Tropico del Capricorno: Tra antilopi e leoni…..a bestemmiare dei coglioni

Giorno 15
Guardare anzi ammirare gli animali liberi in natura e’ una cosa che ci piace, ci distende e fa sentire meglio. Agli occhi dei nativi, questa e’ una delle più grandi contraddizioni della nostra società: l’Uomo Bianco prima stermina gli animali o li rinchiude in orrende gabbie come fossero prodotti da impacchettare, poi spende tanti soldi per andarli a sbirciare negli angoli del mondo più remoti dove ancora sopravvivono allo stato brado. Ma a questa pur ineccepibile riflessione sfugge a mio avviso un particolare: ho maturato in questo viaggio una convinzione, quella per cui ci piace guardare gli animali perché siamo fondalmente invidiosi di essi. Noi uomini, specialmente noi occidentali, che siamo stati così bari a incasinarci la vita e astrarci dal reale in mille complicazioni, transazioni, compromessi, clausole, debiti, crediti, fitti, bollette, relazioni sociali complesse e tortuose, alla fine ammiriamo un animale libero nel suo habitat e inconsciamente ne invidiamo profondamente quella semplicità ed estrema razionalità del suo vivere.
Qui nel Chobe park si ha davvero tanto da ammirare e invidiare, perché di animali ce ne è di ogni sorta e specie. E’ un parco molto diverso dal più noto Etosha, nondimeno magnifico: non ha quell’aspetto brullo e quasi marziano dell’Etosha con quelle due distese saline arroventate dal sole, qui si sta sospesi tra acqua e terra, si galleggia in una melma paludosa ma fertile e in ragione di ciò le specie animali sono diverse; meno leoni e rinoceronti ma molti più ippopotami, coccodrilli, bufali che si combattono, ovunque elefanti, e tanti altri ancora. Si può visitare anche con barche e battelli che si infilano lungo i canali e circumnavigano la straordinaria Sedudu Island, un ecosistema unico al mondo. L’immenso bacino del Chobe e’ un cuneo tra quattro diversi stati: Namibia, Botswana, Zimbabwe e Zambia ed esiste un posto di frontiera, il Kazangula border, un quadrivio dove ad ogni angolo ti dirigi verso una frontiera diversa. Io personalmente, rispetto ai giorni dell’Etosha park, ho ora appreso dalle guide indigene qualche nozione in più su come avvistare gli animali, qualche trucco su come procedere ad un avvistamento meno casuale e massivo ma più mirato e razionale: infatti adesso so che gli Sprinbook, una piccola antilope simbolo tra l’altro del Sudafrica, sono come degli animali sentinella. Loro camminano volgendo sempre le spalle al sole, e ciò per lasciare ai loro predatori sempre il campo visivo più sfavorevole in controluce, laddove questi secondi decidano di puntarli frontalmente. Laddove invece i predatori felini decidano di coglierli alle spalle, vi è sempre un’antilope per così dire sentinella che occupa la retrovia, emettendo un segnale al primo rumore: a quel punto tutto il branco si arresta, ma con la zampa sollevata da terra, pronti a scattare come centometristi allo start. Ne segue un’impasse tra l’antilope e il leone su chi fa la prima mossa, su quale direzione prende, che può andare avanti per ore. Ecco, avvistare un branco di Springbook in questa curiosa posizione mi fa capire che li vicino c’è un grosso felino: dalla mia postazione munito di binocolo comincio a scandagliare la savana e alla fine lo scorgo. Ma non si tratta di un leone, bensì di un ghepardo o forse due, pronti a lanciare il loro sprint: sto per assistere forse ad una delle scene più belle che la natura riservi, la corsa a 110km/h di un ghepardo contro la preda. Attendo almeno un’ora e mezza che la situazione si sblocchi, i contendendi sono fermi come scacchisti attendendo la mossa dell’avversario. I ghepardi scalpitano e sembrano parlare tra loro, le antilopi restano irte e concentrate, mi sembra quasi di sentirli respirano anche se saranno ad almeno 50 metri. Eppoi……eppoi accade l’imponderabile, o meglio lo scenario peggiore che stavo da un po’ presagendo: una mandria di facoceri italiani risale il dorso della collina e raggiunge la mia postazione di avvistamento. Li avevo già messi a fuoco e scansati all’ingresso del parco: goffi, brutti, milanesi tamarri anzi zarri, risalgono il crinale facendo un casino della madonna col loro armamentario di macchinone fotografiche, cellulari, lattine e urla. In pratica guardano il safari solo dai loro obiettivi. Parlano, litigano tra loro con sto accento orribile “ueeeee ti avevo detto di fotografare gli ippopotami, hai preso solo sti tacchini di merda!!!!!” Gli intimo il silenzio ma quando stanno per andare via, compio il madornale errore di spiegare ad una di quelle il motivo del silenzio e che li è appostato un ghepardo: la scrofa richiama a gran voce indietro il suo verro e il resto della mandria, ne seguiranno minuti di rumori e orrori e foto ricordo della loro plastica bruttezza, intervallati da rutti che , battutona, sarebbero dovuti sembrare ottimi richiami per le bestie. Dopo poco perdo di vista sia le antilopi che i ghepardi. Una delle condizioni imprenscindibili per un safari è’ mantenere il silenzio e non vi vuole molto a capire che gli animali, appena odono caciara, scappano: all’uopo le guide indigene di questo angolo del mondo hanno imparato a raddoppiare gli inviti al silenzio laddove nel safari siano presenti esemplari del popolo percepito fin quaggiù come il più rumoroso e irriducibile al silenzio, gli italiani. Altre precauzioni adottate dalle guide locali in presenza di italiani sconfinano addirittura nell’umiliante, come quella di non introdurre mai dianzi ad esponenti del Belpaese l’argomento “soccer”, perché poi vanno avanti per sedici ore a parlare di Juve, Napoli, Roma e di uno strano gioco che si fa in base al rendimento del giocatore, le ammonizioni, i rigori sbagliati etc: in questo angolo del mondo tra Zambia, Zimbawne e Botswana appariamo figure di merda con il fantacalcio.
La sera riesco a estorcere dalla guida i nominativi di due di quei tizi, in modo da poter così commentare la loro foto su Facebook quando la pubblicheranno e spiegare che, grazie a quello scatto, forse non avrò mai più la possibilità di vedere un ghepardo che caccia ma mi resterà sempre scolpito nel cuore il loro sorriso da maiali

Tropico del Capricorno: Il dito di Caprivi (an horror movie)

Giorno 14
A discapito di quel suo nome fortemente assonnate col parola italiana “quando”, il Kwando river e’ invece un fiume fuori dal tempo. Scorre nell’altopiano del Mudungu segandolo in due come una lama e segnando il confine tra il Botswana e questa bizzarra e affusolata appendice di Namibia chiamata “il dito di Caprivi”. Più tardi si getterà nel Chobe, a suo volta affluente dello Zambesi e tutta questa enorme massa d’ acqua precipiterà poi in quel battistero ancestrale delle Victoria’s Falls, mia meta finale. Lungo il Kwando si alterano tra i canneti villaggi primordiali e lussuosi lodge costruiti dagli inglesi. In uno di questi, anche se solo nel lazzaretto del camping, alloggiamo noi. Ricorderò sempre questo posto per il dramma sentimentale che ivi si è consumato e a cui ho assistito. Per la verità ha anche degli aspetti da documentario animalistico e da filmetto del terrore americano. Allora ci sta un enorme camion di un’altra spedizione che più o meno fa un percorso simile al nostro e che avevamo già beccato nel delta dell’Okawango. Tra loro, una coppietta di americani o forse australiani, molto bellini e innamorati, forse in viaggio di nozze, sempre incollati l’uno a l’altro per come tutti li ricordavamo. A questo punto l’ovvio imprevisto compendierebbe, se fossimo in Europa o America, che di colpo si scoprisse che lui ogni giovedì sera, invece di giocare al calcetto con gli amici, in realtà andasse a farsi fare una colonoscopia da un trans brasiliano in tangenziale, o che si appurasse che lei, sebbene vegetariana, prendesse in realtà ogni mattina la carne dal garzone del macellaio…..ma queste sono le noiose e retrive storie di noi occidentali: qui in Africa e’ tutto meno banale e vi è sempre una ineliminabile componente wild. Allora, diciamo che ad un tratto un urlo terribile ha squarciato la notte, anzi molte urla, e poi pugni contro una porta, fasi concitate, versi di animali; io ricordo poi di aver visto questa attraversare le varie tende, bianca come un cencio e con un’espressione da indemoniata di qualche b-movie horror: ecco mi ricordava quella del film “the ring”, anche perché poi continuava a ripetere frasi con presente sempre la parola “the beast”, la bestia ma anche il demonio mi pare. Urlava e avanzava inciampando e invocando la Bestia. Diciamo che erano in bagno, lei e il suo amato maritino, un bagno esterno in mezzo alla natura, a fare la doccia o non so cosa. Odono il verso terribile di un animale, che lei reputa essere un coccodrillo, si sarebbe trattato con ogni probabilità invece di un ippopotamo i cui versi si odono qui assai più distinti. Questo animale e’ tra l’altro per l’uomo assai più mortale e pericoloso del coccodrillo stesso in Africa: al di la di quell’aria paciosa e dell’essere erbivori, gli ippopotami sono in realtà’ estremamente aggressivi con le altre specie incluso l’uomo, sia in acqua che fuori. E vi è poi una precauzione che tutti gli indigeni ripetono: se un ippopotamo sta fuori dall’acqua, mai frapporsi tra lui e l’acqua stessa, mai calpestare la sua via di fuga verso il fiume o la pozza: impazziscono e caricano all’istante. Ecco, quella toilette (dove infatti io non ho messo piede) e’ costruita a cazzo di cane proprio lungo una potenziale via di fuga degli ippopotami. I due sposini anzi solo lei è’ presa dal panico e si barrica nel bagno, convinta che la Bestia, coccodrillo o Hippo che sia, stia posizionata proprio fuori la porta. A questo punto entra in scena il marito che non si sarebbe mostrato proprio come un campione di coraggio bensì di utilitarismo, ma il condizionale e’ d’obbligo giacché le versioni più disparate sull’accaduto si rincorrono nel territorio che va dall’Okawango allo Zambesi. Secondo la tesi più accreditata, il marito avrebbe voluto fare, come si suol dire, una botta due fucelle: 1) aiutare il fragile ecosistema africano fornendo ad un predatore materia prima con cui sostenersi 2) rimediare ad un peccato di gioventù col quale con troppa faciloneria si era andato a impelagare sull’altare di una chiesa. Avrebbe insomma afferrato la moglie per i capelli o in qualche altro modo e l’avrebbe scaraventata, fuori in pasto alla Bestia. In effetti pare che proprio così sia andata e lui mezz’ora dopo stava ancora barricato in bagno. Lei la mattina dopo e’ nella hall dell’albergo, motivata a chiedere il divorzio e chiedendo al personale dell’albergo di non farlo accostare. Lui pateticamente prova a dare una sua versione e chiede a noialtri di fare da pacieri ma e’ troppo tardi: lei ha fatto già chiamare una jeep che la porterà nel più vicino aeroporto, anche se in realtà a molte ore da qui.
Noi invece proseguiamo per il bacino del Chobe, che si rivelerà un altro paradiso.
Ah l’Africa!

Tropico del Capricorno: i babbuini ladri

Giorno 13
Stamattina era il mio turno a preparare le colazioni per il resto della spedizione ma qualcosa è andato storto: quando ormai la tavola era imbandita, mi sono distratto un attimo per andare al cesso e subito sono arrivati loro, quei gran bastardi di babbuini: hanno portato via tutto, ma quando dico tutto intendo dire tutto, dallo yogurt ai corn flakes, dal bacon alla marmellata fino alle buste di latte e alla bomboletta spray anti- zanzare! Sono creature estremamente intelligenti e ciniche, con tecniche di depredazione che farebbero invidia a lestofanti professionali: loro non perdono certo tempo ad annusare il cibo, ad ispezionare le buste in cerca di qualcosa di potenzialmente commestibile, assolutamente no. Loro arraffano subito tutta la refurtiva, da analizzare e discernere poi in luogo sicuro. Li osservo ormai impotente mentre con aria più che di scherno, dalla sommità di un colle, bivaccano con le nostre libagioni, si buttano addosso tra loro i corn flakes, aprono le buste del latte e se le versano addosso mentre io rimugino su cosa dire mai agli altri che si vanno svegliando per spiegare questo davvero strange accindent. Guardandoli così schiamazzare e bivaccare, mi torna in mente chissà perché la scena patetico-comica consumata allo stadio San Paolo durante un Napoli -Juve, quando, dinanzi ad una tribuna inferocita che mi chiedeva di sedermi per non occultare la visuale, me ne uscì con la davvero infelice frase “scusate signori ma sono impossibilitato”: ne seguirono 90 lunghissimo minuti di scherni e articolati insulti da parte di un intero settore dello stadio che manco Quagliarella quando torno’ a Napoli con la maglia della Juve. E meno male che non si arrivò ai supplementari e rigori!
Cmq, tornando ai babbuini, riesco e recuperare la bomboletta anti -zanzare che a loro non serve ma a me si, dal momento che da ste parti ci sta pure la malaria, e ciò con una specie di “cavallo di ritorno” che compendia la proofferta di altro cibo in cambio del prezioso repellente: resta tuttavia ancora da spiegare ai miei compagni di avventura, ormai desti, i dettagli di questa imprevista Waterloo…..ma che figura di merda, dio cane !!!! Manco a poter dire, che ne so, “vabbuo’ragazzi, e’ andata come e’ andata ma adesso andiamo al bar a fare colazione e faccio io”: macché, che stiamo nel bel mezzo del Delta dell’Okawango e la città più vicina sta a 300km. Più o meno come uscirsene a Napoli di andare a prendere un caffè a Matera, con in mezzo il deserto del Kalahari….
Ovviamente “the baboons accident”, l’incidente dei famelici (e stronzi) babbuini non mancherà’ di alimentare una letteratura di dileggi e prese per il culo da parte dei miei compagni di spedizione, che a questo punto vi vado a presentare. Allora, diciamo che di solito preferisco fare tutto da solo senza ricorrere a nulla di organizzato e qui in africa per i primi 10 lunghi giorni ho fatto così . Poi però ho capito che i posti più belli e impervi erano pressoché irraggiungibili by my self che manco so portare una macchina, così, dopo attenta selezione, ho optato per questa agenzia specializzata in extreme safari che mi avrebbe condotto, lungo tutto un cammino impervio, fino alle Cascate Vittoria: loro si chiamano i Wild Dog ed hanno tutta una loro filosofia di viaggio estrema e wild che ho sposato a piè pari prima di partire, filosofia già riassunta nello slogan ” Run like a dog! ” Nove giorni in tenda in posti ai confini del mondo, non proprio come dire il tour delle casalinghe di Voghera agli scavi di Pompei! Per un viaggio del genere, tra mille asperità, e’ fondamentale una buona coesione tra i componenti e devo dire che, pur tra sconosciuti, andiamo molto d’accordo. Siamo in 6, più due guide indigene; ci sta una coppia di signori svedesi ormai attempati sulla sessantina: lui bonaccione ingegnere della Volvo a Göteborg, con una fortissima somiglianza col noto gestore di una tabaccheria caprese e un sorriso perenne sulle labbra che gli scivola via solo quando deve cacciare 50 cent dal portafoglio; lei, medico, che ho ribattezzato Axel Mounthe perché, col mecenate proprietario di villa san Michele, condivide, oltre che la nazionalità e la professione medica, anche lo stato attuale di salubrità e decomposizione delle carni, simile ad una mummia ormai: ci mette un minuto a chiedere che ora è, non oso immaginare quanto a sviluppare una articolata diagnosi ad una paziente! Ci sta poi una milfona inglese che sfoggia eccentrici vestiti più adatti ad un concerto di Lady gaga che ad un safari estremo,a che cmq non fa mai una piega di fronte alle difficoltà peggiori; e poi ci sta sta altra coppia di inglesi anzi scozzesi mie coetanei che però vivono ad Abu Dabhi dove insegnano: lui tranquillone di poche parole e molte birre, lei vivace intelligente con una bella tempra e se per questo pure una bella pacca, ma molto maestrina Rottermeir. Sa tutto lei e gli alunni devono stare zitti, insomma una scassacazzi. Per esempio, l’altro giorno abbiamo acchiappato l’ennesimo posto di blocco in Botswana per sta fantomatica campagna contro la carne appestata dagli stranieri: era richiesto di disinfettare le proprie scarpe in una sorta di zerbino imbevuto di qualche sostanza strana che avrebbe ucciso tutti gli agenti patogeni dell’afta epizotica molto teoricamente. Si tratta di quelle classiche misure psicotiche e paranoiche tipiche dei regimi autoritari, prive di senso: può mai una stuoia incatramata fermare un ‘eventuale epidemia? Così quando è toccato a me , ho dichiarato che avevo con me solo le scarpe che portavo al piede, con nessuna voglia di aprire il rimorchio, recuperare le altre scarpe e passarle in quel cesso di zerbino ferma- epidemie. Ma lei niente: assiste alle scena , si impunta e si ingrippa che “o tutti o nessuno ” , dobbiamo necessariamente tutti intingere ogni paio di scarpe che abbiamo in quel battistero ablutorio dalla peste, che la legge anche se dura va sempre rispettata etc……finale della storia: io e un altro, giusto suo marito che aveva condiviso con me il bluff di un solo paio di scarpe, siamo costretti a smontare il bagaglio e rintracciare tutte le scarpe per passarle nel fantomatico zerbino purificatore, mentre un poliziotto ci guarda torvo e il suo stesso marito mi ripete sottovoce: ” non sposarti, non farlo mai, te lo dico come un fratello, non sposarti!”
E domani magari vi presento puri i due tizi che fungono da guide……non ve lo dico proprio.
Ad ogni modo il safari marcia, comincio a sentire possibile il compimento dell’impresa, vedo stagliarsi sullo sfondo la sagoma di David Livingstone e sulll’orizzonte l’Isola Mpalilla e le Cascate Viittoria. Oggi siamo rientrati in Namibia in questa strana appendice di territorio chiamata ” il dito di Caprivi” e lunga 600 km, protesa verso il bacino minerario dello Zambesi ed eredita di conquisete coloniali. Montiamo le tende presso il Kwando river, presso la autoctona comunità dei Mboskuntu. Ho ormai doppiato il Capo di Buona Speranza e le Winelands, superato la Costa degli Scheletri e il deserto del Namib, bypassato le depressioni saline dell’Etosha Pan e le alture del Waterberg Plateau, attraversato il Kalahari e il delta dell’Okawango, resta il bacino del Chobe e l’altopiano del Mudingu. Lo stato di salute e’ buono anzi eccellente io sento proprio bene , molto wild. Perciò come è’ scritto sulla nostra jeep:
Run like a dog!

Tropico del Capricorno: Etosha Park, king of Safari park

Giorni 7,8 e 9
Questi sono stati gli indimenticabili giorni di un safari all’ Etosha National Park. Questo parco, esteso quasi quanto la Campania, e’ costituito da un enorme depressione salina che lo fa somigliare ad un enorme lago essiccato, intorno alla quale cresce una macchia di arbusti e piante sporadiche. Di tanto in tanto vi si incontrano dei “waterhole”, piccole sorgive presso le quali gli animali corrono ad abbeverarsi nella stagione secca come questa.
Il parco e’ considerato il luogo migliore al mondo per l’avvistamento di animali selvatici e tale fama non è certo attribuita a caso: non appena entrati pare quasi che gli animali vi vengano incontro! La conformazione semi-desertica e quasi lunare inoltre rende assai più facili gli avvistamenti.
Arrivare fin li, nel nord della Namibia, e’ stata una bella e fortunosa avventura per me che non avevo prenotato niente (e non è possibile accedervi in mancanza di una prenotazione), così ho cominciato a cercare chi potesse portarmi li, finendo tra le grinfie di vari truffatori, e quando avevo ormai quasi rinunciato, e’scattato il fattore Yahoo: ma non il motore di ricerca! Yahoo (anzi per la verità si scrive Uiahoo) e’un tipo conosciuto a Città del Capo mentre si faceva le foto davanti ad un peschereccio: mi disse di essere il capo dei ranger del parco Etosha e di contattarlo se fossi in difficoltà. Ma che culo! Con una mail su Yahoo, Uiahoo mi ha subito mandato una giovane guida a prendermi per il lungo viaggio e farmi visitare l’enorme parco, oltre a trovarmi la sistemazione dentro queste due ex fortezze all’interno dell’Etosha, ora lodge ben attrezzati. Mi è costato un occhio della testa ma ne è valsa la pena, sono cose che una volta si fanno nella vita. Cmq l’attrativa di questo luogo sono gli animali, avvistati in gran numero, così vi propongo qua una carrellata di foto. Vi è persino il rarissimo rinoceronte nero!
Sono in partenza ora per un safari di nove giorni in tenda attraverso Botswana, Namibia e Zimbawne. Attraverserò il Kalahari, il delta dell’Okawango, il Chobe e l’altopiano del Mudungu fino alle cascate vittoria. Nove giorni in tenda. Stanotte dormiro’ in tenda presso un accampamento di boscimani nel Kalahari, in Botswana, che emozione!

Tropico del Capricorno: la Costa degli Scheletri

Giorno 6
Tanti anni orsono, quando ero un alunno imberbe delle scuole medie, ebbi la fortuna di conoscere un grande professore di educazione fisica, molto stimato dalla comunità locale e tuttora compianto, il quale divideva le sue lezioni in una parte pratica, nella quale ci cimentavamo in discipline varie di ginnastica, e una parte teorica nella quale eravamo chiamati a conferire verbalmente su uno sport a nostra scelta. A quel punto noi piccole carognette ci divertivamo a far vertere l’interrogazione su sport strampalati e bizzarri, di recente concezione, sport quali il free climbing, il bad minton o il bowling, la cui conoscenza sfuggiva all’ormai anziano professore legato a canoni classici dello sport e che giustamente ci rimetteva in riga. Ecco, questo sandboarding di sicuro e’ annoverabile tra le discipline non certo convenzionali, praticandosi con una tavola da snowboard ma con la variante della sabbia desertica su cui scorrere in luogo della neve; e’uno sport che dunque richiede condizioni climatiche del tutto peculiari quali alte dune desertiche. E qual posto migliore al mondo se non il deserto del Namib con le sue dune alte centinaia di metri? Mi ci sono cimentato con risultati mediocri e presto mi sarà pure inviato un video e foto scattate da un operatore specializzato. Cioè, le dune le scendevo pure con tecnica accettabile, il problema era la risalita per la quale non c’era certo lo ski-lift ma bisognava inerpicarsi su ste montagne di sabbia rossa flagellate dal vento e una volta, per provare ad accorciare, mi sono pure scapizzato da giù alla duna, disciplina quest’ultima delle cadute dai dirupi in cui si che sono davvero un talento formidabile! Ad ogni modo ciò che mi ha portato a fare sta mezza minchiata era la possibilità di vivere da vicino sto deserto fantastico e senza uguali al mondo, con sullo sfondo la Costa degli Scheletri avvolta da una nebbia eterna. Più tardi nel pomeriggio ho provato pure a raggiungere questa costa e uno dei tanto inquietanti relitti di navi affondate che giacciono abbandonati sulla riva, ma dopo un mezzo chilometro sono stato richiamato a gran voce da un indigeno il quale mi ha imposto di tornare indietro redarguendomi con una frase tipo “secondo te perché si chiama Costa degli Scheletri, strunz?!?” In effetti era un’impresa oltre la mia portata ma attraverso questo tizio e una serie fortunata di combinazioni sono riuscito ad avventurarmi sulle colline del Damaraland, un’altrettanto inospitale regione montuosa poco oltre swakompund, ove cresce una bellissima pianta unica al mondo chiamata Weltwitschia e soprattuto ove incontrare alcuni indigeni di etnia Himba, ove è scattata questa bellissima foto. Gli Himba sono una popolazione autoctona della Namibia, che vive in piccole comunità isolate e che rifugge in massima parte ogni contatto o commistione con la società esterna. E ne hanno ben donde, giacche’ quello riservato loro dai vari colonizzatori succedotisi qui è’ stato nei loro confronti e’stato un trattamento che con enorme eufemismo potrebbe definire degradante. Le donne di questa etnia si cospargono il corpo di una sorta di argilla rossa al fine di detergere e proteggere la pelle, stante la assoluta carenza di acqua. Ad ogni modo la loro condizione attuale, deprivati della terra in cui pascolare i loro animali, e’ piuttosto triste.

Tropico del Capricorno: This is Namib, baby

Giorno 5
La Namibia.
Con questo nome in qualche modo assonnate con utopia, la Namibia e’ la prova inconfutabile dell’esistenza della vita nello spazio: questo è un pezzo di qualche galassia aliena piovuto sulla terra (e un enome cratere di un meteorite in effeti ci sta) con paesaggi che rimandano alla fantascienza, a quell’immaginifico visionario ed ectopico visto tante volte al cinema. Le stranezze e singolarità di questo pezzo desolato di mondo sono pressoché infinite, a me è bastato scoprirne un paio per sentirmi catapultato in un film di Cristopher Nolan o Gregoretti.
Sono arrivato qui a bordo di un volo di questa Maluti Sky, compagnia della quale dubito che la Emirates o la Swiss ari possano temere la concorrenza ma che un pregio lo tiene: vola bassa quasi radente come un caccia della seconda guerra mondiale, almeno quel trabiccolo che ho preso io. Ne approfitto per gustarmi tutta la vista atlantica andando da Città del Capo verso nord: lentamente il verde di quelle terre lasciano il campo ad un marrone, poi cominciano a distinguersi chiazze di sabbia, in pochi minuti ci troviamo a sorvolare un enorme distesa di sabbia rossa senza soluzione di continuità, ad eccezione di alcune rocce basaltiche nere come il catrame che aumentano la percezione aliena. E’il deserto del Namib, il secondo piu’arido al mondo dopo le Dry Lands del’ Antartide (si proprio così). Anche all’origine di questo deserto c’entra l’Antartide: da li risale la gelida corrente del Benguela, che lambendo queste coste rende impossibile ogni brezza marina; in pratica si innesta un fenomeno termico del tutto opposto a quello che normalmente si sviluppa vicino al mare, qui il mare “succhia” a se tutta la umidità della terra prosciugandola e sfarinandola in questa terra rossa. La costa, avvolta in un nebbia perenne, prende il nome sinistro di Costa degli Scheletri, anche per via delle tante carcasse di nave naufragate in questo luogo dimenticato da dio e dagli uomini. Appena all’interno, anzi praticamente fino a mare, si estende immenso il Namib, un deserto dove non piove mai ne è rinvenibile quasi alcuna forma di vita. Nondimeno allora quando l’esercito tedesco scappo’ da queste terre ostili (se hanno mollato persino i tedeschi….), da un’accampamento militare fuggirono o furono lasciati liberi a morire li qualche centinaio di cavalli…..contro ogni logica le povere bestie sono riuscite a sopravvivere e riprodursi, dando luogo anche ad una sorta di mutazione e divenendo assai più piccoli, e cento anni dopo i Feral Horses del Namib sono tra le poche specie viventi ad abitare qui. A me basta un’ora e mezzo di sorvolo a bassa quota sopra sto mondo deserto per essere sul punto di entrare nella cabina del pilota a chiedergli se per caso non ha sbagliato rotta o voglia cmq tornare indietro (siamo in tre più l’equipaggio a bordo…) e quando lui annuncia che stiamo atterrando non riesco davvero a capire come sia possibile e dove mai poggiarsi. In effetti questo “aeroporto” detto Walvis Bay e’poco altro che una striscia di sabbia battuta vicino una delle dune più alte del mondo, detta Duna 7 (nei pressi della quale è scattata la foto), stanno poi un paio di capannoni ove la grande attrattiva e’ uno strano macchinario a raggi infrarossi che farebbe uno screening per vedere se hai contratto l’Ebola. Risulto verde al controllo ed eccomi fuori nel bel mezzo del nulla. Nel parcheggio ci sono 5 automobili di numero, una delle quali condotta da un donnone di nome Deli mi scaraventa nel deserto per una trentina di km, fino alla capitale della Costa degli Scheletri, tale cittadina detta Swakompund, dal fiume effimero Swakom che ha dato segni di esistenza l’ultima volta nel 2010. Le sorprese sono appena iniziate: la città e solo essa è avvolta da una fitta nebbia grigia, entro la quale si muovono individui di pura razza ariana germanica. Tutto è’ tedesco qui, le case in architettura bavarese manco fosse Salisburgo e le strade intitolate a Bismarck e Leopoldo di Baviera, gli abitanti biondissimi in gilet verde orlato di merletti che parlano il tedesco dei tempi di Goethe e sembrano vagamente informati di alcune “degenerazioni” della società moderna quali l’abolizione della schiavitù e il suffragio universale. Sono sicuro che si sarà nascosto qui a Swakompund anche più di un criminale nazista, magari con propositi di filiazione della razza ariana. Appena fuori dalla città ariana e dalla sua perenne nebbia, un deserto assolato per migliaia di km di dune rosse. La notte cala veloce a Swakompund e una ottima cena a base di pesce in un ex rimorchiatore gestito da un ex pugile africano detto Hitman non basta a togliermi di dosso la sensazione che i tedeschi rincasati presto, dietro le loro tendine orlate di merletti, abbiano pezzi di africani dentro i frigoriferi.
No, non ho mai visto niente di più strano della nebbia a Swakompund

Tropico del Capricorno: Prologo

PROLOGO
E dunque ci sono! Oggi è il giorno zero del mio countdown, quello in cui comincia il viaggio!! …Beh, per la verità non sarebbe proprio così giacchè domattina, in ossequio al detto “tail is the hardest to flay (a’ cchiù brutt a scurtica’ è a coda), tengo un simpatico sfratto a Napoli, ad ogni modo mi piace far cominciare simbolicamente il viaggio oggi che è la festa del Qubè. Poi….poi mi aspetta un’avventura della madonna: da Roma volerò mercoledì all’altro capo del mondo letteralmente ovvero a Cape Town e dopo qualche giorno tra questa bellissima metropoli e i suoi dintorni, nei quali pare fanno un vino che pare di stare in Provenza o magari quella spiaggia dove gli squali vengono presi a calci in faccia dai surfisti, partirò per il selvaggio nord. Ad un certo punto del cammino pare si incontri un meterorite caduto dallo spazio e proprio la sta la frontiera con la principale meta del viaggio: la Namibia. Il fattore del meteorite credo non sia casuale giacchè questa terra, almeno nelle descrizioni che sento, pare davvero qualcosa di piovuto da un altra galassia: spazi sconfinati e pressoché disabitati, deserti con le dune più alte del mondo e savane dove vagano indisturbati animali di ogni sorta, dai leoni ai rinoceronti fino persino alle foche e ai pinguini che salgono qui dal non troppo lontano Antartide, canyon che paiono quelli di Marte, coste marine con deserti fin sulla riva e nebbie perenni che sono la sciagura da sempre dei naviganti che qui si incagliano e naufragano. In mezzo una strana e composita umanità di tribù semi-primitive di boscimani e sparuti pionieri, per lo più tedeschi, venuti qui in cerca di fortuna per lo più a scavare diamanti, il che fa si che nel bel mezzo del nulla del deserto affiorino ste città fantasma di minatori in stile figurarsi bavarese….Non so quanto di questo sia oggettivamente fattibile, avrei più o meno pensato ad un elettrizzante percorso che compendia alcune di ste cose strambe tipo la Costa degli Scheletri e il deserto del Namib, per poi raggiungere la capitale e li aggregarmi alle Iene, i Wild dog, esperti locali e con loro partire in tenda alla volta del Kalahari, in lingua locale letteralmente ” la Terra della Sete”, un immenso deserto ove prendere contatto con i cd Boscimani (saremmo entrati ora nella vecchia terra di Beciuania, odierno Botswana), da li puntare verso nord, verso una delle meraviglie del mondo che sin da piccolo sogno di vedere, un luogo ove un fiume enorme si perde nel bel mezzo del deserto dando origine ad un ‘immenso delta, il delta dell’Okawango appunto, infestato di coccodrilli e ippopotami e attraversabile solo in strette canoe di legno. Da li si punterebbe poi di nuovo verso la Namibia e una sua affusolata propaggine di terra incuneata tra Angola e Botswana, cd. “dito di Caprivi”, per raggiungere il bellissimo parco del Chobe, ove vivono più elefanti che in tutto il resto del mondo, e poi puntare verso un luogo del destino, almeno per me, un posto che da quando ho scoperto esistere mi attira e sembra magneticamente chiamarmi come una sirena con Ulisse: l’isola Mpalilla! Si si, si chiama proprio così, io quasi non ci credevo, Mpalilla Island ed è detta tale, isola, non perchè stia sul mare (che è lontano ormai migliaia di km) ma perché sorge alla confluenza di due enormi fiumi, il Chobe e lo Zambesi. A quel punto, dall’isola Mpalilla vedrò dinanzi a me schiudersi lo spettacolo di una delle meraviglie del mondo, le Cascate Vittoria, “il fumo che tuona” in lingua bantù e, attraversando la frontiera con lo Zambia o lo Zimbawne (a seconda della riva prescelta),raggiungerò l’insediamento che porta ancora oggi il nome di colui che compì per primo questo stesso viaggio nel 1855, una delle personaggi che più hanno catturato la fantasia sin da bambino, Sir David Livingstone. Magari mi siederò pure in quella cd Devil’s Pool, quella vasca naturale proprio sull’orlo della immensa cascata, e vediamo se riesco a chiudere i conti con una brutta storia recente….
Vorrei provare a tenere un diario di viaggio ma oggettivamente dubito di potermi connettere a internet molto spesso in ste aree sperdute, ad ogni modo ci proverò e lo chiamerò ” Tropico del capricorno”, non in omaggio a Henry Miller ma perché a quella latitudine più o meno mi troverò.
Forza dunque, verso l’isola Mpalilla! Maronn’i viaggio!