Giorno 1 – S.O.S: Stop Over in Shangai

Si. “Si” è la parola o meglio dire la sillaba con la quale rispondo alla ovvia domanda che pongo a me stesso : Shangai è un ritratto aderente della Cina di oggi ? Sarebbe tuttavia stucchevole e non del tutto esatto tuttavia racchiuderla nella sempreverde e inflazionata definizione di “luogo dove il Presente ed il Passato convivono” . Io credo che Shangai e forse la Cina tutta non conviva con il suo passato, né abbia troppa voglia di farlo, almeno nella accezione in cui lo intendiamo noi europei. A me sembra che la Cina il suo Passato lo prenda e lo rimpasti in una betoniera, da cui estrarre una malta da costruzione nuova sui cui edificare una propria nuova identità, una sua Grandeur. Mi sembra di scorgere una sorta di etica neo-calvinista del Sol Levante prendere forma consistentemente qui e anche una estetica orientata in tal senso: non è bello ciò che è bello ma è bello ciò che produce, ciò che si sa tirar fuori dalle cose, qualcosa del genere . In questa chiave tutti o quasi gli edifici storici d Shangai sono divenuti, guarda un po’ te, banche, in una gara tra istituti di credito a chi possedesse e riammodernasse il più prestigioso , scettro che non poteva che essere stretto tra le mani della onnipresente Bank of China, pietra angolare del capitalismo cinese e che occupa l’antico palazzo del Governatorato francese . Si, perché Shangai, l’immensa e tentacolare Shangai coi suoi milioni di abitanti sparsi in una miriade di grattacieli , ha avuto un passato coloniale: qui trovava sede la Concessione Francese, affascinante nome con il quale la Francia a meta ottocento otteneva in gestione questo spicchio di Cina, analogamente a come altre nazioni europee ottenevano Hong Kong, Macao ed altre . Figurarsi che persino la piccola Italia otteneva nel 1901 uno spazio coloniale da queste parti: a Tientsin, poco a nord di qui . Ovviamente con la sola eccezione di Hong Kong gestita dallo scafato Inpero Britannico e parzialmente, assai parzialmente, Macao, tutte queste concessioni sono state annullate e travolte da eventi storici diversi , compresa la Concessione Francese di Shangai revocata dal Governo di Vichy nel 43. Anche il suo ricordo tuttavia pare poco visibile ormai, vestigia di un passato che non interessa più e da lasciare ingiallire al sole se non risulta buono da buttare nella betoniera per tirane fuori una adeguata sede per una banca . L’Occidente comunque direi che trova il modo di rientrare in possesso della sua Concessione a Shangai, monopolizzando col richiamo fatato dei suoi brand di abbigliamento e altro l’intero sconfinato corso principale di Shangai, due-tee km che paiono una sorta di Via Crucis dello shopping più compulsivo che si possa immaginare, con decine di migliaia di giovani e meno giovani cinesi che paiono attirati come falene dalle luci, neon e video posizionati a milioni ovunque su palazzi, vetrine, bar ,sottopassi in un’orgia ottica un po’ pacchiana e isterica, che affatica la retina e quasi renderebbe necessari gli occhiali da sole pure di sera . In in certo senso, la Concessione francese di Shangai rielaborata al tempo moderno là si può trovare qui, tra i vari Saint Laurent, Hermès e vario pezzume variopinto. Persino Napoli mi sembra abbia una sua chiave di ingresso speciale qui a Shangai rielaborata al tempo moderno, anzi modernissimo. Non mi riferisco ovviamente alla moltitudine di pizzerie e risto italiani più o meno posticci, che vabbè trovi in qualsiasi metropoli del mondo , ma ad un aspetto più originale che ho messo un po’ a capire . Sul corso principale di Shangai, quello delle milioni di luci che poi si gettano nell’oceano, vengo fermato prima da due donne di età che mi domandano, con troppa gentilezza, se io sia nientemeno un famoso attore francese, di cui ricorderei le movenze e lo stile .Gerard Depardieu, mi chiedo per via della panza? Mah. Pochi metri e ne arrivano altre 4-5 che insistono per farsi la foto, trovando stavolta una somiglianza con Paolo Maldini il calciatore e qua dubito possa essere per la fama accumulata da modesto terzino sinistro delle Giovanili della Caprese agli ordini del mitico Germano Bladier. Declino l’invito ma pochi metri dopo eccone un’altra che torna alla carica con le somiglianze col mondo del cinema: questa volta somiglio a Richard Gere . E qui mi si accende la lampadina : lungomare di Napoli o via Toledo o altrove …..”Dotto e qua voi parite Riciarddd Ghiaaaar, e la vostra signora…… Jennifer Lopeezzz…. Ueeee Brad Pitt!!!” Mi è tutto chiaro e rispondo con decisone: “sorry i dont need any socks”. Non ho bisogno di calzini

La Terra di Mezzo – Prologo

Le prime righe di questo diario le scrivo brandendo con estrema fatica l’Iphone nel bel mezzo di una violenta turbolenza aerea, perdurante da ormai un’ora e che sono sicuro, manco fossi il pilota dell’aereo, non finirà a breve, almeno fin quando non avremo finito di sorvolare ciò che stiamo sorvolando : il Taklamakan. E cosa sarà mai questo Taklamakan? In lingua uigura significa “il luogo dove se entri non esci “. Si tratta di uno degli ambienti più ostili alla vita umana presenti al mondo , un deserto grande poco meno dell’Europa incassato tra le montagne più alte della Terra, l’Himalaya a Sud, l’Hindokush a ovest, il Tien Shan a Nord ed i Monti Altai a est. Ha la forma di una lacrima o se preferite una goccia e nella sola minuscola via di uscita che questi giganti di roccia gli lasciano, si getta in un altro deserto altrettanto ostile all’Uomo, con la sola consistente eccezione dei Nomadi Mongoli che lo abitano da prima di Ghengis Kahn , quello dei Gobi. Si tratta di luoghi con escursione termica impressionante, roventi di giorno e gelati di notte. Il Taklamakan ha poi un ulteriore “chicca” : un livello di ossigeno estremamente basso per via di complessi fenomeni di surriscaldamento e, come se non bastasse, è il luogo della Terra più lontano dal mare, circostanza che estremizza un po’ tutti i fenomeni . Ad ogni modo, il “posto dove se entri non esci “ noi ci limitiamo ad attraversarlo in aereo ma persino questa è una rarità, giacché viene per lo più evitato anche dalle rotte aeree per via dei suoi enormi vuoti d’aria, come quelli in cui ci dimeniamo adesso. A nessuno a bordo pare fregare un fico secco del Taklamakan eccetto me, che con la mia sconfinata ed un po’ morbosa passione per la geografia sto ad ammirarlo dal finestrino attonito e non lesinando diverse capate al vetro per via delle suddette turbolenze, mentre i più ansiosi a bordo strepitano e la notte si confonde al giorno incipiente : sotto di me una distesa bianca gelata a ricoprire la sabbia, senza alcuna traccia umana per centinaia, forse migliaia di km. Dovessimo mai provare un atterraggio qui, non so come la vedo . Incredilmente questo luogo di desolazione assoluta è la frontiera occidentale del Paese più popoloso del globo: il Taklamakan annuncia la Cina, anche se è più vicino ad Istanbul che a Pechino . Un giorno verrò a visitare questo luogo ma non è questa ora la mia meta finale e manco quella intermedia: ben presto i deserti gelati finiranno e di tracce umane ne vedrò sin troppe, in una delle concentrazioni umane più clamorose ed irripetibili della storia, quella che affolla le coste del Mar Cinese Meridionale in una sorta ormai di indistinta megalopoli che corre da Pechino alla contesa Taiwan e anche più giù fino a Canton e oltre . Io mi fermerò a Shangai, il tempo necessario a confondermi ulteriormente le idee prima di proseguire per un luogo ancor più lontano , il più lontano di tutti, l’antipode esatto dell’Italia nel senso che è esattamente all’altro capo del mondo . Un luogo ove ghiacciai immacolati scendono fin giù nel mare come se volessero unirsi ad esso in un amplesso tellurico , tra una moltitudine di delfini ed orche che saltano gioiosi dalle onde come ninfe e satiri . Una terra dove antichi ed erculei guerrieri ti accolgono col loro fiero grido di morte, una terra ove sorgono vulcani in eruzione, profondi fiordi e fiori unici al mondo , dove si annidano grotte colorate di luminescenze magiche da insetti giganti che qualcuno dice essere una specie aliena. Una terra selvaggia e bellissima che pare uscita dalla penna di Tolkien e forse è proprio ciò che ne è stato, se è vero che qui si vuole che abitino gli hobbit di Frodo e gli altri della Compagnia dell’Anello. Insomma sto andando in Nuoca Zelanda, o se preferite la Terra di Mezzo.