Dove nascono i giganti- giorni 7 e 8: il villaggio dei giganti

Inizio l’ultimo capitolo di questa emozionante storia con un’altra fiaba, quella di due giganti, fratelli tra loro e che un tempo vivevano qui uno difronte all’altro, il primo sull’isola di Mykines ed il secondo sul remoto promontorio ove oggi sorge il villaggio di Gasaldur. Essi placavano il loro insaziabile appetito cibandosi delle pecore e degli umani, che terrorizzati provavano a sfuggire loro vivendo nelle grotte; o meglio provavano a saziarsi, giacché uno dei due un giorno, avendo terminato il cibo a sua disposizione, prese a chiedere a gran voce al fratello sul promontorio di lanciargli del cibo. La risposta del fratello non si fece attendere: non cibo bensì massi, enormi massi prese a lanciare verso il mare come un nordico Polifemo verso la galea di Ulisse in fuga. La scorbutica risposta dovette adirare non poco l’altro ciclope che, accecato dalla fame, con un lungo balzo atterró sul promontorio e prese a lottare sanguinosamente col fratello. Combatterono per sei giorni e sei notti fin quando fu il primo, quello saltato da Mykines a prevalere e uccidere l’altro, il cui sangue prese a sgorgare copioso ed inarrestabile originando questa straordinaria cascata Il villaggio di Gasaldur, situato appena sopra di essa, era fino a solo quindici anni fa il più irraggiungibile di tutte le Far Oer: situato all’estremità di una lunga striscia di terra che si perde nell’oceano dell’isola di Vagar, distava dal porto di Sorvagur 13 interminabili chilometri di sentieri esposti alle intemperie e che dovevano scavalcare altissime montagne. La leggenda della lotta dei giganti offre un riscontro del tutto reale e ancor oggi tangibile, che con commozione apprendo da una donna locale: l’irraggiungibile villaggio di Gasaldur fu fondato da un gruppo di balenieri della frontaliera isola di Mykines (il gigante che balza spinto dalla fame) e ancora oggi esiste un accordo tra le due piccolissime comunità per la spartizione del pescato nei terribili mesi invernali. Solo nel 2004, dopo l’agonia di un bambino, costretto col padre ad attraversare l’altissima montagna che sovrasta il villaggio per ricevere soccorso e morendo lungo il cammino nella tormenta ci si risolse alla costruzione di una strada con il più sicuro porto di Sorbagur e soprattutto allo scavo di un tunnel che bucasse quella montagna della morte. Io nondimeno, sprovvisto di automobile e a corto di generosi sostenitori dell’autostop, non ho altra alternativa che sobbarcarmi il cammino a piedi

ma sulle prime va bene: il percorso è di una bellezza ammaliante e poco importa se piove e fa freddo
l’unica preoccupazione è questo famigerato tunnel finale di tre km da fare al buio che potenzialmente potrebbe accendere il mai sedato demone della claustrofobia, oltre ad essere piuttosto pericoloso. Ma col solito mio culo becco un passaggio proprio all’imbocco di esso. Ed ecco sotto di me Gasaldur, gemma nascosta e finale delle Far Oer con la sua cascata Mulaffosur

La bellezza è davvero senza uguali, lascio parlare le immagini

La cascata che sgorga dal sangue dei giganti, i massi scaraventati nel mare nella pugna, una squisita fetta di torta alle bacche silvestri come ristoro. E poi…e poi lui: lo stronzo autostoppista polacco beccato due giorni prima dall’altro capo delle Far Oer, con cui condivido la fatica e la difficoltà a rimediare passaggi su strade deserte!!!!! Non so se lo ricordate, era quello che sosteneva una sorta di diritto di prelazione sui posti dove fare Autostop e si era inquartato perché non osservavo le sue balorde prescrizioni. Naturalmente non risponde al mio saluto e stavolta me la lego al dito : si sta facendo tardi, stanno da percorrere i 13km del ritorno, tra cui i tre sotto il famigerato tunnel e nel paese sono rimaste pochissime automobili che faranno ritorno. Lui si apposta tutto arcigno e bellicoso com’è Lewandowski in area di rigore all’imbocco del tunnel, motivato a “difendere” la sua zona di pesca con ampi gestacci. Io agisco di astuzia: faccio il vago e non replico alle sue volgari provocazioni, mi dirigo nella direzione opposta all’unico spaccio del paese dove servono la squisita torta di bacche e prendo a leccare sfacciatamente il culo ad una famiglia di texani che portano in viaggio premio la figlia appena graduata alla high school di Dallas, dispenso preziosi consiglio circa lo studio della giurisprudenza che la giovane vorrà intraprendere al ritorno negli States….e a sto punto un passaggio per il Palillo ci scatta matematico. E quando ci avviamo e raggiungiamo la sua zona di “pesca” distratto Tim il texano al volante indicando un uccello che vola alto dall’altra parte, in modo da distoglierlo dall’idea di caricare sto gaglioffo da due soldi a bordo. Eccolo qua me lo immagino ancora la bello solo soletto, lui i suoi teleobiettivi a fotografare le pecore sotto la pioggia. Ahahhha, fattela a piedi, pirlaaaaaaaa!!!!!!! La sera la trascorro in una meravigliosa casetta in legno col tetto in erba ma tutto qui è dolce e incantato il giorno dopo avrei l’aereo ad ora di pranzo ma sento di non poter andare via senza aver ancora solcato l’erba di queste isole incantate. Così sveglia in piena notte, anche se c’è luce ovunque

e a rotta di collo verso un’ultima gita in montagna.immerso nella bellezza senza tempo e spazio delle Far Oer. Nel pomeriggio volo a Copenaghen e faccio pure in tempo, nello scalo, ad attraversare il ponte sull’Oresund e mettere piede in Svezia, nella città di Malmoema è nulla confronto alla bellezza selvaggia e primordiale delle isole. Ricordo ogni istante di questo viaggio magnifico; ormai sono in Italia e dopo tanti giorni riassaporo qualcosa di mai visto in questi giorni, il buio. Ma la luce delle Far Oer si irradia nel mio animo, oltre l’orizzonte,oltre questo mare che ammiro dalla mia isola e oltre mille mari ancora, verso quelle terre lontane e arcadiche, ove nascono, vivono e muoiono i Giganti

Dove nascono i giganti- giorno 6: le Far Oer da un capo all’altro

È giunto il momento di lasciare la splendida guesthouse con vista sull’infinito e cambiare isola anzi gruppo di isole, ovvero di passare dal gruppo occidentale costituito principalmente da Vágar a quelle centrali ove ha sede la capitale Tórshavn e poi settentrionali, le selvagge e remote isole più isole di tutte di Kalsoy e Kunoy.

La chiave di tutti questi spostamenti si rivelerà una pratica in cui, nonostante la non proprio più verdissima età, ancora mi diletto, anche perché oltre a costituire un bizzarro modo di conoscere persone quasi sempre simpatiche, unisce al dilettevole anche l’utile perché è spesso la via più breve per l’attraversamento di territori così poco battuti e non urbanizzati: sto parlando dell’hitch-hiking o come viene chiamato in Italia “autostop”. Il viaggio dunque di circa 40 km dalla baia di Sandavagur alla capitale Torshavn, con passi di montagna e tunnel sottomarini, sarà affrontato con un simpatico ragazzo israeliano anche lui intento a fare hitch-hiking , e con l’autista una ancora più simpatica donnona locale, la quale ci carica a bordo dicendo che potrà condurci fino ad un punto intermedio e posto lungo una via secondaria, dal quale il suo collega a cui sta per dare il cambio ci condurrà poi avanti verso la capitale. La cosa simpatica è scoprire che lavoro svolgono lei e il suo collega oltre a essere i nostri gentili “driver”: sono le guardie carcerarie della prigione delle Far Oer! Quindi stiamo tecnicamente andando in carcere ora. L’immediata confidenza, quasi come se già si conoscessero, del ragazzo israeliano con la sig.ra secondina sulle prime mi fa balenare anche qualche strano film per la testa: sono il bersaglio di un’operazione del Mossad ed ora sono stato adescato per essere condotto in carcere e torturato per confessare. Qualche scambio di persona, un file sbagliato nel database e ti ritrovi in una cosa tra “Munich” di Spielberg e “Misery non deve morire” di Stephen King (la sig.ra guardia ha una somiglianza spiccata con la tizia del film…)…

Ma ovviamente ogni timore viene fugato ben presto: lei è simpaticissima e ci fa persino fare un giro panoramico del carcere delle Far Oer, dove sono detenuti 6 individui tra cui un italiano (e sarà l’unico connazionale che incontrerò lungo tutto il viaggio); inoltre scopriamo come persino il carcere qui alle Far Oer sorga in un posto bellissimo nondimeno isolatissimo

Scoprirò nei giorni successivi, perdendomi su queste montagne, che non lontano da qui sorge la chiesa più antica di tutte le Far Oer, quella dal impossibile a pronunciarsi nome di Kiorkubur . Ad ogni modo anche il ragazzo israeliano mostra un profilo colto e intelligente: di idee progressiste, considera il governo del suo paese poco meno che una banda di criminali assassini e quello attuato a Gaza poche settimane fa con l’uccisione di oltre sessanta palestinesi un crimine contro l’umanità. Si vergogna profondamente di ciò e intende in autunno trasferirsi definitivamente in Olanda dalla fidanzata. Insomma vedi un po’ che storie capitano a fare autostop…

Giungiamo a Torshavn e le strade inevitabilmente si separano; io sistemo velocemente le cose alla rinfusa da una coppia di sciroccati che mi ha affittato casa e proseguo in bus verso le isole del Nord, con l’intento di raggiungere il punto più settentrionale delle Far Oer, ubicato nell’isola di Kalsoy ad oltre due ore di pullman e battello. Il fatto è che anche un semplice viaggio in bus alle Far Oer ti diventa un’emozione enorme

La strada si snoda come un serpente impazzito su costoni di roccia che sovrastano canali e pendii aspri che paiono le montagne di un pianeta alieno e poi, per passare da un’isola all’altra, non ci sono ponti, che non reggerebbero al mare in tempesta e al vento, ma tunnel: si, lunghissimi tunnel entro i quali la strada si caccia di improvviso come un animale che si infila in una tana, tunnel che scavano sotto il mare come quello della Manica ma che restano grezzi e in pietra viva, senza troppi fronzoli. Il primo lo abbiamo già passato ed è quello che attraversa il Vestmanna Sound, lo stretto che separa le isole occidentali da quelle orientali, altre due-tre volte scendiamo e risaliamo dagli abissi fino alla meta di destinazione Klaksvík.

Ecco, Klaksvík sorge nel classico luogo dove un giocatore di quei giochi di strategia on line tipo Civilization e similari deciderebbe subito di edificare una città: è una lingua sottilissima di terra tra due mari circondata dalle solite montagne lunari, che qui in verità assumono una conformazione ancora più cupa e minacciosa.

E da qui in battello verso la frontaliera Kalsoy, altra assurdità geografica: lunga una trentina di km, con montagne che si drizzano alte verso il cielo, è larga solo poche centinaia di metri, in pratica una sorta di lancia di terra e rocce protesa verso l’Atlantico. Non sempre le terre vulcaniche infatti assumono quella conformazione circolare che consociamo, spesso prendono anche questa forma puntuta e bizzarra, credo succeda proprio in corrispondenza della faglia, insomma della frattura oblunga da cui fuoriesce la lava: ricordo una isola dalla conformazione pressoché analoga, anche essa vulcanica, Sao Jorge alle isole Azzore, che gli abitanti paragonano ad una schiena di balena saltata fuori dall’oceano e pietrificata in un’isola.

ecco come potete notare, al netto delle differenze climatiche e della mia faccia da scemo , la somiglianza è impressionante

Ad ogni modo tale conformazione rende ovviamente disagevole la vita qui e anche i soli spostamenti, con strade che si inerpicano lungo pendii impossibili verso villaggi abbarbicati sulle ripe scoscese, non sono per niente facili. Si ripresenta dunque esigenza di un ricco autostop non appena sceso dalla nave, momento migliore per pescare qualche “bel tonno di passaggio” con l’auto imbarcata sul battello. Ma qui mi imbatto in un’altro autostoppista, figura del tutto diversa rispetto al simpatico israeliano della mattina: costui è un tizio polacco assai scorbutico e pretenzioso che comincia a sostenere che debbo farmi a debita distanza da lui perché quello è il suo posto di “pesca”, scelto prima di me che sarei quindi costretto a retrocedere o avanzare non ho capito di quanti metri. Da una rapida scorsa non mi sovviene un diritto degli autostoppisti che annoveri una sorta di prelazione nella “posta” ai conducenti, quindi me ne sbatto altamente e mi metto un paio di metri prima di lui che comincia a murmuliare e fare gestacci. Con mio sorriso magico alla Mandrake becco pure subito un passaggio ma ho poi pure l’enorme magnanimità di spirito di chiedere alla autista di far salire pure sto fesso: le perle ai porci, quello invece di ringraziare monta su e continua a sbraitarmi contro e bubbu bubba. Vabbè sticazzi: si arriva a destinazione dopo aver percorso tutta l’isola lungo un suo fianco tra gole e tunnel. Quasi in cima sta il villaggio di Miskoldur, quella della sirena Kopakonan di cui vi parlavo ieri; poi dopo un lungo e buio tunnel eccoci a Trøllanesi il villaggio più settentrionale delle Far Oer e perciò conosciuto come la “fine del mondo”: in effetti dopo c’è solo mare e poi ghiaccio fino al Polo Nord. Anzi per la verità oltre la collina si stende in direzione nord un altopiano erboso di circa 3km, al termine del quale è situato un altro, bellissimo faro. Ho i minuti contati, perdere l’unico autobus della giornata significherebbe perdere ogni coincidenza col battello e la successiva corriera per rientrare nella capitale, ma parto al gran galoppo. Mi fiondo su sto enorme tappeto verde abitato solo da pecore e uccelli, e che uccelli scoprirò più tardi. Sullo sfondo lo scenario inquietante degli alti promontori delle isole limitrofe

Alla fine, tra mille belati di pecore e pecoroni appare il faro, e con lui fa capolino il coglione polacco dell’autostop, già ad affannarsi sulla via del ritorno. Gli chiedo se secondo lui sono in tempo Utile a percorrere la via che manca per il faro e rientrare e lui ovviamente dice di sì, rendendomi un vile tranello. “Al ritorno- mi dice -” accorcia per il sentiero che sale più a monte, è più breve e poi asciutto della via che corre a valle, ridotta ad un pantano”. Mah, mi fido, giunto al faro, il tempo di fare conoscenza con il farista e sua figlia, gli immancabili caproni con cui socializzare e giù, a rotta di collo verso Trøllanesi. Anzi non giu, ma su, seguendo il consiglio del mio “amico” autostoppista mancato: un tranello diabolico la via a monte è più volte interrotta da massi, estremamente accidentata e, dulcis in fundo, sito di riproduzione delle sule marine, certe bestiacce piovute giu dall’Artico e dall’apertura alare di uno pterodattilo:

Prendono a volteggiarmi sulla testa e a lanciarsi in picchiate semi-suicide sulla mia testa degne del miglior pilota di Zero giapponese, quelli che si lanciavano sulle corazzate americane con tutto l’aereo per capirci. Le poverine ovviamente difendono i loro nidi e davvero è impressionante il coraggio con cui mi si lanciano sulla testa dalla quota a cui volano. ….Passa anche questa e rientro senza ulteriori problemi nella capitale Torshavn, l’unico luogo nelle isole ad avere dei ristoranti degni di nota ed una discreta vita notturna mei week end . Anche se la notte qui è un concetto astratto, nel senso che non fa mai buio. Figurarsi che qui in foto erano le tre di “notte”

Dove nascono i giganti- giorno 5: Nordic Syren

Esiste anche qui nel lontano Nord delle Isole Far Oer un mito delle sirene, e come da noi nell’Odissea è una storia che unisce Amore e Morte.Le Sirene (o qualcosa che assai vi somiglia) qui prendono il bizzarro nome di “Kopakonan”, che viene mutato poi in quello di “Selkie” un migliaio di km più a sud sulle coste irlandesi e scozzesi dove si celebra lo stesso mito, quasi come a credere che questo nordiche creature mitiche riuscissero a nuotare come balene da una costa all’altro di questo tempestoso tratto di oceano. Ad ogni modo le Kopakonan avevano le sembianze di una foche: questi animali erano considerato dagli abitanti come esseri umani che avessero deciso di porre fine volontariamente alla loro vita gettandosi nel mare. Costrette a vagare senza pace negli oceani, le Kopakonan erano ammesse poi solo una notte all’anno a tornare sulla terra ed era essa la tredicesima notte dell’anno (che nel calendario runico vichingo dovrebbe essere la tredicesima partendo dal solstizio di inverno quindi intorno al 4-5 gennaio, periodo qui di buio totale e tempeste). Quella notte le Kopakonan potevano svestire le loro pelli di foche e sostare poche ore sulla spiaggia per rivedere da lontano il mondo che avevano scelto di lasciare.

Ma un giorno anzi una notte, la tredicesima appunto, un contadino del piccolo villaggio di Mikladur, sull’isola di Kalsoy, attese sulla spiaggia che le Kopakonan salissero dall’oceano e, vedendole svestite delle loro pelli di foca, ne ammirò in particolare una, giovane e di assai bell’aspetto. Decise così di rubare la sua pelle di foca e di non restituirla, sebbene la giovane e tutte le altre Kopakonan lo supplicassero di restituire la sua pelle e lasciarla andare. Ma lui non cedette e la giovane fu costretta a seguirlo nuda alla sua fattoria. Qui la povera Sirena fu rinchiusa in cattività ed il malvagio contadino fu custode gelosissimo della sua pelle da sirena, perché perfettamente conscio che lei non appena reindossata quella pelle sarebbe di nuovo fuggita negli abissi. Divenne presto sua moglie ed ebbero un figlio , ma il contadino continuava a non poter liberare la donna ne a mostrarla agli altri abitanti del villaggio, tra cui si diffusero dicerie e leggende . Un giorno finalmente il contadino si recò a pescare coi suoi amici, dimenticando la chiave della cesta ove teneva chiusa la pelle di foca. Rendendosene conto, esclamò ai compagni :” Oggi perderò mia moglie” e raccontando loro finalmente tutta la verità. In effetti al ritorno la moglie- Kopakonan non era più in casa ma già sulla spiaggia, ove indossò la veste da foca si lanciò tra i flutti. Qui subitò incontrò un esemplare di foca maschio che era stato ad attenderla per tutti questi anni e che non aveva mai smesso di amarla. Prima di accettare l’amore del suo nuovo compagno, la Kopakonan volle riemergere una ultima volta ad ammirare il suo figlio che nel frattempo era accorso sulla spiaggia. In quel momento tutto gli abitanti riconobbero nella foca la madre del ragazzo, che un giorno sarebbe diventato il capo di questo villaggio situato in capo al mondo, a creare una discendenza di uomini- foca, di uomini figli delle Kopakonan, le struggenti sirene di questo angolo remoto del pianeta

Dove nascono i giganti – giorno 4: Mykines, solitaria regina

” Non si trovava mai riposo quando si era se stessi, ma solo quando si era un nucleo di buio. Perdendo la propria personalità, si perdevano anche le preoccupazioni, la fretta, l’agitazione” Virginia Woolf- Gita al faro

Il fatto è che un faro sulla cima di un promontorio di un isola deserta sul mare in tempesta è qualcosa che evoca da se citazioni letterarie, è come un pungolo a cercare nella propria fantasia , nelle proprie letture. Ho aperto con questa frase di Virginia Woolf” che per la verità non sento completamente mia, nel senso che la sentirei appropriate per altre persone ma non per me stesso, ma andiamo oltre. Il luogo in questione, nella sua remotezza e devastante bellezza, mi ha sulle prime suggerito un’altra immagine letteraria, che si lega ad un ricordo molto bello, quello di una rappresentazione teatrale che mi affascinò e commosse. L’opera in questione si intitola “Le variazioni enigmatiche” , dell’autore Eric- Emmanuel Schmitt, composta solo nel 1995 e rappresentata finora poche volte in Italia. Il titolo prende spunto da una opera sinfonica del compositore Edward Elgar https://youtu.be/SvA6FtN8-n0 e fanno in effetti, più che da colonna sonora, quasi da voce narrante al testo, nel senso che ne accompagnano e danno continuamente incipit alla trama. Il racconto narra di Abel Znorko, immaginario scrittore vincitore del premio Nobel che, stufo del mondo e delle sue beghe, si rifugia su un’isola deserta vicina al Polo Nord, continuando solo ad intrattenere una corrispondenza con una donna di cui è perdutamente innamorato ma che non ha mai conosciuto se non attraverso le parole delle sue leggere. Un giorno un noto reporter si sobbarca il faticoso viaggio per andare ad intervistare lo scrittore nella sua casa in fondo al mondo e dopo una serie di falliti tentativi di bucare la corazza di introversione che pervade lo scrittore , è lui stesso a rivelare il suo segreto all’altro ovvero che la donna con cui intrattiene un rapporto epistolare da 15 anni, unico contatto col mondo esterno, è lui stesso. Lo scrittore, che aveva idealizzato questa figura nella sua mente per tanti anni, dapprima sbalordisce e si infuria, poi ne conviene che la sua idealizzazione e fantasia ormai possono perdurare anche oltre questa circostanza e si congeda dal reporter, annunciando che continuerà a scriverlo. Si accetti a questo punto la suggestione, non chiarita dal testo: l’isola ove ha svolgimento la trama è Mykines, la più remota e occidentale delle Isole Far Oer, il che significa che si protende verso l’Atlantico con questa sua forma aguzza e oblunga col il faro all’estremità che pare il corno di un insetto, di una mantide religiosa verde come una foglia. A Mykines vive una piccolissima comunità di persone, forse una ventina in condizioni non certo semplici, visto l’isolamento e le condizioni meteo nei mesi invernali proibitive. L’isola non ha porti naturali, presenta scogliere a picco del tutto inaccessibili per gran parte del suo territorio. Il molo di attracco del battello, ricavato alla meno peggio in fondo ad un canalone esposto alle correnti, funziona regolarmente solo nella stagione estiva mentre in quella invernale è spesso reso inservibile dalle alte onde oceaniche per intere settimane. Da non confondere per nessuno motivo con la quasi assonnante Mykonos, sito di passaggio e riproduzione di una massa indistinta di coatti, Mykines è sito di riproduzione di molti uccelli, tra cui la parte del leone la fanno i sea puffin, i bellissimi e un po’ buffi pulcinella di mare che nei mesi da aprile a novembre colonizzano l’isola in numero impressionante

all’arrivo in paese una mappa spiega ai visitatori i possibili sentieri di marcia ma tutti si fiondano verso quello che conduce al faro, tra l’altro bello non solo nel suo epilogo finale ma anche nel percorso tracciato come una gincana per le asperità rocciose dell’isola
tra coste scoscese e promontori a picco sul mare

E E si arriva alfine al faro, preceduta da una casa solitaria ormai abbandonata dove vivevano gli addetti alla manutenzione del segnatore luminoso in metallo di bianco verniciato, che giace come una sorta di mostro dantesco, condannato dalla sua natura a dover restare in eterno in un posto così remoto e tempestoso, nondimeno magnifico.

Aggiungo una nota personale: Mykines coi suoi percorsi mozzafiato è il posto più bello del mondo per fare una caccia al tesoro e mi ha dato ispirazione per la prossima che però si svolgerà, bisogna pure accontentarsi, solo a Capri. Non dimenticherò mai Mykines, luogo che già conservo nell’anima

Dove nascono i giganti- Prologo

Diario di viaggio nelle remote Isole Far Oer

Quando Virgilio nelle sue “Georgiche” dedicò un verso alla mitologica “Thule”, chissà se avesse mai immaginato il mito senza tempo e latitudine che avrebbe ingenerato nei secoli a venire. Già, perché quello di “spes nostra ultima Thule” era il motto, il grido di speranza più che altro che i marinai dell’antica Roma urlavano allorquando le triremi dai loro bicipiti sospinte varcavamo le Colonne d’Ercole, collocabili geograficamente con l’attuale stretto di Gibilterra. La “ultima Thule” doveva appunto nell’immaginario marinaresco rappresentare una terra situata a nord, molto più a nord di tutte le terre conosciute, quindi oltre la terra di Albione e le coste dei Caledoni (odierna Scozia). E cosa c’è più a nord, in grado di offrire un ipotetico riparo dalle onde oceaniche e dai venti gelide a marinai alla deriva? Non molto, a guardare una carta geografica (che da quei tempi ad oggi non deve poi essere cambiata molto): Groenlandia, Islanda e…e poi ci sono questi aguzzi sassi lanciati in mezzo al mare, che a metterci molta buona volontà possono essere considerati pure un arcipelago e che costituiscono la meta del mio viaggio appena iniziato. Per voi che leggete, se ne avrete già intuito il nome vorrà dire allora che siete dei fenomeni in geografia e/o dei fanatici del calcio, giacché la rappresentativa nazionale di questo micropaese concorre sempre alle qualificazioni europee con risultati talmente risibili da suscitare solo simpatia e curiosità.

Insomma mi sto andando a cacciare alle Isole Far Oer, 18 schegge di roccia vulcanica saltati fuori nel nulla del mare del Nord, tra Islanda e Norvegia, appena a ridosso del circolo polare artico. Sono state un possedimento danese e difatti sono alla Danimarca tutt’ora collegate amministrativamente anche se sorgono lontanissime da questo paese, come la Groenlandia del resto, entrambe reminiscenze del glorioso passato da navigatori vichinghi dei figli di Re Cristiano.

Ma le Far Oer, coi loro sbalorditivi paesaggi che si schiudono ai naviganti nel bel mezzo di uno dei tratti più flagellato da venti e tempeste dell’Oceano, hanno da sempre alimentato una serie di miti e leggende in quelli (non molti in verità) che sono riusciti fin qui a giungere. Tutto fieno in cascina per me che amo sempre legare i miei viaggi ad un tema mitologico: in pratica qui ho l’imbarazzo della scelta. Le Far Oer potrebbero essere certo la “ultima Thule” di Virgilio e dei poveri marinari romani infreddoliti su triremi alla deriva; potrebbe altresì essere la Terra Iperborea dei Greci ove si irradia una perenne luce e vive un popolo di uomini altissimi dotati di forza e saggezza sovraumana (si tratta di un mito ripreso e distorto in chiave “ariana” all’epoca dai nazisti e tutt’ora dai babbei di Casapound).

Ma ad avventurarsi in queste terre semi-inesplorate e volerne scegliere la mitologia aderente e caratterizzante, non si può che pescare in quella di coloro che sicuramente vi sono arrivati e di esse hanno segnato la frammentaria storia che si interseca appunto col mito. Sto parlando appunto dei Vichinghi e della mitologia norrena, che qui alle sperdute Far Oer trova ancoraggio per decine e decine di pagine di quelle saghe e quei culti. Figuriamoci che la capitale delle Far Oer, che conta non più di 4000 anime in verità, è intitolata a Thor, Thorshavn, che significa appunto il porto di Thor, perché pare che da queste parti il biondone col martello sia passato spesso nelle sue peripezie da Ulisse dei mari del nord. A proposito di Odissea, qui alle Far Oer abita anche il mito delle Kopakonan, le donne dalle sembianze di sirene note più a sud sulle coste scozzesi e irlandesi anche col nome di Selkie. Ma soprattutto, avuto riguardo ai luoghi e alle descrizioni, da queste parti pare che sia avvenuto il Ginnugagap, il “Big Bang” primordiale della mitologia norrena da cui nasce il primo essere vivente, Ymir: un nome che significa “mormorio” o forse “doppio”. Durante un suo sonno nascono da una sua ascella due figli, che accoppiandosi poi incestuosamente danno luogo alle razze dei Ymbrusar, giganti delle nebbie e delle brume, e dei Ayutamana giganti del fuoco, che si combattono incendiando con lava e disseminando di bruma una terra perennemente avvolta tra le nebbie. Quando Odino, padre di Thor, uccide Ymir e la sua turoe discendenza incestuosa, il mare si colora di sangue e resta tale per tre settimane, ma chi beve quel sangue darà alla luce una nuova progenie che ripopolerà quelle terre ostili……Ogni dato coincide: le Isole Far Oer sono la terra dove nascono i giganti.