Mi piacciono le frontiere, mi piacciono da morire . Mi piace localizzarle, attraversarle con le mie gambe sentirne il respiro, capirne il limes che vi è racchiuso, il confine di cui sono espressione . Che sarà di volta in volta un fiume, una montagna un mare, una barriera naturale che disegnano un “di qua e di la” tra due popoli, due culture, due entità. La società contemporanea ha travolto fino quasi ad azzerarlo questo concetto: le frontiere sono trasferite negli aeroporti, con una fictio burocratica che ad un certo punto scontorna un valico di frontiera oltre la gabbiola del controllo passaporti di un’aerostazione. È il classico “non- luogo” di cui parla il grande Marc Augè . È inoltre un concetto a cui non mi rassegno così facilmente: se posso le frontiere le passo via terra. Quella tra Grecia e Turchia è una vera frontiera, una frontiera tra tante cose: lo è dai tempi del nostro Alessandro, che qui mise il campo del suo esercito e respinse gli invasori; è la frontiera tra due mondi secolarmente in lotta a contendersi uno spazio e un modo di vivere; è la frontiera tra un Noi ed un Loro che dir si voglia . Di qua c’è l’Occidente, di li comincia l’Oriente ed il mondo islamico . La cosa davvero singolare quando attraversiamo questa frontiera è che mi rendo conto, proprio mentre percorriamo a piedi l’intercapedine sul fiume Evros, è che sta per abbattersi una terrible tempesta, una tromba d’aria. Vedo il gorgo nero salire e montare su nella pianura tracia, appena oltre la guardiola delle zelanti e giovanissime guardie turche, che un tempo avrebbero preso il nome di Mammalucchi , gli schiavi catturati dall’Impero Ottomano e riconvertii a ruoli dell’esercito o di natura burocratica . Ad ogni modo trobbea is coming e sta davvero poco tempo da perdere coi Mammalucchi e risalire al bordo del bus, che viene infatti investito dal fortunale pochissimi metri appena dopo passato il confine, in una terra di nessuno spazzata da vento, pioggia e fulmini tali da rendere davvero problematica l’avanzata. Ad ogni modo, pur a fatica, il camino riprende e comincia tra la nebbia ad apparire il Bosforo sterzato dai venti alla nostra sinistra . In queste condizioni meteo non appare proprio fattibile la deviazione per Troia, passando per lo stretto dei Dardanelli e Gallipoli, non quella della Puglia ma questa turca dove un giovane Winston Churchill mandó l’impero britannico incontro ad una delle sconfitte più brucianti e impensate (parliamo della prima e non della seconda guerra mondiale ). Sarà per un’altra volta . Davanti a noi comincia a disegnarsi come un serpente millenario dalle tante spire Costantinopoli, o se preferite Istanbul. Non è certo la prima volta che arrivo qui ma ha sempre un fascino irresistibile. Succede pure che non appena entriamo in città la bufera lascia spazio ad un gigantesco arcobaleno che si irradia sopra le rive delle due sponde , ove Europa e Asia arrivano a sfiorarsi. E tra i tanti richiami e sirene che un posto del genere offre, scegliamo quello più incline ai viaggiatori di inizio Novecento, quando si arrivava fin qui sull’Oriente Express e si finiva il viaggio ammirando il Bosforo ed il tanto cammino fatto dalle finestre a bifora del Pera hotel . E la andiamo pure noi, perché come diceva mio nonno : “se devi sparare una botta, sparala bbuon!”