Tropico del Capricorno: Tra antilopi e leoni…..a bestemmiare dei coglioni

Giorno 15
Guardare anzi ammirare gli animali liberi in natura e’ una cosa che ci piace, ci distende e fa sentire meglio. Agli occhi dei nativi, questa e’ una delle più grandi contraddizioni della nostra società: l’Uomo Bianco prima stermina gli animali o li rinchiude in orrende gabbie come fossero prodotti da impacchettare, poi spende tanti soldi per andarli a sbirciare negli angoli del mondo più remoti dove ancora sopravvivono allo stato brado. Ma a questa pur ineccepibile riflessione sfugge a mio avviso un particolare: ho maturato in questo viaggio una convinzione, quella per cui ci piace guardare gli animali perché siamo fondalmente invidiosi di essi. Noi uomini, specialmente noi occidentali, che siamo stati così bari a incasinarci la vita e astrarci dal reale in mille complicazioni, transazioni, compromessi, clausole, debiti, crediti, fitti, bollette, relazioni sociali complesse e tortuose, alla fine ammiriamo un animale libero nel suo habitat e inconsciamente ne invidiamo profondamente quella semplicità ed estrema razionalità del suo vivere.
Qui nel Chobe park si ha davvero tanto da ammirare e invidiare, perché di animali ce ne è di ogni sorta e specie. E’ un parco molto diverso dal più noto Etosha, nondimeno magnifico: non ha quell’aspetto brullo e quasi marziano dell’Etosha con quelle due distese saline arroventate dal sole, qui si sta sospesi tra acqua e terra, si galleggia in una melma paludosa ma fertile e in ragione di ciò le specie animali sono diverse; meno leoni e rinoceronti ma molti più ippopotami, coccodrilli, bufali che si combattono, ovunque elefanti, e tanti altri ancora. Si può visitare anche con barche e battelli che si infilano lungo i canali e circumnavigano la straordinaria Sedudu Island, un ecosistema unico al mondo. L’immenso bacino del Chobe e’ un cuneo tra quattro diversi stati: Namibia, Botswana, Zimbabwe e Zambia ed esiste un posto di frontiera, il Kazangula border, un quadrivio dove ad ogni angolo ti dirigi verso una frontiera diversa. Io personalmente, rispetto ai giorni dell’Etosha park, ho ora appreso dalle guide indigene qualche nozione in più su come avvistare gli animali, qualche trucco su come procedere ad un avvistamento meno casuale e massivo ma più mirato e razionale: infatti adesso so che gli Sprinbook, una piccola antilope simbolo tra l’altro del Sudafrica, sono come degli animali sentinella. Loro camminano volgendo sempre le spalle al sole, e ciò per lasciare ai loro predatori sempre il campo visivo più sfavorevole in controluce, laddove questi secondi decidano di puntarli frontalmente. Laddove invece i predatori felini decidano di coglierli alle spalle, vi è sempre un’antilope per così dire sentinella che occupa la retrovia, emettendo un segnale al primo rumore: a quel punto tutto il branco si arresta, ma con la zampa sollevata da terra, pronti a scattare come centometristi allo start. Ne segue un’impasse tra l’antilope e il leone su chi fa la prima mossa, su quale direzione prende, che può andare avanti per ore. Ecco, avvistare un branco di Springbook in questa curiosa posizione mi fa capire che li vicino c’è un grosso felino: dalla mia postazione munito di binocolo comincio a scandagliare la savana e alla fine lo scorgo. Ma non si tratta di un leone, bensì di un ghepardo o forse due, pronti a lanciare il loro sprint: sto per assistere forse ad una delle scene più belle che la natura riservi, la corsa a 110km/h di un ghepardo contro la preda. Attendo almeno un’ora e mezza che la situazione si sblocchi, i contendendi sono fermi come scacchisti attendendo la mossa dell’avversario. I ghepardi scalpitano e sembrano parlare tra loro, le antilopi restano irte e concentrate, mi sembra quasi di sentirli respirano anche se saranno ad almeno 50 metri. Eppoi……eppoi accade l’imponderabile, o meglio lo scenario peggiore che stavo da un po’ presagendo: una mandria di facoceri italiani risale il dorso della collina e raggiunge la mia postazione di avvistamento. Li avevo già messi a fuoco e scansati all’ingresso del parco: goffi, brutti, milanesi tamarri anzi zarri, risalgono il crinale facendo un casino della madonna col loro armamentario di macchinone fotografiche, cellulari, lattine e urla. In pratica guardano il safari solo dai loro obiettivi. Parlano, litigano tra loro con sto accento orribile “ueeeee ti avevo detto di fotografare gli ippopotami, hai preso solo sti tacchini di merda!!!!!” Gli intimo il silenzio ma quando stanno per andare via, compio il madornale errore di spiegare ad una di quelle il motivo del silenzio e che li è appostato un ghepardo: la scrofa richiama a gran voce indietro il suo verro e il resto della mandria, ne seguiranno minuti di rumori e orrori e foto ricordo della loro plastica bruttezza, intervallati da rutti che , battutona, sarebbero dovuti sembrare ottimi richiami per le bestie. Dopo poco perdo di vista sia le antilopi che i ghepardi. Una delle condizioni imprenscindibili per un safari è’ mantenere il silenzio e non vi vuole molto a capire che gli animali, appena odono caciara, scappano: all’uopo le guide indigene di questo angolo del mondo hanno imparato a raddoppiare gli inviti al silenzio laddove nel safari siano presenti esemplari del popolo percepito fin quaggiù come il più rumoroso e irriducibile al silenzio, gli italiani. Altre precauzioni adottate dalle guide locali in presenza di italiani sconfinano addirittura nell’umiliante, come quella di non introdurre mai dianzi ad esponenti del Belpaese l’argomento “soccer”, perché poi vanno avanti per sedici ore a parlare di Juve, Napoli, Roma e di uno strano gioco che si fa in base al rendimento del giocatore, le ammonizioni, i rigori sbagliati etc: in questo angolo del mondo tra Zambia, Zimbawne e Botswana appariamo figure di merda con il fantacalcio.
La sera riesco a estorcere dalla guida i nominativi di due di quei tizi, in modo da poter così commentare la loro foto su Facebook quando la pubblicheranno e spiegare che, grazie a quello scatto, forse non avrò mai più la possibilità di vedere un ghepardo che caccia ma mi resterà sempre scolpito nel cuore il loro sorriso da maiali

Tropico del Capricorno: Il dito di Caprivi (an horror movie)

Giorno 14
A discapito di quel suo nome fortemente assonnate col parola italiana “quando”, il Kwando river e’ invece un fiume fuori dal tempo. Scorre nell’altopiano del Mudungu segandolo in due come una lama e segnando il confine tra il Botswana e questa bizzarra e affusolata appendice di Namibia chiamata “il dito di Caprivi”. Più tardi si getterà nel Chobe, a suo volta affluente dello Zambesi e tutta questa enorme massa d’ acqua precipiterà poi in quel battistero ancestrale delle Victoria’s Falls, mia meta finale. Lungo il Kwando si alterano tra i canneti villaggi primordiali e lussuosi lodge costruiti dagli inglesi. In uno di questi, anche se solo nel lazzaretto del camping, alloggiamo noi. Ricorderò sempre questo posto per il dramma sentimentale che ivi si è consumato e a cui ho assistito. Per la verità ha anche degli aspetti da documentario animalistico e da filmetto del terrore americano. Allora ci sta un enorme camion di un’altra spedizione che più o meno fa un percorso simile al nostro e che avevamo già beccato nel delta dell’Okawango. Tra loro, una coppietta di americani o forse australiani, molto bellini e innamorati, forse in viaggio di nozze, sempre incollati l’uno a l’altro per come tutti li ricordavamo. A questo punto l’ovvio imprevisto compendierebbe, se fossimo in Europa o America, che di colpo si scoprisse che lui ogni giovedì sera, invece di giocare al calcetto con gli amici, in realtà andasse a farsi fare una colonoscopia da un trans brasiliano in tangenziale, o che si appurasse che lei, sebbene vegetariana, prendesse in realtà ogni mattina la carne dal garzone del macellaio…..ma queste sono le noiose e retrive storie di noi occidentali: qui in Africa e’ tutto meno banale e vi è sempre una ineliminabile componente wild. Allora, diciamo che ad un tratto un urlo terribile ha squarciato la notte, anzi molte urla, e poi pugni contro una porta, fasi concitate, versi di animali; io ricordo poi di aver visto questa attraversare le varie tende, bianca come un cencio e con un’espressione da indemoniata di qualche b-movie horror: ecco mi ricordava quella del film “the ring”, anche perché poi continuava a ripetere frasi con presente sempre la parola “the beast”, la bestia ma anche il demonio mi pare. Urlava e avanzava inciampando e invocando la Bestia. Diciamo che erano in bagno, lei e il suo amato maritino, un bagno esterno in mezzo alla natura, a fare la doccia o non so cosa. Odono il verso terribile di un animale, che lei reputa essere un coccodrillo, si sarebbe trattato con ogni probabilità invece di un ippopotamo i cui versi si odono qui assai più distinti. Questo animale e’ tra l’altro per l’uomo assai più mortale e pericoloso del coccodrillo stesso in Africa: al di la di quell’aria paciosa e dell’essere erbivori, gli ippopotami sono in realtà’ estremamente aggressivi con le altre specie incluso l’uomo, sia in acqua che fuori. E vi è poi una precauzione che tutti gli indigeni ripetono: se un ippopotamo sta fuori dall’acqua, mai frapporsi tra lui e l’acqua stessa, mai calpestare la sua via di fuga verso il fiume o la pozza: impazziscono e caricano all’istante. Ecco, quella toilette (dove infatti io non ho messo piede) e’ costruita a cazzo di cane proprio lungo una potenziale via di fuga degli ippopotami. I due sposini anzi solo lei è’ presa dal panico e si barrica nel bagno, convinta che la Bestia, coccodrillo o Hippo che sia, stia posizionata proprio fuori la porta. A questo punto entra in scena il marito che non si sarebbe mostrato proprio come un campione di coraggio bensì di utilitarismo, ma il condizionale e’ d’obbligo giacché le versioni più disparate sull’accaduto si rincorrono nel territorio che va dall’Okawango allo Zambesi. Secondo la tesi più accreditata, il marito avrebbe voluto fare, come si suol dire, una botta due fucelle: 1) aiutare il fragile ecosistema africano fornendo ad un predatore materia prima con cui sostenersi 2) rimediare ad un peccato di gioventù col quale con troppa faciloneria si era andato a impelagare sull’altare di una chiesa. Avrebbe insomma afferrato la moglie per i capelli o in qualche altro modo e l’avrebbe scaraventata, fuori in pasto alla Bestia. In effetti pare che proprio così sia andata e lui mezz’ora dopo stava ancora barricato in bagno. Lei la mattina dopo e’ nella hall dell’albergo, motivata a chiedere il divorzio e chiedendo al personale dell’albergo di non farlo accostare. Lui pateticamente prova a dare una sua versione e chiede a noialtri di fare da pacieri ma e’ troppo tardi: lei ha fatto già chiamare una jeep che la porterà nel più vicino aeroporto, anche se in realtà a molte ore da qui.
Noi invece proseguiamo per il bacino del Chobe, che si rivelerà un altro paradiso.
Ah l’Africa!

Tropico del Capricorno: i babbuini ladri

Giorno 13
Stamattina era il mio turno a preparare le colazioni per il resto della spedizione ma qualcosa è andato storto: quando ormai la tavola era imbandita, mi sono distratto un attimo per andare al cesso e subito sono arrivati loro, quei gran bastardi di babbuini: hanno portato via tutto, ma quando dico tutto intendo dire tutto, dallo yogurt ai corn flakes, dal bacon alla marmellata fino alle buste di latte e alla bomboletta spray anti- zanzare! Sono creature estremamente intelligenti e ciniche, con tecniche di depredazione che farebbero invidia a lestofanti professionali: loro non perdono certo tempo ad annusare il cibo, ad ispezionare le buste in cerca di qualcosa di potenzialmente commestibile, assolutamente no. Loro arraffano subito tutta la refurtiva, da analizzare e discernere poi in luogo sicuro. Li osservo ormai impotente mentre con aria più che di scherno, dalla sommità di un colle, bivaccano con le nostre libagioni, si buttano addosso tra loro i corn flakes, aprono le buste del latte e se le versano addosso mentre io rimugino su cosa dire mai agli altri che si vanno svegliando per spiegare questo davvero strange accindent. Guardandoli così schiamazzare e bivaccare, mi torna in mente chissà perché la scena patetico-comica consumata allo stadio San Paolo durante un Napoli -Juve, quando, dinanzi ad una tribuna inferocita che mi chiedeva di sedermi per non occultare la visuale, me ne uscì con la davvero infelice frase “scusate signori ma sono impossibilitato”: ne seguirono 90 lunghissimo minuti di scherni e articolati insulti da parte di un intero settore dello stadio che manco Quagliarella quando torno’ a Napoli con la maglia della Juve. E meno male che non si arrivò ai supplementari e rigori!
Cmq, tornando ai babbuini, riesco e recuperare la bomboletta anti -zanzare che a loro non serve ma a me si, dal momento che da ste parti ci sta pure la malaria, e ciò con una specie di “cavallo di ritorno” che compendia la proofferta di altro cibo in cambio del prezioso repellente: resta tuttavia ancora da spiegare ai miei compagni di avventura, ormai desti, i dettagli di questa imprevista Waterloo…..ma che figura di merda, dio cane !!!! Manco a poter dire, che ne so, “vabbuo’ragazzi, e’ andata come e’ andata ma adesso andiamo al bar a fare colazione e faccio io”: macché, che stiamo nel bel mezzo del Delta dell’Okawango e la città più vicina sta a 300km. Più o meno come uscirsene a Napoli di andare a prendere un caffè a Matera, con in mezzo il deserto del Kalahari….
Ovviamente “the baboons accident”, l’incidente dei famelici (e stronzi) babbuini non mancherà’ di alimentare una letteratura di dileggi e prese per il culo da parte dei miei compagni di spedizione, che a questo punto vi vado a presentare. Allora, diciamo che di solito preferisco fare tutto da solo senza ricorrere a nulla di organizzato e qui in africa per i primi 10 lunghi giorni ho fatto così . Poi però ho capito che i posti più belli e impervi erano pressoché irraggiungibili by my self che manco so portare una macchina, così, dopo attenta selezione, ho optato per questa agenzia specializzata in extreme safari che mi avrebbe condotto, lungo tutto un cammino impervio, fino alle Cascate Vittoria: loro si chiamano i Wild Dog ed hanno tutta una loro filosofia di viaggio estrema e wild che ho sposato a piè pari prima di partire, filosofia già riassunta nello slogan ” Run like a dog! ” Nove giorni in tenda in posti ai confini del mondo, non proprio come dire il tour delle casalinghe di Voghera agli scavi di Pompei! Per un viaggio del genere, tra mille asperità, e’ fondamentale una buona coesione tra i componenti e devo dire che, pur tra sconosciuti, andiamo molto d’accordo. Siamo in 6, più due guide indigene; ci sta una coppia di signori svedesi ormai attempati sulla sessantina: lui bonaccione ingegnere della Volvo a Göteborg, con una fortissima somiglianza col noto gestore di una tabaccheria caprese e un sorriso perenne sulle labbra che gli scivola via solo quando deve cacciare 50 cent dal portafoglio; lei, medico, che ho ribattezzato Axel Mounthe perché, col mecenate proprietario di villa san Michele, condivide, oltre che la nazionalità e la professione medica, anche lo stato attuale di salubrità e decomposizione delle carni, simile ad una mummia ormai: ci mette un minuto a chiedere che ora è, non oso immaginare quanto a sviluppare una articolata diagnosi ad una paziente! Ci sta poi una milfona inglese che sfoggia eccentrici vestiti più adatti ad un concerto di Lady gaga che ad un safari estremo,a che cmq non fa mai una piega di fronte alle difficoltà peggiori; e poi ci sta sta altra coppia di inglesi anzi scozzesi mie coetanei che però vivono ad Abu Dabhi dove insegnano: lui tranquillone di poche parole e molte birre, lei vivace intelligente con una bella tempra e se per questo pure una bella pacca, ma molto maestrina Rottermeir. Sa tutto lei e gli alunni devono stare zitti, insomma una scassacazzi. Per esempio, l’altro giorno abbiamo acchiappato l’ennesimo posto di blocco in Botswana per sta fantomatica campagna contro la carne appestata dagli stranieri: era richiesto di disinfettare le proprie scarpe in una sorta di zerbino imbevuto di qualche sostanza strana che avrebbe ucciso tutti gli agenti patogeni dell’afta epizotica molto teoricamente. Si tratta di quelle classiche misure psicotiche e paranoiche tipiche dei regimi autoritari, prive di senso: può mai una stuoia incatramata fermare un ‘eventuale epidemia? Così quando è toccato a me , ho dichiarato che avevo con me solo le scarpe che portavo al piede, con nessuna voglia di aprire il rimorchio, recuperare le altre scarpe e passarle in quel cesso di zerbino ferma- epidemie. Ma lei niente: assiste alle scena , si impunta e si ingrippa che “o tutti o nessuno ” , dobbiamo necessariamente tutti intingere ogni paio di scarpe che abbiamo in quel battistero ablutorio dalla peste, che la legge anche se dura va sempre rispettata etc……finale della storia: io e un altro, giusto suo marito che aveva condiviso con me il bluff di un solo paio di scarpe, siamo costretti a smontare il bagaglio e rintracciare tutte le scarpe per passarle nel fantomatico zerbino purificatore, mentre un poliziotto ci guarda torvo e il suo stesso marito mi ripete sottovoce: ” non sposarti, non farlo mai, te lo dico come un fratello, non sposarti!”
E domani magari vi presento puri i due tizi che fungono da guide……non ve lo dico proprio.
Ad ogni modo il safari marcia, comincio a sentire possibile il compimento dell’impresa, vedo stagliarsi sullo sfondo la sagoma di David Livingstone e sulll’orizzonte l’Isola Mpalilla e le Cascate Viittoria. Oggi siamo rientrati in Namibia in questa strana appendice di territorio chiamata ” il dito di Caprivi” e lunga 600 km, protesa verso il bacino minerario dello Zambesi ed eredita di conquisete coloniali. Montiamo le tende presso il Kwando river, presso la autoctona comunità dei Mboskuntu. Ho ormai doppiato il Capo di Buona Speranza e le Winelands, superato la Costa degli Scheletri e il deserto del Namib, bypassato le depressioni saline dell’Etosha Pan e le alture del Waterberg Plateau, attraversato il Kalahari e il delta dell’Okawango, resta il bacino del Chobe e l’altopiano del Mudingu. Lo stato di salute e’ buono anzi eccellente io sento proprio bene , molto wild. Perciò come è’ scritto sulla nostra jeep:
Run like a dog!

Tropico del Capricorno: un’incredibile cosa chiamata Delta dell’Okawango

Giorno 12
Qui in Africa australe non potrebbe mai funzionare il trucco che usavo da ventenne per provare a sedurre sgallettate americane in vacanza a Capri , trucco che consisteva nel mostrare alle malcapitate la l’ora celeste del cielo notturno, della quale per la verità avevo una conoscenza sommaria, ma improvvisavo alla grande sospinto dal monsone del testosterone. Non funzionerebbe quaggiù perché il cielo e le sue costellazioni in questo emisfero sono diverse, eppur bellissime: le osservo in questa notte australe che comincia molto presto, quando solitamente a Capri manco e’ iniziata l’ora dell’aperitivo, dalle 18:30 circa per capirci. E’ tutto il ritmo di vita qui in queste remote regione della terra che ha un ritmo completamente diverso dalle estati del l’occidente, con andate a dormire ad orari nei quali manco si è ancora fatto la doccia per uscire la sera in Italia e sveglia a orari antelucani. Ma è bellissimo così, questa terra e’ contemplazione, meditazione e tanto altro.
L’Africa, terra inesplorata e selvaggia, mi sta rapendo il cuore come immaginavo, ma ci capisco ancora poco: e’ come una bellissima donna che ti capita tra le mani, troppo bella, e tu sai che perciò può sempre scapparti via, e ti delizia e ti smarrisce ad ogni istante. Di giorno la contempli, la notte ti terrorizza: quando cala la notte africana le cose cambiano radicalmente e ciò che sentivi tuo di un tratto ti annichilisce e spaventa. Qui nel delta dell’Okawango la volta celeste si riflette nella laguna in un incanto senza tempo, un tappeto di stelle senza uguali ma tutto intorno è’ dura: la rude guida di questa spedizione si congeda da noi con un bell’augurio, lo stare attenti ai serpenti potenzialmente mortali che lui ha avvistato in duplice copia giusto vicino le nostre tende. Si tratterebbe di un esemplare della specie cd “Puff adder”, un nome da rapper o da dj Figo di qualche discoteca di Ibiza che invece racchiude pochi cm di cazzimma e di veleno capaci di mandarti al creatore con un morso. Per capirci, qui siamo davvero nella Hall of Fame dei serpenti velenosi, questo Puff adder sta nella top ten ma ha davanti altri fenomeni quali Black Mamba, Spitting Cobra (quello che ti sputa negli occhi il veleno per accertarti e poi ti ciacca), vipera di Russell e un’altra formazione di campioni, tutti qui per una all star parade. A questo punto percorrete al buio una cinquantina di metri di rovi, ficcatevi in una tenda e con la luce fioca di un cellulare cercate tra vestiti, sacco a pelo, scarpe un anfratto dove non si sia intrufolato il rettile : e’ dura davvero. Vabbe’, e’ quel gusto per il brivido che certi lesionati mentali come me amando provare quando sono in vacanza. E cmq, gli avvistamenti di animali notturni vicino alla tenda saranno di giorno in giorno una caratteristica imprenscindibile di questo safari.
Ad ogni modo la notte passa senza che nessun oviparo mi intinga di veleno il culo e la mattina mi sveglio con davanti un target imprenscindibile: il delta dell’Okawango! Mi sento gasato come un ufficiale nazista che entra a stalingrado e mi dimentico la macchina fotografica. Una piccolo battello a motore si inoltra in una selva di papiri entro cui sono disegnati dei canali, poi la vegetazione si fa troppo fitta e inestricabile, dobbiamo scendere dal battello e salire su un Mokoro, una canoa ricavata da un albero endemico chiamato sausage tree, una sorta di baobab che fa frutti simili a salsiccia dal sapore acido e che solo i babbuini riescono a trangugiare. All’inizio della selva oscura ci attende, come un Cerbero infernale, un gigantesco coccodrillo che ci scruta severo prima di farsi da parte; due facoceri altrettanto simili a fere dantesche combattono per il territorio dimenandosi, poi lo sconfitto scappa come quando si diparte il gioco della zara e il vincitore mi guarda con occhi di sfida, poi si allontana anch’egli. I Mokoro non sono alimentati a motore, sono sospinti da indigeni ma non con remi bensì con dei palilli biforcuti come i legni di un igromante, che gli autoctoni Kavango piantano nel fondo sabbioso per spingersi. Dentro, e’ un dedalo di canali strettissimi senza soluzione di continuità, ove solo loro sanno orientarsi, fino ad arrivare ad un’isola fluviale, detta Amarula e centro della loro società tribale. Come i boscimani incontrati qualche giorno prima, anche loro dipanano un bagaglio di conoscenze infinito: sanno distinguere il sesso di un animale dalle impronte e persino capire da ciò se la femmina sia gravida; ricavano armi e medicine naturali da alberi e radici. Ma rispetto ai boscimani mi sono sembrati una cultura ormai epigonale, che percepisce la sua sconfitta dinanzi ad altri modelli, sono stati ricacciati in questa giungla infernale dal l’avanzata dell’Uomo Bianco, in uno scenario da vecchio western. Il tipo che ci accoglie e ci dispensa informazioni si chiama di nome di battesimo, dico davvero, Information; quello che guida il mio mokoro si chiama Gift ed e’ preposto a raccogliere le mance: sembrano tutti, più che nomi, marchi a fuoco impressi da un regime schiavista.
Mi ha sempre affascinato il concetto di frontiera, intesa come limite geografico tra un popolo e un altro: la montagna , il fiume, il mare segnavano un tempo la frontiera tra due popoli, tra il Noi e il Loro. L’Uomo occidentale ha ormai disperso questo concetto trasferendolo in un luogo senza tempo e senza storia come gli aereoporti, lontano dalle frontiere autentiche. Un non-luogo, per dirla con Marc Auge’. Per scappare da questo, da mi hanno sempre affascinato i Balcani con quelle frontiere polverose e insanguinate, nodi attorcigliati di una storia difficile a comprendersi. Qui nell’Africa più remota ho visto invece un’altra frontiera, quella tra due mondi, due mondi che ormai non si uniranno mai, perché uno mangerà l’altro. Una frontiera che ho avuto la fortuna di vedere prima che scomparirà per sempre

Tropico del Capricorno: l’Altrove dei Boscimani

Giorno 10
Welcome to Botswana, tequila sexo marijuana .
No, aspe’ quella era Tijuana, in Messico, qua è tutta un’altra storia, Africa profonda, e l’unica cosa che abbonda in questo Botswana e’ un’altra: il deserto, il cd Kalahari, in lingua indigena “terra della sete”. Ne percorriamo un bel tratto di 550 km partendo dalla capitale della Namibia, Windhoek, ed entrando poi in Botswana in un posto nel bel mezzo del nulla. Le frontiere qui non sono che una linea immaginaria nella mente dei geografi occidentali ed è solo un agente di dogana a farci render conto di aver passato il confine. La Namibia e’ un paese grande una volta e mezzo la Germania ma ha due milioni di abitanti, quanto Napoli e provincia, il Botswana ha un’estensione simile ma ancora meno abitanti, un milione circa: in seicento km di strada incontriamo una sessantina scarsa di automobili, nessuno o quasi riesce ad abitar queste terre ostili all’uomo, ci riescono solo i boscimani e noi da loro siamo diretti. Per la verità il Kalahari non è, se non per la parte centrale, un deserto in senso classico fatto di dune di sabbia, o meglio la sabbia c’è ma è ricoperta da una vegetazione fatta di arbusti spinosi e rovi, l’inospitale Bush ma quella testa di cazzo di presidente usa non c’entra. Lasciamo la civiltà moderna in uno dei suoi esempi deteriori, un postaccio fatto di baracche che poi sarebbe la terza città del Botswana ed è chiamato Ghanzi, parola che in lingua indigena significa “mosche”, chissà come mai. Segue per una settantina di km una pista di sabbia, nella quale però qualcosa va storto: si rompe l’asse del rimorchio che abbiamo dietro la jeep e dobbiamo lasciarlo li con una delle due guide indigene a sorvegliarlo. Resterà lì tutta la notte.L’altro ci accompagna fino al villaggio dei boscimani, da raggiungere necessariamente prima de tramonto, poi torna indietro con l’idea di recuperare il rimorchio e il collega, ma anche lui non farà ritorno. Siamo soli tra i boscimani, senza zaini, tende, sacchi a pelo e provviste, tutte cose rimaste nel rimorchio impantanato. In poco più di mezz’ora l’intero nostro bagaglio di tecnologia e conoscenza occidentale fatto di macchine fotografiche, carte di credito, transazioni e ammennicoli vari si azzera di fronte alla millenaria sapienza boscimane. Basta che il sole tramonti e la temperatura precipiti come uno Stuka a gradi vicini allo zero per metterci completamente in ginocchio dinanzi a loro a supplicarli di accoglierci e accendere il fuoco con la pietra focaia. Io in bermuda ed espadrillas sono il primo a crollare, ne seguirà una notte molto difficile in una tenda di fortuna con solo una bellissima stuoia di vimini datami dai nativi ma in cambio della quale avrei preferito un piumone di merda della Standa.
Ma queste sono le cose brutte, poi ci stanno quelle belle, cioè loro, the People of the Sun. Il nome di Bush- men, da cui l’italianizzazione “boscimani” ha infatti una valenza dispregiativa e razzista per loro. Sono bellissimi, hanno tratti somatici che sembrano avere levigata in viso tutta la storia dell’umanità, e in effetti l’etnia San (questa volta scritto con la a) e’ una delle più antiche di cui sii ha traccia . Come gli indiani d’America hanno nomi mutuati dagli animali circostanti, così che il vecchio capovillaggio si chiama Tartaruga, il suo apprendista Struzzo che fugge , la moglie Antilope e così via. Li ascoltiamo estasiati dinanzi al fuoco, dipendiamo da loro come bambini dalla madre, come scaldare l’acqua, ove posizionare le tende in un posto pieno di serpenti velenosi. La saggezza di Capo Tartarugs si appalesa ad ogni sillaba, Struzzo che fugge, l’unico a parlare inglese, ci ripete che tutto quello che loro hanno proviene solo dal Bush circostante: il Bush e’ la loro casa, la loro sorgente, la loro riserva di caccia, il loro ospedale, la loro culla e la loro tomba.
Gli storici e i sociologi collocano intorno a seimila anni fa il passaggio di quasi tutte le culture dallo schema cacciatore -raccoglitore a quello allevatore- coltivatore: anche il testo sacro della Bibbia, databile a quella epoca, riprende secondo alcuni nella metafora di Caino e Abele la lotta tra l’uomo cacciatore e quello allevatore – coltivatore , con la vittoria del secondo impersonato da Abele. I Boscimani sono invece rimasti cacciatori- raccoglitori: non rinchiudono gli animali ne coltivano la terra ma cacciano e usano bacche e radici per curarsi. Ma solo una lettura miope e monocorde della storia può vedere in ciò una mancata evoluzione. Struzzo che fugge riesce a capire dallo sterco di un animale dove esso è localizzato, se ha già bevuto o è diretto alla pozza per abbeverarsi. Il Capo Tartaruga si congeda da me che gli facevo mille domande con una frase che ricorderò finché campo: “nel mio mondo io so che solo il leone e il serpente possono farmi del male ma io non li temo, perché li conosco. Nel vostro mondo invece ci sono invece migliaia di cose che
possono farmi del male, ma sono cose che purtroppo io non conosco. Ma il problema , amico mio, e’ che neanche voi stessi le conoscete.”

Tropico del Capricorno: Prologo

PROLOGO
E dunque ci sono! Oggi è il giorno zero del mio countdown, quello in cui comincia il viaggio!! …Beh, per la verità non sarebbe proprio così giacchè domattina, in ossequio al detto “tail is the hardest to flay (a’ cchiù brutt a scurtica’ è a coda), tengo un simpatico sfratto a Napoli, ad ogni modo mi piace far cominciare simbolicamente il viaggio oggi che è la festa del Qubè. Poi….poi mi aspetta un’avventura della madonna: da Roma volerò mercoledì all’altro capo del mondo letteralmente ovvero a Cape Town e dopo qualche giorno tra questa bellissima metropoli e i suoi dintorni, nei quali pare fanno un vino che pare di stare in Provenza o magari quella spiaggia dove gli squali vengono presi a calci in faccia dai surfisti, partirò per il selvaggio nord. Ad un certo punto del cammino pare si incontri un meterorite caduto dallo spazio e proprio la sta la frontiera con la principale meta del viaggio: la Namibia. Il fattore del meteorite credo non sia casuale giacchè questa terra, almeno nelle descrizioni che sento, pare davvero qualcosa di piovuto da un altra galassia: spazi sconfinati e pressoché disabitati, deserti con le dune più alte del mondo e savane dove vagano indisturbati animali di ogni sorta, dai leoni ai rinoceronti fino persino alle foche e ai pinguini che salgono qui dal non troppo lontano Antartide, canyon che paiono quelli di Marte, coste marine con deserti fin sulla riva e nebbie perenni che sono la sciagura da sempre dei naviganti che qui si incagliano e naufragano. In mezzo una strana e composita umanità di tribù semi-primitive di boscimani e sparuti pionieri, per lo più tedeschi, venuti qui in cerca di fortuna per lo più a scavare diamanti, il che fa si che nel bel mezzo del nulla del deserto affiorino ste città fantasma di minatori in stile figurarsi bavarese….Non so quanto di questo sia oggettivamente fattibile, avrei più o meno pensato ad un elettrizzante percorso che compendia alcune di ste cose strambe tipo la Costa degli Scheletri e il deserto del Namib, per poi raggiungere la capitale e li aggregarmi alle Iene, i Wild dog, esperti locali e con loro partire in tenda alla volta del Kalahari, in lingua locale letteralmente ” la Terra della Sete”, un immenso deserto ove prendere contatto con i cd Boscimani (saremmo entrati ora nella vecchia terra di Beciuania, odierno Botswana), da li puntare verso nord, verso una delle meraviglie del mondo che sin da piccolo sogno di vedere, un luogo ove un fiume enorme si perde nel bel mezzo del deserto dando origine ad un ‘immenso delta, il delta dell’Okawango appunto, infestato di coccodrilli e ippopotami e attraversabile solo in strette canoe di legno. Da li si punterebbe poi di nuovo verso la Namibia e una sua affusolata propaggine di terra incuneata tra Angola e Botswana, cd. “dito di Caprivi”, per raggiungere il bellissimo parco del Chobe, ove vivono più elefanti che in tutto il resto del mondo, e poi puntare verso un luogo del destino, almeno per me, un posto che da quando ho scoperto esistere mi attira e sembra magneticamente chiamarmi come una sirena con Ulisse: l’isola Mpalilla! Si si, si chiama proprio così, io quasi non ci credevo, Mpalilla Island ed è detta tale, isola, non perchè stia sul mare (che è lontano ormai migliaia di km) ma perché sorge alla confluenza di due enormi fiumi, il Chobe e lo Zambesi. A quel punto, dall’isola Mpalilla vedrò dinanzi a me schiudersi lo spettacolo di una delle meraviglie del mondo, le Cascate Vittoria, “il fumo che tuona” in lingua bantù e, attraversando la frontiera con lo Zambia o lo Zimbawne (a seconda della riva prescelta),raggiungerò l’insediamento che porta ancora oggi il nome di colui che compì per primo questo stesso viaggio nel 1855, una delle personaggi che più hanno catturato la fantasia sin da bambino, Sir David Livingstone. Magari mi siederò pure in quella cd Devil’s Pool, quella vasca naturale proprio sull’orlo della immensa cascata, e vediamo se riesco a chiudere i conti con una brutta storia recente….
Vorrei provare a tenere un diario di viaggio ma oggettivamente dubito di potermi connettere a internet molto spesso in ste aree sperdute, ad ogni modo ci proverò e lo chiamerò ” Tropico del capricorno”, non in omaggio a Henry Miller ma perché a quella latitudine più o meno mi troverò.
Forza dunque, verso l’isola Mpalilla! Maronn’i viaggio!

A come Atlante: Botswana

Già, il Botswana:

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questo paese dal nome assai esotico e che al solo pronunciarsi rimanda a luoghi lontani ed inospitali, tanto che sovente lo si usa come iperbole per indicare una provenienza improbabile o balorda- “ma da dove vieni? Dal Botswana??”. In realtà difficilmente vi capiterà di incontrare qualcuno che da li in effetti provenga, giacchè i suoi abitanti sono molto scarsi, poco più di un milione e mezzo , meno della proncincia di Napoli pr intenderci, su una superficie estesa quanto Germania e Francia messe insieme.  Il Botswana vanta infatti il primato di paese al mondo con la densità di abitanti per km/q più bassa la mondo: 2,3  (per fare un raffronto, basti pensare che la stessa zona di Napoli ha una densità di circa 4.000 persone per km quadrato!). Rischierete di soffrire di solitudine insomma in Botswana oppure troverete la libertà che avete sempre agognato, a voi la scelta.

 Kalahari Desert - Image credit: kerdowney.com

La ragione di tanta “solitudine” risiede ovviamente nel clima, decisamente arido ed inospitale, occupato per un buon 90% dal Kalahari, in lingua boscimane “Kalahagdar”, Terra della Sete: un deserto di dimensioni sconfinate e condizioni pressochè proibitive per la gran parte degli esseri umani. Distinguevo “la gran parte” dalla “totalità” degli uomini perché, invero, qualcuno della nostra razza in grado di abitare in luoghi così ostili ci sta ancora: si tratta dei cd Boscimani, traduzione dell’inglese “bushmen”, uomini del bush insomma, la vegetazione di rovi e cespugli tipica del Kalahari (che infatti solo in una piccola zona centrale assume la conformazione tipica del deserto sabbioso con le classiche dune). Risultati immagini per bushmen

Incontrare questo popolo, tra i primi ad apparire sulla Terra, è stata una delle esperienze che più mi ha colmato il cuore di gioia ed anche di tristezza, se ripenso alle condizioni sofferenti e di assoluta marginalità in cui vivono. Ecco un estratto del mio diario di viaggio “Tropico del Capricorno”, redatto a caldo durante la avventurosa visita ad una comunità di Boscimani: ”

L'immagine può contenere: 2 persone, persone che sorridono

“Lasciamo la civiltà moderna in uno dei suoi esempi deteriori, un postaccio fatto di baracche che poi sarebbe la terza città del Botswana ed è chiamato Ghanzi, parola che in lingua indigena significa “mosche”, chissà come mai. Segue per una settantina di km una pista di sabbia, nella quale però qualcosa va storto: si rompe l’asse del rimorchio che abbiamo dietro la jeep e dobbiamo lasciarlo li con una delle due guide indigene a sorvegliarlo. Resterà lì tutta la notte.L’altro ci accompagna fino al villaggio dei boscimani, da raggiungere necessariamente prima de tramonto, poi torna indietro con l’idea di recuperare il rimorchio e il collega, ma anche lui non farà ritorno. Siamo soli tra i boscimani, senza zaini, tende, sacchi a pelo e provviste, tutte cose rimaste nel rimorchio impantanato. In poco più di mezz’ora l’intero nostro bagaglio di tecnologia e conoscenza occidentale fatto di macchine fotografiche, carte di credito, transazioni e ammennicoli vari si azzera di fronte alla millenaria sapienza boscimane. Basta che il sole tramonti e la temperatura precipiti come uno Stuka a gradi vicini allo zero per metterci completamente in ginocchio dinanzi a loro a supplicarli di accoglierci e accendere il fuoco con la pietra focaia. Io in bermuda ed espadrillas sono il primo a crollare, ne seguirà una notte molto difficile in una tenda di fortuna con solo una bellissima stuoia di vimini datami dai nativi ma in cambio della quale avrei preferito un piumone di merda della Standa.
Ma queste sono le cose brutte, poi ci stanno quelle belle, cioè loro, the People of the Sun. Il nome di Bush- men, da cui l’italianizzazione “boscimani” ha infatti una valenza dispregiativa e razzista per loro. Sono bellissimi, hanno tratti somatici che sembrano avere levigata in viso tutta la storia dell’umanità, e in effetti l’etnia San (questa volta scritto con la a) e’ una delle più antiche di cui sii ha traccia . Come gli indiani d’America hanno nomi mutuati dagli animali circostanti, così che il vecchio capovillaggio si chiama Tartaruga, il suo apprendista Struzzo che fugge , la moglie Antilope e così via. Li ascoltiamo estasiati dinanzi al fuoco, dipendiamo da loro come bambini dalla madre, come scaldare l’acqua, ove posizionare le tende in un posto pieno di serpenti velenosi. La saggezza di Capo Tartarugs si appalesa ad ogni sillaba, Struzzo che fugge, l’unico a parlare inglese, ci ripete che tutto quello che loro hanno proviene solo dal Bush circostante: il Bush e’ la loro casa, la loro sorgente, la loro riserva di caccia, il loro ospedale, la loro culla e la loro tomba.
Gli storici e i sociologi collocano intorno a seimila anni fa il passaggio di quasi tutte le culture dallo schema cacciatore -raccoglitore a quello allevatore- coltivatore: anche il testo sacro della Bibbia, databile a quella epoca, riprende secondo alcuni nella metafora di Caino e Abele la lotta tra l’uomo cacciatore e quello allevatore – coltivatore , con la vittoria del secondo impersonato da Abele. I Boscimani sono invece rimasti cacciatori- raccoglitori: non rinchiudono gli animali ne coltivano la terra ma cacciano e usano bacche e radici per curarsi. Ma solo una lettura miope e monocorde della storia può vedere in ciò una mancata evoluzione. Struzzo che fugge riesce a capire dallo sterco di un animale dove esso è localizzato, se ha già bevuto o è diretto alla pozza per abbeverarsi. Il Capo Tartaruga si congeda da me che gli facevo mille domande con una frase che ricorderò finché campo: “nel mio mondo io so che solo il leone e il serpente possono farmi del male ma io non li temo, perché li conosco. Nel vostro mondo invece ci sono invece migliaia di cose che
possono farmi del male, ma sono cose che purtroppo io non conosco. Ma il problema , amico mio, e’ che neanche voi stessi le conoscete.”

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Ecco anche un link ad un video che ritrae La Gente del Sole ballare intorno al fuoco

La danza dello struzzo

Ad ogni modo, il Botswana è sì tanto deserto ma riesce ad essere anche molto altro e qualcosa di molto diverso: nella regione settentrionale, a confine con Namibia e Zimbawne, esiste uno dei luoghi più incredibili e singolari al mondo, il Delta dell’Okawango.

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Come potete facilmente constatare, di deserto qu se ne intravede poco e l’elemento predominante è un altro, l’acqua come in ogni delta. Ma i delta solitamente si trovano laddove il fiume sfocia nel mare, e il Botswana non ha sbocchi sul mare. E allora? e allora succede che questo gigantesco fuoco, che nasce in Angola e attraversa la Namibia, muore nel bel mezzo del Nullla del Kalahari, a migliaia di km dal mare, dando luogo ad uno degli ecosistemi più irripetibili che esistano al mondo: una sorta di palude estesa quanto il Belgio ove prolifera una vita impossibile a pensarsi solo pochi km oltre, ove regna il Kalahari.

Sognavo sin da bambino di recarmi un giorno nel Delta dell’Okawango, un bel giorno ci sono riuscito

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Anche in questo caso preferisco affidare al ricordo alle pagine del diario redatte in quei giorni magicid i acqua e fuoco

“Giorno 11
I vascelli inglesi che solcavano gli oceani nel diciassettesimo e diciottesimo secolo alla ricerca di nuove terre da esplorare annoveravano a bordo un’eterogenea composizione di uomini e figure professionali: vi erano ovviamente marinai ufficiali e ciurma, vi erano poi soldati ed emissari diplomatici incaricati di trattare coi dignitari nativi per conto di Sua Maestà, e vi era poi, caso peculiare delle navi inglesi, una vera e propria equipe di scienziati al seguito: biologi chiamati a censire le nuove specie animali, antropologi incaricati di studiare le nuove popolazioni incontrate, geologi, ingegneri minerari e altri. Ma una figura assolutamente peculiare e irripetibile era quella rappresentata dagli assaggiatori: si, assaggiatori ma non di vino o dello scadente rhum di bordo bensì di acqua: l’acqua del mare, che dovevano bere non appena la nave gettava l’ancora su una terra sconosciuta, al fine di stabilirne il livello di salinità o meglio di dolcezza e riuscire più o meno a stabilire la vicinanza o meno di un fiume d’acqua dolce e quindi potabile.
Dubito che tale affascinante figura professionale abbia mai potuto prosperare in Botswana ai tempi in cui David Livingstone la esploro’ per primo battezzando la Beciuania: la presenza di “assaggiatori” e’ da escludere perché in Botswana il mare non c’è ma in generale e’ proprio l’acqua ad essere assente, il maestoso Kalahari occupa circa il 90% del territorio. Vi è tuttavia una robusta e vibrante eccezione alla Terra della Sete: dalla vicina Angola un possente fiume ivi chiamato Kubango scende a sud tagliando il Caprivi Strip namibiano ove prede il nome di Kavango, raccoglie a se le acque di molti fiumi circostanti fino a entrare in Beciuania e sfidare il gigante Kalahari. Acqua azzurra contro sabbia rovente, una sfida tra elementi primordiali che ammette un solo vincitore, ed è il Kalahari: il pur possente fiume non riuscirà’ mai a raggiungere il mare e a liberarsi delle spire di sabbia del gigantesco deserto, nel quale va a prosciugarsi e morire. Ma prima di soccombere, il fiume ora detto dai locali Okavango esala un ultimo rantolo, come un titano omerico morente che scaglia il suo ultimo masso: la mole d’acqua prima di prosciugarsi da origine ad un ecosistema paludoso unico al mondo, il più grande delta interno (ovvero lontano dal mare esistente), una inestricabile giungla di papiri, mangrovie bambù, coccodrilli, ippopotami e uccelli di ogni sorta: il delta dell’Okawango.
E’ un posto che sogno di vedere da quando sono bambino ed eccomi diretto li, quasi non ci credo! Ci separano da esso ancora altri 400km di “green Kalahari”, che percorriamo in jeep e dove l’unica presenza umana e’ data da due posti di blocco della zelante polizia dello Botswana, che ci perquisisce entrambe le volte da capo a piedi. Ma non sono insospettiti dalla presenza di armi, droga o preziosi, no: cercano carne. Si, la carne bovina, di cui il Botswana e’ un grosso esportatore mondiale. Tale vendita ai mercati europei di ane costituisce la voce pressoché unica del Pil locale (insieme ai diamanti, la cui estrazione però è gestita unicamente da olandesi) ed è quindi spasmodica l’attenzione dei governanti locali per le mandrie e gli allevatori. Ma dai tempi della mucca pazza in poi l’Europa esige la tracciabilita’ e una vasta garanzia sanitaria sulla carne, cosicché 5 anni fa un’epidemia di peste bovina incenerì’ l’economia del paese: i politici locali, una giunta di militari di estrema destra, attribuirono la colpa agli stranieri untori della peste, ed ecco spiegati i controlli a tappeto sulla nostra jeep alla ricerca della eventuale carne appestata. Ci aprono e sezionano i sandwich con le dita, li analizzano, poi, appreso che si tratta solo di pollo, veniamo scagionati e ci vengono reincartati e restituiti i panini……ci mancava solo che dicessero “buon appetito ragazzi!”: dopo averli aperti e ispezionati con le mani, che se li mangiassero loro sti panini di merda!
La vivisezione dei panini non è cmq l’unica ne la peggiore anomalia ingenerata dalla sfruttamento intensivo dei pascoli. Gli allevatori boeri sottraggono la terra ai nativi per destinarla ai pascoli. Da sempre a ben vedere gli allevatori sono il braccio armato e sporco dei pionieri: pensate al far west e ai cowboy, nella iconografia cinematografica non erano loro forse a cacciare indietro gli indiani? Lo schema di conquista dei nuovi spazi e’ proprio quello di cui parla il filosofo Karl Schmitt: occupare/ ripartire/ recintare. Qui il recintare ingenera un disastro del tutto peculiare : se e’ vero che dal recinto non scappano le vacche, poi e’ altrettanto vero che così restano bloccati anche leoni, antilopi, bufali e gnu che dovrebbero migrare per migliaia di km.
Cmq dove andiamo noi, non ci arriva l’Uomo Bianco coi suoi allevamenti: in quella selva inestricabile di giunchi e papiri e liane ci abitano solo i Kavango, i river- people.
Li raggiungiamo a tarda sera, con le stelle che si specchiano una ad una nella laguna, ma siamo ancora del tutto ignari dello spettacolo incredibile che la luce del giuro ci riserverà l’indomani.”

okawango

Una volta nella vita, forse due, capita ai più fortunati tra gli uomini di andare in Botswana: io sono stato tra quelli