza viveri ne armi, le luci di piazza Amedeo risplendono ancora lontane. Al bivio di viale maria Cristina di Savoia opto per continuare la discesa lungo il costone di via Tasso, più lunga ma meno esposta alle intemperie.
ore 00:50: discesa Tasso. questa via apre uno squarcio lungo il crinale in direzione Sud, verso la costa, percorrendola sarò salvo a breve…mi ci catapultò, dopo qualche centinaio di metri mi si pare innanzi un’impietosa cancellata: accanto al cartello “discesa Tasso” soggiaceva una piccola scritta poco visibile, che recita proprio così: “strada privata”. non mi resta che risalire, gli sherpa nepalesi hanno da tempo mollato il carico e me, hanno famiglia. Mi riferiscono che Amudsen, Scott e Nobile hanno già avanzato una mia candidatura alla National geographic
ore 1.01: gradini Pontano: sarà mai una strada intitolata a un’umanista a sbarrare il passo disperato a uno che a scuola si era sempre distinto per saper tradurre tacito e Seneca a impronta? Un enorme cartello inneggia al Vesuvio: un’eruzione di lava calda alla fine non sarebbe per me adesso l’ultima delle sciagure
ore 1:15: via Crispi: un conservatore imperialista che vide i suoi soldati massacrati sull’Acrocoro etipico avrà pietà di un fante piccolo-borghese perso in una notte di tregenda….a metà mi sbarra il passo un tossicodipendente malintenzionato, lo precedo nelle sue intenzioni: “ti do pure le mutande in cambio di una tazza di thè caldo”…si allontana allibito
ore 1:30: casa
L’idea di stare qui a raccontarvi questa storia è stato ad un certo punto l’unica cosa che mi ha fatto trovare la forza di andare avanti
Napoli, Italia, ore 1:55 del giorno 17 Gennaio

Napoli violenta – part.6: o’ “Torregaveta”

U ” Torregaveta”, altresì chiamato con una punta di snobismo dai cittadini la “Cafoniera” e’ una linea che da origine a molteplici cd liti di viabilità, per via di un equivoco basilare: essendo una linea extraurbana, non effettua tutte le fermate in città ma solo alcune. Ebbene questa cosa sembra risultare profondamente indigesta all’utenza, che più volte ho visto protestare con vemeenza ma mai come oggi…
Il clima a bordo già non è dei migliori, vige un’atmosfera da tregua armata. Immigrati in viaggio verso la zona flegrea con i loro sacchi di iuta ricolmi di ogni cosa possibile ( le cd mappate) sottraggono spazio e costringono a difficoltose gimcane pretenziose “signore” della Napoli bene residenti nella zona rivierasca. Una di esse ci tiene assai a far sapere, a voce molto alta, agli altri passeggeri che lei su quel bus schifoso ci è finita solo per uno scherzo del destino, la macchina dal meccanico e il bancomat per pagare il taxi smagnetizzato. L’inverosimile endorsment le vale cmq l’immediata solidarietà di una sua consimile, che attribuisce la colpa di tali sconcezze (quali?) all’attuale sindaco, inveisce contro la popolazione equiparata a grossi ovini e rimpiange tempi lontani in cui queste cose non si verificavano (non si capisce bene quali tempi, forse quelli dell’apartheid in Sudafrica o dell’Alabama o della Lousiana prima della guerra di secessione americana, dove appunto ai”negri”era vietato di sedersi sui bus).
A rompere questo fragile ecosistema, salgono ad un tratto degli improbabili tizi, una famiglia suppongo, agghindati a festa per un matrimonio secondo i radicali cliché della tamarreide: capelli fonati taglio sale &pepe, Giacche di raso lucido, unghie laccate, pantaloni aderentissimi anche per gli uomini che culminano su mocassini modello Briatore o tacco 12, e tanto altro ancora. D’altra parte l’occasione lo richiede, oggi convola a giuste nozze un tipo che chiamano “o Pezzotto”, la cui moglie alla uscita della chiesa e al momento di montare in macchina, sembrava, dicono, Elisabetta Canalis. Incuriosito, do una sbirciata sugli schermi degli i-phone già grondanti foto e video della funzione religiosa e butto un occhio sulla sposa, non potendo che concordare sulla somiglianza con la Canalis, a condizione che quest’ultima fosse appena sopravvissuta ad un terribile incidente stradale, fosse appena reduce da una lite con Freddy Krueger, avesse passato gli ultimi 6 mesi a mangiare cheeseburger e avesse scelto lo stesso stilista di Marylin Manson….
Ad ogni modo, dopo la cerimonia, o Pezzotto ed Elisabetta Canalis saluteranno amici e parenti presso il ristorante xxxxx in via Partenope o Santa Lucia, suppongo. Insomma i tizi devono scendere prima della galleria della Vittoria, per raggiungere a piedi il lungomare. Ma il bus non ferma, apriti cielo! La galleria di trasforma in un lungo tunnel d’odio e insulti all’indirizzo dell’autista, la cui madre viene paragonata a qualsiasi cosa abbia a che fare col sesso in natura. L’autista dal canto suo non cede e di certo non può aprire le porte (come gli chiedevano!) nel bel mezzo della galleria. Ma poco dopo uno degli invitati al matrimonio Pezzotto/ Canalis rompe gli indugi e come un novello Chuck Norris aziona un congegno per l’apertura automatica delle porte. Inchiodata dell’autista e chiamata immediata della polizia. Il gruppo- nozze e’a un bivio: proclamare un Aventino e darsela a gambe o affrontare la Madama a muso duro, forti delle loro ragioni. “Ci amma’ fa sempre arriconoscereee”, e aprendo di nuove le porte scelgono l ‘opzione 1 dandosela a gambe in un rotolare di tacchi e mocassini dorati, mentre pigramente una sirena della polizia si avvicina. Torregaveta, lungi dall’essere un banale capolinea di destinazione di un bus, è un luogo immaginifico posto in un “altrove”, ove ognuno colloca i propri sogni e la propria idea di mondo : a ben vedere , proprio il concetto che Tommaso Moro disegna di “utopia”

Le ultime ore di Napoli, preparata alla sua Apocalisse

In tanti scriveranno di Napoli dopo (e se ci sarà) questa giornata epica, cosi io provo a raccontare il “prima” ovvero come la città si avvicina ad essa . Bene proviamoci, perché semplice non è e le immagini evocative non possono che essere tratteggiate a tinte forti e vagamente apocalittiche,perchè quest’ultima è una dimensione connaturata al luogo e quando è chiamata a disvelarsi non può che farlo in scala abnorme . È come se tutta la città fosse poggiata su una bestia preistorica, una creatura mitologica risiedente nelle sue sconfinate viscere e che stia ineluttabilmente per venire in superficie dopo essere stata a lungo evocata. La lunga notte di attesa se ne va come in una sorta di sabba collettiva di evocazione della Creatura dove nessuno pare avere voglia di dormire , migliaia di corpi che in ogni piazza, in ogni vicolo paiono danzare a passettini sul suo corpo come le formiche sul corpo della progenitrice regina. Ho già scelto la facile immagine dell’Apocalisse ma la allegoria mitologica meglio rispondente mi pare risiedere in un’altra creatura : il Leviatano, un gigantesco mostro biblico incarnazione del Caos la cui presenza nel mondo è ineludibile e nota a tutti gli abitanti terreni chiamati a conviverci. Ma vi è di più : il Leviatano come fenomenologia del Caos è forza ordinativa del Caos stesso e come tale creatrice del mondo, delle sue regole, della sua società. Gli abitanti terreni non sono nemici del Leviatano ma suoi consociati, non combattono il Caos bensì lo regolano come forza creatrice, stipolano un patto con Esso. Napoli ha stipulato un patto millenario col suo Leviatano, che gli alberga dentro, si contorce intorno alla città e la plasma prima di tornare nelle sue viscere . La infinita notte di attesa è ormai passata e nessuno pare aver dormito. Il Leviatano è ormai pronto ad uscire dalla sue viscere e tutti lo sanno, che sia oggi o la prossima domenica conta poco, il calcio e il suo calendario non sono che ormai un dettaglio,’ una tessera di un mosaico più grande che è pronto a disvelarsi nella sua bellezza non perfettamente armonica. La Bellezza,’si perché ve ne è tanta e come dicevo tendente ad una sua disarmonia, come quella di una ginestra che buca la cenere e riaffiora sulla lava di un vulcano

Napoli violenta- part. 5: l’ombrellino LGBT

S’adda’ dicete quell che s’adda’ dicere, stu Palillo con tutta la vecchiaia tiene ancora il poco dello charme, eh! Stamattina nella metro di piazza Amedeo mi è capitato di diventare oggetto delle morbose attenzioni di un attempato e viscido tizio sulla sessantina, uno che, a prescindere di ogni attitudine, pure a vent’anni sarà stato bello come la vomitata di un ubriaco. Ha preso ad attaccare bottone, dicendosi smarrito e atterritp all’idea di dover raggiungere la concessionaria della Smart o della Mercedes ( che non appartengono alla stessa casa automobilistica se non sbaglio) ubicata nella zona di Gianturco/ Ponticelli, che appariva come nient’altro che una desolata landa di dolore e disperazione agli occhi di lui figlio della florida riviera di Chiaia baciata dal mare e dal benessere. Nei miei aneliti di senso civico alla Davide Mengacci e visto che faccio quella stesa strada, gli offro di indicargli, una volta in loco, il passante di collegamento tra la metro e la circumvesuviana di piazza Garibaldi, anche questo a suo dire assimilabile alla Selva oscura dantesca, infestato di tangheri e lestofanti. Ma una volta giunti a destinazione, il tizio si lancia in una sorta di outing di carattere sociologico, anzi quasi una catarsi sufistica fino alle proprie origine, una decouverte impressionistica degna di Manet. Prende a dire di riconoscere solo ora come per magia quei luoghi, quei luoghi così vicini eppure così lontani ( per intenderci stiamo parlando della banchina della della Circumvesuviana sotto piazza Garibaldi, non dello stagno delle ninfee di Givenchy..), quei luoghi in cui e’ cresciuto , si e’ forgiato e diventato uomo prima di abbandonarsi agli ozi e le mollezze della vita borghese odierna…. Il tutto ovviamente risuonava con una cadenza fonetica fortemente influenzata dall idioma napoletano e una percepibile punta di ricchionamma nello scandire le parole. Ovvero una cosa tipo: “Uhh maronn e nuie ca stamm’???? Uhuhuhhu e io nun avevo capito, ca e ‘aro passa o treno per i paesi, e mo m’arricordoooo.!!! ihijhijh E io ca ce su cresciut!!!! Io song uno i miez a via, poi aropp sono diventato un signore……” E visto che lossignoria era in vena di ricordare cose smarrite nella memoria, gli sovviene in mente solo ora di essere possessore di un appartamento in una amena località arroccata sulle pendici del Vesuvio chiamata Volla, dove mi invitava a prendere un the e riparararmi dal freddo e dalla stanchezza che vedeva dipinta sul mio viso. Al mio ovvio rifiuto, prende a dirmi di non indugiare in insensate timidezze e anacronistiche convenzioni sociali legate al lavoro svolto, giacché a suo dire sarebbe universalmente noto che nel mondo giudiziario alberga sovrana la più completa lascivia, e sarebbe un segreto di pulcinella che a centinaia avvocati, giudici e cancellieri si abbandonano alla sodomia più impudica, per poi atteggiarsi a moralisti e censori col povero Silvio per un po di bunga – bunga…..rimango francamente esterrefatto e mi limito ad allontanatmi e rimarcare con decisione la mia eterosessualità, affermazione che lascia il mio interlocutore sorpreso. Infatti mentre mi allontano, così lo sento chiosare: ” uhhhh ma tu a o’veramente fai???? Io ero convinto che tu facevi parte della grande famiglia! Scusa, tu vai girando cu sto ombrellino che par Marilyn Monro’!!!”
Per i curiosi, il succitato reperto ritenuto appartenere alla famosa starlette americana e’visibile sub allegato fotografico A)

Napoli violenta – part. 3 : un bilinguismo difficile

Trovo che se Eugene Ionesco stamattina fosse entrato nello stesso bar di via dei Mille dove ha fatto colazione il sottoscritto, la drammaturgia mondiale si sarebbe arricchita di una nuova pietra miliare dell’Arte dell’incomunicabilità: l’intero personale di un bar, dal cameriere alla cassiera al gestore, ai agita visibilmente contrariato perchè nessuno riesce a capire cosa diavolo mai voglia ordinare una coppia di origine asiatica seduta ad un tavolino, che parla “un’altra lingua”. I camerieri indispettiti e increduli ne riferiscono al gestore che appare il piu’ insofferente di tutti e che, con aria da buon padre di famiglia, rassicura i dipendenti sgomenti di non preoccuparsi più di tanto, perchè, inalberatosi con aria cattedratica, “qua stiamo in Italia e si deve parlare italiano!!”, buscando il plauso e i cenni di approvazione di una claquè compiacente di clienti, qualcuno dei quali a conforto della sua tesi è pronto a giurare, addirittura sulla vita della sua prole, di essere stato vittima all’estero di terribili angherie di altri camerieri in bar locali che dileggiavano la sua grossolana pronuncia italiana…Forse perchè mosso dal mio buonismo alla Cristina D’avena, forse per rompere l’impasse, mi offro volontario per provare a dirimere la spinosa questione e svelare l’arcano, in cuor mio in verità piuttosto scettico di poter fornire un concreto contributo, giacchè la lingua parlata dalla coppia di sicuro avrebbe esulato dalle mie conoscenze. Giunto a un di presso del tavolino e invitato i due a proferir parola, apprendo con un certo disappunto che l’incomprensibile “altra lingua” che aveva reso sgomento tutto il personale del bar e scatenato discussioni sullo scarso peso dell’Italia e degli italiani nello scacchiere geo-politico mondiale, non era qualche sotto-idioma hurdu delle valli dello Hindokush pakistano o uno dei 10.000 dialetti quechua delle popolazioni precolombiane dell’Amazzonia, ma trattavasi in realtà di un banalissimo inglese, lingua nella quale i due non stavano declamando un sonetto di Shakespeare o un testo arcaico ma facendo una banalissima ordinazione..oddio proprio banalissima no. “Bacon and eggs..o forse “scrambled egg”- ripetuto con insofferenza con un accento di provincia che cominciava ad insospettirmi e del tutto increduli che questa pietanza fosse irreperibile sulla piazza napoletana…Sempre in uno dei miei slanci di buonismo alla Paolo Limiti mi accingevo quasi a suggerire ai fratelli europei della terra d’Albione qualche tipica pietanza napoletana, una sfogliatella, un babbà, che avrebbe fatto di sicuro spegnere la nostalgia delle britanniche uova strapazzate….quando comincio a notare degli strani monili azzurri, di uno strano azzurro, e quotidiani sportivi inglesi con inequivocabili foto di beniamini locali, tipo quell’italiano di colore emigrato all’estero non certo per la cosiddetta fuga di cervelli (parte anatomica fuggita sì, ma dal suo corpo)….di colpo mi si eclissa tutto il buonismo alla Mariotto Segni, di colpo quel che mi erano sembrati due malcapitati viaggiatori vittime del provincialismo e dell’arretratezza culturale del Meridione mi si trasformano in due odiosi e saccenti plutocrati che nel tempo libero se ne vanno girando per l’Europa per sostenere una finta squadra di calcio creata dal nulla a suon di miliardi di sterline da uno sceicco che non sapeva che cazzo fare nella vita, e sbraitano e irridono poveri camerieri pagati in nero perchè non trovano le loro uova strapazzate buone come nel loro merdoso bistrò sotto casa a Manchester?!?!? Con un movimento lento della testa e sguardo che avrebbe voluto essere ispirato al John Sean H. Mallory di “Giù la testa” di Sergio Leone, mi rivolgo al cameriere e comunico la mia scoperta: “sono tifosi del Manchester….vogliono delle uova strapazzate”….mi allontano sempre imitando il passo di Sean H. Mallory dopo che ha piazzato la dinamite alla banca di Mesa Verde e immaginando alle mie spalle urla ed esplosioni

Napoli violenta- part. 4: le oche del Campidoglio

Magari non avrò il lato B di una Belen, tuttavia la Madrenatura mi ha dotato di una certa sensibilità di pacca, in particolare di quella destra che in circostanze critiche sa svolgere funzioni analoghe a quelle delle oche del Campidoglio. Questi pennuti infatti, benché notoriamente poco dotati intellettivamente, col loro starnazzare riuscirono a segnalare ai romani dormienti la presenza degli invasori Galli ormai alle porte di Roma, mettendo in condizione i difensori di respingere l’incursione notturna. Così narra la leggenda, mentre la storia vera più probabilmente e’ diversa. Ad ogni modo torniamo per ora alla mia pacca- oca del Campidoglio che contraendosi e diventando tosta al momento giusto e’ riuscita a segnalarmi la mano furtiva di un lestofante che ambiva al mio portafogli in quel ricettacolo di tangheri e scampaforche che è il bus R2. In un gesto di pietas del tutto immotivato non mi sono messo tuttavia a urlare “al ladro, al ladro” o altro ma ho lasciato scappar via il ragazzino, e qui si intuisce chiaramente che quella delle oche del Campidoglio e’ solo una leggenda stronza: perché con ogni probabilità i Galli mica se ne scapparono per 4 oche fetenti che starnazzavano, anzi il loro re in persona Brenno pretese un tributo in oro, che venne esatto ( participio passato di esigere) con delle bilance truccate su cui appoggio’ la sua spada, il cui corrispettivo dovette essere appunto pagato dai romani in oro. A me la spada di Brenno e’ venuta a fare 44€ e dispari perché nella foga di salire sul bus e scansami il mariuolo, mi ero dimenticato di obliterare il biglietto… Ho provato ad addurre le mie ragioni e spiegare il mio dramma umano di vittima di un tentato furto con destrezza, il trauma che ne consegue per cui ero obnubilato e non ho obliterato ma niente, il controllore mi guardava come il prof a scuola a cui spieghi che hai dimenticato il quaderno a casa con tutti i compiti ed ecco come documentato sub allegato fotografico A sta bella sfogliatella. Insomma era destino che i soldi su quell R2 di merda oggi dovevano incularmeli per forza, tanto valeva lasciarli rubare al povero ladruncolo che aveva allungato la manella. Ad ogni buon conto, tra la manella e la sfogliatella, su sto bus mi avete sfrantecato la cappella

Napoli violenta- part 2: l’underwear degli equivoci

Sulla popolare e affollatissima via Toledo, camminavo intento ad acquistare due mutandoni per me medesimo. Mi accosto ad un negozio di una nota casa di intimo, per la verità dubitoso che quella fosse una marca di solo intimo femminile. In effetti la presenza all’interno di sole donne, arragiatissime dai saldi, implementa il mio dubbio, così mi risolvo a chiedere lumi ad uno che pare un commesso, al quale giustappunto domando: “scusi ma questo negozio vende solo intimo femminile, vero?” Lui senza profferire parola fa con la testa un gesto che significa chiaramente “no”, come forse per dire “no, e’ anche da uomo”, così io rassicurato e rinfrancato nello spirito, prendo a calibrare le mie esigenze sulla merce esposta e controbatto: ” ok però guardi io cercavo solo due mutandone senza pretesa, due boxer senza troppi fronzoli, mentre tutti i capi che avete qui in vendita mi sembrano per così dire un po artefatti….” Di fronte a noi in effetti sono in esposizione variopinti tanga, perizoma che richiamano il derma di felini della savana, mutande che esibiscono strani piumaggi….ma a questo punto il Sales assistant putativo esclama : “ma pecche’, teng’ a facc di uno che venne i’mutande io?!?!?” A me non viene di meglio che fargli notare: ” non so, sarò sincero ma non mi sono mai chiesto che faccia abbia chi faccia questo lavoro” Il tipo resta interdetto per qualche secondo, dopodiché controbatte non senza una punta di sarcasmo: ” comunque te lo può accatta o stesso nu bell tanga, cu nu bell parafessa annanz magari…..che tu tiene proprio a facc i chill che stanotte su piglia ‘ncul!” ……che poi stanotte sarebbe pure il mio compleanno.
L’omofobia, un tunnel senza ritorno

Napoli violenta – part. 1 : la dieci euro nderra

Quest’oggi ho preso la dieci euro da terra. Ma non nel senso figurato rimandante ad un improvviso slittone o a pericolosi capiomboli. Proprio in senso letterale ho visto di colpo dieci euro a terra, a piazza Olivella, quella della metro di montesanto a Napoli. Me la stavo guardando per vedere se non fosse falsa o sporca di merda per via di qualche buontempone, Ma tosto non ebbi fatto dieci passi, che a sbarrarmi l’undicesimo mi si parano innanzi due che sembrano i Bravi di Don Rodrigo. Il capo dei due, il Griso, con un sorriso beffardo mi fa cenno di “restituirgliela”, io pur dubbioso che fossero sue, eseguo senza battere ciglio, tanto non mi cambiano certo la vita dieci euro….. Poi lui non contento chiosa: ” te pensav’ che uno cumm’ e te veniva a casa mia bello bello a si piglia dieci euro!!!???” Piuttosto indispettito mi limito a rispondere: “e perché no? La fortuna, si sa, e’ cieca”. L’immagine della dea bendata di classica matrice deve piacere poco al tipo, il quale rincara la dose: “se non ti levi annanz o cazz te li ciek io a te l’okkio”. A questo punto ho la tentazione di esporre il concetto giuridico di res nullius e res derelicta risalenti al mondo romano, in virtù dei quali ben avrei potuto reclamare il possesso di quelle dieci euro, ma in un anelito di pragmaticita’ lascio perdere, anche perché mi sovviene alla mente un’illluninazione geniale: la cicatrice che ho in questi giorni sul naso mi conferisce un’aria da duro come non mai, sicché mi basterà guardarlo torvo negli occhi per incenerirlo e fargli rimangiare il suo turpiloquio. Così faccio, impostandomi pettoruto con la mia stazza fisica di gran lunga superiore alla sua e inarcando il sopracciglio da vero figlio della strada incazzato. Il Griso pare colto di sopresa nello scoprire che Don Abbondio aveva invece si il suor di leone, ma a questo punto irrompe sulla scena l’altro bravo, fino ad allora una mera comparsa, il quale osserva: “ma tu, oltre che strunz, fusse pure rikkione???”
Napoli una città difficile

La terra bruciata

Oggi mi sono recato in un comune dell’area vesuviana, il cui nome preferisco omettere per rispetto alla gente che vi vive, ma non sto qui a raccontarlo per farmi bello o per farmi compiangere, giacché sono per una ordinaria vicenda di lavoro e tra due ore sarò di ritorno a Capri, magari in barca o in qualche altro bellissimo luogo figuriamoci. Più che altro, colpisce lo scandire del tempo: due ore, forse anche meno,  e una manciata di km e miglia marine separano due realtà antipodiche: da una sorta di Eden ovattato di profumi ed effluvi floreali ad un Golgota ove l’aria è talmente acre e rigonfia di miasmi da irritare gli occhi e la gola, da alberghi da 500€ a notte perennemente pieni a palazzine ove la gente tiene le serrande sbarrate anche sotto i 35 gradi della canicola pomeridiana nello sforzo invano di arginare la coltre tossica, da turiste bellissime di ogni nazionalità che fanno jogging in riva al mare a madri che trascinano di corsa i figli sull’asfalto con un fazzoletto sul viso per metterli al sicuro, come nella Sarajevo o nella Beirut assediate dai cecchini, sotto il volteggio dei Canadair il cui rombo è salutato dagli abitanti come quello degli aeroplani alleati nel ’43

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Ma è chiaro che i motivi e le origini di una tale discrepanza, pur su uno stesso così piccolo territorio, affondano in ragioni di ordine diverso, su cui non è poi così utile oggi indagare.

Credevo di vedere il monte annerito e impestato da decine di carcasse di alberi, non è così, la coltre di fumo è talmente spessa che avvolge tutto in un’aria giallastra, la cui natura potenzialmente tossica è difficile a valutarsi: cosa altro sta bruciando lassù insieme al bosco, nessuno lo sa e in parecchi provano a immaginarselo. In una banale metafora mutuata da stereotipi da curva calcistica verrebbe da dirsi che oggi il Vesuvio somiglia alla Padania. Ancora quell’odore acre e pungente mi ha riportato alla mente qualche epilogo di manifestazioni contestatarie giovanili, con la polizia che subissava di lacrimogeni i manifestanti; ma, a ripensarci oggi, a confronto della situazione attuale quelle atmosfere non mi paiono molto più che un giochino per studenti annoiati. Qui il paese è reale. Colpisce anche il latrare continuo dei cani, assordante, ogni cane sembra abbaiare all’impazzata nella percezione dello scempio e della folle equazione inversa venutasi a realizzare: il vulcano che distrugge e rigenera distrutto e riarso da mano altrui, lo Sterminator Vesevo aggredito e sterminato dall’uomo.

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Il fine di tale Leviatano è di chiara evidenza. Non ho quasi alcun dubbio che tra 20 o 30 anni quelle pendici che oggi paiono delle annerite balze dantesche saranno irte e rigonfie delle tozze e brutte palazzine che già infestano la pianura. Ovviamente spero di sbagliarmi e qualcuno potrebbe farmi notare la severa previsione normativa vigente su casi del genere, che conosco. Nondimeno conosco però certe logiche e certi temi, e già immagino discorsi di indignazione  e lodevoli iniziative nell’immediato, poi magari un giorno lontano, un giorno qualunque arriverà un mediocre politico spinto a coorte da palazzinari e pletore di schede a dire che “è ora di guardare al futuro e non sempre al passato” che “bisogna soppesare le esigenze di tutti e ma davvero di tutti”, che ” i troppi lacci e laccioli della legge finiscono con lo strangolare i sogni della nostra gente ad avere una casa” etc, il tutto salutato dal rombo di betoniere e macchine asfaltatrici.

La camorra utilizza qui sul suo stesso territorio metodi analoghi a quelli di  un battaglione di rappresaglia delle SS naziste. Quella di “fare terra bruciata” è un’espressione divenuta di uso comune e dal significato ormai translato in diversi ambiti, dai rapporti umani a quelli economici o altro ancora, ma che ha una sua origine nel gergo bellico: gli eserciti dalla notte dei tempi, messi in particolari condizioni, adottano la strategia “della terra bruciata”, quella che non assoggetta il nemico o lo conquista ma lo elimina radicalmente. E se essa è una strategia ancora ad oggi adottata, è solo perché è una strategia purtroppo vincente. E la storia, lo si sa, la scrivono i vincitori