Alexander- Giorno 4 : Il Regno della Luce


Visto che da qualsiasi lato si arrivi a Ohrid si tratterà di scendere da qualche montagna, si paleserà sin da quel momento un effetto ottico mirabolante cui ben presto dovrete abituarvi: dalla cima di una qualche montagna vedrete a fondovalle un sorta di catino lucente come un metallo prezioso , una sorta di battistero iridescente e abbagliante in cui vorrete subito calarvi .
Il lago di Ohrid è oggettivamente uno dei posti più belli dove sia mai stato, ove avevo un gran desiderio di tornare; il motivo per cui sia semi- sconosciuta agli italiani non mi è a mia volta noto ma mille volte meglio così.
Le origini di Ohrid affondano nella notte dei tempi, in epoca ove cho la comandava qua erano i Pelagoni, ”gente di mare” a voler dedurre una etimologia plausibile a questo nome, e infatti il lago di Ohrid proprio un mare sembra con le sue distese azzurre inondate di luce ove vivono pesci singolari e anche un po’ mostruosi, tipo l’anguilla di Ohrid che per arrivare qui a deporre le uova e poi morire , si fa un culo tanto partendo in un viaggio inverosimile dal mare a risalire i fiumi esattamente come i salmoni . Anche una specie di trota è autoctona di questi luoghi ed è così apprezzata per le sue carni delicate ed al tempo stesso sode come il corpo di una giovane sposa da rischiare l’estinzione, rischio che si rinsalda e si accresce ad ogni mio passaggio qua . I Pelagoni, gente di mare, chiamarono questo luogo Lychnidos, il “Regno della Luce”, e mai nome sembró più appropriato. Il luogo fu un crocevia di popoli come d’altra parte tutta la Macedonia stessa e la sua storia si interseca con tutte le vicende dei popoli circostanti, dagli Illiri passando per i Greci ed il periodo ellenistico , i Romani che posero Lychniidos come tappa della via Egnatia, i bizantini che qui edificarono delle chiese e dei santuari di inverosimile bellezza, i veneziani che arrivarono fin qui perché dovunque c’è acqua c’è Venezia, liquida sovrana di un pezzo di mondo . Anche la storia recente della guerra fredda vede Ohrid ergersi a meta ambita della nomenclatura del blocco comunista ed in particolare proprio del padre- padrone di quel laboratorio etnico caduto in disuso chiamato Jugoslavia, parlo di Tito che qui aveva una bellissima residenza ove accoglieva capi di stato ed amanti .
Ma tra i tanti periodi storici che investono la bellissima Ohrid, siamo tenuti per esigenze di copione a sceglierne uno: quello di Alessandro il macedone e sua madre, originaria di un posto non lontano da qui . Già la madre di Alessandro, un personaggio cruciale nelle vicende del figlio come d’altra parte lo è ogni madre ma al tempo stesso protagonista di una vicenda shakespereana, anzi degna di una tragedia greca visto che siamo in tema . Ecco, la grandiosa drammaturgia greca ci ha raccontato di personaggi femminili meravigliosi e conturbanti, donne costrette a dividersi tra cuore e ragion di stato, costrette a dilaniarsi nel essere spose di uomini potenti quanto brutali e chiamate a vivere situazioni drammatiche . Parlo di personaggi come Medea, Antigone, Clitemnestra e tanti altri. Non so se abbia mai trovato posto in una tragedia il personaggio femminile di Olimpiade , non mi risulta ma meriterebbe di farlo . Ecco, il dramma inizia già dal nome: lei battezzata Myrtake dal padre Neottolemo re dell’ Epiro, è costretta ad assumere quello di Olimpiade, imposto dal marito per auto celebrare una sua vittoria farlocca appunto ai giochi olimpici, dove negli incontri di pigolato arrendevoli pugili si sforzavano a chiavare capate sulle mani del loro re adorato. Re che aveva il nome di Filippo II di Macedonia , padre di Alessandro . Uomo dai modi rudi e dai tratti barbarici, aveva preso in sposa Myrtale poi divenuta Olimpiade in tenera età, in una logica di espansione geopolitica verso il regno del padre, quell’ Epiro posto tra la Macedonia ed il mare Adriatico . La bella Olimpiade pare disprezzasse profondamente la rudezza di modi e la scarsa propensione alla cultura e alle arti del consorte guerriero Filippo , così da riuscire a imporre a quest’ultimo il migliore precettore possibile per il figlio nascituro Alessandro : la scelta cadde su un filosofo di corte capace di discorsi e logiche fuori dal comune , parliamo di Aristotele. Ma la assenza di educazione pare non fosse il difetto peggiore di Filippo agli occhi della giovane sposa : il sovrano era figlio di una cultura finì ad allora ritenuta semi-barbarica , che concepiva istituti ormai desueti nelle corti degli edulcorati greci come la poligamia: così un bel giorno, quando Filippo annunció che si sarebbe preso in moglie pure la figlia di un suo generale, una certa Euridice, il fardello per Olimpiade diventó troppo pesante di palettare e se ne andò di casa o meglio di palazzo, portando con se i figli Cleopatra ed Alessandro . Andarsene di casa con i figli al seguito non era proprio un gesto semplice ed universalmente accettato nella Grecia del 3 secolo a. C e certo foriero di conseguenze, specie se sei la regina per altro “forestiera” di un regno come quello macedone . La povera Olimpiade prende a vagare per le corti dei regni vicini chiedendo asilo ma non trova dai parte dei regnanti la stessa disponibilità ed ospitalità che mostravano quando sfilavano a corte del potente marito, che ora non vogliono incazzare: ci mancherebbe di trovarsi le fameliche ed imbattibili falangi macedoni di Filippo sotto il palazzo per “roba di femmine “. Alla fine l’unico che da accoglienza ad Olimpiade ritornata Myrtale come da nubile è suo zio Alessandro d’Epiro, che accoglie la nipote ed i suoi figli confinandoli però in una luogo periferico del regno, quasi a voler dire all’ex marito : “se vuoi riprendertela, te l‘ho lasciata la”
Quel luogo d’asilo dorato era appunto Lychnidos, l’odierna Ohrid regno della luce , dove la bella Olimpiade coi figli Cleopatra e sopratutto Alessandro comincia a pianificare la sua feroce vendetta di donna tradita verso il fedifrago e rude marito Filippo….e questa storia la incontreremo certo più avanti nel nostro fantastico viaggio

Il Vello d’oro – giorno 2- Lo sbarco nella terra degli Originals Ciammurri

“Menin aiede tea Peleiades Achilleos oulomenov”
Cantami o dea l’ira funesta del Pelide Achille….questi sono i versi iniziali dell’Iliade, che danno un senso a tutto il dramma e la storia , in cui si affaccia il concetto di “yubris” di Achille, tradotto non proprio esattamente come “ira funesta”: più probabilmente la yubris e’ l’arroganza, la tracotanza, l’empieta’ dell’eroe che sfida gli dei, che con la sua audacia baldanzosa contravviene il Logos naturale delle cose…..qua non ho fatto manco a tempo ad arrivare che mi sono macchiato pure io del poco della Yubris. Si’, perché alla fine ho deciso di tagliar il prologo di questa avventura, che rivestiva un carattere simbolico e propiziatorio: ho deciso inavvertitamente di tagliare la tappa al fiume Acheronte per evocare le anime deli Argonauti ed ingraziarmi il favore degli dei. Mi sono deciso a questo taglio così, arbitrariamente, senza pensare quanto empia sarebbe risultata la mia azione e quanto avrebbe infastidito Giasone e gli altri che sto Palillo di cazzo sbarcava qua a volersi atteggiare bello e buono a fare l’Argonauta. Ma l’ho fatto in buona fede diciamo, estenuato da una nottataccia infame e da una considerazione di fondo: il fatto che l’Acheronte stesse in Grecia. Beninteso, niente contro la Grecia bellissimo paese o contro i suoi abitanti, ma il problema sono piuttosto quelli che la bazzicano d’estate, ovvero torme di italiani della peggior risma, rumorosi e maleducati. Ogni estate una turba di sconsiderati avventori del Belpaese violenta questa antica terra; forse lo sciagurato sogno di Mussolini, “spezzeremo le reni alla Grecia”, lungi dal realizzarsi sotto il punto di vista bellico nel ’41, si materializza ogni anno sulle spiagge di Corfù e Rodi, nelle balere di Paros e Mykonos. Divisioni ben equipaggiate di tamarri nostrani salpano per colonizzare siti archeologici coi loro Supersantos, battaglioni di pusillanimi portano i loro aperitivi stronzi da pidocchi arricchiti in luoghi di straordinaria bellezza, e su tutto la musica da discoteca impera e detta il verbo. L’Italia e’un paese dove le tragedie si manifestano nella sua gravità anni dopo: le dighe fatte a capa di cazzo crollano su villaggi inermi vent’anni dopo la costruzione, le palazzine appaltate ai mafiosi crollano perché fatte col cartongesso, la plastica il DDT e l’amianto con cui si facevano le scuole, dopo 50 anni si scopre erano, ma guarda, cancerogene. Tra una ventina d ‘anni si scopriranno tutti i guasti a livello cerebrale di sta zozzeria di musica con cui sono cresciuti sti neo-trogloditi del terzo millennio, che in una notte in nave sul ‘Adriatico, non spengono un secondo sto loro stereo a palla con sta musica di merda che non lascia dormire nessuno. E quando pure finisce la musica da discoteca attacca il rap, questa musica che in origine era il sound di ribellione dei ghetti neri americani, e che adesso nella versione italiota e’diventata la ribellione sedicente di adolescenti che manco per il cazzo hanno voglia di studiare o aprire un libro e si “ribellano” ai genitori stando lontano dalla stress a fumarsi le canne e giocare alle Playstation. Credo di aver avuto verso le sei di mattina una crisi del sistema vagale quando sulla nave ho dovuto ascoltare per la millesima volta sta rima di merda “sto lontano dallo stress fumo in poco e gioco a Pes”, cantata da sto giovinastri con aria ipnotica e a mo di inno generazionale, manco fosse Imagine di John Lennon o Like a Rolling Stone di Dylan. Che poi il tipo che la canta, un certo Pequeno, apprendo essere fidanzato di Njcole Minetti, cioè fidanzato si fa per dire, forse quando lei sta di festa o ha la batteria del cellulare scarico: tanta gente suppongo sia fidanzata con Nicole Minetti per una mezz’ora più il tempo di una sigaretta e una doccia…..
Vabbe ad ogni modo niente, taglio via l’Acheronte e mi direziono subito verso l’Albania via Corfù. Ma la vendetta degli dei era sul piatto…diciamo che sbarco in quello ch era l’antico Epiro, estremo sud dell’Albania, una terra su cui in tempi antichi regnava Pirro, un potente re così potente che oso’ un bel giorno sfidare il suo potente vicino, i Romani. Invase la penisola italiana con un forte esercito e vinse pure alcune battaglie ma ad un prezzo talmente sanguinoso da ritrovarsi presto senza mezzi. Tant’è che divenne proverbiale il detto “vittoria di Pirro” per indicare una vittoria troppo cara o inutile. Gira e rigira a furia di vincere ma in fin dei conti perdere Pirro ci rimise le penne e il suo regno cadde, prima sotto i Romani, poi finita l’era di Roma, sotto gli Ottomani. E appunto gli Ottomani ribattezzarono questa terra con un altro nome, da che si chiamava Epiro la chiamarono, la chiamarono…..ve lo dico dopo, giacché e’qui che si consuma la vendetta degli dei nei miei confronti e il tutto può essere intuito dalla cronistoria della giornata. Allora sbarco in una città di confine chiamata Saranda, in Albania. Questo paese si segnala per una serie di anomalie e caratteristiche proprio molto singolari, una di queste riguarda le autovetture: nel 91, alla caduta del comunismo circolavano in Albania non più di 500 automobili, in pratica meno di quanto ne stanno in sosta al parcheggio Brin una domenica pomeriggio. Poi caduto il regime si sviluppa una corsa al “mezzo e da tutta Europa arrivano, in un modo o nel altro, Mercedes e Audi a quantità. Ma a questo ci avevo già fatto caso la volta scorsa, 3 anni fa. Questa zona dell’Albania si segnala, oltre che per le Mercedes di grossa cilindrata, anche per un altra autovettura peculiare della zona: l’apecar, il trerrote che dir si voglia. Su uno di questi monto su e contratto un prezzo per raggiungere la meta prevista, un villaggio costiero chiamato Ksamil. Lungo la strada si ergono ovunque scheletri in cemento ed edifici di recente, recentissima edificazione, tirato su in una notte. Il conducente del trerrote pare quasi guardare con orgoglio a queste brutture e dice che anche lui è capace da solo in una notte di tirar fuori un bed& breakfast. Giungo a destinazione, il luogo non avrebbe nulla da invidiare ai Caraibi ma sta in Albania e ( per fortuna) e ignorato dai tour operator e dai babbei che a costoro si rivolgono. Piccolo inciso di natura polemica: in Albania, come in gran parte dei paesi ove sono stato, le spiagge anche le più belle sono liberamente accessibili. Poi se ti prendi il lettino, la sdraio o l’ombrello ne ok paghi, ma non è’ che viene espunto un fantomatico “ingresso” per entrare in un luogo che è già tuo in partenza. Ad ogni modo qui continuano i presagi funesti inviati dagli dei: mentre faccio il bagno una Medusa mi urtica la rotonda panza di birra ( che, lo dico per rassicurar le ormai poche mie estimatrici rimaste, conto di smaltire durante il viaggio). Ma l’ustione della Gorgona, forse un ultimo avvertimento a ravvedermi e a smettere di sfidare l’ira funesta degli dei, e’nulla a confronto dei presagi che continuano a manifestarsi. Gli abitanti del luogo parlano uno strano dialetto che ha qualcosa di usuale, con le vocali finali storpiate sempre in o, tipo “vieni ko” per dire vieni qua, “sciendi lo”, miett koo”….poi ad un tratto giro un promontorio e su un bellissimo isolotto il disegno divino si manifesta in tutta la sua crudeltà: sul bagniasciuga sta una pletora di giovinastri locali, pettoruti e tronfi come trichechi, intenti a fare tuffi a ripetizioni per compiacere i garruli esemplari di sesso femminile che guardano compiaciute….ogni tuffo e’ accompagnato da grida belluine cadenzate che tradotte significano qualcosa tipo “o coppe tiello” e ” a palla di cannone”. Poi uno, che pare il capo, sale su un pizzo, una sorta di faraglione o perché no, un capannioglio. Sale e fa un mega tuffo tra il plauso generale degli astanti, poi nuota via da vero maschio alfa…..a questo punto non posso più nascondermi, devo spiegarvi quale è la vendetta consumata dagli dei. Allora, dicevamo, questo era l’antico Epiro, ci stava Pirro, vinceva ma perdeva bla bla poi arrivarono i Romani bla bla bla, poi arrivano gli Ottomani che ribattezzano questa regione e la chiamano….è la chiamano ….e la chiamano……Ciamurria!!!!!! E i suoi abitanti, i Ciammurri!!!!!!! Sono finito nella terra dei Ciammurri, ecco spiegati gli apecar i colpi di mano con la fraveca e i tuffi a cufaniello!!!
La cosa tra l ‘altro ha un suo perché ance da un punto di vista filologico storico e ci tutta: il termine “ciammurro” viene indicato in senso dispregiativo a Capri a proposito degli anacapresi col significato di turchi. Secondo voi, i pirati turchi quando partivano per l’Italia da dove partivano se non da qui che è il punto più vicino alle coste italiane visto dall’altra parte del canale di Otranto? Inoltre da queste parti proveniva San Costanzo, che coi turchi aveva a che fare, forse come loro leggendario avversore, e se arrivo’ lui da qui a Capri, e’ possibile ipotizzare una migrazione di massa, a quei tempi non si viaggiava da soli.
Insomma, avrei dovuto percorrere un fiume, l’Acheronte, per fare un salto indietro nel tempo ed evocare delle anime protettrici, non lo fatto, ed un altro fiume, il fiume Ciam, che da nome alla Ciammuria, mi ha fatto fare un salto indietro alla casa di partenza, alla terra dei Ciammurri, dove sarei poito arrivare in un quarto d’ora con un bus Sippic. Ah la la yubris funesta del Palillo!
Al tramonto mi reco al sito archeologico bellissimo di Butrinto, per provare di riparare alla mia empietà e farmi perdonare dagli dei, cui chiedo di non essere poi così ostile con sto povero Palillo, mentre se ci racconto la grigliata di spigole, pezzogne cozze e calamari che mi sono fatto stasera per 15 euro marca un po’ troppo a capresotto che va in Thailandia, quindi Bonne nuit!