Ieri mattina, dopo una notte infernale in treno, sono arrivato oltre il deserto a Khiva e ho cominciato a piangere. Ciò che mi è apparso allo sguardo non pare possa mai abitare il mondo del Reale ma solo quello della Fantasia. Il termine “utopia” fu coniato nel ‘500 da Thomas More a voler indicare, piuttosto che un “non-luogo”, la trasposizione di un modello ideale in un luogo della fantasia. Quindi ogni utopia già postula sempre un Altove. Una definizione di “utopia dell’Altrove” è dunque pleonastica o paradossale. Non ne sarei sicuro e provo a spiegarvi in che senso. A ben vedere ogni epoca storica disegna la sua Utopia e prova talvolta a tradurla in luogo materiale, in città vera e propria: mi vengono in mente Urbino e Ferrara come utopie del Rinascimento, le “new town” vittoriane a latitudini impensate come utopia del colonialismo o ancora una miriade di città di creazione sovietica, tutte materializzazioni utopiche del socialismo reale. Khiva è la traduzione terrena di ciò che è già collocato da noi in un modello di pura fantasia. Un regno fiabesco e incantato, situato in un luogo non ben disegnato su mappe antiche, oltre mille mari e mille deserti, di cui parlano viaggiatori di ritorno dalla via della Seta, un luogo intorno al fuoco ove danzano principesse bellissime intorno al guerrieri tagliatori di teste si adagiano. Khiva è già tutto ciò che noi occidentali poniamo in un Altrove, immaginiamo come pura fantasia . Potrebbe essere uscita un episodio delle Mille e una notte, dalla penna di Salgari o da un’episodio di Corto Maltese, o da mille romanzi e poesie ancora . Questa materia argillosa plasmata in forma omogeneo di moschee, Madrasse, minareti tondeggianti e mura grosse e solide come la pancia di un gigante, che sbuca fuori ad un tratto dopo il deserto, capitale del regno mitico di Corasmia ormai estinto e mille cose ancora una più incedibili dell’altra , è un luogo che mi ha mandato completamente fuori di senno, sin da quando sono sceso dopo una notte infernale in treno . Già, ieri mattina sono arrivato a Khiva e ho cominciato a piangere
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Alexander- giorno 12: Ankara, capitale che capita
Che Ankara sia la capitale della Turchia credo sia una circostanza sconosciuta a oltre 5 persone su dieci . È la classica domanda a trabocchetto che si pone per mettere alla berlina qualcuno e le sue approssimative conoscenze: “qual’è la capitale della Turchia?” E quello, con tono sicuro : “Istanbul! “ Sbagliato, ciuccioooo, Ankara!!”. La circostanza di essere capitale in effetti pare essere poco conosciuta ad Ankara stessa ed i suoi abitanti, che paiono come assorbiti in quella emulazione costante e reiterata dei processi sociali e delle mode nate altrove, ad Istanbul magari. Nondimeno è una città sconfinata su un infinito brullo pianoro ed infinita all’occhio umano se ammirata dall’altura della Kale, la cittadella fortificata ottomana di gradevole ambientazione, ove sono anche concentrate tutte le migliori attrattive, primo fra tutte il museo delle culture anatoliche che mi è sembrato l’unico motivo valido per essere passato qui . Si, perché diciamo che, per quanto riguarda me Ankara, capitale o meno che sia, si manifesta con la elisione di una sillaba da questo suo status : nel senso che “capita”, ci finisco in modo casuale per la perdita di una complessa coincidenza che mi avrebbe dovuto condurre più giù , in Mesopotamia. Che sia un posto che non abbia amato a prima vista lo si è capito già, resta da dire che una sua impressione l’ha lasciata, anche perché mi è sembrata se non altro la capitale di una fase storica attuale, quella della Turchia e del suo autoproclamato neo- sovrano ottomano Erdogan. Tali sedicenti appellativi suonano certo attraenti ma si farebbe prima a chiamare Erdogan col suo vero nome ed il suo una sorta di regime con qualche liberalità occidentale da un lato e qualche richiamo alla tradizione dall’altro. Un colpo al cerchio ed una alla botte e nel mezzo tanta tanta polizia ovunque, a presidiare ogni cm di questa città che del regime è il salotto di casa . La cosa che colpisce è pure vedere il ritmo frenetico e accelerato a mille dei suoi abitanti, che pure nel passeggio serale paiono voler correre avanti ed indietro a ritmo isterico, senza volersi fermare da nessuna parte . Io mi fermo in un pub di ispirazione occidentale, l’unico a servire birra e alcolici in tutto il centro e noto come sia il posto dove tutti vogliano essere e le ragazze vengano a fare le foto da pubblicare sui social, sebbene sia un locale abbastanza anonimo. Poco dopo avviene una scena che non avrebbe nulla di sorprendente in una qualsiasi città occidentale, e non è certo una cosa positiva, ma qui la pezza finisce per essere peggio del buco : un cencioso bambino mendicante si avvicina al mio tavolo chiedendomi spicci . Mentre mi allungo a cercarne nella tasca , si materializza una poliziotta con la faccia da maestrina Rottemeier ed il fisico da campionessa olimpionica di decathlon, che inmobilizza a terra l’inerme bambino manco avesse un mitra o una cintura esplosiva. Sono scene che suscitano due ordini di reazioni : quelle di chi dice “ah bene così, facessero così anche da noi! Sai quanti delinquenti in meno Etc etc” e chi vede un’aggressione ed un arbitrio del tutto sproporzionati ed incommensurati alla “minaccia” patentata , se mai può essere reputata tale. Due ragazze che siedono a fianco e vedono la scena si iscrivono a questa seconda schiera e provano a sottrarre il bambino dalle mani della donna – Rambo e allontanarlo . Vengono crocifisse ad uno stipite di una porta da una pletora di agenti accorsi in un nano-secondo come manco fosse in corso un attacco terroristico e chiamate ad identificarsi Io stesso che provo a spiegare che è tutto ok, che il bambino non aveva fatto niente di che, vengo messo in guardia da uno dei dieci o forse più agenti accorsi sul posto che qualcosa tipo il favoreggiamento del vagabondaggio è severamente punito dalla legislazione turca, poi si offrono con inusitata gentilezza nientemeno di scortarmi in hotel se mai a quel punto mi sentissi minacciato!!!!! Offerta che ovviamente declino garbatamente. Resto dell’idea che l’unica cosa che meriti una visita di Ankara sia il fenomenale museo dele culture anatoliche, per il resto un luogo in preda ad una nevrosi fobica da teledipendenti.
Alexander- giorno 11: Il Castello di cotone o di carta?
L’interrogativo proposto nel titolo non concerne invero la natura materica del luogo, che non è a dirla tutta ne di cotone e ne di carta, ma riguarda la possibilità che ci riesca ad arrivare a sto benedetto castello di cotone o che il mio planning se ne scenda tutto di botto come un castello di carta . Si , perché i tempi cominciano a farsi serrati e appena finito di inerpicarmi lassù dovrò a spron battuto proseguire verso la Turchia centrale, per non perdere la rotta verso Samarcanda . Lascio di buon mattino la costa sull’ Egeo, il quarto mare incontrato finora ma non l’ultimo, giacché conto ad un certo punto di sta storia di sbucare su quello che un tempo era chiamato mare , il lago d’Aral ora prosciugato quasi interamente ma sempre qualcosa di simile ad un mare, molto più avanti nel cammino . Qui saluto la dolce cittadina di Selcuk e la mia graziosa locanda, con vista proprio sulla basilica di San Giovanni e monto su sto treno con destino Denizli, città che scoprirò essere poi di enormi dimensioni da qualche parte nella Turchia interna . Un mare di aranceti per il primo tratto , poi la natura si fa più brulla ed arida con l’allomtanarsi dalla costa. Guardo le faccio delle persone sul treno , almeno quelle che è possible vedere perche molte donne hanno il velo integrale , e realizzo che la Turchia è un mosaico tutto sommato ben riuscito di popoli diversi, che al nostro occhio miope paiono uno solo ma affondano invece in culture millenarie l’una diversa dalle altre. Riesco anche a constatare, che al di là dell’abbigliamento, è un paese che dall’ultima volta che ci sono stato ad oggi, fa registrare diversi progressi in direzione occidentale, posto che possano reputarsi tali . Di sicuro qualcosa che pare essere scomparso o davvero drasticamente ridotto , forse perché perseguito in via legale non saprei, è quella puchiarella una volta onnipresente e continua di seccatori che per strada, su un treno o fin dentro un cesso ti inseguivano per venderti cianfrusaglie e proporti scambi e mercanzie a questo o quel prezzo . E questo valeva ovunque , pure se per acquistare le sigarette si andava incontro ad una estenuante contrattazione, tipicamente levantina . A qualcuno la cosa piace, in particolare sono sicuro che molti mie conterranei napoletani, che un po’ turchi sono, sentiranno la mancanza di sto teatrino ; io francamente no, era un siparietto che mi ha sempre scartavetrato le palle. E basta .
Arriviamo ordunque dopo circa 4 ore a questa Denizli, che pare una città sudamericana di quelle inerpicate sulle Ande ad alture impensabili. Qui la quota da raggiungere è quella dove il fiume Menderes disegna nel marmo travertino bianco della roccia una serie di bizzarrie geologiche che paiono le bizzarrie di un architetto barocco ubriaco o forse anche le lande di un mondo alieno . Per di più nei pressi sorgono le bellissime rovine di una città prima greca e poi romana , Hierapolis. È giustappunto sto mio essere così saputello, sapere tutte ste cose su ste rovine di Hierapolis che qui non si caga nessuno, che stavolta mi tende un brutto tiro. Si, perché sul dolmus (i pulmini collettivi che partono quando sono pieni) comincio a dire al l’autista di Hierapolis e se il bus ferma da quelle parti . Quello, tutto fiero che finalmente arriva qualcuno che chiede di Hierapolis, fa la brillante pensata di farmi scendere non con tutti gli altri, che vanno a vedere il banale “Castello di cotone” dall’ingresso a valle, ma scapicolla solo me e il suo pulmino sgangherato fin sulla cima di una montagna , dicendomi di fidarmi e che da da li avrei attraversato la magnifica Hierapolis culminando poi sulle vasche di travertino bianco di Pamukkale . Tutto molto bello ma non se hai i minuti contati e uno zaino di una decina di chili sulle spalle . Si , perché quello resta con me, dovendo per forza di cose entrare dal lato a monte ed uscire da quello a valle 4 km più giù; inoltre i simpaticoni all’ingresso, dagli addetti alla biglietteria a quella del bar , con un rigore più tedesco che turco, dicono che non possono giammai assumersi il rischio di detenere un bagaglio sconosciuto manco per un’ora . E jammuncenn: con sto fardello sulle spalle mi scendo tutta Hierapolis, bella bellissima su un alto pianoro riarso dal sole che proporrà immagino temperature infernali nei mesi estivi . Le vestigia di un tempio romano si stagliano maestoso contro il cielo turchese . Poi in un nitore bianco accecante appaiono le vasche di marmo ricolme di un’acqua anche essa turchese. Le falesie marmoree ridondano poi di un sedimento di carbonato depositato dal fiume, che pare come un pulviscolo, come appunto ciuffi di cotone pronti a prendere il volo. Sembrano come balze di un purgatorio in cui immergersi in catarsi . E sotto la pianura anatolica corrugata da montagna e sconfinata verso l’orizzonte e oltre , che dovrò percorrere per migliaia di km ancora , a partire da questa stessa notte dove un altro treno mi porterà molto lontano . Andiamo !
Alexander- giorno 10: Efeso, la Manhattan dei Greci antichi
Il cavallo di Troia, tutti conoscono il cavallo di Troia . Pochi sanno tuttavia cosa fosse il “cavallo” realmente: con ogni probabilità una nave, una nave militare. dalle caratteristiche e dalle capacità belliche avanzatissime per l’epoca e sconosciute ai difensori troiani . Una nave di concezione fenicia, popolo di straordinari navigatori, e detta in quella lingua “Hyppos” che in greco significa causalmente “cavallo”. Ancora è possibile che questa straordinaria nave fenicia, una sorta di unità anfibia da sbarco, avesse come un cavallo di bronzo come polena, quelle statue che si posizionavano a prua delle navi, solitamente immagini di dee o ninfe ma non se stai andando a fare la guerra . Certo meno affascinate della storia del cavallo dal cui ventre saltano fuori Ulisse, Achille e tanti bei giovanotti armati ma storicamente più plausibile. Vi è a questo punto un altro equivoco da chiarire, di natura storiografica: molti pensano al “cavallo” come al momento risolutivo di una guerra, di un qualcosa a cui esso pone fine . Il cavallo di Troia segna in verità l’inizio di una nuova fase storica della cultura greca , quella della sua penetrazione in Asia minore . La caduta di Troia per mano greca , databile storicamente in un periodo intorno al 1250 a. C, spiana la strada alla conquista dei vincitori su tutta una larga e fertile zona del Mediterraneo orientale e della penisola anatolica: l’Asia minore, corrispondente alla fascia costiera sull’ Egeo della odierna Turchia, una zona baciata da un clima favorevole e ideale per l’edificazione o meglio l’allargamento di una fiorente civiltà. Stretta da monti infertilì a nord, la cultura greca proietta ed espande oltremare se stessa, come avverrà secoli dopo anche in Italia meridionale, la Magna Grecia appunto . Qui in Asia minore sorgono decine di polis ricche e prospere: Sardi, Mileto, Alicarnasso e su tutte Efeso, la regina capace di contare nelle sue mure duecentomila abitanti al suo apogeo . Una serie di mirabolanti opere dell’ingegno umano abitano ad Efeso insieme ai suoi cittadini : il porto protetto da una baia naturale, sede di fiorenti traffici; la biblioteca di Celso, dotata di 25 mila volumi e considerata una proto-università del mondo classico, dove sono ammessi a studiare alunni di ogni razza e religione; il tempio di Artemide, considerata una delle sette meraviglie del mondo antico, espressione del culto cui tutti gli abitanti sono votati : Artemide, dea della caccia e delle foreste ma anche della indipendenza, della emancipazione. Efeso, nata greca, si ripensa autonoma e altera rispetto alla madrepatria, nella stessa misura in cui le colonie americane ad un certo punto della storia si separano dalla madrepatria britannica pur essendone una filiazione . Ecco perché speso il paragone con Manhattan, multiculturale ed indipendente dalle origini . Vi è tuttavia una gigantesca spada di Damocle che aleggia sempre su Efeso come su tutte le colonie greche dell’Asia minore : il gigantesco e selvatico nemico che viene dallo sconfinato mondo alle spalle . Un cm fuori dalla loro mura tutte le polis greche costiere trovano un impero, quello persiano che li comincia e finisce migliaia e migliaia di km più ad est, alle porte del’India . L’Impero più grande del mondo allora conosciuto, decine di etnie diverse per svariati milioni di individui che parlano altre lingue, venerano altri dei e vogliono tutti una stessa cosa : sterminare fino all’ultimo greco presente sulle loro coste. Tante volte provano a farlo e tante volte vengono respinti . Ma sono troppi, tanti di più, paiono moltiplicarsi ad ogni battaglia , ogni tentativo di invasione . Qualche città cade, qualcuna si allea trovando magari qualche illuminato alter ego anche in quel mondo ostile , come nel caso di Creso re della Lidia o il mitico Re Mida re dei Frigi. Ma quel mondo resta ostile ai Greci e lo resterà in eterno . Poi un giorno arriva lui, salpa dall’Ellesponto a capo di un esercito forse di 60 mila uomini e 7 mila cavalieri , c’è chi dice di meno e chi di più . Per prima cosa, giunto sulla spiaggia di Troia alla foce del Menandro pianta una lancia consacrandola a Protosilao, primo eroe greco a sbarcare a Troia. Il gesto è chiaro : Alessandro chiede alle città greche di allearsi a lui nella guerra contro il persiano Dario, al cui regno vuole porre fine per sempre , distruggendolo fino alla casa madre del suo formicaio . Chiede di dargli fiducia e sposarne la causa , alleanza o sottomissione, tertium non datur. Molte accettano subito, altre esitano : la vendetta persiana potrebbe essere letale e questo giovane condottiero venuto dalla Macedonia , percepita ancora come una regione selvaggia e semi – barbarica , non pare possedere le stigmate del Pacificatore universale del mondo greco. È l’esitazione che coglie Efeso ed il suo senato, ove siedono a quel tempo degli Oligarchi, longa manus corrotta della l’aristocrazia Persiana . Ma arriverà nei primi giorni di maggio il tempo di una inesorabile battaglia , quella tra le falangi di Alessandro e lo sconfinato esercito persiano che gli si para davanti sul fiume Granico, proprio a nord di Efeso. La battaglia è feroce, finte e posizionamenti di cavalleria si seguono per tutta la prima giornata , poi Alessandro in prima persona rompe gli indugi e carica a Cuneo con le sue falangi nel bel centro dello schieramento persiano, quello dove posizionano i nobili persiani, gli stessi che controllano Efeso ed il suo porto . Si narra che lo stesso Alessandro avesse fatto gran strage di molti di essi , prima di essere intontito da un colpo di ascia sferrato da un nobile ma che quando stesse proprio per soccombere sotto il colpo decisivo nemico, fosse intervenuto il suo migliore amico nonché più fido generale , Clito il Nero che con un colpo di spada tagliasse il braccio nemico è salvasse la vita al suo giovane re Alessandro . La battaglia del Granìco volgeva ormai in favore della fazione macedone, di soverchiante capacità militare . A fronte di duecento , forse trecento caduti macedoni, i Persiani contano almeno seimila caduti e altrettanti prigionieri , e molti altri verranno fatti tali o passati per le armi in un inseguimento durante la loro frettolosa ritirata, mentre il generale dei Persiani, quel Memnone di Rodi di origine greca e passato come mercenario alla corte di Dario, non trova a quel punto altra sorte migliore che darsi il suicidio . Efeso, come tutta l’Asia minore, è liberata, gli Oligarchi cacciati e viene per prima cosa restaurata la Democrazia, concessione fatta da Alessandro ìn persona alla sola città di Efeso . Sulla bianca città circondata da ulivi e dal mare turchese torna la Pace e viene riaccesa la fiaccola del Sacro Fuoco di Artemide
Alexander- giorno 9: Costantinopoli, gigante polimorfo
Proviamo a fare un giochino : descrivere Istanbul in soli tre aggettivi . Voglio dire , potete provare anche se non ci siete stati: vi ci sono posti del mondo che riescono a dare una proiezione o anche solo un immaginario di se pur non essendoci stati. Istanbul è senz’altro uno di quelli. Anzi, io preferisco chiamarla col suo nome storico, Bisanzio o meglio ancora Costantinopoli, come si è sempre chiamata fino ad un secolo fa. Ecco ed è proprio questo suo ultimo aspetto della mutevolezza della denominazione e non solo a fornirmi il primo aggettivo per descriverla : effimera, Costantinopoli è effimera. Gli altri due che spenderò per descriverla saranno liquida e mostruosa . Ma partiamo dal suo essere effimera, da una capacità o forse un suo destino congenito ad apparire e scomparire dal nostro pensiero, dal nostro immaginario e farlo ogni volta in maniera diversa. Per un momento Costantinopoli ci appare un ponte proteso tra due mondi diversi , un fusione a caldo di essi, un’alchimia indovinata tra leghe metalliche non propriamente omogenee. In un altro ci appare la reggia di un sultano ostile, l’avamposto dell’Altro chiamato ad annullarci. In un altro momento ancora può apparirci una tessera del mosaico occidentale schizzata un po’ più a est, un frammento di antichità divenuto ormai metropoli secondo canoni occidentali ed acquisito ad essi . Istanbul o meglio Costantinopoli è a mio avviso tutte queste cose e nessuna al tempo stesso , perché è effimera . Costantinopoli è poi liquida come liquida è la sua geografia assurda, che la tiene in ostaggio su due o forse più sponde di tre mari, che si stringono, poi si allargano e si restringono di nuovo come solo un mare sa fare. Ma sa farlo anche Costantinopoli, che si allarga e restringe sia nella realtà materiale che in quella virtuale. In questa fase storica ha raggiunto un’estensione sconfinata e indefinita, non si conosce che approssimativamente il numero dei suoi abitanti, che continua ad aumentare sopratutto sulla sponda asiatica ove a milioni affluiscono da gli angoli più remoti della Turchia orientale e non solo . Ma Costantinopoli proietta una percezione di se anche da quest’altro lato del mare e della terra. Il gonfalone di Costantinopoli arrivato più volte a lambire le sponde del Mediterraneo occidentale e la Mela d’oro ovvero Vienna , oggi è quanto mai forte e visibile appena oltre Otranto che un giorno drammatico del quindicesimo secolo pure cadde sotto il suo dominio, quando la liquida Constantinopoli tracimò sulle sponde italiche . L’Albania è tutta una processione di banche e aziende turche, così anche la Macedonia e quella parte di Balcani, la presa di dominio oggi si è trasferita principalmente sul piano economico e Costantinopoli domina si quel pezzo di mondo , come anche su parte di quello caucasico e dell’Asia centrale. Costantinopoli è infine mostruosa, ove il termine ha un’ accezione omerica, di qualcosa che si manifesta in maniera improvvisa e incontrollata e suscita uno stupore incontenibile . È mostruosa come un gigante omerico dalla mille forme e dalle mille vulgate, tante lingue che si intrecciano come in una Babele post- ‘moderna, lasciando sempre senza parole me
Alexander – giorno 8: Tempesta sul Bosforo
Mi piacciono le frontiere, mi piacciono da morire . Mi piace localizzarle, attraversarle con le mie gambe sentirne il respiro, capirne il limes che vi è racchiuso, il confine di cui sono espressione . Che sarà di volta in volta un fiume, una montagna un mare, una barriera naturale che disegnano un “di qua e di la” tra due popoli, due culture, due entità. La società contemporanea ha travolto fino quasi ad azzerarlo questo concetto: le frontiere sono trasferite negli aeroporti, con una fictio burocratica che ad un certo punto scontorna un valico di frontiera oltre la gabbiola del controllo passaporti di un’aerostazione. È il classico “non- luogo” di cui parla il grande Marc Augè . È inoltre un concetto a cui non mi rassegno così facilmente: se posso le frontiere le passo via terra. Quella tra Grecia e Turchia è una vera frontiera, una frontiera tra tante cose: lo è dai tempi del nostro Alessandro, che qui mise il campo del suo esercito e respinse gli invasori; è la frontiera tra due mondi secolarmente in lotta a contendersi uno spazio e un modo di vivere; è la frontiera tra un Noi ed un Loro che dir si voglia . Di qua c’è l’Occidente, di li comincia l’Oriente ed il mondo islamico . La cosa davvero singolare quando attraversiamo questa frontiera è che mi rendo conto, proprio mentre percorriamo a piedi l’intercapedine sul fiume Evros, è che sta per abbattersi una terrible tempesta, una tromba d’aria. Vedo il gorgo nero salire e montare su nella pianura tracia, appena oltre la guardiola delle zelanti e giovanissime guardie turche, che un tempo avrebbero preso il nome di Mammalucchi , gli schiavi catturati dall’Impero Ottomano e riconvertii a ruoli dell’esercito o di natura burocratica . Ad ogni modo trobbea is coming e sta davvero poco tempo da perdere coi Mammalucchi e risalire al bordo del bus, che viene infatti investito dal fortunale pochissimi metri appena dopo passato il confine, in una terra di nessuno spazzata da vento, pioggia e fulmini tali da rendere davvero problematica l’avanzata. Ad ogni modo, pur a fatica, il camino riprende e comincia tra la nebbia ad apparire il Bosforo sterzato dai venti alla nostra sinistra . In queste condizioni meteo non appare proprio fattibile la deviazione per Troia, passando per lo stretto dei Dardanelli e Gallipoli, non quella della Puglia ma questa turca dove un giovane Winston Churchill mandó l’impero britannico incontro ad una delle sconfitte più brucianti e impensate (parliamo della prima e non della seconda guerra mondiale ). Sarà per un’altra volta . Davanti a noi comincia a disegnarsi come un serpente millenario dalle tante spire Costantinopoli, o se preferite Istanbul. Non è certo la prima volta che arrivo qui ma ha sempre un fascino irresistibile. Succede pure che non appena entriamo in città la bufera lascia spazio ad un gigantesco arcobaleno che si irradia sopra le rive delle due sponde , ove Europa e Asia arrivano a sfiorarsi. E tra i tanti richiami e sirene che un posto del genere offre, scegliamo quello più incline ai viaggiatori di inizio Novecento, quando si arrivava fin qui sull’Oriente Express e si finiva il viaggio ammirando il Bosforo ed il tanto cammino fatto dalle finestre a bifora del Pera hotel . E la andiamo pure noi, perché come diceva mio nonno : “se devi sparare una botta, sparala bbuon!”
Alexander- giorno 7: Alessandropoli, un gineceo imperfetto
È tempo di rimettersi in cammino . Lasciati alle spalle gli ozi di Salonicco, la strada verso Est corre lungo le strade della Macedonia che bordeggiano la penisola Calcidica ammantata di dolci foreste alla base della sue tre “dira”: tre promontori stretti e lunghi protesi nel mare, il terzo dei quali ospita uno degli Stati più singolari della terra, la teocrazia del Monte Athos . È una sorta di Tibet della religione ortodossa, abitato solo da Monaci monastici che rifuggono dal progresso e non accettano sul loro territorio, davvero incredibile a credersi, persone di sesso femminile. Intendo dire che le donne non possono proprio oltrepassare quel confine materialmente, regola che non conosce eccezioni. Per accedervi, anche se pene-dotati, bisogna fare una bellissima e anacronistica richiesta scritta a mano ed attendere la risposta che può richiedere molto tempo e per una data fissata non concordabile, tutti step piuttosto difficili atteso il modo di viaggiare che ho dove non prenoto manco un aereo figurati l’ingresso ad un luogo del genere . Eppoi sono in compagnia della mia bellissima compagna di viaggio almeno fino ad Istanbul, nun se po fa. Ad ogni modo un giorno sogno di visitare il monte Athos . La strada prosegue lungo la linea di costa e la Macedonia lascia spazio alla antica Tracia, più brulla e ricoperta di macchia mediterranea fino a giungere in prossimità del confine turco . Qui sorge una città il cui nome è troppo evocativo per non dedicarvi una tappa : Alessandropoli, fondata giustappunto dal Nostro che qui vinse una delle sue prime battaglie . Fu una sorta di gran debutto del giovane Alessandro , che messo a capo dell’esercito orientale dal padre Filippo, mosse contro le soverchianti truppe della Lega greca che avevano mosso guerra incautamente agli “uomini del nord”, provando ad accerchiarli da tutti i lati . In quella battaglia Alessandro riuscì , giunto sul fiume Struma, l’odierno Evros , ad infliggere una sonora sconfitta addirittura ad un corpo fino ad allora imbattuto ed ammantato di un’aura di invincibilità : il Sacro Battaglione tebano. Preso il possesso della riva del fiume , fondó una città col suo nome , Alessandropoli, la prima di tante . Nella città è ancora presente un faro da lui innalzato , proprio sul porto ove salpano le navi per Samotracia, isola ove fu rinvenuta la bellissima Nike che troneggia all’ingessso del Louvre . L’odierna Alessandropoli è una tutto sommato vivace cittadina di frontiera, piena di ruspanti taverne ove mangiare ottimo pesce e bere vino alla resina dei boschi locali , ove sorge un parco fluviale bellissimo e una foresta piena di avvoltoi . Quel che ricorderò tuttavia più di altro è la presenza di donne piuttosto bizzarre e preposte a ruoli a cui assolvono in modo decisamente inidoneo e singolare . Cominciamo con una che all’hotel fa la istruttrice della zona fitness ma ha un fisico assai assai poco sportivo con molti ma molti chili in eccesso. Non è per una storia di body shaming ma non incarna proprio il ritratto della personal trainer , ma fosse niente quello. E’ che quando sente che sono di Capri , comincia ad esprimere la sua idea circa l’Isola Azzurra ad alta voce e col gesto della mano teso ad indicare il fruscio delle banconote :” ahhhh Capriiiii Ssssoooldiii.” Alla prima fa anche ridere, poi al secondo o terzo passaggio accompagnato da sto “Capriiii ssoooldiiii”, la cosa comincia a diventare seccante e inopportuna . Non vanno meglio le tizie che fanno servizio ai piani, che si affogano alla velocità della luce il mio costume che cade dal balcone per il forte vento ed alla domanda se per caso hanno rinvenuto un costume , fanno le super gnorri fingendo di non aver trovato niente e con un’espressione del viso come se un costume da bagno non lo avessero mai visto, per poi farsi sorprendere con le dita nella marmellata poco dopo . Ma il capolavoro lo fa una tipa che lavora in un posto dove non vado mai nella vita da anni, un’agenzia di viaggia dove dobbiamo nostro malgrado andare per prenotare sti biglietti del bus per l’indomani che necessitano il non semplice passaggio della frontiera terrestre turca e ed una preregistrazione dei passaporti . Ebbene, quella ti pare che non è capace di sbagliare tutti i nomi dei nostri passaporti inserendo un’acca e scambiando una C di Como per una G di Genova , una A per una E, il tutto rischiando per un pelo di farci trovare bloccati ad un frontiera nella terra di nessuno . Il cambio delle vocali tipo ruota della fortuna del vecchio Mike richiederà una notte al telefono tra oscuri preposti della burocrazia turco- greca e si risolverà positivamente giusto pochi minuti prima dell’attraversamento del fiume ove Alessandro sconfiggeva nel 339 a. C il Sacro Battaglione Tebano, operazione assai meno complicata ne sono sicuro . Ad ogni modo il fiume è passato, il guado è alle spalle e si apre dinanzi a la via per Constantinopoli e Troia . Mancano 4.607 km a Samarcanda
Alexander- giorno 6: Salonicco tra luci e ombre
Diciamolo subito senza mezzi termini : per essere custode di una storia millenaria che si dipana dagli albori della cultura ellenica in avanti , la Salonicco di oggi offre troppo poco,, se non altro in termini di presenza storica. Più che altro le sue poche vestiti areò suo passato paiono squagliate dentro le Scilla e Cariddi del ventesimo secolo : il Cemento e l’Asfalto. Ecco, queste due credute mostruose potrebbero essere assunte come termini di una costruzione logica ideata da un filosofo che qui visse e tenne banco, Aristotele, mentre e la costruzione logica di cui parliamo è ovviamente il sillogismo, ove se con A lasci il Cemento ad edificare ogni cm di costa coi palazzi fin dentro l’acqua e con B poi lo devi imbrattare di Asfalto per farci passare le macchine, la risultante C sarà che avrai una esigua percentuale di popolazione con bei appartamenti vista mare e garage- muniti ma il resto della città un po’ di merda. Beh, forse siamo stati un po’ troppo aciduli dai . Diciamo così, ora che abbiamo individuato il peccato originale , passiamo a tracciare il quadro positivo della città, che mi pare si basi su luci e ombre, intese non in senso metaforico ma in quello pregante di contrapposizione tra luminosità e buio. Partiamo come è normale che sia dalla Luce : è bellissima quella che inonda il lungomare ed il porto proteso a sud sul golfo saronico, una luce lattiginosa e levantina, resa più robusta a tratti dal vento melteni che spira dalle sovrastanti montagne. Il porto di Salonicco tra l’altro ha assunto nel secolo scorso una funzione cruciale nella geopolitica dell’area, essendo reclamato da paesi dell’area balcanica senza sbocco al mare, in particolare dalla Serbia, come proprio sbocco marittimo. Con l’inserimento recente della Germania nelle logiche credito-debitorie con la Grecia, il porto è stato inserito nella partita col colosso tedesco, che delle Serbia è il nemico giurato, alterando questa “servitù di passaggio riconosciuta ai serbi e l’equilibrio geopolitico già fragile della regione . Ad ogni modo la mano tedesca direi che si vede perché proprio il porto è divenuto un’affascinante area multi- funzionale, con ex capannoni e dock portuali resi bar, ristoranti e sale cinema, come fossimo ad Amburgo . Proprio nel corso del nostro soggiorno, si tiene ad esempio un bellissimo ed elettrico festival del cinema, con un viavai di registi ed intellettuali . Ecco , e qui veniamo al secondo aspetto pregnante di Salonicco : le sue ombre , da intendersi come quelle che si delineano quando cala la luce e arriva la notte, perche quella di Salonicco è una gran cazzo di bella notte . Un’energia davvero notevole e ad a tratti travolgente permea la città dal tramonto all’alba, in una babele eterogenea di locali per tutti i gusti, che va dai baretti per giovani e giovanissimi, a quelli per hooligans ubriaconi piovuti da chissà quale angolo della terra d’Albione per finire a quelli per palati più fini. Davvero vivida e frizzante la Salonicco di notte, unexpected ! Tornando al giorno ci sono poi dei gran bei musei come l’archeologico e quella della cultura bizantina ma, su tutti, il fulcro della città appare il monumento-simbolo che troneggia sul lungomare, eretto dal sultano Mehlet quando si impadronì della città e destinarlo addirittura a prigione ! Beh, pare che tra i detenuti circolasse a fine giornata sempre una stessa battuta : “exo einai i talassa”….. ce sta o mare fore
Alexander- giorno 5 : La lama balcanica
Una lama affilata, o meglio due lame diverse, una concettuale e l’altra vera e propria di credo metallo: questa può essere la chiave interpretativa della affascinante giornata odierna. Si, perché dovremo attraversare un bel pezzo di Balcani, dei Balcani quelli veri, fino ad esserne estratti fuori sul mare Egeo. Entrare nei Balcani ed uscirne è un po’ coke essere fagocitati da un gigante di roccia e polvere per venire poi sputati fuori, come in qualche leggenda della cosmogonia greca o norrena. Ecco perché dovremo agire come una lama dentro di esso, squarciare il gigante da nord e sud lungo una pista che si dipana sopra le alture della Pelagonia, il selvaggio Pelister, per poi calare sulla piana di Bitola, la città dei consoli fondata da Filippo il macedone e da lì raggiungere un valico di frontiera con la Grecia da cui immetterci nella Macedonia ma quella greca (vi è persino una querelle legale tra le due Macedonie, vinta per ora dalla fazione greca che ha ottenuto il “copyright”). Dal confine dovremo raggiungere la via Egnatia e con una deviazione raggiungere poi la “capitale ancestrale “ del Regno macedone , Ege, dove in una vicenda davvero shakespereana comparirà la seconda lama: quella che li trafisse Filippo II di Macedonia durante il banchetto nuziale della figlia Cleopatra dandogli la morte. La sua incedibile tomba giace in quel posto e voglio a tutti i costi vederla prima di proseguire per Thessalonica. Ah, avrei pensato anche ad una prima sosta prima del confine sul sito di una città uh tempo gloriosa chiamata Heraclea Lyncestis, in onore ad Ercole suo fondatore ed alla lince che vive acquattata nei boschi circostanti . Insomma un programmone bello serrato. E per renderlo possibile , trovo un gigante buono disposto a farci da driver: si chiama Vedat ed è un uomo buonissimo che si mette subito alla guida sotto un diluvio di acqua da cielo che Dio la manda . Ci lasciamo alle spalle il lago di Ohrid e ci inerpichiamo su per le alture del Pelister, lasciandoci alle spalle anche l’altro lago gemello di Prespa e la sua isola dei serpenti, Golem Grad, che manco stavolta riesco a vedere . Giunti alla volta di Heraclea Lyncestis dobbiamo prendere atto che almeno per oggi piuttosto che la lince, gli unici animali reperibili sono i cani , i cosiddetti famosi “cani morti” che piovono da cielo . Insomma sotto un diluvio non risulta visitabile un sito archeologico dotato di bellissimi mosaici e templi ma tutto all’aperto . Peccato, perché ci tenevo a visitare sta gemma nascosta legata alla storia di Filippp e Alessandro in quanto che costituiva la loro roccaforte per le incursioni dei nemici Illiri da nord nonché la base sulla via di commercio con Roma . Così ripieghiamo per una breve sosta a Bitola, città storica anche essa poco prima del confine, con un’impronta a metà ottomana e metà asburgica, un po come Sarajevo . Bitola rappresentava a sua volta il limes estremo dell’impero asburgico con l’impero ottomano: ecco spiegata la presenza di palazzi in chiaro stile viennese frammistati a bazar e moschee chiaramente ottomane . Poco dopo finiscono le montagne e troviamo il confine nel bel mezzo del nulla . La sensazione di Nulla proseguirà per un bel po anche nella Macedonia greca che si presenta come un gigantesco e disabitato pianoro declinante verso l’Egeo, interrotto solo dai monti delle Meteore ad un tratto . Con una deviazione dall via Egnatia ci mettiamo alla ricerca della antica capitale macedone Ege, che troviamo in mezzo ad un mare di ulivi , in un sito museale davvero ma davvero stupendo che sorge come una piramide in mezzo ad una verde campagna . Qui sorgeva il palazzo reale di Filippo (magnificamente ricostruito !!!!) e qui egli trovó la morte, il giorno del banchetto nuziale di sua figlia , la secondogenita dopo Alessandro, avuta dalla prima moglie Olimpiade. Ah, Olimpiade proprio lei , la moglie bella e giovane ripudiata da Filippo per Euridice figlia del generale Attalo…..Ad assestare la lama nella schiena del re è un certo Pausania di Orestide , sua fidata guardia del corpo nonché si vocifera anche suo amante segreto. Ma nessuno vuole credere a ciò. Non si è ancora rappreso il sangue che sgorga dal corpo morente di Filippo che tutti cominciano a gridare a palazzo il suo nome, quello di Olimpiade, la empia regina decisa a vendicare il suo orgoglio ferito ……A tutt’oggi questo noir d’epoca non ha trovato ancora soluzione ma di certo sarà una dei motivi che spingerà Alessandro a intraprendere il suo cammino di conquista verso Oriente ma questo avremo modo di vederlo nel prosieguo del nostro fantastico cammino..
Alexander- Giorno 4 : Il Regno della Luce
Visto che da qualsiasi lato si arrivi a Ohrid si tratterà di scendere da qualche montagna, si paleserà sin da quel momento un effetto ottico mirabolante cui ben presto dovrete abituarvi: dalla cima di una qualche montagna vedrete a fondovalle un sorta di catino lucente come un metallo prezioso , una sorta di battistero iridescente e abbagliante in cui vorrete subito calarvi .
Il lago di Ohrid è oggettivamente uno dei posti più belli dove sia mai stato, ove avevo un gran desiderio di tornare; il motivo per cui sia semi- sconosciuta agli italiani non mi è a mia volta noto ma mille volte meglio così.
Le origini di Ohrid affondano nella notte dei tempi, in epoca ove cho la comandava qua erano i Pelagoni, ”gente di mare” a voler dedurre una etimologia plausibile a questo nome, e infatti il lago di Ohrid proprio un mare sembra con le sue distese azzurre inondate di luce ove vivono pesci singolari e anche un po’ mostruosi, tipo l’anguilla di Ohrid che per arrivare qui a deporre le uova e poi morire , si fa un culo tanto partendo in un viaggio inverosimile dal mare a risalire i fiumi esattamente come i salmoni . Anche una specie di trota è autoctona di questi luoghi ed è così apprezzata per le sue carni delicate ed al tempo stesso sode come il corpo di una giovane sposa da rischiare l’estinzione, rischio che si rinsalda e si accresce ad ogni mio passaggio qua . I Pelagoni, gente di mare, chiamarono questo luogo Lychnidos, il “Regno della Luce”, e mai nome sembró più appropriato. Il luogo fu un crocevia di popoli come d’altra parte tutta la Macedonia stessa e la sua storia si interseca con tutte le vicende dei popoli circostanti, dagli Illiri passando per i Greci ed il periodo ellenistico , i Romani che posero Lychniidos come tappa della via Egnatia, i bizantini che qui edificarono delle chiese e dei santuari di inverosimile bellezza, i veneziani che arrivarono fin qui perché dovunque c’è acqua c’è Venezia, liquida sovrana di un pezzo di mondo . Anche la storia recente della guerra fredda vede Ohrid ergersi a meta ambita della nomenclatura del blocco comunista ed in particolare proprio del padre- padrone di quel laboratorio etnico caduto in disuso chiamato Jugoslavia, parlo di Tito che qui aveva una bellissima residenza ove accoglieva capi di stato ed amanti .
Ma tra i tanti periodi storici che investono la bellissima Ohrid, siamo tenuti per esigenze di copione a sceglierne uno: quello di Alessandro il macedone e sua madre, originaria di un posto non lontano da qui . Già la madre di Alessandro, un personaggio cruciale nelle vicende del figlio come d’altra parte lo è ogni madre ma al tempo stesso protagonista di una vicenda shakespereana, anzi degna di una tragedia greca visto che siamo in tema . Ecco, la grandiosa drammaturgia greca ci ha raccontato di personaggi femminili meravigliosi e conturbanti, donne costrette a dividersi tra cuore e ragion di stato, costrette a dilaniarsi nel essere spose di uomini potenti quanto brutali e chiamate a vivere situazioni drammatiche . Parlo di personaggi come Medea, Antigone, Clitemnestra e tanti altri. Non so se abbia mai trovato posto in una tragedia il personaggio femminile di Olimpiade , non mi risulta ma meriterebbe di farlo . Ecco, il dramma inizia già dal nome: lei battezzata Myrtake dal padre Neottolemo re dell’ Epiro, è costretta ad assumere quello di Olimpiade, imposto dal marito per auto celebrare una sua vittoria farlocca appunto ai giochi olimpici, dove negli incontri di pigolato arrendevoli pugili si sforzavano a chiavare capate sulle mani del loro re adorato. Re che aveva il nome di Filippo II di Macedonia , padre di Alessandro . Uomo dai modi rudi e dai tratti barbarici, aveva preso in sposa Myrtale poi divenuta Olimpiade in tenera età, in una logica di espansione geopolitica verso il regno del padre, quell’ Epiro posto tra la Macedonia ed il mare Adriatico . La bella Olimpiade pare disprezzasse profondamente la rudezza di modi e la scarsa propensione alla cultura e alle arti del consorte guerriero Filippo , così da riuscire a imporre a quest’ultimo il migliore precettore possibile per il figlio nascituro Alessandro : la scelta cadde su un filosofo di corte capace di discorsi e logiche fuori dal comune , parliamo di Aristotele. Ma la assenza di educazione pare non fosse il difetto peggiore di Filippo agli occhi della giovane sposa : il sovrano era figlio di una cultura finì ad allora ritenuta semi-barbarica , che concepiva istituti ormai desueti nelle corti degli edulcorati greci come la poligamia: così un bel giorno, quando Filippo annunció che si sarebbe preso in moglie pure la figlia di un suo generale, una certa Euridice, il fardello per Olimpiade diventó troppo pesante di palettare e se ne andò di casa o meglio di palazzo, portando con se i figli Cleopatra ed Alessandro . Andarsene di casa con i figli al seguito non era proprio un gesto semplice ed universalmente accettato nella Grecia del 3 secolo a. C e certo foriero di conseguenze, specie se sei la regina per altro “forestiera” di un regno come quello macedone . La povera Olimpiade prende a vagare per le corti dei regni vicini chiedendo asilo ma non trova dai parte dei regnanti la stessa disponibilità ed ospitalità che mostravano quando sfilavano a corte del potente marito, che ora non vogliono incazzare: ci mancherebbe di trovarsi le fameliche ed imbattibili falangi macedoni di Filippo sotto il palazzo per “roba di femmine “. Alla fine l’unico che da accoglienza ad Olimpiade ritornata Myrtale come da nubile è suo zio Alessandro d’Epiro, che accoglie la nipote ed i suoi figli confinandoli però in una luogo periferico del regno, quasi a voler dire all’ex marito : “se vuoi riprendertela, te l‘ho lasciata la”
Quel luogo d’asilo dorato era appunto Lychnidos, l’odierna Ohrid regno della luce , dove la bella Olimpiade coi figli Cleopatra e sopratutto Alessandro comincia a pianificare la sua feroce vendetta di donna tradita verso il fedifrago e rude marito Filippo….e questa storia la incontreremo certo più avanti nel nostro fantastico viaggio
