Conclusione
Quella in foto e’ la centrale nucleare, tutt’ora in funzione, di un paese chiamato Ignalina, nella Lituania settentrionale, una sorta di Chernobyl potenziale o forse anche già una Cripto-Chernobyl. Tra l’altro l’immagine e’ di repertorio perché una vecchia legge di epoca sovietica, recepita poi dal parlamento lituano, espone chi fotografi siti come questo al rischio di un’accusa di spionaggio internazionale. Ne’ io dal mio canto avevo poi tutta sta voglia di avvicinarmi più di tanto a sto luogo sinistro. In effetti sto paese dal nome buffo, Ignalina (e che sorge tra l’altro vicino un parco nazionale stupendo e incontaminato) pare proprio la trasposizione terrestre di Springfield, il paese dei Simpson, coi suoi abitanti che vagano stralunati tra un centro commerciale e una pompa di benzina con alle spalle sto mostro quiescente.
L’ho scelta come luogo simbolico ove concludere il mio viaggio perché mi è sembrato abbastanza coincidente con esso in senso metamorfico. Una mostruosa creazione dell’uomo che si frappone alla bellezza di una natura rigogliosa, cosi’ come un’assurda creazione umana come la guerra (in Ucraina) si è interposta al mio fantasioso e bellissimo disegno di viaggio originario. Ma ad ogni modo e’ stato bellissimo anche così, un itinerario nel cuore di un’Europa diversa, in alcuni punti quasi dimenticata.
La centrale nucleare e’ forse per metafora anche di qualcos’altro che ora si rende necessario: il ritorno alla realtà., dopo quasi venti giorni trascorso zaino in spalla nella beata incoscienza che caratterizza un viaggio del genere. Un volgare aereo da Vilnius mi riporta indietro, ridicolizzando in poche ore il cammino faticoso di tanti giorni tra città, laghi, fiumi e montagne; una velocità, quella degli aerei che brutalizza il percepire degli uomini: in un viaggio la terra va messa sotto i piedi, va vissuta, così da cogliere il paesaggio che cambia, le abitudini e i costumi delle varie genti che cambiano, altrimenti finiamo per somigliarci banalmente tutti dappertutto, questa e’ la mia idea di fondo. L’aereo ripercorre all’inverso il mio percorso e con nostalgia dall’alto un po’lo rivivo: quella assurda città di confine chiamata Suwalko dove niente e nessuno sapeva di cosa fosse la Lituania posta Lia pochi km, la foresta dei bisonti popolata da bisonti umani perennemente ubriachi, Varsavia e il suo ghetto fantasma, Cracovia e le sue folli notti, la Slovacchia dove tutti vanno invece a dormire presto e dove sta quel villaggio di mostri sul lago che pare uscito dal film “Hostel”, il castello di Spis con quei due imbroglioni che si spacciano per maghi, le grotte senza via d’uscita di Aggtelek dove vagano i fantasmi del prof Petre e famiglia da 70 anni, le colline del vino buono come il Sangue delle Belle Donne, Budapest adagiata regalmente sul Danubio, la sonnolenta Drava che bagna Ptuj dove partecipai a quel folle festival di Vino&Scrittura, Lubiana che pare una piccola Amsterdam, il lago di Bled che pare uscito dal “Signore degli Anelli”, il monte Tricorno con quella assurda strada costruita dai prigionieri russi, Caporetto coi suoi boschi intrisi di sangue italiano, il colore acquamarina dell’Isonzo dove felice scendevo in un pericolosissimo rafting, Udine deserta il sabato di ferragosto e il Canal Grande a Venezia dove arrivai dopo quasi 48 ore senza dormire in una sorta appunto di estasi di felicità da inizio viaggio. E come sempre, dall’aereo ripeto in gesto scaramantico, quello in cui ripenso al momento (che vi è sempre) in cui mi sono detto durante il cammino e le sue asperità “ma chi cazzo me lo fa fare?” Eh si, e’ capitato anche quest’anno, su dei monti freddissimi e pieni di nebbia chiamati Tatra, quando semi-assiderato in bermuda dovevo raggiungere il confine con la Polonia. Mi chiedevo soprattutto come avevo fatto mai a non considerare che a quelle latitudini le temperature e le condizioni atmosferiche non potevano che essere tali e invece io avevo preventivato, chissà perché, di trovarmi a passeggiare tra ridenti e soleggiate colline, manco fossi in Sicilia. Ma forse e’ vero che, come canta Battiato, “per chi sa rimanere incosciente, le colline sono sempre in fiore”.

