La Saga dei Chiattilli – ep. V

I CHIATTILLI E LA SPESONA PER IL WEEK-END

Non ci crederete facilmente ma un momento assolutamente fondativo nella giornata di un chiattillo è quello della spesa. Oddio, ci sono poi spese e spese, a seconda delle fasi della vita e dei gradini sociali scalati. Per capirci, una volta convolate a giuste nozze col cavaliere-bancomat giusto e conseguito lo status di Signora Zizzy e Signora Cessy, la spesa è la migliore epifania di un rango sociale, da orchestrare con maestria come la coreografia del San Carlo. Ed eccole infatti le nostre varcare le porte del suoermercato rigorosamente con domestica skrilankese o moldava al seguito e con aria da nobildonna inglese del Kentshire in visita alle piantagioni di cacao del Kilimangiaro, anche se siamo solo alla Deco; o ancora impartire esecrabili ordini al cell con il verbo magnificamente declinato all’infinito, a rimarcare ad ogni sillaba lo iatus sociale con la colf dall’altra capo del telefono: “Natashaaaa, comperare uova, latte lunga conservazione pane poi subito portare casa senza fermare perdere tempo!, Signora Cessy dovere cucinare per dottor Tubettony” Naturalmente poi il rigore e l’inflessibilità sono acqua idonea a far girare più velocemente la ruota del mulino della gerarchia sociale “Signora Commuogly avere detto comprare gamberi sgusciati, questi sembrare sgusciati??? Ora chi aiutare pulire Signora Commuogly???!” Ma anche la tecnica del bastone e della carota, alternare cazziate a caritatevoli gesti di umanità contribuisce a dipingere l’aggresco di Sua Principessa del Dodecà : “ dai, ora portare buste in macchina di Signora Zizzy poi parlare telefono Skry Lanka” .
Ma tutto ciò è solo uno scenario futuro, un miraggio lontano a realizzarsi . Le nostre Zizzy, Cessy e Commuogly per ora sono ancora tre sgallettate lontane dal fatidico Sì e sono costrette a barcamenarsi in spese approssimative ed ingenti per le libagioni del week-end estivo, quando, attesa la alta concorrenza di pronte a tutto, non è poi così scontato di riuscire a rimediare l’invito al ristorantone dal Tubettony o Fuffy di turno. Anzi, si offuscano nuvole nere sull’orizzonte del “più uno”, atteso che Risvoltiny, Tubettony e Catetery stanno organizzando questa bellissima festa alla Villa di Purpy ma la sera prima in taverna hanno conosciuto tre bellissime zoccolone americane, che per ora sono le prime destinatarie di tutti le attenzioni e la scontistica- omaggio, e sono arrivati all cafoneria di dire alle povere Zizzy, Cessy & Commuogly che se vogliono venire alla festa, devono pure fare loro la spesa .
Così, alle nostre non resta che varcare, sole come Maddalene penintenti, la soglia del Dodeca e avventurarsi tra ripiani di scaffali ad esaudire le voglie dei loro fedifraghi e ribelli Cavalieri Bancomat . E fanno:
“Cessyyy ma Catetery ha detto che dobbiamo prendere le pesche per fare questa cosa che si è bevuto in Spagna che si chiama sangria. Ma che cos’èèè???”
“Zizzyyy, come non lo sai? Ci sono stato in viaggio con Tubettony, madonna che impressioneeee, stanno mille scale e manco un’ascensoreeee, sta a Barcellona, la Sangria Familia si chiama “
Al che Commuogly, l’unica donna più di mondo: “scemaaaaa ma quella è una chiesaaaaa non un driiiiink!!” . Segue risata isterica all’unisono ma i problemi, quelli veri, sono sempre dietro l’angolo …
“ Zizzyyyy, ma i bicchieri di carta quanti ne dobbiamo prendere?? “
“Cessy, e che ne so, il pacco da 100 è sprecato, non possiamo scrivere con l’Uni posca il nome, così ognuno si tiene il suooo? “
“eh si, Cessy, e poi sul bicchiere delle americane che nome ci scriviamo?”
Si guardano negli occhi smarrite ma la saggia del gruppo Commuogly chiude la disputa: “ci scriviamo il loro vero nome ovvero….”
E le tre , all’unisono come in quel cartone animato Occhi di Gatto, gridano: “Zoccolyyyyy!!!”
Roma locuta, causa finita

Nato il 4 di Luglio

Questo gatto piuttosto bruttino che si aggira e spadroneggia per il mio giardino a Capri ha un nome piuttosto bruttino e cacofonico, difficile a pronunciarsi. Cioè ovviamente sono io che gli ho messo sto nome impossibile, l’ho chiamato infatti New Planet. L’etimologia o meglio la ratio criminis di questo nomignolo e’da ricercarsi in tempi lontani che però in un certo qual modo si intersecano con la ricorrenza odierna, il 4 di luglio festa di indipendenza americana. Si, perché ora che sto a Napoli e pure mezzo malato mi son tornati alla mente quei 4 di luglio in quei faboulos anni’90 a Capri, quando la nutrita comunità di residenti e turisti americana si lascia andare a chiassosi festeggiamenti dell’Indipence Day. Mi ricordo come, tra noi ventenni sinistroidi consegnati ad un anti-americanismo culturale, serpeggiasse un malcontento nel veder queste bandiere a stelle e strisce sventolare qua e la per Capri, ma poi ricordo pure di come (almeno a me sicuro) ben presto l’odore della pucchiacca spazzasse via queste farraginose e pedanti sovrastrutture pseudo-politiche e ci si mettesse in caccia delle tanti festanti turiste americanelle con minigonna e infradito da mare, un boccone facile in quel giorno per loro consacrato alla festa smodata e ad alzate di gomito. Nelle battute di caccia in stile savana ricordo pure di aver spesso dovuto incrociare le lame in duelli rusticani con un’altra tipologia di predatori attirata dal bottino: i centauri ciammurri, di quelli old style un po’ western che si muovono a bande ed hanno un forte e forse eccessivo radicamento col territorio. Nel cacciare la preda, ad una maggiore vigoria fisica di natura palestroide dei miei antagonisti e a quel loro teorico fascino un po’ primitivo che piaceva alle turiste in cerca di qualcosa roots BLOODY roots, contrapponevo una migliore capacità dialettica ed una farsesca messinscena in cui spacciavo le mie avances non per squallidi abbordaggi da italiano medio che pensa solo alla figa, ma per per velleità di filantropia multiculturale diciamo, di chi è interessato a confrontarsi con culture diverse per un arricchimento reciproco. Ero solito inoltre millantare conoscenze e citazioni, per la verità piuttosto approssimative ma wikipedia tanto non esisteva ancora; il mio pezzo forte in particolare erano le stelle, di cui mi professavo un grande conoscitore sapendole una ad una identificare e catalogare nella volta celeste,da ammirare ovviamente in un luogo appartato e buio….l’avvento dei tablet e di una stupida applicazione chiamata “cielo stellato” unità agli anni che passano hanno definitivamente posto fine a questa strategia, ma questa e’un’altra storia. Si perché a queso punto della storia devo spiegarvi perché il gatto si chiama New Planet: questo era il nome di un locale, un postaccio che non c’è più situato sotto quello che era lo Zeus. Era una sorta di palestra per giovani Dee jay oltre che un ritrovo di ciammurri hardcore che si dilettavano in loco in una specialità della casa, il mirror check, quella tamarrata del ballo davanti allo specchio vista forse anni orsono in un video di Michael Jackson e preservatasi a quelle latitudini come la lucertola azzurra, nel senso che sopravvive solo in particolari anfratti di degrado socio-culturale dell’isola. Ecco non ricordo ora se era proprio un 4 di luglio ma una sera, con una turista americana, rapiti dall’euforia del momento, ci infilammo in questo New Planet. Fui subito attorniato da loschi figuri dediti al mirror check e messo al corrente della vigenza giuridica in quel posto del Kanun, un codice civile non scritto di origine albanese che prevede il diritto di faida e il vincolo di territorialità con una sorta di diritto di seguito: quello era il loro territorio e qualsiasi cosa rinvenuta nel loro territorio apparteneva al loro, quindi anche la “mia” turista americana. Quello che sembrava il loro capo rincarò la dose versadomi anche un fondo di bicchiere nella camicia……si’, ma che c’entra il gatto New Planet con sta storia squallida, vi starete chiedendo. E c’entra perché quel fatto fa così col mio gatto Carbonello, non lo fa accostare al giardino che lo mena e gli brucia maledettamente il culo ogni qual volta il più bello e giovane Carbonello si bomba una gattina nel suo, presunto, territorio. Proprio un cafonazzo sto New Planet!
Comunque per la cronaca, al di la delle intimidazioni e delle territorialità, tutto sommato mi ricordo un sacco di bei 4 di luglio, anche la tattica delle stelle strano a dirsi funzionava, certe sciammerie pe basc a chillu Pizzolungo, come canta un neomelodico, “viene a vede i stell, o cannocchiale lo tengo pronto già”

Da Gino Baccus

Non ho mai conosciuto in vita questo mio zio Ciro, in arte Gino Baccus, uno dei ben 11 fratelli di mio nonno paterno. L’ho sentito tuttavia menzionare spesso in racconti tutti dal sapore agro-dolce e visto ritratto in diverse foto tra cui questa bellissima che lo immortala nella sua taverna che giaceva da qualche parte per via Madonna delle grazie, a detta di alcuni la prima sorta sull’isola e progenitrice di un fortunato modello nei decenni a venire. Era inoltre un abilissimo creatore di presepi in cartapesta dalle forme assai insolite a spirale o ellittiche come certe bizzarre creazioni del barocco o dell’arte fiamminga. Altra cosa che so di lui è che, sebbene di aspetto assai poco avvenente, riuscisse a concupire con questa sua forza creativa un po’ primigenia bellissime donne avventrici della sua taverna. Nell’insieme di queste sue caratteristiche controverse e per questa sua vena creatrice primitiva e geniale, lo associo nel mio immaginario ad una sorta di Efesto, il mostruoso dio-fabbro forgiatore del fuoco e delle opere degli uomini, sposo della bellissima Venere

La saga dei chiattilli- cap. II

I CHIATTILLI ED IL PESSIMISMO COSMICO
Nella storia del pensiero filosofico e letterario si rinvengono, almeno a mia memoria, tre tipi di pessimismo : quello leopardiano, riconducibile cioè al Vate di Recanati (che poi a ben vedere appartiene a Scopenhauer) della gioia come pure illusione e che alimenta solo l’effimera brama di altra gioa, quello di Sartre dell’”esisto perché soffro”………e poi sta il pessimismo cosmico dei chiattilli. Si, perché forse non tutti lo avrete ancora colto ma il vero chiattillo è irrimediabilmente, inesorabilmente pessimista. Basta un infinitesimale intoppo, una imperscrutabile circostanza del Fato perché l’intero week-end assuma le forme di una valle di lacrime, un baratro di dolori e lamenti senza fondo . Oddio, non è che il novero delle variabili sia infinito atteso che il vero chiattillo più del mare e della serata non fa, e in molti casi l’una delle due attività basta a escludere l’altra perché è inconfutabilmente vero che il “mare stanca” o al contrario si preferisce tenersi freschi ed in forma per l’aperitivo, operazione che tra maquillage e convocazione di amici per conferme, chi viene , chi no, chi si, piglia pure 4-5 di warm up.
Ad ogni modo fermiamoci al pessimismo cosmico chiattillesco, con Cessy e Zizzy che sbarcano in piazzetta, e qui si spalancano le porte del Cocito infernale. L’interrogativo esistenziale è sempre quello: “Cessyyyy, ma dove andiamo a cena stasera???”
“Zizzy, ma ancora ??? Ha prenotato Boccalony il fidanzato di Commuogly, facciamo tavolo alle 22 da Stuzzichino”.
“Cessyyyy, ma stai da fuori???? Commuogly mi ha confermato che dovevi prendere tuuuu il tavolooooo!!!!! E ora come facciamooo????” Lo sgomento scolpito sul viso di Cessy, non si può che chiedere aiuto al prossimo che non potrà negarglielo vista l’immane tragedia che sta oer consumarsi .
“Madonna, ma come facciamo???? E quale è il numero di telefono mio diooo?? “
“lo si può rinvenire facilmente su google, ad ogni modo chiamo io……ma mi dicono che…..sono pieni”
Il cielo si oscura, il sole si spegne, si squarcia il baratro del pessimismo più cupo cala come una scure sulle loro fragilità teste.
“Madonnaaaaa e ora??? Io lo sapevo che quella Commuogly mi metteva in mezzo a sto casino, da quando si è lasciata con Catetery sta da fuoriiii!!!!Butta addosso a me tutte le responsabilitààaaaaa. E adesso????” “
“Mah signorina, può semplicemente prenotare da un’altra parte”
La voce rotta dal pianto, il tono della risposta irritato di chi deve controbattere ad una provocazione o una palese idiozia “ma doveeeeee????”
“Mah,si contano 117 attività di ristorazione sul territorio dell’isola , il che vale a dire che se una è completa possiamo provare in una delle rimanenti 116”
Cessy e Zizzy si guardano sempre più sgomente negli occhi, sicure ormai di aver di fronte un mostro cattivo ed insensibile che non riesce a comprendere il loro dramma esistenziale in corso, poi uniscono e le forze e, come le eroine di qualche cartone animato tipo le Winxxx quando annunciano qualche incantesimo, gridano all’unisono “ ma doveeeee????”
“Mah se Stuzzichino è pieno, potete provare da Barbablù e i sette dentici, che è molto buono, Dallo Scorfano di Sua Maestà che ha milletordici stelle Michelin, oppure potete provare dall’Ostricaro maledetto che pure ha il suo perché, però per un’esperienza davvero innovativa potreste provare dalla Murena a pois”.
Nessun argomento vale ovviamente a fare minimamente breccia e scalfire la granitica paura di trovarsi impantanate ad una serata fuori dai giri che contano. Non resta che varare la soluzione finale . È Zizzy, che finora ha mantenuto un low profile, ad annunciarla:
“No basta non abbiamo altra scelta, devo per forza chiamare il mio ex Tubettony, che ce l’ha con me per quella volta alla festa di Commuogly mi ammoccai con Capokky e feci ingelosire pure quella puttana di Perizomy”
“Ma sei pazza, Zizzyyyy, quella Perizomy ti schifaaaa, lo ha detto pure a Puzzy che ti schifaaa”
“Si ma tanto la schifo anche io a leiiii, e poi Tubettony fa il tavolo, non abbiamo sceltaaaaa,’lo vuoi capire o noooo???”
Arriva anche la presa di coscienza della irresponsabile Cessy, che si sobbarca una telefonata di mediazione con il cornuto Tubettony, con la eterna spada di Damocle che non assommi al tavolo il conteso Capokky e soprattuto la sua bella medea Perizomy.
Alla fine Tubettony dimostrerà un cuore grande anche più del suo portafoglio e acconsentirà ad aggregare le sciagurate Cessy e Zizzy al suo tavolo, ma il suo orgoglio da leone ferito lo farà optare per un attegiamento distaccato, poche frasi di convenienza ed una freddezza di fondo che Zizzy e Cessy sentiranno per tutta la serata sulla loro pelle, fino a precipitare nell’horror vacui del più cupo pessimismo cosmico chiattillesco

Di Valentino o del mio borgo natio

Oggi 16 Luglio, in un caldo pomeriggio di mezza estate, si celebra nella contrada di Valentino la festa della Madonna del Carmine, onorata nel quartiere con una piccola edicola votiva situata proprio alla fine della via che taglia in due il quartiere e le conferisce il nome, nel punto in cui essa interseca perpendicolarmente la strada che dal Castiglione precipita giù verso gli orti della Certosa, intitolata quest’ultima allo sfortunato asso dell’aviazione Dalmazio Birago perito gloriosamente sui cieli d’Etiopia. Il meteo assegna per l’evento quella tipologia climatica definita a queste latitudini inequivocabilmente col vocabolo di “bafuogno”, un caldo umido e appiccicoso corroborato da massicce dosi di vento Africo, ma riserva un’ulteriore sorpresa, quella di un inatteso scroscio d’acqua giusto all’ora della funzione religiosa tenuta all’aperto, funestandola di ombrelli che oscurano ancor più la già scarna visuale sulla statua che offre l’angusto vicolo, per l’occasione ingombro anche di sedie di fortuna occupate dai molti anziani presenti.valentino messa.jpg

La celebrazione è ora limitata appunto ad una funzione religiosa, della quale non riesco ad essere troppo partecipe per attitudine personale; ad ogni modo l’omelia del sacerdote, unita al vociare in preghiera di antiche signore del quartiere che odo distinte dalla mia finestra, è condizione sufficiente per innescare una babele di ricordi invero assai nitidi di quei pomeriggi estivi di un’età ormai lontana, quando noi bambini del quartiere attendevamo con giubilo ed eccitazione questa festa, smettendo per qualche ora di esecrare il chiostro della Certosa adibito a campo da calcio per correre a confrontarci nelle gare e nei giochi di strada che facevano da contorno alla messa. Ricordo in particolare un anno in cui mi avviavo, dopo brillanti turni di qualifiche, a disputare la finale della prova di corsa nei sacchi, anelando assai al primo premio costituito da un materassino gonfiabile da mare, giacché proprio qualche giorno prima avevo fracassato sugli scogli di Palazzo a mare il mio nuovo di zecca rimediando un sonoro cazziatone materno. Ricordo come fossi nettamente in vantaggio sul rettilineo di arrivo avviato verso il trionfo, ma una davvero scarsa “cattiveria agonistica” unita ad una congenita dose di coglionaggine mi spinse a dare credito ad una voce levatasi dal pubblico, la quale rimarcava come non avessi toccato il muro posto a metà percorso prima di volgermi sulla via del ritorno. Sottigliezze oggi forse delegabili all’ausilio del VAR, ma incredibilmente io mi volsi sui miei passi per tornare indietro a toccare quel dannato muro, abbandonando la vittoria ed il sospirato materassino al mio avversario, un mio amico di infanzia. A tutt’oggi quella avrebbe costituito la mia più alta affermazione sportiva, sigh.

C’era sempre tutto il quartiere a quella festa, anziani e nipoti, famiglie identificate col soprannome conferito per stirpe, c’erano tutti i miei nonni, quelli materni assai legati alla santa protettrice del quartiere, ed il mio nonno paterno, uomo dal carattere solare e gioviale nonché affermato imprenditore alberghiero, la qual cosa credo gli conferisse una posizione sociale di lustro che, unita ad una spiccata passione per la bellezza del gentil sesso, gli faceva meritare il non certo sprecato soprannome di “Don Giovanni”. Unica assente giustificata in famiglia era la mia nonna paterna , donna dal carattere estremamente riservato nonchè “ciammurra” trapiantata nella città di sotto, un binomio che suppongo la rendesse legata ad un vincolo di fedeltà eterna a Sant’Antonio piuttosto che ai frivoli culti dei “chiazzieri”. Il “mastro di festa” era poi indiscutibilmente un signore italo-americano dal carattere estroverso e gioviale, sbarcato in Italia da liberatore col suo corpo di marines nel secondo conflitto mondiale ma fatto poi “prigioniero” da una donna che aveva sposato: vivevano in un piccolo appartamento ubicato proprio di fronte al mio cancello, e ancora oggi se esco di casa mi pare strano di non sentirli discutere in uno strano slang Brooklyn- napoletano dinanzi alla tv accesa in sottofondo.

Mi viene da chiedermi quanto sia cambiato il mio quartiere in tutti questi anni: certo lo è, come è cambiato il mondo, ma non poi così tanto. A Valentino si va un po più lenti, lo dice la parola: va- lentino! Attaccati alla piazza e alla roboante via Camerelle, eppure a nostro modo distanti, in un limbo dove a decine i turisti si perdono smarrendo la via per i Giardini di Augusto e le boutique, che sono li ad un passo ma nel dedalo di viuzze non vi è GPS o Google maps che li riesca a far orientare. Di certo non è cambiato l’impianto urbanistico medievale che disegna come una sacca esterna rispetto al centro, una cavità che fungeva da contado per il sovrastante convento delle Teresiane. Figuriamoci che il giardino di casa mia, magicamente affacciato sui Faraglioni, fungeva un tempo da cimitero del suddetto convento e come suo “limes” prima delle terre appartenenti all’altro Ordine, quello dei Certosini.giardino casa

La appena sovrastante casa di carissimi amici ha la chiara struttura di una chiesa, probabile cappella funeraria, e la gran parte degli edifici ricalca un’architettura religiosa. teresiane

E’ cambiata certo l’economia di base di questa piccola contrada, coi suoi manufatti a schiena d’asino divenuti in buona parte appartamenti alla moda, studi di professionisti o molto più spesso depositi dei lussuosi negozi della vicina via Camerelle, una sorta di retrovia di guerra dell’artiglieria pesante schierata sulla main street. Era solo venti anni fa una via che pullulava di botteghe artigiane, che ricordo anch’esse tutte una ad una: dall’orologiaio, mestiere pressoché estinto, che giaceva appena dopo il sagrato dell Chiesa ove oggi sorge un ristorante alla moda, al mastro ceramicaio che scalpellava poco dopo la porta carraia, incredibile scudo sonoro nel quartiere dei rintocchi del campanile, passando per il falegname corniciao che aveva assai in odio le nostre disfide pallonare e ci sequestrava arbitrariamente il pallone, fino alle botteghe dei sarti che sono ancora li a cucire bellissimi vestiti per i ricchi signori che risalgono da Quisisana lungo Li Campi. Qualcosa è cambiato, molto altro per fortuna no. Di certo non sono mutati i veri padroni del borgo, coloro che a Valentino sono sempre stati i despoti capaci di informare le vie del loro odore e delle loro cibarie, i notai che tracciano i confini delle proprietà al di la delle determine catastali rimbalzando a loro piacimento da una particella all’altra: i gatti. carbonello.jpgA Valentino hanno sempre comandato i gatti: li troverete ancora li, affacciarsi tutti incredibilmente sincronizzati da Madre Natura, a salutare sornioni ma affettuosi i bambini che ad ora di pranzo escono vocianti e spensierati da scuola

Addio, bella etiope

Nel giardino di casa mia, incastrato chissà come nel mezzo del centro storico di Capri, vige una vetusta e magica regola: per ogni nuovo venuto al mondo viene piantato un albero. Ognuno degli abitanti di quella casa può dunque riconoscersi in una mimosa o un cachis, un limone o un mandorlo. Ma vi è una sola vistosa eccezione: la altissima palma proveniente dagli altopiani etiopi, talmente vecchia da rendere difficile l’identificazione ai vivi della mia generazione così come a quelli delle due precedenti. Già, perché quella palma ha oltre cento anni, fu importata in Italia ai tempi in cui questo paese si imbarcava in spicchi d’Africa in improvvide avventure coloniali, prelevando (o forse razziando) quello che restava da prelevare. Probabile dunque che questa palma risalga addirittura al disastroso “debutto” colonialista dell’Italia di Crispi, datato addirittura 1896 (avete letto bene) e culminato con la disfatta di Adua. Come sia poi finita nel mio giardino non è dato saperlo ed è rimesso alla fantasia, che,se avrete pazienza di leggere tutto l’articolo, non mancherà di esplicarsi. Insomma questa palma era davvero vecchia assai e, a volerla abbinare all’usanza di un nuovo albero per ogni venuto al mondo, si tratterebbe di risalire ai proprietari della casa di allora ma per fortuna non serve dover scartabellare in ingialliti atti notarili, giacché i vecchi proprietari sono celebri essendo essi la famiglia dell’ex presidente della repubblica Napolitano, che proprio qui ha trascorso la sua infanzia. Beh, vista la sua vetusta età, ci si potrebbe pure lanciare in suggestive ipotesi, che credo farebbero amare però poco la pianta ai grillini. Ma vabbè, non è di questo che vorrei parlare. Eppoi sono triste .

Già, credo che questo 4 di novembre, giorno di San Carlo nonché della commemorazione della vittoria italiana nella Grande guerra, sarà per la nostra famiglia d’ora in poi associato al ricordo di una triste dipartita, non di una persona per fortuna ma di qualcosa cui eravamo comunque tutti molto legati. Sto parlando proprio di lei, la ultracentenaria palma etiope che torreggiava su tutto il quartiere di Valentino come un minareto su una kasbah.

Guardandola da una prospettiva diversa L si poteva ammirare stagliarsi con i faraglioni sullo sfondo e, con la sua altezza intorno ai 30 metri era facilmente localizzabile da svariati punti dell’isola.

Per quanto mi riguarda, era qualcosa di assimilabile a quel che rappresenta il Vesuvio per i napoletani, un ibrido tra un mausoleo della Natura e un nume tutelare preposto alla protezione della casa, verso la quale,esattamente come il Vesuvio, costituiva al tempo stesso una minaccia col suo brandeggiare al vento e il suo paventare una caduta che col suo peso avrebbe teoricamente assestato un colpo esiziale alle fondamenta della casa stessa. Ma tutti noi sapevamo che ciò non sarebbe potuto succedere, che quello stelo proteso a vertigine verso il cielo non avrebbe potuto nuocerci e accettavano con serenità anche il rischio più frequente di rami che nelle giornate ventose periodicamente cadevano giu sul viale di ingresso.

In una recente caccia al tesoro da me organizzata, sullo sfondo di una storia di fantascienza mi ero addirittura spinto a erigerla a strano ritrovato della tecnologia post-sovietica, che permetteva la trasmissione di video e audio dallo spazio, fungendo a mo di antenna parabolica, circostanza quest’ultima celata e lasciata a capirsi all’intuito dei concorrenti, che ricevevano immagini ed enigmi senza spiegazione apparente ogni qual volta si approssimavano ad essa

Ma la convinzione di eterna salute e prosperità eterna della palma ultracentenaria albergava in tutti noi poggiando su basi caduche e fallaci, giacchè da ultimo lo stato di salute della nostra bella etiope si era decisamente aggravato: il terribile parassita sterminatore ribattezzato punteruolo rosso aveva eretto anche il suo tronco a nido per le sue ancor più terribili larve, che placano la loro fame divorando appunto il nocciolo centrale dei fusti di palma. Un flagello biblico che ha devastato le palme di mezzo mondo, una piaga d’Egitto proveniente però addirittura dalla lontana Oceania, difficile assai ad arginarsi e contro la quale la scienza botanica per il momento non ha trovato che dei paliativi. A migliaia le palme giacciono come ceppi morti decapitati nei giardini e negli orti dell’Occidente come del Medio Oriente. All fine anche la nostra bella etiope ha capitolato al puntuto sterminatore

Eppure c’era stato un primo momento in cui, di fronte all’ecatombe in corso, la nostra sembrava aver eroicamente resistito , come immune al flagello. La circostanza aveva già in me suscitato un ingenuo e prematuro entusiasmo, tanto da lasciarmi andare a suggestive ipotesi gonfie di letteratura ma scarne di basi scientifiche, secondo cui la nostra resisteva al punteruolo per via dei suoi natali sull’altopiano etiopico, dove l’infinito Nilo affonda le sue sorgenti e vive una razza di uomini fenomenali capaci di correre senza stancarsi come se saltellassero sulla luna. Non a caso, quelle montagne rimaste inespugnate per secoli sono ribattezzate appunto sin dai tempi di Tolomeo “le montagne della Luna”. Forte di questa mia fatua convinzione mi ero azzardato pure a scrivere un racconto breve per un mini-concorso letterario inserito in un festival del giardinaggio o qualcosa di simile. Il racconto per la verità non ebbe alcuna menzione ne premio all’interno di quella rassegna ed in effetti, a rileggerlo adesso, non appare particolarmente munito di pregi d’arte, con uno stile sovrabbondante e sovraccarico di sentimentalismo. E poi non ha portato bene, visto il titolo scelto, ma vabbè tanto vale rileggerlo e farli valere come una sorta di cenotafio per la nostra bella etiope. Eccolo:

PUNTERUOLO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO

Coriaceo e cazzuto guerriero, mortifero ed irsuto ircocervo, flagellante Magellano post-moderno, aveva egli solcato gli oceani dalla lontana Melanesia per giunger fin nella antica Persia e cominciar la sua opera di devastazione e morte; poi, sazio che fu, aveva il suo corno del color del sangue sguainato verso il Vecchio continente ed era alfine ivi  approdato, novello predone di inermi e fragili fusti parati al vento. Il suo nome era Punteruolo Rosso e il suono di esso evoca ancor oggi terrore e disperazione in ogni palma attecchita e cresciuta tra Gibilterra e Samarcanda. A migliaia, in Europa come in Medio Oriente, sui viali alberati delle città mediterranee come tra i filari delle serre israeliane, le palme giacevano con i rami rinsecchiti riversi verso il basso o come mozzoni deformi ormai agonizzanti, corpi svuotati e mangiati dall’interno dalle micidiale larve del coleottero predatore.

S’approssimava in un giorno di primavera il famelico Punteruolo al mio di giardino, pronto a sferrare il colpo esiziale alla vecchia e ossuta palma che ivi annicchia tra la mimosa e la jacaranda, sbilenca creatura alle apparenze gracile e vacillante sotto le raffiche di maestrale e di scirocco. Una preda facile per lo Sterminatore rosso dei due continenti, si sarebbe detto. Ma la storia questa volta riservava un finale diverso: era quella non un palma qualunque ma un esemplare eccezionale e raro, giunto fin qui nell’isola di Capri da una remota e inaccessibile regione dell’Etiopia, dove l’infinito Nilo trova le sue sorgenti e dove qualche scienziato colloca addirittura la nascita, milioni di anni orsono, della specie umana. La trasportò da laggiù fin qui un mio avo, al secolo modesto ufficiale del Regio Esercito italico impegnato nella prima disastrosa campagna di Etiopia ( chiamata Abissinia dalla toponomastica del tempo), epopea conclusasi con l’ingloriosa disfatta di Adua. Correva  l’anno 1896 e correva a gambe levate questo mio sconosciuto progenitore mentre batteva in ritirata sugli altipiani abissini, portando con se, incredibile a dirsi, il giovane virgulto o forse i semi di questa pianta che tuttora si erge vetusta, 120 anni dopo, nel bel centro di Capri, con i Faraglioni a fargli da sfondo ed il vento ad accarezzarla. Sarà stata forse la durezza delle condizioni incontrate in quella precipitosa ritirata e nella fase embrionale della sua vita a forgiarne la tempra e a renderla inarrendevole al tempo e alle asperità, chissà; sta di fatto che essa e’ ad oggi l’unica testimonianza di vittoria, seppur fallace, riportata da quella acerba e sciagurata avventura coloniale. Quel piccolo furiere del Regio Esercito con il suo pollice verde aveva inconsapevolmente eretto una sorta di piccolo obelisco trafugato al nemico, una palma non certo del vincitore ma la cui regale possanza ricorda quello di una danzatrice della natia Nubia, donne della cui bellezza esile e robusta parlano Erodoto e i frammentari resoconti dei pochi coraggiosi che nel mondo classico osarono spingersi in quelle terre ostili a rinvenire le sorgenti del Sacro Nilo.

Troppa storia e troppa gloria si paravano dunque innanzi all’infido Punteruolo invasore, le cui brame di conquista e sterminio naufragarono ben presto sulle inoppugnabili sponde di un Piave di bellezza e salubrità secolari. La Palma etiopica, e prima ancora abissina e forse prima ancora nubiana, troneggia ancora li, al centro del mio giardino sopra la mimosa e la jacaranda, con i Faraglioni a osservarla e il maestrale dolcemente a brandirla, altera e vanesia come Cassiopea moglie di Cefeo, prima regina di Etiopia.

Vade retro, Punteruolo rosso!”

Insomma nel paragonarla a Cassiopea, avevo pure sorvolato sulla fine infame che spetta al personaggio mitologico conosciuto col suo nome. Però, dopotutto, come capita a chi è caro agli dei, Cassiopea fu poi trasformata da Zeus in una stella, anzi in una costellazione intera, tra le più brillanti del cielo