Giorno 6 Una giornata principalmente dedicata ad un lungo trasferimento dagli altopiani sud-occidentali alla regione settentrionale del Peten, ricoperta da fitte foreste tropicali e scarsamente popolata. Quest’ultimo dato era tuttavia invertito nell’epoca più fulgida dei nativi Maya, che la foresta vergine la sapevano abitare benissimo e che fecero di questa zona l’epicentro del loro impero. Si, in questa zona sorgono infatti i migliori siti archeologici maya, migliori anche perché in molti casi difficilmente accessibili e quindi fuori dagli itinerari appestatori del turismo di massa. Il problema anche per me è’ ora arrivarci: avessi avuto più tempo, ci avrei tenuto molto a fare una sosta ad una destinazione intermedia, un luogo dalla natura incontiminata dove un fiume da luogo a bizzarre formazioni calcaree e cascate, tale Semuc Champey; il tempo invece scarseggia e devo scegliere la via più breve, quella attraverso la capitale Ciudad de Guatemala. Dicono si tratti di una città che o si ama o si odia, io credo di potermi iscrivere nella schiera dei secondi, avendola trovata nelle poche ore ivi trascorse oggettivamente brutta: cinta da palazzacci grigi con l’ambizione di sembrare grattacieli, martoriata da un traffico caotico oltre ogni dire e con uno sviluppo urbano informe e abnorme, presenta solo qualche bella chiesa ed edificio coloniale di rilievo. Inoltre è oggettivamente poco sicura, con rapine in pieno centro e in pieno giorno: io stesso mi sono imbattuto in una coppia di irlandesi rapinati pochi metri davanti a me e a lui (un bestione sui due metri tra l’altro) avevano pure sfravecato il naso. Ad ogni modo vado via presto da qui e a tarda sera giungo in un posto chiamato Flores, individuata come trampolino di lancio per i siti maya situati più a nord. La cittadina sorge su un isolotto lacustre nel bacino appunto detto di Peten Itza, in una posizione molto suggestiva. Sull’isola tutte o quasi le case sono in legno e tinteggiate a graziosi colori pastello (anche se un po stucchevoli come impressione ). E’ piuttosto tardi e non trovo niente di meglio per mangiare un boccone di un tamarrissimo locale dove sparano a palla quell1’orripilante reggaeton, musica del cuore guarda caso di tutti i drappani, una sorta di loro inno transnazionale. Nel posto vengo pure abbordato da un tizio sgradevole assai e che non mi si stacca più da cuollo, un sergente o qualcosa del genere dell’esercito del Guatemala il quale, non ho capito se con il proposito di rimorchiarmi o perché psicopatico e basta, vuole a tutti i costi portarmi al loro centro di addestramento a farmi provare l’incomparabile brivido di sparare con un mitra. Un’esperienza che cambia la vita a suo dire. ….si, magari domattina sai, invece di andare a vedere ste piramidi sgarrupate me ne vengo proprio con te a giocare a Rambo & Recchia in una pezza di terreno. Me lo immagino già il titolone da Barbara D’urso ” turista sprovveduto vittima del nuovo Parolisi latinos”. Ma va a cagare!!!
Giorno 5 Si riprende il cammino, direzione est, l’Este degli altopiani, della terra che si inarca un bel po prima di degradare verso il Pacifico. La meta individuata e’ il lago di Atitlan, un bacino manco a dirlo di origine vulcanica e orlato da altre tre o quattro bestioni fumanti. Sul “colectivo” incrocio un simpatico tizio italiano, non più giovanissimo, grande viaggiatore in anni più verdi, esploratore di luoghi estremamente difficili a raggiungersi prima dell’avvento delle low cost e che ora torna in Guatemala a distanza di 30 anni. Tutto gli appare cambiato e deteriorato, come sempre accade quando si ritorna dopo tempo in un post: io di mio ho il terrore a immaginare cosa possa essere diventato il Nepal a distanza di dodici anni e dopo la colonizzazione cinese o a dover scoprire cosa e’ rimasto di quell’angolo di Amazzonia in cui mi avventurai in Ecuador, probabile che una spianata di ruspe e macchinari da estrazione abbia violentato quel magico villaggio indigeno dove trascorsi giorni che ricorderò finché vivrò. In effetti il Guaremala pare un paese per molti tratti in fase di industrializzazione o perlomeno di edificazione selvaggia: si susseguono paesoni che altro non sono che una fila continua di officine meccaniche e depositi di materiale edile; probabile si stia consumando ora qui quella fase di “conquista” del territorio da parte dell’uomo urbanizzato che darà’ luogo a brutture che dureranno secoli. Nondimeno il tizio di fianco a me qui ci ha lasciato un pezzo di cuore e dei suoi trent’anni, quindi ricorda con nostalgia ogni paese o ansa del terreno incontrata. Il problema, non secondario si direbbe, e’ che ha deciso di condividere questa sua saudade di gioventù con la sua compagna, assai più giovane e di tutti altri interessi: lui mi elenca in serie i posti toccati in passato, che vanno dalla Patagonia cilena alla Mongolia interna passando per il Borneo malese, e lei al sentire ognuno di quei nomi scuote il capo con disapprovazione, a mo’ di una madre che legge uno ad uno i pessimi voti sulla pagella del figlio. Sta iperisterica, reclama un suo imprescindibile diritto al l’abbronzatura e a giacere su un lettino ai margini di un bagnasciuga caraibico, e’ preoccupata per il cospicuo vestiario riposto nella valigia che, a suo modo di vedere, pericolosamente e’ adagiata sul tetto del veicolo; sullo stesso pulmino ci sta con la forma mentis di un dissidente sovietico imbarcato su convoglio ferroviario destinato ad un gulag siberiano….non vorrei stare nei panni del marito quella sera stessa quando si appalesera’ la meta prevista, tutto tranne che un posto confortevole e dotato di infrastrutture turistiche “occidentali”. Parlo del lago di Atitlan, che di colpo ci appare sotto il veicolo a est, di struggente bellezza a guardarsi dall’alto, uno scrigno di acqua turchese incastonato tra mille vulcani. Man mano che si scende lungo le sue pendici tuttavia la bellezza scema di un bel po, si disvela l’Occidente arrivato anche qui con la sua veste peggiore: cubi di cemento e palazzacci talmente prossimi alla riva da essere in alcuni casi, letteralmente, mangiato dal livello delle acque e resi inagibili. Questo almeno e’ lo scenario di Panajachel, per i locali “Pana” e porto di imbarco per i tanti villaggi indigeni disseminati lungo la costa del lago: se ne contano una dozzina almeno, tutti o quasi raggiungibili solo in barca , giacché le vie sono impossibili e irte di banditi pare. Il problema e’ ora scegliere quale dei tanti raggiungere : una tizia russa barista del Caffè No Se ad Antigua, con in faccia un sorriso perenne da mezcal e una acconciatura sulla testa al cui confronto quella di Marek Hamsik sembrerebbe la sobria pettinatura di un deputato del Centro Cristiano-Democratico, mi diceva di aver trovato fantastico uno di detti villaggi, San Pedro de la Laguna, ma l’impressione è’ che quella tizia avrebbe trovato fantastico anche Casalnuovo di Napoli se solo gli fosse stato possibile reperire in loco una o più bottiglie di superalcolici. Ad ogni modo mi affido ai suoi consigli, pare che ivi viva una scanzonata comunità di Hippies, che di solito mi stanno simpatici. La lancia salpa dal molo e solca le acque tra i torvi vulcani che ci scrutano dall’alto. In effetti era così, il villaggio e’ abitato da un numero imprecisato di Hippies fuggiti qui da ogni angolo del mondo “civilizzato”. Ma non è’, scoprirò, una caratteristica del solo villaggio di San Pedro, giacché tutti i villaggi costieri fungono da buen retiro di occidentali annoiati o disgustati dall’ordinaria vita della madrepatria: canadesi, tedeschi, russi, belgi, americani ripiegati qui a trovare un difficile amalgama con i nativi Maya, che li osservano perplessi. Vi sono tuttavia delle originali differenze tra le varie comunità di ospiti Hippies da un paesino all’altro: credo che ciò che distigue gli Hippies annidiati in un posto o l’altro sia il tipo di lesione neuronale riportata, il punto preciso delle chiocche dove l’acido o lo stupefacente di sorta abbia quel giorno x toccato le sinapsi…….così stanno quelli di San Marcos a la laguna presi dalla metempsicosi e la trasmigrazione delle anime, gli Hippies di Jabalito flashiati con la musica techno e i rave, ogni paesino ha la sua dose di inceppamento diverso: quello di San Pedro, dove sbarco io, vede la massima concentrazione mondiale di ingrippati per quelle sfere di fuoco rotanti, tipo giocoleria di strada a punkabestia. Andranno avanti tutta la notte a far rotare ste palle di fuoco e anche un po le palle vere e proprie, intese come genitali, mentre i nativi maya al tramonto si rifugiano a elevare canti evangelici al Signore in parrocchie ricavate in sudice barracche di lamiera. La comunità di Giratori di palle infuocate di San Pedro ha addirittura l’onore di ospitare, dicono, due fuoriclasse massimi interpreti della disciplina: si tratta di una strampalata coppia formata da una stangoma dell’est europa, forse russa, e lui americano, soprannominato Barbarossa o in idioma originale appunto Red Beard. In effetti erano davvero bravissimi a far girare quei cosi. Andando via da San Pedro l’indomani, con disappunto e raccapriccio scoprirò dalle parole di un olandese che Barbarossa non deve il suo soprannome alla pigmentazione della sua barba (che in effetti era nera) ma ad connilingus eseguito una volta alla stangona russa nei giorni sbagliati del mese…. Ci potevo capitare solo io in sto posto
Giorno 4 Dunque e’ questo il D-day, il giorno intorno a cui ruota tutto il viaggio o almeno esso ne trae spunto, il giorno del mio compleanno, il quarantesimo. A conti fatti si rivelerà un giorno come tutti gli altri come esattamente volevo, senza particolari festeggiamenti ma condito solo dalla cosa che in questi primi quarant’anni più di ogni altro mi ha rapito e ha dato un senso ormai alla mia vita stessa: viaggiare. Per l’occasione scelgo cmq di scalare un vulcano, forse perché inconsciamente attratto dalla idea di vita che si rigenera dopo ogni eruzione, non so, le pippe di autoanalisi freudiana e similari mi acchiappano poco. Ad ogni modo qui, per chi si sveglia con l’idea di voler scalare un vulcano attivo, la vita e’ facile come per chi la notte in un bar di Phuket abbia voglia di rimorchiarsi un trans: vi è l’imbarazzo della scelta; nei paraggi della sola Antigua se ne contano 4 attivi e freschi di eruzione. Ero attirato da uno chiamato Fuego ma sembra sia un po’ troppo attivo,’tante è’ che erutta ogni notte e non è visitabile, così mi decido per uno chiamato Pacaya, anche perché la è’ diretta una simpatica comitiva di sciroccati conosciuta al bar la sera prima tra i fumi del mezcal. A proposito, che magnifico postaccio che ho beccato, tale Caffè No Se! Sarebbe nelle intenzioni una sorta di caffè letterario con annessa libreria e in effetti vi si rinvengono parecchi aspiranti scrittori convinti o ardimentosi di poter essere i nuovi Kerouac e Faulkner, pensiero che ogni tanto rapisce anche me specie quando sto un po’ ciucco. Gli antiguenos o i veterani del posto forse considerano il caffè No Se un ritrovo di gringos de mierda ma cmq a me piace da morire, a metà tra un caffè-libreria e una bettola di alcolizzati, a seconda dei punti di vista o dei momenti, di sicuro affollato da un’umanita’ estremente variegata e viva, in molti casi problematica ma mai scontata. E poi i bar frequentati da tipi alla Roberto Mancini mi hanno sempre fatto cagare e ‘l’idea stessa che si vada in un locale per ostentare o simulare una posizione sociale, un vestito o qualche altra fregola da complessati del genere mi fa venire proprio la voglia di pigliare un lanciafiamme. Qui servono questo mezcal, una sorta di tequila grezza che propinano come illegale ma credo sia una trovata semi-pubblicitaria per alzarne il brivido in chi lo consuma, per donare un’aurea da proibizionismo americano anni’30 o un più pragmaticamente come quel brand “parentely advisory” che le band musicali sono liete venga apposto sui propri cd. Se fosse davvero illegale, sarebbe mai appeso un cartello sulla porta? Qui ad ogni modo recupero questa scalcinata banda di gente con cui l’indomani andare a scalare il Pacaya: una sorta di Saffo dei giorni nostri, poetessa o aspirante tale australiana e la sua compagna malese che pare sinceramente un po’ fulminata e viaggia sempre in compagnia di un suo altro inseparabile compagno: un pupazzo di ingombranti dimensioni di Hallo Kitty. E poi sta Joshua, un vero cowboy dell’Arizona che si paga i suoi continui viaggi intorno al mondo allevando vacche (e marijuana). La partenza per il Pacaya avviene prima dell’alba, ci si inerpica prima con un Van per ste strade impossibili costruite dai guatemaltechi, montagne russe con infiniti saliscendi e gimcane tra ostacoli naturali insormontabili. Si poterebbero costruire forse tunnel per accorciare ma questi costano e poi a bucare la terra qui credo si rischi davvero grosso. Si perché l’intera superficie del Guatemala e’ un enorme vulcano, un po’ come la pelle di un ragazzino nell’età dello sviluppo devastata dall’acne: qua e la si innalzano brufoli o pinnacoli più alti ma ovunque sotto sta sto magma che rigonfia e stortella la pelle, in una infinita serie di coni e cunette. In mezzo i locali ci hanno costruito ste colate di asfalto per spostarsi ma consapevoli che la Natura prima o poi si riprenderà il maltolto. Vivere al cospetto dei vulcani o anche di uno solo dona un innato senso di precarietà alla stessa e anche noi napoletani credo lo sappiano bene. Un arguto amico francese mi fece una volta notare come il dialetto napoletano, che a tutti gli effetti e’ una lingua a se stante con un sua forbita grammatica e migliaia di vocaboli, presenta una enorme, apparentemente incomprensibile lacuna: non contempla il tempo futuro. Stranissimo a pensarci ma è così, i verbi al futuro in napoletano si coniugano al presente. Il futuro in un certo senso non esiste. Sarà l’influenza del Vesuvio? Mi piace pensare di si: con i vulcani si è forse consapevoli che la Natura ci lascia porzioni di lei solo temporaneamente e che tutto prima o poi le appartiene di nuovo, e’ una sorta di comodato d’uso che ci viene concesso non una proprietà. L’ascesa vera e proprio comincia poi da un poverissimo villaggio maya chiamato San Francisco, nei pressi del quale però segnalo una nuovissima centrale geotermica alimentata dai vapori sulfurei e dalle solfatare del vulcano: non inquina e da energia a un milione di persone. Succede in Guatemala, magari qualcuno prendesse nota in Italia. La foresta nebulare piena di piante e uccelli bellissimi a poco a poco si dirada e lascia il posto al “paramo”, la macchia di arbusti e licheni unica ad attecchire sopra i 2.500 metri. Poi è il mare nero di lava a prendere il proscenio e a mangiare tutto. Solo lava nera a perdita d’occhio, in alcuni punti ancora fumant; oltre un certo punto non si può andare e il mio desiderio di guardare dentro il cono resterà tale (una deficiente mi aveva detto di esserci riuscita ma sarà stato il mezcal). Mi prendo cmq la briga e il rischio di allontanarmi dal limite del sentiero e scalare per un altro mezzo km da solo il mare di lava. La vetta e’ lontana e irraggiungibile ma almeno resto da solo a contemplare il bestione fumante. Sto a fissarlo per un bel po e forse un senso a questo scoccare dei miei quaranta anni lo trovo, ma me lo tengo per me. E ‘ stata dura ma è passata anche questa
Giorno 3 In questa zona di mondo, intesa come America Centro-merididionale, vi sono diverse città col nome “Antigua”; d’altra parte il termine in spagnolo significa semplicemente “antica” e se intuisce la facile riferibilita’ a tante cose. L’Antigua dove mi trovo io e’ antica assai e meravigliosa davvero. La costruirono gli spagnoli nel 1540 (agli albori del genocidio perpetrato qui dunque) e ne fecero subito la loro centrale operativa. La città sorge in un fondovalle incastonato tra 4 vulcani posti in corrispondenza quasi magica con i 4 punti cardinali, mentre i nomi dei bestioni fumanti e sovente eruttanti richiamano in parte un’altra fenomenologia quadripartita, quella dei 4 elementi: un vulcano si chiama infatti Agua, un altro Fuego e se vi è qualcuno tra i lettori che ha partecipato all’ultima caccia al tesoro starà notando qualche felice o sinistra (a secondo dell’esito finale) analogia. Coincidenze, anche perché i rimanenti due si chiamano poi Pacaya e Acotenango, il “top player” per attività e anche altitudine col suo svettare sopra i tremila. Antigua magicamente riposta dunque in fondo a questo idilliaca suburra di elementi e’ un autentico gioiellino coloniale: costruita secondo i canoni dell’architettura cd militare dell’epoca, presenta una pianta rettangolare e un numero impressionante di edifici storici e chiese barocche per lo più in rovina. Aqquartieramenti militari e edifici del clero cattolico, il braccio e la mente dello sterminio insomma. In mezzo, fulcro della vita locale, il Parque Central, una sorta di gigantesco patio adorno di bellissime piante tropicali e circondato da magnifico edifici. Mi alloggio a pochi metri da esso, in una stanza immersa anche essa in un giardino tropicale e che inquadra nella finestra perfettamente uno dei 4 vulcani, l’Agua che al mio arrivo erutta pure un po e lascia intravedere alcuni rivoli di lava. Mi innamoro subito del posto, delle sue vie acciottolate che sembrano non condurre da nessuna parte, giacché ,attesa la geografia dei luoghi e la pianta della città, da Antigua pare impossibile uscire. Di certo non avrei cmq voglia di farlo per ora e poi qui ho due guide d’eccezione, una sorta di numi tutelari pescati tra le colonne della Vecchia Guardia del Qube. Il primo e’ Ottavio e lavora in banca: e’ un sodalizio operativo decennale che si rinnova ad ogni mio viaggio, abbiamo un rapporto tipo l’astronavicella spaziale spersa in qualche galassia strana e sempre diversa ,e la torre di controllo a terra, il centro operativo a cui sovente inviare messaggi del tipo “Houston, abbiamo un problema”. Ricordo i viaggi “pidocchiosi” degli anni addietro, vissuti con l’incubo e la certezza che presto o tardi i 4 soldi che avevo sarebbero finiti e stavo la a chiedere resoconti bancari ogni mezza giornata. Nondimeno mi arrisicavo (come tutt’oggi) in posti sbrevezi e senza alcuna idea di quantificazione preventiva di spesa prevista,diciamo. Ricordo una volta, una dozzina di anni fa , quando mi apprestavo a raggiungere da un paese limitrofo addirittura il Nepal e pensai di mandare un messaggio al fido Ottavio per sapere quanto mi restava da spendere, che magari poi tra le montagne himalayiane sarebbe stato difficile comunicare o tenere il conto delle spese…..la memorabile risposta fu :” coglione, ti restano 240€ sul conto, in pratica non potresti andare manco a Formia, figuriamoci a Katmandu’!” Oggigiorno la situazione da quel lato chiaramente e’ più florida e non devo stare li a centellinare le monetine, nondimeno trovo sempre il modo di incasinarmi per altre vie con sti codici internazionali delle carte che cambiano da paese a paese e altre diavolerie tecnologiche, come già ampiamente documentato a New York. Ecco anche qui in Guatemala ripeto l’incidente delle carte che non funzionano e parte la chiamata alla Ground Control di Houston, che mi risolve il problema. L’altro mio nume tutelare qui e’ invece poi lui, the king Arturo, che ad Antigua ha addirittura vissuto e sa indicarmi i posti non scontati da vedere, persone da incontrare, bar e taverne da visitare e quelle da scartare. Guidato dai suoi consigli, mi sento un po’ come Dante con Virgilio nella selva oscura di viottoli e bettole di Antigua. Tra il trambusto delle scassate automobili che scarrozzano sullo sconnesso acciottolato seicentesco e il vociare sommesso delle minute venditrici maya, cala la notte su Antigua. Nei posti prossimi all’equatore il tramonto e’ più repentino che alle nostre latitudini, il sole ci mette meno a tramontare e pare quasi che di colpo abbiano spento la luce. Di conseguenza e’ più brusco anche il cambio di umore, in quella che Dante con il verso poetico più geniale mai letto definisce “l’ora che volge il desio ai naviganti”. Eh già, di giorno il marinaio sul mare si affretta e non pensa a dove si trova attorniato dalla luce: e’ al calare della notte, al tramonto, quando il mare diventa un nero gigante informe che pare stritolarlo, che al navigante subentra la tristezza e il ricordo di casa. Io per ora navigo in terraferma e più che altro mi prende brutta l’idea che l’indomani avrò quarant’anni. Cominciano ad affollarsi pensieri cupi e bilanci, preoccupazioni e resoconti: tutta roba buona da affogare nel metscal, il progenitore grezzo della tequila forse illegale ma che contrabbandano piuttosto allegramente qui. Non troppo però, che domani all’alba si scala un vulcano: quello meraviglioso che, oltre i tetti e la cattedrale, contemplo ora dalla mia finestra
Giorno 2 Giornata all’insegna di relazioni ossimoriche, ovvero di estremi costretti a convivere, quella cui vado incontro. Ossimori come i grattacieli di New York della mattina e i vulcani degli altopiani del Guatemala che raggiungerò in serata. E un’altra relazione strana che si appalesa da subito e’ quella tra alti e bassi: alti come quelli dei grattacieli, dei vulcani o dell’aereo che congiungerà i primi ai secondi, e bassi come quello della metro di New York in cui presto mi perdo. Si, davvero un casino sto metro’ un po retro’ con indicazioni variamente interpretabili e tanti treni di diverse linee che corrono su pochi binari. Ad un certo punto, stressato dall’idea di stare sprecando sottoterra parecchio del poco tempo a disposizione decido di risalire in superficie: mi ritrovo a Nolita, simpatica crasi per North Little Italy, quartiere giudicato tra i più cool del momento nella Grande Mela, con questi ex blocks anni’50 in mattoni e con scale di emergenza in ferro battuto, riadattati a loft di lusso per la borghesia radical chic. Poco dopo e’ la volta della Little Italy vera e propria, o di quello che ne resta: già 28 anni fa, quando da ragazzetto mi ritrovai qui a festeggiare il mio, figuriamoci, dodicesimo compleanno, si intuiva che di Italia ne era rimasta ben poca. Ora la scena e’ più che mai artefatta, gli ex paisa’ un tempo poveri emigranti costituiscono in media uno dei ceti dominanti del tessuto sociale americano, stanno in politica, in finanza e abitano in lussuose dimore del New Jersey e delle new town residenziali appena fuori Manhattan. Nondimeno resta qui una spasa di pizzerie e ristoranti italiani gestiti da persone di etnie disparate. Il primo che incontro, proprio all’ingresso di Little Italy e’ intitolato alla Grotta Azzurra, seguirà uno che richiama i Faraglioni, poi e’ un susseguirsi di dispensatori di pizze surgelate e paste alla bolognese precotte che inneggiano al Vesuvio, alla Bella Napoli, Marechiaro e Pulcinella: che piaccia o no, l’immagine dell’Italia all’estero e’ l’immagine di Napoli, e la percezione dell’italiano medio vista dagli stranieri e’ l’immagine del napoletano, nei suoi pregi e difetti. Parlo dell’immagine stereotipata e basata su luoghi comuni, che in un modo o nell’altro e’ fondativa ed è quella principale nelle relazioni tra culture. Finita la pantomima di Little Italy, ne comincia un’altra analoga, Chinatown, ormai simile ad un qualsiasi quartiere a prevalenza cinese delle città occidentali, con gadget contraffatti e cianfrusaglie destinate ad acquirenti low cost. Conservavo un ricordo di bambino di Chinatown come di quel posto dove avevo visto friggere strani insetti, forse cavallette, e appese alle pareti di ristoranti e salumerie stavano zampe di gallina destinate al desco, che mi impressionavano. Ora naturalmente non ve ne è più traccia e andando avanti arrivo a qualche altra cosa di cui non v’è più traccia ma assai più grande e doloroso delle zampe di galline: era questo fra tanti il posto che in così poco tempo ci tenevo a vedere, il sito ove sorge il memoriale dell’11 settembre, cd Ground Zero. Suscita un’impressione forte, con questo squarcio nel bel mezzo della selva di grattacieli e con gru e pale meccaniche alacremente all’opera a ricostruire in fretta e tappare lo sfregio subito. In mezzo, un’opera davvero bello proprio in corrispondenza delle ex fondamenta delle due torri: due enormi vasche a diversi livelli, la più bassa dei quali inghiotte tutta l’acqua senza lasciar intravedere il fondo, a conferire un immediato senso di tragico e anche a voler fungere, ritengo, da battistero, con l’acqua che lava via la morte. Tutto intorno, sulle sponde delle vasche di nero alabastro, i nomi delle vittime, tra cui mi colpisce la enorme quantità di cognomi di origine italiana. V’è tempo ancora per una breve visita a Central Park, una sorta di enorme giardino condominiale per ricchi che vivono tutt’intorno ai 4 lati e una puntata al MoMa, che ospita una imperdibile mostra del genio Pollock. All’uscita un tizia fuori di testa compie un gesto simile a quello che il grande artista faceva alle sue tele: mi azzecca addosso una marina di rascata, di quelle verdi catarrose, così senza motivo mentre bestemmia in qualche lingua slava. E’ tempo, si va, mi aspetta il Guatemala e il suo coacervo di vulcani e culture, e a tarda sera arrivo con un “chicken bus” (gli sgangherati e variopinti pulmini locali) dall’aeroporto di Città del Guatemala ad Antigua, la antica ex capitale coloniale. L’Occidente sembra subito molto lontano…
Prologo “Il velo di Maya” e’ un’invenzione del filosofo Arthur Schopenhauer, che sostanzialmente ritiene la vita un sogno: tale velo sarebbe apposto dinanzi ai nostri occhi alla nascita, impedendoci di comprendere appieno la conoscenza e la percezione della realtà, se non in misura sfocata e illusoria. Si tratta di concetti che l’autore mutua dalla filosofia induista, dove il termine “maya” rimanda alla creazione o a qualcosa attinente alla misura, quindi ci appizzano poco o niente i Maya intesi come popolo precolombiano del centro-America dove sono diretto, nondimeno l’ho scelto come nome del diario un po’perche mi piacciono assai i giochi di parole un po’ perché la metafora si addice assai al senso di questo viaggio. Non temete, la finisco subito con queste pippe pseudo-intellettuali, semplicemente il viaggio in questione prende le mosse dall’anniversario dei miei quarant’anni, che cade nel bel mezzo di esso: si tratta nel senso comune di una ricorrenza particolare, i 40 anni, la fine di una fase della vita più o meno associata all’idea di “gioventù” e l’inizio di un’altra, chissà, dominata da altri valori, non saprei. E’ forse il momento giusto in cui ci si spoglia del “velo di Maya” e si prende a guardare il mondo nella sua realtà, scevro dai sogni e dalle illusioni della “vita precedente”? E’ la domanda che funge da incidente narrativo al diario, cui magari darò una risposta girovagando tra New York, Guatemala e Belize. Ah già, perché tra tutte queste chiacchiere qua non ho ancora svelato il piano di viaggio: beh rispetto ad altri itinerari pare meno complesso, anche perché in grossa parte non vi ho ancora pensato, quindi faccio ancora in tempo a incasinarlo come piace a me. Partiro’ per New York, dove ho lo scalo aereo prolungato, un giorno e mezzo tra un aereo e l’altro e il rincoglionimento del fuso orario, un tempo francamente ridicolo per vivere una realtà così grande ma tant’è: proverò a dare un minuscolo morso alla Grande Mela. Poi si parte per il maestoso Guatemala: jungle, vulcani e vestigia Maya, un’avventura da cui mi aspetto tanto e che ho scelto dopo lunghissima selezione come meta per questa ricorrenza. Alla fine da un punto non lontano dalle piramidi di Tikal, dovrei sbucare in uno stato confinante, il Belize, fatto di straordinari atolli e una magnifica barriera corallina : la meta finale per ora e’ un misterioso buco nella barriera corallina stessa, forse generato da un meteorite caduto millenni fa e che da luogo ad un abisso senza fondo e impossibile a misurarsi, il cosiddetto Blue Hole appunto. Ma ci devo arrivare… Insomma di cose in pentola ne bollono parecchie, a tutti i livelli, perché per ora ho scelto come tappa di avvicinamento questo simpaticissimo ristorante-albergo, da Benito al Bosco: altro che Guatemala o Belize- ex Honduras Britannico, qua stiamo a Velletri, castelli romani, e Benito e’ il paffuto e anziano proprietario. Ha l’aria paciosa di chi ha capito da tempo che il mondo e’ tutto un teatrino, ha una carrellata di foto infinita con presidenti e celebrità venute a trovarlo; da ultimo Renzi che vicino a lui in foto ha l’aria dell’universitario fuori sede che torna a Natale a casa e deve trovare il coraggio di dire ai genitori che ha speso gli ultimi sei mesi in sbronze e minchiate e non ha fatto manco un esame, tutte cose che i genitori sanno già ma lo accolgono cmq a tavola. A Benito cmq sembra fregargliene davvero poco di sto andrivieni di presidenti e teste coronate, l’unico il cui ricordo sembra scaldargli il cuore e’ l’amico di vita Ugo Tognazzi, che qui veniva a fare scorpacciate di funghi e dove ha scritto con Zavattini la sceneggiatura originale della “Grande Abbuffata”. Ovviamente non potevo esimermi da un tributo al maestro Tognazzi ed ho mangiato cumm nu puork, talmente tanto che mi piglio scuorno di scrivere il menù. Più che il velo, per adesso si disvela il “colesterolo di Maya” insomma
L’idea di questa rubrica era originariamente quella di dedicare un articolo ad un posto per ogni lettera dell’alfabeto. Ma poi solo con la lettera A mi vengono in mente tanti di quei posti assolutamente imperdibili di cui parlare, che necessariamente devo rivedere e allungare il piano. Ecco, con la lettera A comincia pure la “maravillosa Antigua”, quella situata in Guatemala (giacché con lo stesso nome si contano anche altre località dell’area caraibica): una località stupenda, romantica, lenta, colorata e pregna di quel senso che i francesi racchiudono nel termine “decrepitude”, anche se qui sarebbe più idoneo un vocabolo spagnolo, giacché spagnola è la sua origine. Antigua è in effetti la quintessenza della città coloniale spagnola in suolo americano, anche se è visibile ancora oggi la presenza della comunità indigena Anche qui affido la descrizione alle pagine di un diario redatto in loco, “il Velo di Maya”, durante un viaggio che toccò altre località del Guatemala e infine le dolci spiagge del vicino Belize, con il Blue Hole, un misterioso buco in mezzo all’Atlantico, come meta finale.
Antigua è un posto che vi consiglio vivamente di visitare anzi di vivere e, se la cosa non vi scandalizza, bevete con serenità un goccio di mescal: sebbene illegale, pare che avvicini agli Dei, quelli Maya però!
“Giorno 3
In questa zona di mondo, intesa come America Centro-meridionale, vi sono diverse città col nome “Antigua”; d’altra parte il termine in spagnolo significa semplicemente “antica” e se intuisce la facile riferibilita’ a tante cose. L’Antigua dove mi trovo io e’ antica assai e meravigliosa davvero. La costruirono gli spagnoli nel 1540 (agli albori del genocidio perpetrato qui dunque) e ne fecero subito la loro centrale operativa. La città sorge in un fondovalle incastonato tra 4 vulcani posti in corrispondenza quasi magica con i 4 punti cardinali, mentre i nomi dei bestioni fumanti e sovente eruttanti richiamano in parte un’altra fenomenologia quadripartita, quella dei 4 elementi: un vulcano si chiama infatti Agua, un altro Fuego e se vi è qualcuno tra i lettori che ha partecipato all’ultima caccia al tesoro starà notando qualche felice o sinistra (a secondo dell’esito finale) analogia. Coincidenze, anche perché i rimanenti due si chiamano poi Pacaya e Acotenango, il “top player” per attività e anche altitudine col suo svettare sopra i tremila. Antigua magicamente riposta dunque in fondo a questo idilliaca suburra di elementi e’ un autentico gioiellino coloniale: costruita secondo i canoni dell’architettura cd militare dell’epoca, presenta una pianta rettangolare e un numero impressionante di edifici storici e chiese barocche per lo più in rovina. Aqquartieramenti militari e edifici del clero cattolico, il braccio e la mente dello sterminio insomma. In mezzo, fulcro della vita locale, il Parque Central, una sorta di gigantesco patio adorno di bellissime piante tropicali e circondato da magnifico edifici. Mi alloggio a pochi metri da esso, in una stanza immersa anche essa in un giardino tropicale e che inquadra nella finestra perfettamente uno dei 4 vulcani, l’Agua che al mio arrivo erutta pure un po e lascia intravedere alcuni rivoli di lava. Mi innamoro subito del posto, delle sue vie acciottolate che sembrano non condurre da nessuna parte, giacché ,attesa la geografia dei luoghi e la pianta della città, da Antigua pare impossibile uscire.
Tra il trambusto delle scassate automobili che scarrozzano sullo sconnesso acciottolato seicentesco e il vociare sommesso delle minute venditrici maya, cala la notte su Antigua. Nei posti prossimi all’equatore il tramonto e’ più repentino che alle nostre latitudini, il sole ci mette meno a tramontare e pare quasi che di colpo abbiano spento la luce. Di conseguenza e’ più brusco anche il cambio di umore, in quella che Dante con il verso poetico più geniale mai letto definisce “l’ora che volge il desio ai naviganti”. Eh già, di giorno il marinaio sul mare si affretta e non pensa a dove si trova attorniato dalla luce: e’ al calare della notte, al tramonto, quando il mare diventa un nero gigante informe che pare stritolarlo, che al navigante subentra la tristezza e il ricordo di casa. Io per ora navigo in terraferma e più che altro mi prende brutta l’idea che l’indomani avrò quarant’anni. Cominciano ad affollarsi pensieri cupi e bilanci, preoccupazioni e resoconti: tutta roba buona da affogare nel metscal, il progenitore grezzo della tequila forse illegale ma che contrabbandano piuttosto allegramente qui. Non troppo però, che domani all’alba si scala un vulcano: quello meraviglioso che, oltre i tetti e la cattedrale, contemplo ora dalla mia finestra”