Giorno 17
Le tende le piantiamo sullo Zambesi, poco dopo una rapida e ad una distanza dalla riva che parrebbe sufficiente a tenerci a riparo dall’onda di piena. Più preoccupante, almeno ai nostri occhi, appare trovare riparo dai coccodrilli, di cui il fiume e’ infestato fino a sembrare in alcuni punti una sorta di tappeto di qualche griffe stronza di alta moda in pelle di coccodrillo. All’uopo usciamo a cercare e raccogliere palle di merda di elefante molto secca, simili ormai a balle di fieno, da accendere come zampirone che, assicurano gli indigeni, tiene lontano i coccodrilli.
Scrivere di queste cose mi piace, oltre che per il gusto di raccontare, per far prendere coscienza a me stesso che davvero stiano accadendo, succede tutto così in fretta e la mente ci mette un po’ a comprendere cose così lontane dall’ordinario: sono stato in tenda sul fiume Zambesi accedendo palle di merda di elefante per tenere lontani i coccodrilli, ci penserò spesso nei mesi a venire quando sarò in ufficio o in metropolitana credo!
Ad ogni modo bellissimo questo Zimbabwe, mi ha subito catturato. Ormai i deserti sono alle spalle e qui la vegetazione assume i connotati di una jungla tropicale; anche la gente pare diversa, come e’ ovvio che sia: si tratta di una o diverse etnie del tutto diverse da quelle incontrate in Namibia o Botswana. Qui ci sono gli Shona in prevalenza, dalla stazza fisica rimarchevole e tratti molto marcati, come il nostro capo spedizione Leslie che è originario di queste parti e spradroneggia per le strade come un Mastella a Ceppaloni: dai passanti ai posti di blocco della polizia, pare che tutti debbano inchinarsi alla sua potenza e non vi dico che scena quando alla frontiera ispettori del corrispondente ministero della Sanità locale ci hanno fermato per controllare (molto teoricamente) se avessimo contratto addirittura l’Ebola: Leslie ha detto di controllargli per prima cosa lo sguardo, e lo fissa faccia a faccia a 2 cm di distanza, il poverino gira i tacchi e torna indietro con sto suo strano scanner d’epoca.
Mi fanno morire poi i giovani dello Zimbawne, tutti rasta e consegnati al verbo di Bob Marley nonché…..alle strabilianti giocate di un tormentato talento calcistico non ancora sbocciato e che forse mai sbocciera’: niente dimeno stiamo parlando di Mario Balotelli!!! Davvero se , come e’ probabile, in Europa tutti si romperanno prima o poi le palle delle sue minchiate, può venire qui in Zimbabwe come ultima spiaggia: gli vogliono tutti bene e lo osannano
Ad ogni modo sarei venuto qui per vedere qualcosa di diverso dei poster di Mario Balotelli attaccati alle pareti scalcinate dei bar, qualcosa di assai diverso e leggermente più bellino: le immense e inaggettivabili Victoria’s Falls! Spesso si usa l’espressione del “lasciar senza parole”: l’hanno inventata qui, di fronte a questa sorta di battistero primordiale che ci bagna già a 100 metri di distanza, le Victoria’s Falls le cominci a sentire sulla pelle molto prima di vederle, per via dell’acqua che si nebulizza nella caduta per la foresta pluviale circostante. E’ come arrivare al centro della Terra, e anche qui l’espressione non appare generica, giacché e’qui che si apre una faglia, una sorta di enorme vagina che risale la Tanzania e il Kenya dando luogo alla cd Rift Valley. E’ come se, immaginando la Terra come un pallone, magari di quelli di cuio un po’ deformi e non perfettamente sferici come pure la Terra e’, le cascate Vittoria fossero la cucitura mal riuscita in un lato, quella che i più anziani ricorderanno per quanto faceva male quando la impattava con un colpo di testa ma che sembra conferisse al pallone un effetto fenomenale e imparabile. Anche qui l’effetto e’ fenomenale, altroché! Ma per quanto mi riguarda c’è dell’altro: questa e’ la mia metà finale, l’obiettivo ultimo del mio cammino. Tra non molto dovrò rimettermi in marcia per il ritorno , 1700km fino all’aeroporto da cui rientrare, più o meno come Napoli-Amsterdam ma da farsi su piste sabbiose in fuoristrada. Domani, in ossequio ad una tradizione che vuole che passi sempre il giorno di Ferragosto in un posto sbrevezo e casuale, dormirò a Rundu, al confine con l’Angola, città nota solo perché vi si tiene un festival permanente della malaria.
Ma non importa e questa e una parte del viaggio che non starò più a raccontarvi, questa gigantesca avventura finisce dinanzi allo spettacolo ancestrale del “Fumo che tuona”, come dicono gli indigeni. Sono partito dal Capo di Buona Speranza e mi sembra che la mia vita sia tutta racchiusa nella strada percorsa fino a qui: deserti, paludi, giungle infestate di leoni, mi sento un po’ come quegli astronauti della letteratura fantascientifica che ad un certo momento superano il “punto di non ritorno”: la Terra e’ ormai troppo lontana per farvi ritorno e andranno avanti con la loro astronave fino alla scoperta di un qualcosa, una nuova galassia o un nuovo pianeta. Eccola, la mia galassia oltre il buco nero, una montagna d’acqua dinanzi alla quale l’uomo resta fragile meno di un fuscello di legno, che almeno galleggia.
Il mio “punto di non ritorno” e’ stata invece quella notte gelata coi boscimani: quella loro magica semplicità’ e bellezza, quella saggezza nell’aver capito che è mille volte più’ bello e dignitoso vivere tra i rovi e i cespugli come i padri dei loro padri, che nel “mondo moderno” se poi questo non può che riservare loro che una casupola di lamiere, lavori precari e degradanti e una bottiglia di qualche alcolico scadente per annegare il dolore. Quella gente dona a chi la incontra l’idea che possa esistere sempre un’alterita’, che ci sia dell’Altro possibile a farsi o viversi. Quel giorno, dopo quell’incontro, ho capito che avrei raggiunto le Victoria’s Falls; non tutti, tra noi, ce l’hanno fatta, non perché siano morti per carità, ma perché sopraffatti da problemi di salute e dalla fatica, ci siamo dimezzati strada facendo.
Ricorderò questa avventura senza tempo con gioia e soddisfazione, ripensando,già da ora in cui vi scrivo con le lacrime agli occhi, alla enorme mole di Bellezza che ovunque mi scorreva sotto gli occhi e allo spirito francamente un po’ dissennato che mi ha animato: bisogna essere davvero un po’ fuori di melone per andare a imbarcarsi in una roba del genere. Ah, a proposito, la mia meta finale l’ho raggiunta ma ci sarebbe un’ultima cosina che dovrei fare, il cui pensiero anche esso mi ha in parte sospinto fin qui: e’ una cosa che vorrei fare per chiudere un conto in sospeso con me stesso, con un brutto trauma subito di tenete dopo una gran brutta caduta. E’ una cosa che dovrei andare a fare al di la del fiume, dall’altra parte delle Cascate, dove stanno ste vasche naturali proprio sopra l’abisso della cascata dette “Devil’s pools”. Attraversare il ponte sul fiume significa anche attraversare il confine ed entrare in Zambia, ma vuoi vedere che a sto punto della storia fosse mai questo il problema !?? Mo’ me la vado a fare sta camminata, su!
Ah, e scusate per il poco della pacca da fuori della foto: ne ho di migliori ma questa racchiude per me il brivido dell’incontro con “Fumo che tuona”







