Alexander- giorno 11: Il Castello di cotone o di carta?

L’interrogativo proposto nel titolo non concerne invero la natura materica del luogo, che non è a dirla tutta ne di cotone e ne di carta, ma riguarda la possibilità che ci riesca ad arrivare a sto benedetto castello di cotone o che il mio planning se ne scenda tutto di botto come un castello di carta . Si , perché i tempi cominciano a farsi serrati e appena finito di inerpicarmi lassù dovrò a spron battuto proseguire verso la Turchia centrale, per non perdere la rotta verso Samarcanda . Lascio di buon mattino la costa sull’ Egeo, il quarto mare incontrato finora ma non l’ultimo, giacché conto ad un certo punto di sta storia di sbucare su quello che un tempo era chiamato mare , il lago d’Aral ora prosciugato quasi interamente ma sempre qualcosa di simile ad un mare, molto più avanti nel cammino . Qui saluto la dolce cittadina di Selcuk e la mia graziosa locanda, con vista proprio sulla basilica di San Giovanni e monto su sto treno con destino Denizli, città che scoprirò essere poi di enormi dimensioni da qualche parte nella Turchia interna . Un mare di aranceti per il primo tratto , poi la natura si fa più brulla ed arida con l’allomtanarsi dalla costa. Guardo le faccio delle persone sul treno , almeno quelle che è possible vedere perche molte donne hanno il velo integrale , e realizzo che la Turchia è un mosaico tutto sommato ben riuscito di popoli diversi, che al nostro occhio miope paiono uno solo ma affondano invece in culture millenarie l’una diversa dalle altre. Riesco anche a constatare, che al di là dell’abbigliamento, è un paese che dall’ultima volta che ci sono stato ad oggi, fa registrare diversi progressi in direzione occidentale, posto che possano reputarsi tali . Di sicuro qualcosa che pare essere scomparso o davvero drasticamente ridotto , forse perché perseguito in via legale non saprei, è quella puchiarella una volta onnipresente e continua di seccatori che per strada, su un treno o fin dentro un cesso ti inseguivano per venderti cianfrusaglie e proporti scambi e mercanzie a questo o quel prezzo . E questo valeva ovunque , pure se per acquistare le sigarette si andava incontro ad una estenuante contrattazione, tipicamente levantina . A qualcuno la cosa piace, in particolare sono sicuro che molti mie conterranei napoletani, che un po’ turchi sono, sentiranno la mancanza di sto teatrino ; io francamente no, era un siparietto che mi ha sempre scartavetrato le palle. E basta .
Arriviamo ordunque dopo circa 4 ore a questa Denizli, che pare una città sudamericana di quelle inerpicate sulle Ande ad alture impensabili. Qui la quota da raggiungere è quella dove il fiume Menderes disegna nel marmo travertino bianco della roccia una serie di bizzarrie geologiche che paiono le bizzarrie di un architetto barocco ubriaco o forse anche le lande di un mondo alieno . Per di più nei pressi sorgono le bellissime rovine di una città prima greca e poi romana , Hierapolis. È giustappunto sto mio essere così saputello, sapere tutte ste cose su ste rovine di Hierapolis che qui non si caga nessuno, che stavolta mi tende un brutto tiro. Si, perché sul dolmus (i pulmini collettivi che partono quando sono pieni) comincio a dire al l’autista di Hierapolis e se il bus ferma da quelle parti . Quello, tutto fiero che finalmente arriva qualcuno che chiede di Hierapolis, fa la brillante pensata di farmi scendere non con tutti gli altri, che vanno a vedere il banale “Castello di cotone” dall’ingresso a valle, ma scapicolla solo me e il suo pulmino sgangherato fin sulla cima di una montagna , dicendomi di fidarmi e che da da li avrei attraversato la magnifica Hierapolis culminando poi sulle vasche di travertino bianco di Pamukkale . Tutto molto bello ma non se hai i minuti contati e uno zaino di una decina di chili sulle spalle . Si , perché quello resta con me, dovendo per forza di cose entrare dal lato a monte ed uscire da quello a valle 4 km più giù; inoltre i simpaticoni all’ingresso, dagli addetti alla biglietteria a quella del bar , con un rigore più tedesco che turco, dicono che non possono giammai assumersi il rischio di detenere un bagaglio sconosciuto manco per un’ora . E jammuncenn: con sto fardello sulle spalle mi scendo tutta Hierapolis, bella bellissima su un alto pianoro riarso dal sole che proporrà immagino temperature infernali nei mesi estivi . Le vestigia di un tempio romano si stagliano maestoso contro il cielo turchese . Poi in un nitore bianco accecante appaiono le vasche di marmo ricolme di un’acqua anche essa turchese. Le falesie marmoree ridondano poi di un sedimento di carbonato depositato dal fiume, che pare come un pulviscolo, come appunto ciuffi di cotone pronti a prendere il volo. Sembrano come balze di un purgatorio in cui immergersi in catarsi . E sotto la pianura anatolica corrugata da montagna e sconfinata verso l’orizzonte e oltre , che dovrò percorrere per migliaia di km ancora , a partire da questa stessa notte dove un altro treno mi porterà molto lontano . Andiamo !