Giorno 9
“No shoes, no shirt…..no problem” e’ lo slogan che campeggia un po ovunque in Belize ma dovrà essere stato pensato proprio qui a Caye Caulker. Si perché su questa esile striscia di sabbia strappata all’oceano la vita scorre davvero a ritmi dolci. Si registra innanzitutto l’assenza dei due componenti che personalmente più detesto ovvero il cemento e l’asfalto: le strade sono di sabbia e non vi sono automobili, quanto alle case sono per la gran parte in legno, e abitate da gente con un perenne sorriso che ti avverte che finirai come desco per gli squali se solo ti azzarderai a trasportare qui le tue preoccupazioni della città.
Tutta questa zona del Belize trova la presenza di queste minute striscie di sabbia ricoperte di palme e mangrovie a fungere anche da collante, chiamate Cayes. Solo alcuni di essi sono abitabili e ciò è possibile solo grazie alla presenza del reef, la barriera corallina che funge da flangiflutti per le gigantesche onde oceaniche le quali altrimenti spazzerebbero via in un battito di ciglia questi isolotti passando da parte a parte. Si tratta cmq di ecosistemi molto delicati ed e’ probabile che l’innlazamento del livello dei mari dovuto allo scioglimento dei ghiacci finirà per colpire proprio qui, dopo che già ha reso praticamente impossibile la vita in diverse aree del Pacifico.
Caye Caulker fu fondata da pirati inglesi nel 18esimo secolo, i quali si nascondevano tra questi banchi assai insidiosi alla navigazione per poi colpire i galeoni spagnoli carichi d’oro che salpavano dalle coste del vicino Messico. L’atmosfera picaresca e’ in effetti tangibile ancora oggi e ad un certo punto della storia sono sbarcati da galeoni naufragati sul reef anche schiavi africani, che, restituiti ad una inattesa libertà, hanno colonizzato l’isola. I loro discendenti, ragazzoni robusti in ottima salute e per lo più rasta, sono oggi l’oggetto del desiderio di disinibite turiste nord-americane, che la sera un po’ alticce, anzi parecchio più di un po, si fiondano su sti tronchi d’albero come api sul miele. Una volta questa fetta diciamo di mercato era appannaggio del maschio italiano o per lo meno latino, poi con sta sfaccimma di globalizzazione sono emersi nuovi scenari; vabbuo, se lo piangono i ventenni di oggi insomma.
Quanto a me, ho rallentato il ritmo frenetico dei miei viaggi per adagiarmi su un’amaca in una bellissima casetta in legno fittatami da una matta inglese e sto entrando in contatto con le tantee specie della fauna locale , da un lato trangugiando una quantità vergognosa di granchi e aragoste, dall’altro stringendo rapporti d’amicozia con pennuti e squali, i quali anche loro sembrano essersi conformati al clima sereno e pacioso dell’isola. Si perché non so se riuscite a distinguere nella foto: oltre al pellicano, si vedono che nuotano delle mante, tante centinaia a dire il vero, che proprio ti urtano, ti sbattono addosso per giocare o chiedere cibo come fossero cagnolini. Poco dopo e’ arrivato pure uno squalo nutrice vero e proprio, anzi due, bestioni enormi,e ho azzardato a volo pure un malriuscito selfie, ma mi hanno spiegato che quelli sono di carattere un po’ più incazzosi
