L’orizzonte perduto – Giorno 14 : the road to Monkey island

Monkey island è il nome di un fortunato videogioco che faceva furore su per giù negli anni’90 al quale francamente non credo di aver mai giocato ma che ricordo trastullava parecchi miei amici: era una sorta di caccia al tesoro con indizi disseminati qua e là e come tale teoricamente congeniale ai miei gusti ma devo dire che ho sempre avuto una certa ritrosia verso questi passatempi, anche perché mi è sembrato sempre piuttosto evidente la velocità con cui provocano uno scollamento dalla realtà in che ne abusa. Ad ogni modo un posto chiamato “isole delle scimmie” in Vietnam ci mette poco a rapirti la fantasia se hai voglia di avventura e così mi dirigo la, non capendo manco bene dove sia ubicata.

siamo in effetti nella famosa Halong Bay, cento km a sud di Hanoi, e parliamo di un isolotto nei pressi della più estesa Cat ba. Un posto magnifico, si tratta di arrivarci ora. C’è tempo prima per una mattina di scoperta della tutto sommato bella Hanoi, al netto del traffico assassino. Assaporo un bel tempietto su un piccolo lago situato proprio nel mezzo della città. il lago (meglio dire lo stagno) prende il nome di Hoam Kiem, che in vietnamita significa la bellezza di “Lago della spada restituita” ed allude ad una vittoria ottenuta contro gli invasori cinesi da un re locale, per intercessione pure di una tartaruga sacra , ora onorata in una bella scultura di giada, che viveva nel lago Immaginare quella fetida pozza urbana popolata di tartarughe appare difficile oggi quando al massimo potrà essere popolata di ratti e colibatteri fecali appare improbabile oggi ma tant’è, il dato che appare, anche dalla successiva visita al museo archeologico è un altro: il popolo vietnamita, un tempo identificato nei progenitori Champa, ha una lunga storia di battaglie contro superpotenze invasori. Assai prima del colonialismo yankee, i vietnamiti hanno dovuto per secoli tenere a bada le mire espansionistiche del gigante cinese e pure di quello mongolo, riuscendo sempre egregiamente a far tenere il culo fuori dalla loro terra a pretenziosi conquistatori. La cultura Champa vanta in effetti tesori inestimabile valore artistico ma non altrettanti siti originari ove conservarli come la vicina Cambogia: i più belli sono andati perduti nel conflitto con gli americani a cui è riuscita l’impresa barbara di bombardare persino dei siti archeologici , si che le opere sono ora conservate nel bellissimo museo di storia La scena museale di Hanoi è sorprendentemente vasta e di livello, compendiando a fianco al già citato museo di storia anche un originale museo dedicato alla figura della donna nella cultura vietnamitail plesso è tenuto e organizzato in misura davvero eccellente, con sezioni che spaziano dalla figura nella donna nel matrimonio passando per l’arte culinaria fino all’omaggio ad eroine locale come tale Chan Kin, una contadina di una minoranza del sud capace di accoppare in battaglia la bellezza di 155 nemici americani e persino un aereo da trasporto con la sua mitragliatrice.

Ma ormai è ora di partire, rotta a sud verso il golfo del Tonchino che si appalesa dopo un paio di ore di busPer me significa essere arrivato dall’altra parte, su un altro mare dopo essere partito dal golfo del Siam. Per chi mangia pane e geografia come me so soddisfazioni! Siamo nella celeberrima Halong Bay, divenuta nota recentemente in tutto il mondo per la “scoperta” degli scenari naturali con picchi calcarei che paiono spuntare come ghiaccioli verdi dal mare anche esso verde ma più chiaro. La prima tappa è Cat ba, che si manifesta subito magnifica eccezion fatta per il centro abitato principale irto di inspiegabili grattacieli e palazzacci, mentre tutto intorno pernla vasta superficie dell’isola regna una natura piuttosto incontaminata e lussuriosa. Ma non è questa la mia meta finale: devo arrivare a Monkey Island e quindi sciropparmi un’altra attaverdamento Marino dal secondario molo di Ben-Beo, ubicato giusto alla fine di un fiordo pervaso da una bellezza fuori dal comune come quello della baia di Han La fa buio e quindi molta della bellezza viene mangiata dalle tenebre e rimessa alla nostra immaginazione ma poco male: solcare acque magiche sul far della sera nel bel mezzo di un mare un tempo popolato da mercanti e pirati è un’emozione che riempie il cuore a noi tutti.

Oddio “tutti” è un parolone: nove siamo in totale le persone che dormiranno stasera a Monkey Island: io, una coppia di tedeschi, una coppia di cinesi e tre ragazzi coreani. Fossimo stati dieci, avrei pensato al romanzo di Aghata Christie, quello dei dieci piccoli indiani che si sterminano uno alla volta, ma siamo nove, a parte le scimmie che imperversano e si manifestano ovviamente ovunque, sia come fauna che come corti circuiti mentali (la “scimmia” che ti assale ogni tanto). Ma di questo semmai parleremo domani

L’orizzonte perduto – Giorno 13: le notti di Hanoi

Il congedo da Luang Prabang e dal Laos mi lascia con due mezze certezze. La prima è che il mondo è piccolo per davvero, se ti capita come nel mio caso di passare una divertente serata di baldoria con nuovi amici conosciuti in loco (in buona parte occidentali venuti a vivere qui e ben integrati nel tessuto della città), fare amicizia con un italiano così gentile da offrirti pure un passaggio in motorino e realizzare solo la mattina dopo che è proprio lui quella persona di cui ti aveva parlato un altro tuo carissimo amico dall’Italia anzi dalla Spagna, il quale quando aveva sentito dove mi trovavo aveva accennato al fatto che in questa Luang Prabang si fosse trasferito a vivere un suo ex collega. Insomma, “uscirne a parenti” come si dice a Napoli è una bella coincidenza se va a succedere in una cittadina del Laos, mica a Vico Equense ! La seconda certezza maturata invece riguarda una rubrica che tenevo nel mio programma- radio di una ventina di anni fa, il noto “Sunset cafe” sulle gloriose frequenze di Radio Capri. Ecco, nel corso del programma (dedito in gran parte alla musica rock per precipitare poi nel metal anche quello più brutale), mi ostinavo a tenere una rubrica piuttosto divagante rispetto alla linea editoriale, tale “Prospettica etnica” dove mi soffermavo ogni settimana su una diversa etnia dimenticata o minoranza minacciata. Ed eccomi cosi a parlare di hutu e tutsi, baschi e Hmong nell’interstizio tra un pezzo dei Metallica e uno dei Sepultura. Una cosa a metà tra l’eclettismo di un Peter Gabriel ed una pippa alla Marzullo, che incontrava poco gradimento tra i nostri radioascoltatori , metallari duri e puri che spesso chiamavano per invitarmi ad apporre il commuoglio del water close e sparare a palla il prossimo pezzo di gruppi chiamati tipo Kannibal Korpse, Pierced Genitalia o Capedimorto United, autori di hit tipo “Squartalabaradituamadreconlamotosega”. Insomma una platea poco attenta ai discorsi sensibili sulle etnie e le minoranze. Qui a Luang Prabang invece la mia magnifica e bistrattata rubrica “Prospettiva etnica” avrebbe sicuramente trovato un pubblico attento e sensibile all’argomento: un bellissimo museo fa da chiave di introduzione alle tante minoranze che vivono nelle montagne circostanti, alcuni a seguito di migrazioni dai posti più remoti dell’Asia

Akha, Khchu, Bao e gli Hmong dalla storia tormentata e perseguitata cui in parte accenna anche il bel film di Clint Eastwood “Gran Torino”: diciamo che ebbero la brillante idea di schierarsi con gli americani nel conflitto in Vietnam per poi ottenerne grande riconoscenza e smisurata simpatia, per così dire, dai vietnamiti stessi il giorno in cui gli americani se ne andarono con una mano avanti e l’altra dietro.

Ma ecco che abbiamo casualmente accennato alla mia prossima metà, il Vietnam! Già, la capitale del nord, la eroica Hanoi ormai mi aspetta per avvolgermi in un vortice di emozioni. Beh il vortice per la verità pare composto anche di altri fattori eterei tra le quali non ometterei certo lo smog, che si rivela subito a livelli altissimi appena messo piede. Per me di ritorno dal rurale Laos, la selva di grattacieli e asfalto assesta subito una botta che mi disorienta e innervosisce. Il titolo recita “le notti di Hanoi”: beh, diciamo che le notti ad Hanoi si dividono in due grandi categorie, quelle in cui non piove e la città tracima tutta sui marciapiedi fino a mangiare anche la sede stradale in una vitalità notevole; e poi ci sono quelle in cui piove è il caos è totale. La prima notte piove che Dio la manda. In tanti mi avevano parlato del traffico di Hanoi, talmente pazzesco a vedersi che finisce per divenire una sorta di atttazione turistica . Nella curiosità che mi prende, ho l’impressione, nel lungo vialone autostradale che conduce dall’aeroporto in città, che tutto sommato il traffico sia abbastanza disciplinato e non così trascendentale: è un’impressione del tutto fallace destinata ad eclissarsi ma mano che entriamo in città, quando una pletora di motorini comincia a sollevarsi come uno stormo di zanzare in una palude al tramonto. È qualcosa di davvero inimmaginabile a descriversi la turba di mezzi su due ruota che si attorciglia per queste strade riempendo di se ogni cm, strada o marciapiede non fa differenza, in tutte le direzioni e senza scontrarsi (o almeno non con la tragica frequenza che verrebbe da immaginare. Fermarsi a lasciare strada ad un pedone o una macchina che marcia in senso contrario è un qualcosa che dovrà essere tassativamente escluso dalla Costituzione del Vietnam o da qualche legge morale che getta il disonore eterno addosso a chi compie tale empia azione. Se considerate che siamo sotto un diluvio universale e non vi è un cm di marciapiede o strada al riparo, capirete che il gioco può diventare parecchio stressante. Quel turbinio inarrestabile e folle di scooter mi ricorda un po’ quelle immagini degli spermatozoi presi al microscopio che si agitano e muovono in ogni direzione alla ricerca di un qualche buco. Il clacson inoltre ritmicamente sincronizzato dai motociclisti con la rispettiva frequenza cardiaca: ogni battito una clacsonata su per giù…Verrebbe da pensare a Napoli e al suo traffico indisciplinato: ma vi dico, non so se siate mai stati allo stadio San Paolo e abbiate presente quel trambusto di motorini e macchine che si scatena per i viali di Fuorigrotta al termine della partita, magari accompagnato da quanti più clacson suonati all’unisono per salutare una bella vittoria: bene , Hanoi è così h24. .Nella mischia svolazzano persino ingombranti risciò a pedali, su uno dei quali monto pure sperso nella tormenta.

Non resta che lanciarsi in un’altra grande attrattiva di Hanoi dopo la danza degli spermatozoi a motore: lo steet food. In effetti il Vietnam è davvero una superpotenza culinaria ed il meglio dei suoi intingolo viene proprio dalla strada: la prima sera, sopraffatto dal rumore e il caos, faccio in tal senso una scelta proprio radical e mi accascio a mangiare per strada in un posto che richiede davvero coraggio per farlo

Poi stanno le notti di Hanoi senza pioggia in cui la città sprigiona una energia incredibile con il suo quartiere vecchio che pullula di locali e la gente che si riversa in massa sul lungo-lago del Quartiere Vecchio, cuore pulsante della città e a sorseggiare la Bia Hoi , una birretta light importata dai cecoslovacchi negli anni allucinanti del comunismo, che viene spillata direttamente per strada da venditori ambulanti a cifre ridicole

Che incomprensibile follia Hanoi!