Per quanto disagevole, spostarsi su queste strade sconnesse e incontrarvi le più disparate genti ha un fascino enorme e irresistibile, ancestrale ed onirico oserei dire : ci si sente come un carovaniere forestiero giunto sulla Via della Seta ad un caravanserraglio a chiedere indicazioni su quale sia la rotta per Samarcanda ad pastore nomade che poi si rivela un guerriero ostile e sfodera la sua scimitarra , o come un soldato disertore di un esercito in rotta , a cui capita di venire folgorato dallo sguardo di una principessa prigioniera nelle torri di un emiro malvagio, come in una novella delle “Mille e una notte”, che altro non so dove possa essere ambientato se non qui, tra i Regni perduti di Corasmia e Battriana, tra le mille stanze segrete di palazzi dorati. Questa la fantasia, la descrizione onirica: la traduzione empirica sta da dire differisce un pelino ed io del mio ce lo metto, già. Perché devo ammettere che ho un gusto sordido e quasi irritante per le cose inusuali e sbreveze, che prende talvolta il sopravvento in misura alterante. Cioè, se sento nominare un posto usuale e facile a raggiungersi mi appare ovvio e banale, mentre mi solletica geneticamente qualsiasi cosa appaia remota e sperduta, meglio ancora se dotata di un nome astruso ed inusuale. In questo senso sta repubblica del Karakalpakstan, impronunciabile oltre ogni dire, ha finito subito per accedere una tempesta di fenormoni nel mio immaginario peggio di quelli che un documentario di Alberto Angela scatena in una casalinga annoiata. Ma arrivarci in Karakalpakstan, e ancora dopo tornaci… Se l’andata tutto sommato va benino, col mio driver che mi scorrazza in giro per fortezze abbandonate nella steppa, espugnate prima da Alessandro Magno e poi da Tamerlano, e per le reliquie del Lago d’Aral simile ad una tomba del Progresso, il ritorno sulla strada per Samarcanda si rivela piu disagevole del previsto, con l’inserimento di un treno notturno che dovrà scarrozzarmi oltre la Corasmia verso la Battriana, nell’oasi della misteriosa Bukhara. Non è proprio come prendere un Frecciarossa per Venezia Santa Lucia o Firenze Santa Maria Novella, eh no….alla stazione ben oltre la mezzanotte siede in attesa del treno una umanità disparata e bellissima, espressione di una società multietnica e composita come quella dell’Uzbekistan: pastori locali di tratti somatici turchi, donne kirghise con gli occhi mandorla fasciate nei loro bellissimi abiti a fiori, gente vestita all’occidentale, qualche sparuto viaggiatore straniero. Arriva il treno che è un’anticaglia sovietica, ben diverso da quelli ad alta velocità di fabbricazione spagnola che solcano la steppa nelle sole ore diurne. Mi accomodo, si fa per dire, nella mia cuccetta superiore dove ci starebbe a malapena un bambino o la metà del mio corpo non proprio esile e vabbè. Se questa notte faccio un incubo e mi muovo di soprassalto, vorrà dire che precipito di sotto dove siedono due turiste orientali, forse Coreane, che sulle prime paiono graziose ed il meno peggio di quello che mi poteva capitare. Col cazzo! Serrata la porta della cuccetta, si svela in maniera massiva e devastante un odore caprino, di agnello o qualche ovino degli armenti della Corasmia, che è qualcosa di nauseabondo oltre ogni dire . Non so cosa possano aver mai fatto st sue coreane per puzzare di sta maniera di piecoro, se una escursione di turismo sostenibile in una fattoria locale o un bagno sulfureo in una vasca di sterco di capra ma è davvero infernale il fatto . Esco in corridoio mentre fuori dal finestrino scorre il deserto del Kyzilum di sabbia rossa e nera . Incontro un tizio locale di etnia Kirgisa con occhii a mandorla innestati su un faccione da pugile , che esce dalla ”lussuosa” toilette e mi dice qualcosa con un sorriso da commedia americana del tipo “è tutta tua, bello!”. Si apre la porta dell’intento, dove l’ex pugile kirghiso dagli occhi a mandorla ha lasciato un ricordo indelebile e insmaltibile della sua cena. Si consideri che la cucina uzbeka contempla il solo ingrediente della cipolla con a fianco qualcosa altro, carne o verdura, ma cipolla ovunque anche nella frutta o nei dolci. La più densa delle genovesi napoletane è una pastina inodore a confronto . Potete capire quale sia la nuova fragranza cromatica cui vado incontro. Provo a scappare sull’altra carrozza ma è un’operazione difficile e perigliosa su sti treni da vecchio west e carrozze arrugginite e cigolanti tra un vagone e l’altra. Torno nel corridoio dove ritrovo l’ex pugile che mi guarda con aria di chi cerca un complice . Ad ogni persona che raggiunge la toilette, lui mi lancia un sorrisone e sussurra qualcosa iin uzbeko del tipo “ non sanno cosa li aspetta” e si lancia in una profonda risata a bocca aperta. Siamo io e lui a condividere questo sconcio segreto nella notte su un treno che scorre nel deserto del Kyzylum. Tra coreane al caprino ed indigestioni di cipolle uzbeke, una tempesta sensoriale fino ad arrivare all’alba nell’oasi di Bukhara, antica capitale della Battriana. Roba che manco in “Ultimo tanfo a Parigi”
Tag: Karakalpakstan
Alexander- giorno 14: Il Regno del Nulla
Esiste una Via della Seta di cui più o meno tutti parlano e hanno conoscenza e che da queste parti disegna alcune delle sue tappe cruciali più note . Ma credo di aver capito che corra da queste parti anche una sua sorella povera, dal percorso mutevole e che si tinge di tinte più fosche, la Via del Cotone. Si, perché in queste sconfinate steppe dell’Asia centrale che spesso tracimano in deserti, non cresce molto altro che la pianta del cotone . A differenza della sua sorella nobile Seta che arriva sulle rotte carovaniere dalla Cina, il povero Cotone è ovunque qui: dagli aridi campi spuntano a migliaia come alabarde fragili questi giunchi adornati di un pennacchio piumoso, che talvolta vola via col vento raggrumandosi poi in pallottole simili a giganteschi zuccheri filati sui filati degli alberi o sulle pareti dei minareti . A ben pensarci, il cotone è la prima cosa che ho visto appena entrato in Uzbekistan, migliaia di piume che volavano nell’aria di quella stazione ferroviaria. Quella pianta tuttavia, pur essendo anch’ella “contenta dei deserti”, per crescere di un po’ di acqua pure deve trovarla, e qui arrivano i guai, perché l’acqua qui è davvero poca . Così poca che il rinvenimento di una sorgente o una pozza viene riportato perfino nella Bibbia, come quando si narra di Giobbe che col bastone colpi la terra e subito da essa sgorgó l’acqua intorno a cui sorge l’Oasi di Bukhara, o quando la esatta medesima cosa fece Sem figlio di Noe, dalla cui percussione del suolo sorse la pozza intorno a cui nacque Chiva. Chi invece da ste parti non dispone di un superoe biblico pronto a battere il suolo per trovare una fonte, altro non può fare che andarsi a prendere l’acqua dall’unico fiume nel raggio di un migliaio di km: L’antico fiume Oxum attraversato da Alessandro Magno nella memorabile conquista della Sogdiana. Oggi si chiama Amu Darya ma passa da un’altra parte rispetto a dove la Madrenatura lo aveva collocato . Si, perché i sovietici, che in tema di disastri ecologici sono sempre stati da podio olimpico, qui ai tempi della loro dominazione hanno realizzato proprio il loro masterpiece,a imperitura memoria di quanto l’Uomo possa ingenerare terribili disastri. Il corso dell’Amu Darya è stato deviato di circa cinquecento km poi a sud, al fine di irradiare d’acqua i campi di cotone posti piu a sud, abbandonando a se stesso il freddo nord. Per la verità la stessa impresa era già stata tentata ed in parte riuscita , scopro con enorme sorpresa, da un Khan, un Sovrano locale, nel Seicento, dando luogo alla reazione di quelli rimasti a secco ed a decenni di guerre tra i Khanati di Sogdiana e Corasmia. Ma chiaro che i mezzi tecnologici erano diversi e l’impatto più risicato. Ora l’ingegneria sovietica fa scendere la sua scure più affilata ed il disastro piu grande è un altro: l’Amu Darya era l’immissario principale di un lago che allora era il più grande del mondo e classificato da alcuni addirittura come una mare, il lago d’Aral. Che sia stato un lago o un mare, ora l’Aral non esiste più: è un deserto ricoperto di sterpaglie da cui vola via sabbia e tutte le schifezze riversateci dentro quando era rivolto d’acqua. Le navi che un tempo lo solcavano per la fiorente pesca allo storione giacciono poggiate sul deserto,’come in torvo film di fantascienza post-nucleare; l’aria è spesso irrespirabile per le tormente di sabbia e la gente che vi abitava, rimasta senza acqua ne aria respirabile, un po’ come un pesce fuor d’acqua è per lo più emigrata, lasciando questo enorme fazzoletto di terra praticamente disabitato . Questo lembo sfortunato di mondo, che quasi beffardamente inizia appena varcato il ponte sull’Amu Darya, ha anche un nome e una sua costituzione in Repubblica autonoma con una sua bandiera e una sua indipendenza amministrativa, quasi uno Stato a se stante porta-bandiera olimpico della Sfiga (oddio la lista sarebbe lunga) e di cui sembra non fregare un cazzo più a nessuno; ad ogni modo, un micro-stato da poter ascrivere con orgoglio alla lista di quelli visitati: questo è il Karakalpakstan, il Regno del Nulla.