Alexander- giorno 7: Alessandropoli, un gineceo imperfetto

È tempo di rimettersi in cammino . Lasciati alle spalle gli ozi di Salonicco, la strada verso Est corre lungo le strade della Macedonia che bordeggiano la penisola Calcidica ammantata di dolci foreste alla base della sue tre “dira”: tre promontori stretti e lunghi protesi nel mare, il terzo dei quali ospita uno degli Stati più singolari della terra, la teocrazia del Monte Athos . È una sorta di Tibet della religione ortodossa, abitato solo da Monaci monastici che rifuggono dal progresso e non accettano sul loro territorio, davvero incredibile a credersi, persone di sesso femminile. Intendo dire che le donne non possono proprio oltrepassare quel confine materialmente, regola che non conosce eccezioni. Per accedervi, anche se pene-dotati, bisogna fare una bellissima e anacronistica richiesta scritta a mano ed attendere la risposta che può richiedere molto tempo e per una data fissata non concordabile, tutti step piuttosto difficili atteso il modo di viaggiare che ho dove non prenoto manco un aereo figurati l’ingresso ad un luogo del genere . Eppoi sono in compagnia della mia bellissima compagna di viaggio almeno fino ad Istanbul, nun se po fa. Ad ogni modo un giorno sogno di visitare il monte Athos . La strada prosegue lungo la linea di costa e la Macedonia lascia spazio alla antica Tracia, più brulla e ricoperta di macchia mediterranea fino a giungere in prossimità del confine turco . Qui sorge una città il cui nome è troppo evocativo per non dedicarvi una tappa : Alessandropoli, fondata giustappunto dal Nostro che qui vinse una delle sue prime battaglie . Fu una sorta di gran debutto del giovane Alessandro , che messo a capo dell’esercito orientale dal padre Filippo, mosse contro le soverchianti truppe della Lega greca che avevano mosso guerra incautamente agli “uomini del nord”, provando ad accerchiarli da tutti i lati . In quella battaglia Alessandro riuscì , giunto sul fiume Struma, l’odierno Evros , ad infliggere una sonora sconfitta addirittura ad un corpo fino ad allora imbattuto ed ammantato di un’aura di invincibilità : il Sacro Battaglione tebano. Preso il possesso della riva del fiume , fondó una città col suo nome , Alessandropoli, la prima di tante . Nella città è ancora presente un faro da lui innalzato , proprio sul porto ove salpano le navi per Samotracia, isola ove fu rinvenuta la bellissima Nike che troneggia all’ingessso del Louvre . L’odierna Alessandropoli è una tutto sommato vivace cittadina di frontiera, piena di ruspanti taverne ove mangiare ottimo pesce e bere vino alla resina dei boschi locali , ove sorge un parco fluviale bellissimo e una foresta piena di avvoltoi . Quel che ricorderò tuttavia più di altro è la presenza di donne piuttosto bizzarre e preposte a ruoli a cui assolvono in modo decisamente inidoneo e singolare . Cominciamo con una che all’hotel fa la istruttrice della zona fitness ma ha un fisico assai assai poco sportivo con molti ma molti chili in eccesso. Non è per una storia di body shaming ma non incarna proprio il ritratto della personal trainer , ma fosse niente quello. E’ che quando sente che sono di Capri , comincia ad esprimere la sua idea circa l’Isola Azzurra ad alta voce e col gesto della mano teso ad indicare il fruscio delle banconote :” ahhhh Capriiiii Ssssoooldiii.” Alla prima fa anche ridere, poi al secondo o terzo passaggio accompagnato da sto “Capriiii ssoooldiiii”, la cosa comincia a diventare seccante e inopportuna . Non vanno meglio le tizie che fanno servizio ai piani, che si affogano alla velocità della luce il mio costume che cade dal balcone per il forte vento ed alla domanda se per caso hanno rinvenuto un costume , fanno le super gnorri fingendo di non aver trovato niente e con un’espressione del viso come se un costume da bagno non lo avessero mai visto, per poi farsi sorprendere con le dita nella marmellata poco dopo . Ma il capolavoro lo fa una tipa che lavora in un posto dove non vado mai nella vita da anni, un’agenzia di viaggia dove dobbiamo nostro malgrado andare per prenotare sti biglietti del bus per l’indomani che necessitano il non semplice passaggio della frontiera terrestre turca e ed una preregistrazione dei passaporti . Ebbene, quella ti pare che non è capace di sbagliare tutti i nomi dei nostri passaporti inserendo un’acca e scambiando una C di Como per una G di Genova , una A per una E, il tutto rischiando per un pelo di farci trovare bloccati ad un frontiera nella terra di nessuno . Il cambio delle vocali tipo ruota della fortuna del vecchio Mike richiederà una notte al telefono tra oscuri preposti della burocrazia turco- greca e si risolverà positivamente giusto pochi minuti prima dell’attraversamento del fiume ove Alessandro sconfiggeva nel 339 a. C il Sacro Battaglione Tebano, operazione assai meno complicata ne sono sicuro . Ad ogni modo il fiume è passato, il guado è alle spalle e si apre dinanzi a la via per Constantinopoli e Troia . Mancano 4.607 km a Samarcanda

Alexander- giorno 6: Salonicco tra luci e ombre

Diciamolo subito senza mezzi termini : per essere custode di una storia millenaria che si dipana dagli albori della cultura ellenica in avanti , la Salonicco di oggi offre troppo poco,, se non altro in termini di presenza storica. Più che altro le sue poche vestiti areò suo passato paiono squagliate dentro le Scilla e Cariddi del ventesimo secolo : il Cemento e l’Asfalto. Ecco, queste due credute mostruose potrebbero essere assunte come termini di una costruzione logica ideata da un filosofo che qui visse e tenne banco, Aristotele, mentre e la costruzione logica di cui parliamo è ovviamente il sillogismo, ove se con A lasci il Cemento ad edificare ogni cm di costa coi palazzi fin dentro l’acqua e con B poi lo devi imbrattare di Asfalto per farci passare le macchine, la risultante C sarà che avrai una esigua percentuale di popolazione con bei appartamenti vista mare e garage- muniti ma il resto della città un po’ di merda. Beh, forse siamo stati un po’ troppo aciduli dai . Diciamo così, ora che abbiamo individuato il peccato originale , passiamo a tracciare il quadro positivo della città, che mi pare si basi su luci e ombre, intese non in senso metaforico ma in quello pregante di contrapposizione tra luminosità e buio. Partiamo come è normale che sia dalla Luce : è bellissima quella che inonda il lungomare ed il porto proteso a sud sul golfo saronico, una luce lattiginosa e levantina, resa più robusta a tratti dal vento melteni che spira dalle sovrastanti montagne. Il porto di Salonicco tra l’altro ha assunto nel secolo scorso una funzione cruciale nella geopolitica dell’area, essendo reclamato da paesi dell’area balcanica senza sbocco al mare, in particolare dalla Serbia, come proprio sbocco marittimo. Con l’inserimento recente della Germania nelle logiche credito-debitorie con la Grecia, il porto è stato inserito nella partita col colosso tedesco, che delle Serbia è il nemico giurato, alterando questa “servitù di passaggio riconosciuta ai serbi e l’equilibrio geopolitico già fragile della regione . Ad ogni modo la mano tedesca direi che si vede perché proprio il porto è divenuto un’affascinante area multi- funzionale, con ex capannoni e dock portuali resi bar, ristoranti e sale cinema, come fossimo ad Amburgo . Proprio nel corso del nostro soggiorno, si tiene ad esempio un bellissimo ed elettrico festival del cinema, con un viavai di registi ed intellettuali . Ecco , e qui veniamo al secondo aspetto pregnante di Salonicco : le sue ombre , da intendersi come quelle che si delineano quando cala la luce e arriva la notte, perche quella di Salonicco è una gran cazzo di bella notte . Un’energia davvero notevole e ad a tratti travolgente permea la città dal tramonto all’alba, in una babele eterogenea di locali per tutti i gusti, che va dai baretti per giovani e giovanissimi, a quelli per hooligans ubriaconi piovuti da chissà quale angolo della terra d’Albione per finire a quelli per palati più fini. Davvero vivida e frizzante la Salonicco di notte, unexpected ! Tornando al giorno ci sono poi dei gran bei musei come l’archeologico e quella della cultura bizantina ma, su tutti, il fulcro della città appare il monumento-simbolo che troneggia sul lungomare, eretto dal sultano Mehlet quando si impadronì della città e destinarlo addirittura a prigione ! Beh, pare che tra i detenuti circolasse a fine giornata sempre una stessa battuta : “exo einai i talassa”….. ce sta o mare fore

Il Vello d’oro – giorno 2- Lo sbarco nella terra degli Originals Ciammurri

“Menin aiede tea Peleiades Achilleos oulomenov”
Cantami o dea l’ira funesta del Pelide Achille….questi sono i versi iniziali dell’Iliade, che danno un senso a tutto il dramma e la storia , in cui si affaccia il concetto di “yubris” di Achille, tradotto non proprio esattamente come “ira funesta”: più probabilmente la yubris e’ l’arroganza, la tracotanza, l’empieta’ dell’eroe che sfida gli dei, che con la sua audacia baldanzosa contravviene il Logos naturale delle cose…..qua non ho fatto manco a tempo ad arrivare che mi sono macchiato pure io del poco della Yubris. Si’, perché alla fine ho deciso di tagliar il prologo di questa avventura, che rivestiva un carattere simbolico e propiziatorio: ho deciso inavvertitamente di tagliare la tappa al fiume Acheronte per evocare le anime deli Argonauti ed ingraziarmi il favore degli dei. Mi sono deciso a questo taglio così, arbitrariamente, senza pensare quanto empia sarebbe risultata la mia azione e quanto avrebbe infastidito Giasone e gli altri che sto Palillo di cazzo sbarcava qua a volersi atteggiare bello e buono a fare l’Argonauta. Ma l’ho fatto in buona fede diciamo, estenuato da una nottataccia infame e da una considerazione di fondo: il fatto che l’Acheronte stesse in Grecia. Beninteso, niente contro la Grecia bellissimo paese o contro i suoi abitanti, ma il problema sono piuttosto quelli che la bazzicano d’estate, ovvero torme di italiani della peggior risma, rumorosi e maleducati. Ogni estate una turba di sconsiderati avventori del Belpaese violenta questa antica terra; forse lo sciagurato sogno di Mussolini, “spezzeremo le reni alla Grecia”, lungi dal realizzarsi sotto il punto di vista bellico nel ’41, si materializza ogni anno sulle spiagge di Corfù e Rodi, nelle balere di Paros e Mykonos. Divisioni ben equipaggiate di tamarri nostrani salpano per colonizzare siti archeologici coi loro Supersantos, battaglioni di pusillanimi portano i loro aperitivi stronzi da pidocchi arricchiti in luoghi di straordinaria bellezza, e su tutto la musica da discoteca impera e detta il verbo. L’Italia e’un paese dove le tragedie si manifestano nella sua gravità anni dopo: le dighe fatte a capa di cazzo crollano su villaggi inermi vent’anni dopo la costruzione, le palazzine appaltate ai mafiosi crollano perché fatte col cartongesso, la plastica il DDT e l’amianto con cui si facevano le scuole, dopo 50 anni si scopre erano, ma guarda, cancerogene. Tra una ventina d ‘anni si scopriranno tutti i guasti a livello cerebrale di sta zozzeria di musica con cui sono cresciuti sti neo-trogloditi del terzo millennio, che in una notte in nave sul ‘Adriatico, non spengono un secondo sto loro stereo a palla con sta musica di merda che non lascia dormire nessuno. E quando pure finisce la musica da discoteca attacca il rap, questa musica che in origine era il sound di ribellione dei ghetti neri americani, e che adesso nella versione italiota e’diventata la ribellione sedicente di adolescenti che manco per il cazzo hanno voglia di studiare o aprire un libro e si “ribellano” ai genitori stando lontano dalla stress a fumarsi le canne e giocare alle Playstation. Credo di aver avuto verso le sei di mattina una crisi del sistema vagale quando sulla nave ho dovuto ascoltare per la millesima volta sta rima di merda “sto lontano dallo stress fumo in poco e gioco a Pes”, cantata da sto giovinastri con aria ipnotica e a mo di inno generazionale, manco fosse Imagine di John Lennon o Like a Rolling Stone di Dylan. Che poi il tipo che la canta, un certo Pequeno, apprendo essere fidanzato di Njcole Minetti, cioè fidanzato si fa per dire, forse quando lei sta di festa o ha la batteria del cellulare scarico: tanta gente suppongo sia fidanzata con Nicole Minetti per una mezz’ora più il tempo di una sigaretta e una doccia…..
Vabbe ad ogni modo niente, taglio via l’Acheronte e mi direziono subito verso l’Albania via Corfù. Ma la vendetta degli dei era sul piatto…diciamo che sbarco in quello ch era l’antico Epiro, estremo sud dell’Albania, una terra su cui in tempi antichi regnava Pirro, un potente re così potente che oso’ un bel giorno sfidare il suo potente vicino, i Romani. Invase la penisola italiana con un forte esercito e vinse pure alcune battaglie ma ad un prezzo talmente sanguinoso da ritrovarsi presto senza mezzi. Tant’è che divenne proverbiale il detto “vittoria di Pirro” per indicare una vittoria troppo cara o inutile. Gira e rigira a furia di vincere ma in fin dei conti perdere Pirro ci rimise le penne e il suo regno cadde, prima sotto i Romani, poi finita l’era di Roma, sotto gli Ottomani. E appunto gli Ottomani ribattezzarono questa terra con un altro nome, da che si chiamava Epiro la chiamarono, la chiamarono…..ve lo dico dopo, giacché e’qui che si consuma la vendetta degli dei nei miei confronti e il tutto può essere intuito dalla cronistoria della giornata. Allora sbarco in una città di confine chiamata Saranda, in Albania. Questo paese si segnala per una serie di anomalie e caratteristiche proprio molto singolari, una di queste riguarda le autovetture: nel 91, alla caduta del comunismo circolavano in Albania non più di 500 automobili, in pratica meno di quanto ne stanno in sosta al parcheggio Brin una domenica pomeriggio. Poi caduto il regime si sviluppa una corsa al “mezzo e da tutta Europa arrivano, in un modo o nel altro, Mercedes e Audi a quantità. Ma a questo ci avevo già fatto caso la volta scorsa, 3 anni fa. Questa zona dell’Albania si segnala, oltre che per le Mercedes di grossa cilindrata, anche per un altra autovettura peculiare della zona: l’apecar, il trerrote che dir si voglia. Su uno di questi monto su e contratto un prezzo per raggiungere la meta prevista, un villaggio costiero chiamato Ksamil. Lungo la strada si ergono ovunque scheletri in cemento ed edifici di recente, recentissima edificazione, tirato su in una notte. Il conducente del trerrote pare quasi guardare con orgoglio a queste brutture e dice che anche lui è capace da solo in una notte di tirar fuori un bed& breakfast. Giungo a destinazione, il luogo non avrebbe nulla da invidiare ai Caraibi ma sta in Albania e ( per fortuna) e ignorato dai tour operator e dai babbei che a costoro si rivolgono. Piccolo inciso di natura polemica: in Albania, come in gran parte dei paesi ove sono stato, le spiagge anche le più belle sono liberamente accessibili. Poi se ti prendi il lettino, la sdraio o l’ombrello ne ok paghi, ma non è’ che viene espunto un fantomatico “ingresso” per entrare in un luogo che è già tuo in partenza. Ad ogni modo qui continuano i presagi funesti inviati dagli dei: mentre faccio il bagno una Medusa mi urtica la rotonda panza di birra ( che, lo dico per rassicurar le ormai poche mie estimatrici rimaste, conto di smaltire durante il viaggio). Ma l’ustione della Gorgona, forse un ultimo avvertimento a ravvedermi e a smettere di sfidare l’ira funesta degli dei, e’nulla a confronto dei presagi che continuano a manifestarsi. Gli abitanti del luogo parlano uno strano dialetto che ha qualcosa di usuale, con le vocali finali storpiate sempre in o, tipo “vieni ko” per dire vieni qua, “sciendi lo”, miett koo”….poi ad un tratto giro un promontorio e su un bellissimo isolotto il disegno divino si manifesta in tutta la sua crudeltà: sul bagniasciuga sta una pletora di giovinastri locali, pettoruti e tronfi come trichechi, intenti a fare tuffi a ripetizioni per compiacere i garruli esemplari di sesso femminile che guardano compiaciute….ogni tuffo e’ accompagnato da grida belluine cadenzate che tradotte significano qualcosa tipo “o coppe tiello” e ” a palla di cannone”. Poi uno, che pare il capo, sale su un pizzo, una sorta di faraglione o perché no, un capannioglio. Sale e fa un mega tuffo tra il plauso generale degli astanti, poi nuota via da vero maschio alfa…..a questo punto non posso più nascondermi, devo spiegarvi quale è la vendetta consumata dagli dei. Allora, dicevamo, questo era l’antico Epiro, ci stava Pirro, vinceva ma perdeva bla bla poi arrivarono i Romani bla bla bla, poi arrivano gli Ottomani che ribattezzano questa regione e la chiamano….è la chiamano ….e la chiamano……Ciamurria!!!!!! E i suoi abitanti, i Ciammurri!!!!!!! Sono finito nella terra dei Ciammurri, ecco spiegati gli apecar i colpi di mano con la fraveca e i tuffi a cufaniello!!!
La cosa tra l ‘altro ha un suo perché ance da un punto di vista filologico storico e ci tutta: il termine “ciammurro” viene indicato in senso dispregiativo a Capri a proposito degli anacapresi col significato di turchi. Secondo voi, i pirati turchi quando partivano per l’Italia da dove partivano se non da qui che è il punto più vicino alle coste italiane visto dall’altra parte del canale di Otranto? Inoltre da queste parti proveniva San Costanzo, che coi turchi aveva a che fare, forse come loro leggendario avversore, e se arrivo’ lui da qui a Capri, e’ possibile ipotizzare una migrazione di massa, a quei tempi non si viaggiava da soli.
Insomma, avrei dovuto percorrere un fiume, l’Acheronte, per fare un salto indietro nel tempo ed evocare delle anime protettrici, non lo fatto, ed un altro fiume, il fiume Ciam, che da nome alla Ciammuria, mi ha fatto fare un salto indietro alla casa di partenza, alla terra dei Ciammurri, dove sarei poito arrivare in un quarto d’ora con un bus Sippic. Ah la la yubris funesta del Palillo!
Al tramonto mi reco al sito archeologico bellissimo di Butrinto, per provare di riparare alla mia empietà e farmi perdonare dagli dei, cui chiedo di non essere poi così ostile con sto povero Palillo, mentre se ci racconto la grigliata di spigole, pezzogne cozze e calamari che mi sono fatto stasera per 15 euro marca un po’ troppo a capresotto che va in Thailandia, quindi Bonne nuit!