La Nuova Zelanda manifesta il suo splendore già solo a leggere i nomi dei posti. Provate a prendere una carta geografica del luogo e scorrere i luoghi che vi sono riportati: apprenderete di posti chiamati Paraparamu, Takapu Takapu, Rotorua, Totanarutu, nomi che in lingua Maori significano cose bellissime tipo “ il fuoco sotto la terra” , “ la grande roccia alata” e altro ancora. La stessa Nuova Zelanda si chiama in lingua Maori “ Aotearoa”, che significa Grande Nuvola Bianca, quello che sembró ai navigatori Maori quando la videro apparire all’orizzonte mentre veleggiavano alla ricerca di una nuova terra da colonizzare . Insomma, che figata pazzesca! Vuoi mettere, dire “oggi me ne vado a visitare Le Sorelle di Cenere oppure devio fino a Fuoco sotto la Terra? Beh però forse pure Cavallo Danzante merita una visita”. Oddio, sta pure da dire che quando l’operazione della toponomastica è stata lasciata ai colonizzatori inglesi, quelli ci hanno schiaffato dentro tutta la fantasia che adoperano usualmente quando cucinano, quando giocano a calcio e forse pure quando trombano. Cosicché sono venuti fin quaggiù a fondare o ribattezzare città col nome di Thames, Cambridge, Manchester, Norfolk, Plymouth….gli mancava solo di chiamare la capitale London ma lì uno sforzo piccolino lo hanno fatto e l’hanno intitolata al Duca di Wellington, che un suo perché lo tiene. Ad ogni modo sicuramente è sfuggito alla Uallero-Toponomastica British il posto dove sono diretto oggi, che si chiama Mata- Mata. Provo a cercare cosa significa in lingua Maori mata-mata ma senza fortuna, mi pare ad ogni modo di aver capito che in questa lingua il plurale si esprima ripetendo due volte la parola al singolare , ad esempio Sasso si dice Batu e “sassi” dunque Batu Batu. Non svelato dunque l’arcano di che significhi Mata- Mata, apprendo tuttavia una serie di cose interessanti sul posto, che fino ad una decina di anni fa era la più anonima delle cittadine votate all’agricoltura e l’ allevamento di cavalli, che in effetti pascolano numerosi nelle fattorie a ridosso della via centrale del paese e che è in effetti il paese stesso: una via lunga e poco più. Poi il grande botto: da qualche parte nella immacolata campagna circostante la famiglia Alexander, allevatori di pecore da sette generazioni, vende la loro tenuta ad un certo Peter Jackson, che è nato da ste parti ma di lavora fa il regista ad Hollywood. Sorge qui il set del Signore degli Anelli, The Hobbiton movie set, una colossale attrazione che attrae torme di visitatori e rende finalmente giustizia alla bellezza dei luoghi . A dirla tutta Matamata non è proprio a ridosso dell’Hobbiton distandone una ventina buona di km ma volendoci arrivare da soli e non con le visite guidate, non si può prescindere da Matamata. Qui il mio grande amico Chan il Coreano mi ha combinato quello che lui chiama “a good business” in un linguaggio mutuato dalla malavita, come gli piace ostentare. Un suo vecchio amico di tante battaglie, uno che da giovane la comandava assai, verrà a prelevarmi e condurmi all’Hobbiton. Non ho nulla da preoccuparmi, sono in mano a gente di rispetto . Arrivo a sto Matamata e mi avvio al luogo fissato per il “business”, l’unico bar della cittadina gestito da un certo Robert Palmet che ha sette figlie, tutte femmine e pure tutte belle o quasi , come quelle della canzone napoletana che anzi sono sei. Sul muro campeggia una pergamena con la spiegazione della leggenda gotica del Seventh son of a seventh son, che da il nome anche ad un album degli Iron Maiden. È una fosca leggenda di tipo biblico per cui un giorno arriverà uno nato come Settimo figlio da un settimo figlio a sua volta e comanderà il mondo…… Io pensavo di essere venuto a vedere gli hobbit e gli elfi ma mi sa che saranno le creature più normali della giornata. Se da qualche parte nei paraggi hanno girato il Signore degli Anelli, qua sarebbe perfetto per un sequel di Non Aprite quella porta o comunque uno di quei filmetti americani dove i collegiali vanno in provincia per il week end ed esce il tipo dal retro con la maschera da Hockey e la motosega . Poi ad un tratto arriva Lui, l’uomo di Chan il Coreano, quello del “business”. Si chiama Ran, sarà alto quasi due metri e avrà passato da un po’ le 80 primavere . Mi fa segno di seguirlo con la mano come dovessi andare ad assaltare una banca o freddare un infame invece che a visitare il mondo fatato degli Hobbit . Prima di entrare in macchina mi squadra da cima a piedi per diversi secondi , come se stesse pigliando le misure per vedere se tagliato a pezzi o in quanti pezzi potrei entrare nel suo bagagliaio . La faccia proprio quella da serial killer è, mi ricorda pari pari il personaggio di Buffalo Bill del Silenzio degli innocenti con ujna trentina di anni di più; solo all’arrivo rivelerà che mi stava osservando per capire se non fossi un drogato o uno sciagurato come molti giovani d’oggi a suo dire . Beh , grazie per avermi considerato ancora un giovane gli dico congedandolo dopo un viaggio a venti all’ora su di un catorcio che se andavo a piedi facevo prima . Vivrò tutta la vita senza sapere che fine avrei fatto nella malaugurata ipotesi gli fossi sembrato un poco di buono . Ed eccomi all’Hobbiton finalmente. Beh che dire, la prima impressione è notevole, davvero una valle incantata come quella della Contea, cui fa subito da contraltare il ronzio dei tanti bus turistici arrivati fin qui da chissà dove . Sulla mia spalla si appollaiano subito , uno a destra ed uno a sinistra , il Diavoletto e l’Angioletto. Parla prima il Diavoletto, che è un radical chic terribile e mi fa : “ ehhh eccolo qua il Grande viaggiatore……in un posto per pensionati in gita della domenica; manco a Sharm El sheik fanno escursioni tanto tamarre, ahahaha”. Poi appare l’Angioletto, più conciliante : “eh ja Pali, ma guarda che incanto, Dio mio, la campagna , la Contea. Fosse brutto, ti pare lo sceglievano come location per un film . Rilassati e goditi la visita, che già arrivarci qui è una fortuna che capita poche volte “. Alla fine sto a sentire l’Angioletto e mi godo la visita dell’Hobbiton