L’orizzonte perduto – Giorno 19 : il ponte di Ba Na (…Le)

Una certa curiosità in Vietnam continuano a destarla i nomi: lo sapete ad esempio che il principale sito archeologico di questo paese, antica capitale del popolo Cham, prende il nome di My Son, letteralmente “mio figlio” casomai fosse stato un villaggio americano? A dirla tutto però proprio qui gli yankee hanno scritto una delle pagine più ingloriose della loro storia, riuscendo nell’impresa di bombardare per più volte e distruggere i tre quarti degli oltre sessanta templi un tempo presenti, si che ora se ne contano solo venti peraltro in malandate condizioni. E purtroppo non è manco la cosa peggiore fatta dall’esercito a stelle e striscie in questa zona di mondo : a poca distanza sorge l’altro villaggio dal nome simile di My Lai, dove i soldati americani si macchiarono di una carneficina nelle modalità e nei numeri vicina alle stragi naziste di Marzabotto o le Fosse Ardeatine, per pescarne un paio nel orrido mucchio. Il 16 marzo del ’68 un battaglione della 13esima divisione di fanteria americana, in gran parte composto da soldati ubriachi e sotto effetto di droghe, entró in questo remoto villaggio alla ricerca di guerriglieri vietcong e, per motivi mai chiariti, si dedicò per ore alla Barbara uccisione e addirittura mutilazione dei cadaveri di un numero impressionate di civili completamente disarmati: 514 secondo le autorità vietnamite, 347 le vittime ammesse dagli americani. Un numero piuttosto esiguo di soldati americani fu condotto a processo, terminato con la peraltro tenue condanna di un solo individuo, tale maggiore William Calley Jr. La nuova Sand Creek americana finì come è ovvio per far deflagrare ancor più le proteste in patria contro la assurda avventura neo-coloniale, accelerando il processo di dismissione .

Ma io come ci arrivo a My Son, distante circa 50 km dalla cittadina di Hoi An ? Se c’è una cosa che in viaggio non tollero è quella di essere trattato da turista babbeo, di quelli a cui rifilare pacchetti all-inclusive dove ti vengono a prendere in albergo e ti smollano a far vedere tutto ciò che dicono, compresi negozi di cianfrusaglie e ammennicoli inutili uguali a tutte le latitudini del pianeta. Bene l’escursione a My Son è pubblicizzata in ogni angolo di Hoi An dagli abilissimi mercanti locali secondo questa modalità, in particolare le addette al desk dell’albergo si spendono in parole melliflue per rifilarti sto pacchetto omni-comprensivo. Non è per i soldi (che sperpero per decine di altre cazzate) ma D un tratto mi ribello e mi sovviene che ho una carta magica da giocare un personaggio sulla sessantina suonata sempre della gamma del Grande Lebowsky che il pomeriggio mi ha dato uno strappo in moto fino alla spiaggia : lo contatto, concordo un prezzo e via !born to be wild !!!!

La visita è bellissima ma assai breve perché ho già nel carniere la prossima meta: da queste parti, nella regione collinare di Ba Na, sorge una vecchia “Hill station” edificata negli anni ’20 dai francesi per scappare dal caldo asfissiante della pianura. Sul sito ormai abbandonato pare che i vietnamiti abbiano edificato uno spettacolare ponte sospeso di recentissima inaugurazione, luglio 2018 addirittura, di cui parla tutto il mondo ….Mantengo un mio scetticismo perché dalle foto mi pareva una mezza tamarrata ma intanto mi avvio, chiedendo al mitico easy rider Mr Thai di dare una acceleratina al gas. Giunti a piedi delle colline, mi congedo da lui e mi precipito a prendere questa mastodontica funivia con cui scalare i duemila metri di dislivello e raggiungere il ponte Si tratta di una cabinovia entrata già per ben tre volte nel Guinness dei primati, per essere la più lunga (6,5 km), la più veloce (sembra di stare su un aereo) e la più complessa, con le sue articolazioni su 12 diversi settori collegati. La montagna invasa da questa ragnatela di cavi di acciaio rivela ad ogni modo ancora un paesaggio quasi vergine sotto la navicella spaziale sullo sfondo Da Nang con il suo skyline e il mare ma eccomi ormai alla prima stazione, questo benedetto ponte sospeso dall’altisonante nome di “Golden Bridge”due gigantesche mani di pietra levigata sembrano sospenderlo sull’abisso mentre una passerella sospesa nel vuoto è battuta da migliaia di persone per lo più vietnamiti venuti a contemplare l’ultimo disegno di una smisurata voglia di grandeurdevo dire che l’impressione di qualcosa di decisamente tamarro non è smentita ma ad ogni modo serve a rendermi l’idea meglio di tutto di cosa voglia essere una certa parte di Asia oggi

uno sconfinato desiderio di sentirsi grandi in tutte le direzioni : grandi nei numeri, grandi nelle dimensioni e nelle citazioni . Pensate che al “Golden bridge” si accede con una stazione chiamata della mega- funivia chiamata “Louvre” e non è che la prima fermata: più in alto, in una sorta di “agorà” sulla collina i vietnamiti hanno costruito, al posto della malandata Hill station coloniale francese, una intera città-lunapark che è riproduzione di una città francese medievale. Sulla scia di Las Vegas e Macao, dove sono riprodotte Venezia a Pompei, qui sull'”agora ” c’è la copia di Notre Dame e del pont Neuf mentre tutto intorno sciamano bande musicali e bambini su slittini e montagne russe un posto di una pacchianaggine sconfortante e demenziale ma che alla fine, in un viaggio così lungo e variegato, sono contento di aver visto

L’orizzonte perduto – Giorno 18 : Hoi An, un anagramma di storia e bellezza

Bene, cominciamo subito col rivelare quale potrebbe essere mai quest’anagramma: semplice Hoi An, mia meta di arrivo, è l’anagramma della mia meta di partenza Hanoi. Simpatico no? Poi sarebbero possibili pure altri anagramma, il più criptico dei quali potrebbe avere come frase introduttiva ” la prima aspirazione del Califfo” (inteso come Franco Califano”: dunque come prima aspirazione avremo non ciò a cui state pensando ma la lettera aspirata H……e tutto il resto è noia (restano le lettere OI AN). Think palillians! Detto questo Hoi An è davvero bellissima: adagiata su un ansa dell’omonimo fiume, si compone di due parti su diverse isolette fluviali unite da ponti. Già i ponti i ponti sono la migliore chiave d’interpretazione per capire Hoi An. Questo bellissimo in foto è il famoso “Ponte coperto giapponese”, una sorta di Ponte Vecchio in salsa nipponica nel senso che come quello fiorentino ospita al suo interno spazi coperti e alloggi che erano la dimora dei mercanti giapponesi. Altri mercanti venuti dalla Cina provvidero invece ad edificare il più grande Ponte Cinese nei cui dintorni decine di barchette si agitano in antichi traffici e più recenti giri turistici. La città è storicamente infatti sede di mercanti sin dai tempi di Marco Polo: i venditori di seta venivano qui da ogni angolo dell’Asia per scambiarla con spezie o venderla a qualche intrepido mercante europeo. Molte infatti le abitazioni in stile francese Ma le case più belle di mercanti sono quelle che appartenevano alle ricche corporazioni di mercanti cinesi, simili quasi a dei templi Erano le sedi di gilde di mercanti divisi per regione di provenienza: quelli del Fujan, dell’isola di Hainan, del Guanzhou e fungevano anche da sacrari religiosi e tribunali. Il per la casa-bottega più bella va comunque ad un mercante locale, un certo Tan Kydi famiglia poverissima e rimasto orfano in giovane età, Tan Ky riuscì a mettere su un’enorme fortuna col commercio di seta, oltre a rivelarsi un benefattore ed un mecenate per la sua comunità. Alla sua morte migliaia di persone da ogni angolo del Vietnam portarono doni nella sua bellissima casa in legno pregiato.

Hoi An è davvero bella e come tutti i posti belli paga un dazio all’enorme sviluppo turistico ma ha saputo ad ogni modo mantenere la sua identità . Poi se il caldo opprimente diventa insopportabile, potete fare sempre un salto sulla bellissima spiaggia di An Bang, di fronte alle remote isole Cham paradiso dei sub per i fondali ricchi di coralli e pesci tropicali. Sorge nei pressi anche il bellissimo sito di My Son, antica capitale del regno ChamE poi sta la ricca cucina locale, una tradizione secolare che inventó secoli orsono il genere cd fusion. Specialità della casa ?nientedimeno il “totano abbuttunato”! Qui però lo guarniscono con carne di maiale, che con 35 gradi anche di notte e umidità vicina al 100% non se ne scende proprio easy ma va bene lo stesso.

Visitate Hoi An!

L’orizzonte perduto – Giorno 17 : i treni per Da Nang

Una cosa fondamentale di un viaggio credo sia l’atteggiamento, intendo quello di fondo con cui ci si relaziona alle cose, lo spirito con cui si vive ciò che sta accadendo e ci si prepara a ciò che accadrà. Solitamente per mio conto, anche se forse la carta d’identità e credo anche l’aspetto esteriore suggeriscano ormai altri profili , cerco di avere sempre lo spirito del backpacker, quello da viaggiatore giramondo zaino in spalla molto easy going che vive il viaggio un minuto alla volta e prende con un sorriso anche eventuali contrattempi e mancanze altrui, includendole quali spunti dell’avventura che si sta vivendo. Questo è quello che di fondo mi ripropongo, quasi come un credo ideologico, ma non sempre vi riesco. Capita anche a me a volte di svegliarmi in viaggiocon un altro atteggiamento di fondo: quello della pereta/tracina in vacanza. Ho unificato i due concetti all’apparenza affini ma credo sia possibile una distinzione e, senza dilungarsi troppo in analisi antropologiche, direi che potremo fare una sorta di bird-watching: per osservare un esemplare di pereta in vacanza non dovete fare altro che recarvi in questi giorni ad una qualsiasi ora del giorno ad un tavolino di un bar della piazzetta di Capri, che a fine estate ne è affollata come uno stagno della Camargue lo è di fenicotteri prima della migrazione invernale. Stanno li quasi tutto il giorno, persino il mare è considerata un’attività ingombrante e che sottrae energie preziose al fulcro della loro vacanza, che è quello di rivendicare il proprio status di Signora. Laddove ciò gli viene sottratto o non riconosciuto con la giusta dovizia, la Pereta pardon la Signora parte con la lamentela: contro “la Capri di una volta che non c’è più” così come contro “la Capri vecchia che non si evolve verso nuovi nuovi modelli” tipo Ibiza, due aspetti non proprio collimanti anzi antitetici ma vabbè. Più difficile e meno scontato invece il bird-watching della tracina vacanziera, che nidifica un po’ ovunque ma con minori versi di richiamo. La sua forte tendenza a scambiare attacchi di bile e isterie patologiche per crociate sante in nome della Moralità e della Giustizia, vorrebbe che le masse dormienti la seguissero in roghi pubblici e lapidazioni contro la casta di corrotti che fa partire i treni sempre in ritardo, le compagnie aeree con quella aria condizionata a palla che fa venire la polmonite ai bambini, i tassisti che fregano la povera gente sul tassamentro e l’albergatore che ha la piscina con troppo cloro: la sua vacanza è una sorta di class action perpetua, una battaglia nevrotica contro le ingiustizie del mondo.

Ecco, tornando a noi stamattina mi sono svegliato con in testa un cocktail delle due situazioni descritte e quindi con questo gradevole status of mind mi tiro prima una bella questione con la tipa della reception per via dell’aria condizionata scassata o meglio dire non regolabile; conosce solo due funzioni : On e ti ricostruisce in pochi istanti il microclima di Vladivostok a Gennaio, Off e in pochi istanti ti ritrovi nel bel mezzo del deserto della Dancalia a confine tra Etiopia ed Eritrea pur non essendoti mai mosso dal tuo letto. La notte di alternanza tra la taiga siberiana e il “deserto dei deserti” ha influito parecchio sull’umore, così continuo a colazione a tirarmi la questione con due cinesi, cui faccio notare due delle cose che mi danno più fastidio quando sono in modalità pereta/tracina: il parlare a voce troppo alta ed il mangiare a bocca aperta. Passi il primo ma sta da dire che il secondo aspetto costituisce una prassi piuttosto diffusa e certo poco gradevole a tutti i paesi asiatici: sono giorni che mi siedo a tavola a gustare le prelibatezze del cibo vietnamita ma mi trovo sempre di fronte qualcuno con la bocca aperta come una betoniera che impasta il cemento (anche a livello sonoro credo che il paragone sia calzante). Ed a tal proposito non vi dico quando prendono a degustare alcune delle specialità locali quali zuppe o noodles: i picchi in microfrequenze raggiungono livelli improponibili, a meno che con molta fantasia non si riesca a chiudere gli occhi e riportare quello squittio sonoro con l’immaginazione da un’altra parte con altra gente, sotto la scrivania di Clinton per fare un esempio.

Farei bene tuttavia a dismettere subito questo atteggiamento per non appestarmi la giornata odierna, che tra l’altro è una di quelle più on the road di tutto il viaggio, contemplando un magnifico viaggio in treno dal nord al sud del paese.

Il viaggio si fa subito magnifico con il trenino che sferraglia lento in un paesaggio davvero singolare: a sinistra il mare, a destra altissime montagne e in mezzo un esile binario come a fare da spartiacque. Piacevole il clima a bordo, dove capito in cuccetta con due vietnamiti e un italiano grosso esperto di storia Cham, l’etnia fondatrice del Vietnam antico. Si trattó di un popolo dal passato fulgido, in perenne conflitto con i khmer dell’attuale Cambogia, gli edificatori dell’Angkor wat per capirci. I Cham (o Champa) non furono da meno nel costruire templi che facessero tremare le ginocchia per la loro magnificenza ma gran parte di quel patrimonio è andato perduto, anche per via degli sciagurati bombardamenti americani durante il conflitto. Certo bisogna avere davvero la merda nel cervello per bombardare un sito archeologico ma purtroppo scoprirò non essere stata nemmeno la peggiore delle nefandezze compiuta quaggiù dagli yankee.

Valichiamo uno spettacolare passo di montagna detto di Hai Van che in pratica divide il nord dal sud del paese, proteggendo quest’ultimo dai freddi “venti cinesi”, ed entriamo in quello che anche politicamente era il Vietnam del Sud prima della riunificazione di Ho Chi Minh.All’ arrivo di questo fantastico viaggio in treno, una sorta di Oriente Express sfuggito al Progresso, giungiamo a Da Nang, quello che era il porto di sbarco dell’esercito americano in Vietnam. Una certa influenza americana è in effetti tangibile con la città che ha assunto uno skyline alla Miami

Ed un ponte cd del Drago che la sera si illumina in mille giochi colorati. La città ospita un eccezionale museo della cultura Cham, visto che questi capolavori all’aperto diventavano bersaglio per i Rambo dell’aviazione a stelle e strisce

Per il resto Da Nang non offre molto ed in infatti è base di partenza per la mia prossima destinazione:

Oltre queste bizzarre montagne dette “di marmo” perché effettivamente vi si estrae esso, sta la magnifica Hoi An, su un ansa del fiume omonimo, fiabesca città di mercanti sin dai tempi di Marco Polo.

Ma di ciò parleremo nella prossima tappa di questo incredibile viaggio