Ratko Mladic o della fierezza del Male

Nella mia vita e nei miei viaggi ho avuto modo di visitare diversi luoghi teatro di eccidi efferati a diversi latitudini del mondo e riconducibili a diverse ideologie o folli devianze da queste ultime. Ho visitato i campi di concentramento nazisti, Auschwitz su tutti; quelli della Cambogia, opera dei Khmer rossi di matrice comunista; i luoghi del genocidio armeno messo in piedi dal morente Impero Ottomano su una base religiosa; i lager allestiti dal regime razzista dell’apartheid sudafricano, e da ultimo i luoghi degli eccidi nella ex Jugoslavia, su tutti Srebrenica in Bosnia-Erzegovina. Ognuno di questi luoghi, pur nell’orrore generale che vi aleggia, si caratterizza per una sua mostruosità peculiare, riesce a distinguersi dall’altro e a colorarsi per un rivolo o anche un torrente di sangue proprio con cui si è riusciti a dipingere la Morte su scala massiva. Può sembrare infatti azzardato e presuntuoso affermarlo ma non direi che la Morte, anche intesa in ogni caso solo nell’accezione di sopraffazione e sterminio, sia sempre uguale: si manifesta in maniera sempre diversa, quello dell’Orrore non è una superficie piatta ma un prisma a molte facce.

Naturalmente mi rendo conto dell’enormità del tema trattato e all’uopo premetto che le mie non hanno alcuna velleità di divenire postulati di una qualche verità ma solo sensazioni riscontrate vistando questi luoghi a latere di quella che è la immane tragedia che essi racchiudono

Cosi Auschwitz si manifesta e stravolge per la dimensione globale e abnorme che assume, un Inferno sulla Terra dove la scienza e mille altre discipline del sapere umano sono piegate e veicolate a qualcosa di inimmaginabile ancor più quando ce lo si trova davantiauschwitz , un modello assoluto di efficienza come una macchina o un computer perfettamente programmati allo stermino, che ripugna e nausea ad ogni centimetro degli svariati chilometri quadrati che l’area occupa

Della Cambogia dei khmer rossi impressiona altro: se Auschwitz pare il risultato alienato e mostruoso della tecnologia più avanzata, i campi di sterminio cambogiani assumono dimensioni quasi “rustiche”, somigliano a fattorie dove al posto dei polli o dei mali vengono scannati umani, puzzano di feci, si intravedono teschi maciullati a badilatekhmer_rossi_genocidio come in uno scannatoio, perché i proiettili costano troppo o perché i soldati preposti allo sterminio (in molti caso ragazzini o addirittura bambini) non sanno adoperarli. La dimensione di psicopatia è persino più accentuata rispetto al nazismo, ricordo di aver visitato un campo al cui vertice era stata preposta, figurarsi, una bambina di 12 anni, in un vortice di follia che concepiva gli adulti come ormai come compromessi con la società borghese (e perciò da sterminare) e i bambini come gli unici ancora puri e perciò preposti all’esecuzione degli ordini. L’alienata ideologia dei khmer rossi operava un’insana fusione di dogmi socialisti con quelli religiosi di ispirazione buddhista legati alla trasmigrazione delle anime: le anime impure eliminate sarebbe dovute poi a dare a reincarnarsi in un nuovo individuo puro ed aderente ai valori del socialismo. Era un incendio di follia rapido e autodistruttivo che aveva avvolto questo popolo, che in pratica  sterminava non un nemico vero o anche solo immaginario, ma se stesso: in meno di 3 anni un cambogiano su 4 fu sterminato da un suo stesso concittadino.

E poi sono stato a Srebrenica, che è un piccolo ed apparentemente insignificante villaggio arroccato sui monti della Bosnia Nord-orientale, vicino al confine con la Serbia srebrenica-7

Se visitate questi luoghi di confine, per la verità assai fuori dai circuiti turistici anche di quelli più estemporanei, potrete cominciare da una semplice constatazione: la Bosnia sorge tutta arroccata sui monti, poi, dove essi finiscono come di colpo, sta un fiume, la “storta” Driina come la chiamano qui con affetto.driina

Oltre di essa si stende un’enorme e sconfinata pianura, piatta e schiacciata come una frittella, e li sta la Serbia. Quindi Srebrenica, che sta in montagna, sta in Bosnia…. No, sta in Serbia, anzi no sta in Bosnia ma è come se stesse in Serbia. E’ difficile saperlo, è ancor più difficile capirlo e forse la confusione che viene ad ingenerarsi è voluta: Srebrenica sta in un pezzo di Bosnia che appartiene alla Serbia o meglio ai Serbi di Bosnia.  Gli accordi siglati nella lontana Dayton, in Ohio, che pongono fine a 5 anni di combattimenti e atrocità nella ex Yugoslavia daytondanno forma, per quel che riguarda la spinosa questione della area più martoriata , ad una strana creatura bicefala: la Bosnia- Erzegovina viene riconosciuta come stato sovrano ma come soggetto malato e affetto da un’enorme e tangibile “tumore interno”. Viene cioè riconosciuta e tollerata entro certe aree la sovranità della configgente etnia dei “Serbi di Bosnia”, cui sono riconducibili in larga misura le atrocità perpetrate in quell’area. il governo di Sarajevo dunque si compone di due realtà amministrative sullo stesso territorio, due parlamenti, due apparati statali. La farraginosità di una struttura così concepita è evidente ma occorre far presto e scegliere il male minore, ma calata nella geografia dei posti la soluzione adottata disvela una cruda, inaccettabile scoperta: le aree sottratte al governo centrale e sottoposte all’esercizio di potere della Srpska, la Repubblica dei Serbi di Bosnia, coincidono sinistramente con quelle occupate dalla soldataglia serbo-bosniaca macchiatasi di ogni atrocità tra il ’91 e il ’95. In pratica vengono una ad una riconosciute come enclavi protette in territorio ex nemico le conquiste fatte dall’invasore: tra queste figura, in maniera oggettivamente ignominosa, perfino il luogo simbolo delle violenze, la città-martire di Srebrenica dove nel Luglio del ’95 le milizie agli ordini di Ratko Mladic trucidano 8.743 cittadini inermi di fede musulmana dinanzi agli occhi impotenti di un contingente olandese delle Nazioni Unite.srebrenica 2

Srebrenica dunque sorge in Bosnia ma è ancora sotto il controllo, formale e materiale, dell’invasore serbo. Le case appartenute alle persone trucidate sono occupate dai serbi che gliele hanno scippate con le armi, le piazze e le strade sono intitolate a generali e assai parziali eroi serbi. E’ quasi come se Marzabotto fosse riconosciuta come enclave protetta ad un’associazione di reduci ex nazisti, come se al Bataclan fosse ammessa una manifestazione di simpatizzanti dell’Isis. Ecco, se dunque Auschwitz impressionava per la vastità infernale dell’apparato, se le “fattorie” cambogiane colpivano per la crudele alienazione del reale, Srebrenica, che conta un pur più esiguo numero di vite trucidate, impressiona per l’Insulto che viene fatto alla Morte, la profanazione continua di essa che ne viene operata. Se visitate il luogo dell’eccidio, vi capiterà di entrare in una sorta di hangar, dove per prima cosa vi imbatterete in un monumento consacrato ai gloriosi caduti della nazione serba, li proprio li, sul luogo dove sono stati massacrati oltre 8.000 civili di un’altra etnia. Solo dopo, scendendo le scale di una sorta di disadorno garage, troverete un qualcosa che commemora la memoria dei civili musulmani ivi trucidati. Molti di essi non hanno ancora ricevuto sepoltura e ancora ad oggi, con l’aiuto finalmente di associazioni occidentali, i parenti delle vittime, portando con se un vestito o un qualsiasi oggetto riconducibile ad una delle persone scomparse da oltre venti anni, sono messe in grado di identificare, con la prova del DNA, i brandelli di corpi vomitati dalle fosse comuni e dichiarare la avvenuta morte dei loro congiunti.Cancari.Mass.Grave

Allo stato attuale mancano ancora circa duemila identificazioni, ed è probabile che siano necessari ancora svariati anni.

Nella bellissima capitale di Bosnia, Sarajevo, un piccolo ma assai ben allestito museosrebrenica offre una testimonianza importante degli avvenimenti. Il suo curatore è un giovane ragazzo, all’epoca un bambino, sopravvissuto nel ’95 all’esecuzione fingendosi morto sotto i cadaveri dei suoi stessi familiari.

Il responsabile in capo della barbarica esecuzione, come di centinaia di altre atrocità, risponde al nome di Ratko Mladicmladic2qui ben visibile, mentre dispensa rassicuranti carezze ad alcuni bambini prima dell’ecatombe. Può sembrare impressionante e mistificatorio ma, a ben vedere, il gesto esprime forse la summa più aderente e meglio rispondente di personaggi di questo calibro: assetati di sangue e  auto-convinti del proprio delirante senso di onnipotenza, dispensano morte o assoluzione, proiettili o carezze a loro piacimento e secondo un loro criterio di giustizia semi-divina di cui si sentono investiti. Non mi sorprenderebbe vedere neanche un Hitler o uno Stalin indugiare in carezze ed elargizioni di caramelle ai bambini prima o appena dopo un massacro.

Quest’oggi, a circa ventidue anni dal massacro di Srebrenica, Ratko Mladic è stato condannato dal Tribunale dell’Aja, per 11 dei 12 capi di imputazione chiesti dall’accusa. Fra di essi, figurano quello di crimini contro l’umanità e quello di genocidio, operato nel cuore dell’Europa solo venti anni fa.

Ottuagenario e malato, trascorrerà in galera l’ultimo scampolo di vita che gli resta da vivere. Non si è mai pentito dei suoi crimini, ha persino chiesto di poter sfilare in aula con la uniforme della sua famigerata unità di morte, “gli Scorpioni”: richiesta ovviamente respinta, cosicché ha dovuto ripiegare su un elegante doppiopetto con cravatta rossa ,in grado di dargli un’ aria da pokerista fortunato. Ma guardatelo lo stesso:maldic

lo sguardo non è poi dissimile da quello che aveva quando trucidava a migliaia civili innocenti nelle montagne della Bosnia mladic 23

il Male trova in quello sguardo la sua fierezza, criminale ed efferata, che sopravvive al Tempo e alla Morte, quella degli altri.

La sua ultima difesa, la sua arringa finale, per così dire, sapete quale è stata? Ha detto di sentirsi un patriota e di aver difeso non solo il suo paese ma l’intera Europa dall’invasione di barbari musulmani, arduo compito nel quale l’Europa stessa lo avrebbe lasciato solo.

Purtroppo no, lo “Scorpione” Mladic non è completamente solo: il suo congedo, le sue parole finali paiono riecheggiare  nelle dichiarazioni dei tanti cani latranti che infestano l’Europa con dichiarazioni e manifestazioni xenofobe, quasi immuni a quelle che sono le conseguenze dirette cui tali iniezioni di odio insinuano nei corpi e nelle menti. Non c’è bisogno di andare così lontano, mi vengono in mente i vari Salvini, Le Pen, tutti leader o aspiranti tali legittimati a concorrere alla guida di paesi democratici. Questo orripilante precipitato di Medievo in grado di scorazzare per l’Europa come un lanzichenecco sul finire del Novecento, torna d’attualità ogni giorno nell’odio e nell’insensatezza di certe politiche, e, pur giunto alla fine dei suoi giorni, sembra a conclusione di tutto poter addirittura dire anche lui, con assoluta e criminale fierezza, ” non omnis moriar”.

 

 

A come Atlante: Bosnia

Premettiamo una cosa: il mio punto di vista sulla Bosnia-Erzegovina non è per nulla oggettivo e ben potrebbe essere tacciato di essere parziale, perché io  questo paese lo adoro. Se accettate questa mia “faziosità” in partenza, allora pigliate per buono pure il consiglio che sto per darvi: la prossima vacanza o anche solo il prossimo week-end all’estero che avrete programmato, non andatevelo a fare nelle solite Londra o Copenaghen, Praga o Dublino, che, per quanto bellissime, si somigliano irrimediabilmente tutte nell’essere ormai così ovvi segmenti dell’Occidente. Pensate ad andare in Bosnia, è un tiro di schioppo dall’Italia, più vicina a Napoli ad esempio di quanto non lo sia Milano, eppure è qualcosa di incredibilmente diverso e unico, piccolo, magico economico e a portata di mano. E vi assicuro, che al di la del nome che evoca nel nostro immaginario scenari cupi di guerre e persecuzioni certo incancellabili e assai visibili, non esiste alcun pericolo attuale di sorta circa la vostra sicurezza. Fate così: cominciate da Mostar che è collegata con aerei low cost gionalieri dall’Italia per via della vicinanza alla nuova Mecca del turismo religioso Medjugorie ( ma sto ultimo posto saltatelo a piè pari, uno dei luoghi più brutti e tristi mai visti in assoluto per quanto vi abbia speso una mezz’orett di passaggio, una sorta di ectopia fuori le mura del profondo sud italiano, ma lasciamo perdere proprio). Dicevo di Mostar, si, col suo unico ponte ricurvo in pietra sulle verde Neretva, distrutto durante la guerra e poi ricostruitoMostar--1365x768.jpg

Per quel che mi riguarda, provo un’affezione unica e singolare a questa cittadina, che per me fu la porta dei Balcani, un mondo di sensazioni e odori che ho rovistato su e giù per anni sulla scorta della mia Musa Paolo Rumiz e dello scrittore Ivo Andrijc, nato non lontano da qui. Successe tutto per caso, come una cotta per una bella ragazza incontrata per caso dopo una sbronza: partivo da Dubrovnik, bellissima città veneziana sulla costa croata ma ormai piegata agli standard assai invasivi del turismo occidentale, ed ero diretto verso un’altra località di mare della costa croata, piatta e monocorde come tutte le stazioni balneari. Poi, alla stazione dei bus, vedo questo cartello con scritto sopra “Mostar- Sarajevo”, ci salgo ed entro nei Balcani, da cui fatico con la mente ad uscire ogni giorno della mia vita. E’ un mondo della diversità confuso e vitale, che sprizza ad ogni angolo la caratteristica che mi fa amare per sempre un luogo: l’originalità. Mostar in particolare è la città simbolo del martirio della guerra della ex-Jugoslavia, imperversata dal ’91 al ’95 a pochi km dalle nostre città, mentre noi, in un immaginario distorto del tutto irrispettoso della geografia e della storia, pensavamo che i massacri e le atrocità avvenissero chissà dove. Ma vi dico: ho viaggiato in lungo e in largo per la ex-Jugoslavia e ad ogni centimetro della guerra ivi consumata ci ho capito di meno, per cui ometto di parlarne, e vi assicuro che è qualcosa di assolutamente incomprensibile solo a voler capire quelle che siano stati le fazioni in lotta, che cambiano ad ogni villaggio e ad ogni ponte. A proposito di ponti: lo avete mai letto “il ponte sulla Driina” di Ivo Andrijc? Beh, fatelo subito. I fiumi e l’orografia segnano irrimediabilmente questa terra montuosa e aspra: vi dicevo della dolce Neretva che solca Mostar, po sta la storta Driina impossibile a raddrizzarsi come recita un proverbio locale. Tutto per la verità in Bosnia pare corrugato e intrecciato dalla georafia come dalla storia, in una matassa inestricabile e bellissima. Ottomani e Latini, Slavi ed Ebrei erranti, Zingari e Asburgici. La summa di tutto ciò è la capitale Sarajevo: da Mostar ci si arriva in un 3-4 pre scavalcando bellissime montagne e infilandosi in gole profonde a bordo di un lentissimo trenobosbia ed il peggior errore che potrete fare è farvi cogliere da un’occidentale fretta di arrivare, perdendovi il paesaggio disegnato da qualche divinità ubriaca. Moschee irte su verdi gole, cascate, ponti in pietre e ponti in ferro ahime ponte-b bombardati. Alla fine sta Sarajevo, forse una delle mie città preferite al mondo, dove non vedo l’ora di tornare per la quarta, forse quinta volta. E’ innegabile la presenza della guerra e ciò che è stato, ed è immancabile la visita al museo sulla strage di Sebrenica (luogo a confine con la Serbia anch’esso visitato nel suo orrore) ma poi sta tanto e tanto altro. Il quartiere di epoca asburgica con il ponte ove fu assassinato l’Arciduca d’Austria dando fuoco alle polveri del carnaio della prima guerra mondiale, il quartiere ebraico e quello ottomano, così vicini come non so in quanti altri posti al mondo, la biblioteca costruita dagli Ebrei Sefarditi in fuga dalla Spagna, che custodisce il libro sacro più antico al mondo dopo la Bibbia. Lo splendido edificio fu a sfregio bombardato dai Serbibiblio con conseguente rogo di oltre due milioni di volumi, purtroppo è irrimediabile parlare anche della guerra a queste latitudini.

Ad ogni modo, Sarajevo è stata ed è tutt’ora, in una veste difficile a comprendersi per chi non vi è mai stato, un modello di multi-culturalità e integrazione unico e irripetibile, diverso dai nostri parametri in materia ma certo da considerare. Non mi soffermo troppo sull’argomento, lasciando a voi il piacere di una scoperta, magari con una visita nella Bascarsjabascasj, il quartiere ottomano di Sarajevo, più autentico persino dei bazar di Istanbul.

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C’è poi ancora molto altro in Bosnia, dalla città natale di Ivo Andrjc, Travnik alla splendida natura con fiumi rigonfi di trote, passando per moschee dove viene predicato un Islam spirituale e filosofico, e dove potrete essere accolti da un’ospitalità da Mille e una notte in una cornice scenografica che ricordereste finchè siete in vitamoschea, ma non voglio sconfinare nel retorico.

Ah, poi c’è quest posto non brutto, si chiama Pocitelj bosni, dove se per caso siete artisti, di qualunque sorta o credo, verrete ospitati gratuitamente per un mese, quello di maggio, sfamati con miele dolcissimo e carne di qualità inimmaginabile per noi europei, all’unica condizione che, alla fine del vostro soggiorno, lascerete una vostra opera alla fruizione della comunità locale.

Se siete amanti della diversità, visitate la Bosnia-Erzegovina