Oggi vorrei parlarvi del Laos e comincio facendo subito una cernita, individuando uno spartiacque: diciamo che se siete tra coloro che intravedono un luogo di idilliaca bellezza in posti come Dubai e le Canarie, se amate sorseggiare cocktail dall’alto di uno skybar sull’attico di un grattacielo e fare shopping in esclusive strade adornate di grandi firme del settore, beh allora il Laos potete pure tranquillamente cancellarlo dalla mappa geografica, sempre che vi foste mai domandati dove fosse. Questa è una terra che necessita di sue chiavi di lettura non scontate, che potrei in prima battuta individuare nella lentezza e nella riflessività. Impiegherete tempo in Laos per attraversare il fiume e spostarvi poi dalla riva al tempio (non vi dico da una città all’altra…), ci vorrà tempo per farvi servire o ottenere una risposta dai locali, ma sarà un tempo ben speso che passerete a riflettere, e ciò per giunta sarà inevitabile perché è ciò che vi circonda che vi spinge a farlo. La fretta di noi occidentali è agli occhi degli indigeni una sorellastra isterica di qualcosa da cui sembrano volersi tenere a margine o almeno bagnarsi gradualmente: il Progresso. Il Laos è fermo irrimediabilmente ad un momento della storia in cui il mondo stava per accelerare verso terribili disastri, quelli delle guerre mondiali e dei totalitarismi. Il Laos pare languire felicemente come un bambino nel letto prima che la sveglia suoni, cioè un minuto prima di tutto ciò. Vale a dire quando esisteva entro l’Indocina francese, la cui influenza si manifesta qui in misura tangibile e bella, trovando entro questo paesaggio e queste città la materia meglio caratterizzante per forgiare quella sua atmosfera da “vecchio mondo”.
Il Laos era per i francesi di allora, come lo è tutt’ora, una terra di oblio e di una lontananza cercata, qualcosa di simile a ciò che dovette spingere Gauguin ancora più giù nelle isole Marchesi. Ecco Gauguin:
i bellissimi volti dei locali, su tutti i bambini, paiono davvero disegnati dalla mano del pittore di Pont-Aven
Il Paese ha una forma oblunga simile un po’ all’Italia ma senza il mare: il suo mare è il Mekong, che lo attraversa da nord a sud per quasi tutto il suo territorio. Il paese sarebbe teoricamente una Repubblica socialista, al punto da esibire sempre in abbinamento alla bandiera nazionale anche il discusso vessillo con la canonica falce e martello.
Ma francamente non si intravede, nel bene o nel male, nessun impronta di collettivizzazione economica o di altri dogmi del socialismo reale; gli stessi laotiani, come era intuibili, paiono manifestare un interesse del tutto lontano per queste problematiche anzi paiono assai più devoti ai loro antichi re, come quello che regnava su Luang Prabang e tutto il nord del paese finì agli anni ’50.
Il suo regno illuminato fu tollerato, almeno nei confini della sua città o del suo bellissimo palazzo reale , anche dopo l’annessione del Laos ai colonialisti francesi e poi ai giapponesi. Un re che continua a regnare indisturbato mentre tutto il mondo fuori va verso un’altra direzione fa pensare solo e soltanto ad una cosa, un bellissimo film: “L’ultimo imperatore” di Bertolucci.
La cultura orientale ha un tratto distintivo nella venerazione sacrale per il sovrano: che sia esso un re, un monarca, un presidente o un dittatore il popolo tende a considerarlo tutt’oggi come promanazione di un potere divino e la sua parola è indefettibile, a meno che non si macchi di crimini particolarmente efferati. Persino nella sputtanatissima Thailandia, dove tutto è alla mercé del turista, da estensioni sconfinate di terra al corpo di minorenni purché si paghi, persino li accennare al Re di quel paese mette subito in guardia i locali, attenti a cogliere una sola parola non conforme alla qualità di un sovrano che possiate mai proferire: criticarlo può portare anche all’arresto pur in un paese vicino a standard occidentali su diversi aspetti. Pensate pure alla Corea del Nord, che teoricamente sarebbe una dittatura socialista ma il suo capo, figlio e nipote di altri “regnanti”, ha tutti gli attributi del sovrano teocratico, i cui poteri discendono da Dio. Non fa eccezione allo schema certo il Laos e l’ingresso al Palazzo Reale di King Visoun è fatto oggetto di controlli più rigorosi e scrupolosi di quelli, assai blandi in verità, visti alle frontiere e agli aeroporti.
In particolare sono bannate le foto dall’interno del bellissimo palazzo e piomberanno su di voi sole falchi a sequestravi il cellulare se osate trasgredire. Esso è ad ogni modo magnifico con un’atmosfera sospesa tra realtà e leggenda mai vista nei palazzi reali, che di solito non mi piacciono per niente. Qui, come già detto, pare davvero di essere in una storia di Corto Maltese, un libro di Salgari o un film di Bertolucci. O tutte e tre le cose insieme. E terminata la visita, salite al monte Phousi, una montagna sacra locale, a liberare dei beneagurati uccellini tenuti in gabbiette di vimini,
o immergetevi nel paesaggio di colline impenetrabili intervallata solo da risaie che assumono in questa stagione una tonalità di verde quasi psichedelico:
vicino in queste montagne molte minoranze etniche tra chi gli Akha e gli Hmong dalla storia tormentata. Giungerete alla Kuang si falls, dove potrete anche nuotare. È un posto che a chiamarlo Eden non gli si rende giustizia per quanto è bello
Alla base del parco vi è anche una fondazione che si occupa di preservare 30 bellissimi esemplari di orso tibetano, il parente più prossimo del panda con cui condivide il pericolo di estinzione : spietati bracconieri cinesi arrivano a sterminare questi magnifici animali per il solo strappargli la bile, il cui utilizzo nella farmacologia cinese è reputato miracoloso. Razza di bastardi!
E poi la cucina del Laos, uno scrigno di tesori della natura dosati con mani educate dalla maestria francese. Il gusto di ogni cosa è delicato, morbido
Questa è una terra non banale né banale è la scelta di chi ci viene, perché non si capita in Laos per caso. Lontano anni luce dalla frenesia che assale e consuma gran parte delle metropoli dell’Asia di oggi, lontano anche da certe storture economiche, il Laos è lo specchio di un’Asia ormai quasi perduta, una terra letteraria che dona oblio e dimenticanza a chi la cerca .
Già, in un effetti Luang Prabang significa in laotiano proprio questo: “Immagine del regale Buddha” ed è un regno antichissimo incastonato in un fondovalle di una remota regione di monti altissimi, una città-stato dalla storia millenaria.
Ripeto il nome del posto perché credo che, a meno che non siate forti in geografia, non vi dirà molto: Luang Prabang. Siamo nel Laos settentrionale, su una penisola disegnata dall’onnipresente Mekong che qui si incontra o meglio dire assorbe, fagocita dentro se un fiume minore, il Nam Kam.
In linea d’aria non siamo lontani come latitudine dal nord della Thailandia e dal Chang Mai, che disterà forse un 200 km, fatti però di montagne impenetrabili e strade tortuose. Chang Mai è assai pubblicizzata dalle agenzie turistiche thailandesi come una “romantica città d’arte” ma diciamo che in tal senso può giocarsela con una Luang Prabang come il Centro commerciale “Porte della Campania” se la vede con una Siena o una Verona. A proposito della città scaligera, capiterà nei miei diversi giorni di soggiorno qui una coincidenza francamente assai singolare ma ne parleremo magari più avanti: per adesso voglio continuare nell’introduzione alla bellissima Luang Prabang. 

In mezzo, il resto della giornata ci penserà la storia millenaria di Luang Prabang a riempirvelo. Nata come regno in un’epoca in cui la storia si fonde inevitabilmente con la leggenda, Luang Prabang pare debba la sua fondazione ad un essere mitologico asessuato dal viso rossastro ed il corpo filamentoso. chiamato Phunheu Nhaheu, e raffigurato sopra i frontoni di molti templi. La prima fase della sua storia parla di Re dalle sembianze di scimmie e cervi magici e si interseca con le vicende del popolo tibetano e della zona himalahiana, che in questi monti trova la sua estrema propaggine meridionale. Luang Prabang si è poi conservata come , regno a se stante nelle varie fasi storiche, giungendo all’apice verso fine ottocento con un re tuttora venerato dalla personalità ascetica e meditativa, tale Viseoun. Anche la Francia che colonizzava tutta o quasi l’Indocina francese garantii una sua indipendenza al Regno di Luang Prabang e persino la successiva terribile occupazione giapponese nel conflitto mondiale fece salvi i templi e la storia della città. Un regno ascetico in Indocina incastrato tra le montagne e poggiato su due fiumi già di suo fa sognare la mente e scatena la fantasia: le cronache dei viaggiatori francesi di inizio secolo descrivono con vibrante passione questo regno remoto e mistico in cui chi non volesse avere più niente a che fare con la Francia veniva a trovare rifugio . Figurarsi che ancora nel 1930 ci voleva più tempo a risalire il fiume da Saigon a Luang Prabang che dalla stessa Saigon a Marsiglia . La presenza francese è infatti molto ben testimoniata dalle tante case perfettamente conservate in stile coloniale. Lo stesso istituto di cultura francese è un gioiello in tal senso.


l’impatto ormai è inevitabile: memore della esperienza del giorno prima (quando per schivare i rami ci siamo sbilanciati tutti verso un lato facendo rovesciare il kayak) , prendo a urlare a tutti di stare a terra e non buttarsi in un lato. Non saprei dire se mi abbiamo ascoltato o meno, fatto sta che con molta buona sorte evitamo un ribaltamento della barca che davvero avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche. Una tempesta di rami e rovi ci passa sopra le teste come il fuoco di una mitragliatrice, ci graffia braccia, schiena, gambe. Siamo fortunati da non sbattere contro masso o ostacolo rigido che a quella velocità sarebbe stato bruttarello, poi un ragazzino locale davvero con un gesto allaTarzan prende con le gambe in orizzontale a fare al volo leva contro un tronco allontanando di quel mezzo metro la barca per permetterci di passare oltre. Siamo passati, qualche graffio per tutti ma nulla più. Ora peró qualcuno dovrà venire a prenderci, perché siamo ancora alla deriva: con una difficile manovra una seconda piroga ci aggancia e ci fa accostare in un punto dell’isolotto risparmiato dalla corrente. Trasbordiamo e siamo in salvo. Questa davvero me la ricordo finché campo
Vorrei arrisicarmi in qualche modo ma è piuttosto difficile la visita nella stagione delle piogge per vie dei torrenti rigonfi d’acqua. Mi limito così a prendere un banale aereo per volare a nord del Laos verso una città che si annuncia bellissima chiamata Luang Prabang. In verità avrei un mio codice interno per cui dovrei giungere alla meta finale via terra: con l’aereo so’boni tutti e mi ammazza il gusto. Ma un piccolo volo interno al Laos con la compagnia di bandiera locale possiede quel margine di brivido e avventura utile a indorare la pillola. 

in realtà poco più che un gettito di sabbia e fango compatto che il Mekong lascia per strada nella sua corsa verso sud, uno sputo solidificato che il Grande Fiume potrebbe ringhiottire con la facilità con cui un Polifemo si nutre dei compagni di Ulisse prima dell’accecamento. Il riferimento all’Odissea non è speso male, perché il contesto naturale è davvero “post-omerico”, mi si consenta il brevetto di questo affascinante concetto che mi piace proprio assai. Questa è la terra mitica dei mangiatori di loto, i fiori che danno l’oblio, sempre che di terra possa parlarsi atteso che si ha la sensazione di essere su qualche zattera semovente gettata nel Mekong.
Qui il fiume arriva a misurare da una sponda all’altra la bellezza di 14 km (per capirci più del braccio di mare che separa Capri da Sorrento) e, prima di travolgere la Cambogia, si contorce un po’ nervosamente nel suo letto qui, disseminandolo di macchie alberate. La denominazione “4000 isole sul Mekong” che pare sulle prime un iperbole nel neonato stile “post-omerico” è invece tutto sommato realistico, a condizione di poter chiamare isole anche le più piccole striscie di sabbia emergenti dal gorgo. Don Det, insieme con Don Khong è una delle relativamente più estese,
dove è possibile alla river people una vita di pesca e coltivazione del riso negli anfratti di terra non troppo sommersi
Due delle cose che meno amo al mondo sono qui completamente assenti, parlo del cemento e dell’asfalto, mentre due sono le sole strade che esistono a Don Det e non sono certo intitolate ai Mazzini e Cavour locali, giacche si chiamano figuratevi Sunrise strip per quella che corre lungo la costa est e che assiste dunque all’alba, e poi sta Sunset strip sulla costa opposta, quella che vede il tramonto. Tra l’Alba e il Tramonto o viceversa (sono concetti arrotolati uno nell’altro da ste parti), vive entro palafitte di legno una comunità a suo modo variegata e unica, dove agli indigeni, fermi davvero ad un mondo di cento anni fa, si è andata ad unire e a ben amalgamare una umanità di occidentali in fuga dal proprio mondo, dai ritmi che non lasciano scampo alle emozioni e dalle mille responsabilità
per ricostruirne una su basi più gracili come questi sedimenti sabbiosi ma più felice e fissata in belle massime di vita scolpite in pannelli in legno che pendono da tutti i soffitti delle casupole, in una singolare gara a chi espone la sentenza più originale 

L’isola non vanta grosse tradizioni culinarie, eccezion fatta per la pasticceria di alto livello: sulle tavole di ogni locale di Don Det potrete assaggiare, se proprio ne avete voglia, i cd “happy cakes”, specialità della casa che compendia un impasto di pan di Spagna, mango, cioccolato e…..marjuana. La versione 2.0 dei mitologici fiori di loto insomma . A giudicare dagli effetti che noto sui suoi degustatori mi pare di capire sia buono. Ma come occupa poi la scanzonata gente di Don Det il suo tempo nell’arco della giornata? Partecipando per esempio alle magnifiche escursioni in kayak sulle rapide del Mekong organizzati da Mr. Mu (che non sta per mister Muscolo dal momento che ha una panza che io a confronto sono un pallanuotista).
Il fiume qui si contorce in una serie di rapide e cascate dalla forza e gittata impressionante, inoltre più a valle, proprio nello spazio d’acqua dinanzi alla Cambogia vive uno sparuto gruppo di delfini di acqua dolce, il cui avvistamento pare garantito con un po’ di pazienza e occhio lungo. Io faccio squadra in kayak con il mitico Jason, un lungagnone australiano che pare uscito dal grande Lebowsky, le cui enormi potenzialità appaiono subito chiare nel contemplarlo fare colazione a whisky & cigarettes….
nella sua forma un po’ tozza e una testona deforme che francamente mi ha ricordato la forma di un pisello. Per capirci vi mostro una foto di repertorio non certo scattata da me
vi e poi tempo per una faticosa risalita in kayak in territorio laotiano fino ad un’altra roboante cascata, la cd Khone Papheng in cui il Mekong davvero si mostra con la potenza di una divinità
Secondo me gliela tagliano ma sento dire che si tratti di una razza locale: il fatto è che lo sento dire ai consumatori dei pan di Spagna bagnati alla maria che certo non paiono dei campioni di attendibilità.
Gli hippie o freak volevano cambiare il mondo per provare a riscriverlo con poche e semplici ingenue regole di vita. Ad un certo punto della storia erano diventati tanti e gonfiarono le università e le piazze ma non era ovviamente che una stagione fugace. Furono presto sconfitti e dalle città arretrarono alle campagne, poi a posti sempre più remoti dove mettere su una vita rilassata e basata su poche convenzioni. Le 4000 isole sul Mekong restano la loro inespugnabile Stalingrado, con la loro ubicazione così impervia in un buco del culo dell’Atlante geografico e il Mekong gigante buono a proteggerli con le sue rapide e cascate dal Progresso, altro gigante a volte buono a volte no. È un luogo magico e crepuscolare che scomparirà da un giorno all’altro come queste isole che prima o poi il Grande Fiume inghiottirà . Sta da capire insomma quale dei due Giganti farà prima in una mitologica contesa. Per ora le 4000 isole vivono e sono la realizzazione di una vera e propria utopia, nel senso quasi scientifico del termine (sarebbe più corretto parlare di “ectopia” ma vabbè): queste isole sono la declinazione freakkettona del regno di Utopia 



Tredici ore di odissea per essere qui ma capiamo subito che ne è valsa la pena: questa è la mitologica Terra dei Mangiatori di loto, un posto fuori dal mondo in ogni senso, di cui capisco subito che mi innamorerò perdutamente ma di questo parleremo domani.
A proposito di fiori di loto, il pensiero va ovviamente al mio grande amico Jerry, il Loto per antonomasia: mi pare subito di capire che questo è il posto suo, ce lo vedrei proprio bene qua, anzi mi pare che ci manca sul’iss…

La platea umana stipata entro la carlinga di questo quadrimotore della Thai Airways non è di quelle che troveresti ad un seminario sul flusso di coscienza di Joyce o ad un vernissage sulle avanguardie russe, ma assai più probabilmente in qualche postribolo di Patong o su qualche ex paradiso tropicale “abbellito” da sale Bingo e grattacieli in vetrocemento con le fondamenta impiantate a mare o meglio ancora direttamente sulla barriera corallina, così che si possa fare snorkeling e dare una controllatina al locale caldaie contemporaneamente, l’utile e il dilettevole in estrema sintesi. Niente di così terribile ad ogni modo, purché non mi salti in testa di parlare di robe come Salvini, che qualcosa mi dice qua a bordo sia un idolo incontrastato, ma meglio lasciarsi alle spalle certe miserie quando si vola così lontano. Proprio in questo momento, a metà percorso di volo grossomodo, stiamo sorvolando una terra che nelle mie bizzarrie sogno di visitare, il Turkmenistan: riconosco dal finestrino le luci della capitale Ashgabat, che significa “.regno di luce” ed dicono sia una sorta di allucinata Las Vegas asiatica nel bel mezzo del nulla, e più avanti quelle di una città chiamata Mary e fondata da Alessandro Magno. Ma il pezzo da novanta che mi tiene incatenato al finestrino sarebbe quello di riconoscere da qua su un luogo chiamato ” Hell’s Gate”, la Porta dell’inferno insomma, un gigantesco cratere residuo di una miniera di gas che sprofonda per kilometri nella terra: un bel giorno si incendió per mano dell’uomo e nessuno sa più spegnerlo.
Prima o poi ci andrò. Piuttosto però direi che se mi metto a descrivere pure i posti che vedo dal finestrino dell’aereo qua facciamo notte e allora torniamo a quello che è il programma di viaggio, che già di suo è bello corposo. Dunque domattina atterro a Bangkok ma vado subito via verso un luogo che riassume forse il peggio di tutto ciò che la Thailandia possa offrire, un postaccio chiamato Pattaya, ma da lì devo prendere un battello per raggiungere un’isola assai bella situata poco più a sud, di cui so poche e molte cose insieme. Non so ad esempio quale sia il nome dell’isola , ma so invece di una spiaggia sovrastata da una collina, su cui dovrebbe stare un tempio e persino signora a detta di qualcuno la cuoca più brava di tutta la Thailandia. Dopo aver organizzato una quarantina abbondante di cacce al tesoro a Capri, mi tocca dunque ora di risolverne una in un’isola thailandese, sfida accettata! Il tesoro però qui non devo trovarlo, ma semmai in qualche modo perderlo…..ma sono cose personali. Ad ogni modo proseguendo, credo che scenderò la costa orientale fino ad una delle poche mete non ancora squarciate dal turismo di massa in Thailandia, ovvero l’isola di Koh Chang, che in lingua locale significa “elefante” ed è un parco naturale. Sulla vicina terraferma raggiungerò poi la polverosa città interna di Chantaburi, dove avidi uomini di affari commerciano e contrabbandano pietre preziose e zaffiri: da qui non dovrebbe essere difficile varcare il confine con la Cambogia e proseguire in direzione della città coloniale di Battabang, dove al tramonto pare che da una grotta situata vicino ad un tempio milioni di pipistrelli saltino fuori ad oscurare il sole. La città è sede di un porto fluviale sul Mekong, da cui parte un romantico e lentissimo battello un tempo usato per il trasporto di bambù, che risale in un giorno circa il grande fiume e poi il lago Tonle Sap sino a Siem Reap, ove ha sede l’Ankwor Wat, una delle meraviglie della terra: una sorta di Pompei della cultura locale Khmer sepolta dalla giungla, templi e guglie che saltano fuori a centinaia tra le liane e le mangrovie. Risalendo ancora il Mekong in direzione est dovrò poi arrivare al confine con il Laos, paese da cui mi aspetto moltissimo, per varcare la frontiera in un punto in cui il Grande fiume si allarga fino a sembrare un mare e dare luogo ad uno scenario detto “le 4000 isole sul Mekong”: pare che diverse di queste siano abitate dalle ultime comunità di hippie, mentre tra le onde del fiume che sembra talmente un mare nuotano persino i delfini, quelli di acqua dolce e che sono di colore rosa. Proseguirò poi per una delle mete più belle di tutta l’Asia, la città religiosa e capitale spirituale del Laos Luang Prabang, un posto che dicono magnifico con cascate e decine di templi buddisti, da cui all’alba fuoriescono piccoli monaci in tunica arancione a chiedere l’elemosina in una appassionante processione. Da qui dovrò poi spingermi a est atttaverso il selvaggio altopiano del Bolaven e varcare da qualche parte nella giungla il confine col Vietnam, per raggiungere una regione di grotte carsiche e torrenti sotterranei di grande fascino, poi scendere nella storica cittadina di Hoi An e la sua gemella Hue, prima di risalire il Fiume dei Profumi alla ricerca del generale Kurz di Apocalypse now. Sará poi la volta delle risaie del nord e della magnifica Halong bay, prima di tuffarmi nella caotica capitale Hanoi e cercare di rimediare il visto (l’unica cosa che mi spaventa di tutto sto ambaradan: la burocrazia) per la successiva tappa: la Cina. Del gigantesco paese credo che ricaverò una sezione interna, lontano dalle infinite megalopoli della costa. Dovrei visitare la bella Guilin con quelle bizzarre montagne gialle specchiate sul lago, poi Fenshuan con le palafitte sul fiume ed una lontana località di montagna, dove i picchi assumono forme così strane e appuntati da essere stata la location del film Avatar . Forse riesco a passare pure da Xian dove risiede sottoterra l’esercito di terracotta a eterno presidio del suo imperatore morto, ma dovrò assai presto indirizzare la bussola verso il Sichuan dove vivono i panda e provare di montare su questo incredibile treno che si inerpica fino ai quasi 5000 metri del Tibet e della capitale Lhasa. Si , il Tibet, cosa dire prima di esserci stato non saprei. Mi limito a dire che non lontano da qui sorge quel luogo chiamato Shangri-la, il paradiso di cui si parla appunto nel libro “l’orizzonte perduto” che ricorre ancora dunque . Da qui in avanti la storia dovrebbe diventare un’avventura di quelle che ricorderò tutta la vita: proseguirò ora in direzione ovest, attraversando l’Himalalaya lungo l’unica valle che lo percorre da Est e Ovest, l’antico Regno di U: si chiama proprio così, Regno di U con una sola lettera. Alla fine dovrei arrivare dalle parti dello Xiinjang , la “nuova frontiera” regione annessa alla Cina da ultimo ma a maggioranza musulmana. In particolare qui sorge la mitica città di Kashgar, caravanserraglio già noto a Marco Polo. Più avanti, un torrido deserto evitato dalle rotte carovaniere e dallo stesso Marco Polo detto Taklimakan, letteralmente in lingua cinese “se entri, non esci”. Non vi sono strade, unico mezzo di locomozione possibile il cammello. Ad un certo punto, come per via di rarissime condizioni geografiche registrate solo qui , le sabbie del deserto cominceranno a confondersi con la neve perenne dei ghiacciai e una strada detta “Karakoroum Highway” dovrebbe saltar fuori….alla fine di essa pare ci sia un altro caravanserraglio propio al confine col Pakistan: a svariate migliaia di metri di quota, da questo punto ma solo in alcune giornate assai rare invero, appare all’orizzonte la vetta di un monte, il secondo per altitudine al mondo dopo l’Everest ma secondo alcuni criteri di misurazione persino più alto di qualche decina di metri: è quella la mia meta di arrivo, l’orizzonte perduto e nebuloso da ritrovare, il maledettissimo K2.