Il velo di Maya: the Blue Hole

Conclusione
Eccolo qua, questo e’ il Blue Hole, nel pieno dell’oceano,ed è la meta finale del mio viaggio. Non ho capito se lo chiamano così perché per portarti li in effetti ti fanno un buco in petto ma va bene così; la foto, a dire il vero, e’ preso dall’alto per rendere meglio l’effetto mentre io ero via mare, dove non si coglie così distintamente. E’ stato incredibile cmq immergersi in questo abisso spaventoso senza fondo, almeno ovviamente lungo le pareti che lo orlano e che sono un idillio di coralli, pesci, squali e colori di ogni sorta. Poi guardando il basso, si profonda verso un deep blue che impressiona davvero, perché nessuno sa dove sia il fondo di questo buco forse originato da un meteorite. Può essere questa forse una metafora del senso di questo viaggio che, lo ricordo, era dedicato al compiere dei miei 40 anni? Nooo, troppo ardito, e poi certe scadenze e certe date possono sembrare un qualcosa di ignoto solo prima, poi una volta immersici dentro come nel Blue Hole, anche se non si intravede il fondo, non vi è nulla che lasci pensare che il futuro possa essere diverso dal passato. E, almeno nel mio caso, e’ una gran fortuna, perché in questi miei primi quarant’anni ho avuto proprio una bella vita

Il velo di Maya: a dream called Belize

Giorno 10
“Last night i dream of San Pedroo..”- cantava una giovane Madonna in una sua hit di una ventina di anni fa, “La Isla bonita”. Ecco la isla in questione era Ambergris Caye qui in Belize, ove sorge il villaggio di San Pedro ed è la mia prossima destinazione……Pure io poi strong’ a sentire a chella cretina di Madonna: sbarco dal paradiso di Caye Caulker a San Pedro intono alle 9 e alle 9:15 sto già pensando di andarmene. Macchine, rumore, cemento, asfalto, albergoni grigi e ristoranti stereotipati per turisti volgari. Dove è finito qui il mantra “no shoes, no shirt….no problem” che regna sovrano nel pur vicino isolotto di Caye Caulker? Altro che no shoes, questo pare il posto stereotipato per quella tipologia di donna italiana col suo desiderio compulsivo a dover viaggiare con 16 paia di scarpe in valigia e doverne cambiare 5 al giorno almeno. C’è da dire che,quando Madonna cantava quella canzone vecchia ormai di qualche lustro, probabilmente l’isola non doveva mostrare un lato così urbanizzato ma presentarsi come tutt’ora e’ Caye Caulker o altri degli atolli qua intorno, grezzi e sospesi in un incanto di natura quasi incontaminata, frequentati da viaggiatori dotati di uno spirito più avventuriero. Si racconta pure che l’audace Madonna abbia avuto un flirt con uno dei tanti marcantoni epigoni di Bob Marley che furoreggiano qui, inaugurando forse un filone oggi molto in voga tra le sue connazionali. Ad ogni modo a San Pedro, magari proprio sulla scorta del successo della canzone di Madonna, si è messa in moto la machina del turismo più invasivo e deleterio, quello che cementifica e asfalta ogni cosa per concedere enormi camere vista mare e comodi parcheggi a turisti più abbienti e spazi residui sempre più angusti a secondo della capacità di spesa, fino a squallidi loculi di calcestruzzo spacciati per resort economici. Il risultato e’ una roba tipo Ischia, e infatti appena sbarcato becco un gruppo di napoletani che urlano (ma a buona ragione, perché Mertens ha appena segnato il gol del 4-2) . Ad ogni modo trascorro a San Pedro un tempo di circa 40-45 minuti, quelli che intercorrono tra lo sbarco e la successiva ripartenza del natante per Caye Caulker, il posto dove ero prima: già mi manca la mia casetta in legno sulla spiaggia, quel clima incantato e il mio pusher di aragoste & granchi, il quale potrebbe procurarmi una barca per esplorare gli altri atolli al di la del reef, addirittura disabitati Si si, non c’è da pensarci un minuto e rientrato alla “base”, esco subito di nuovo in barca verso questi altri isolotti, Turneffe Atoll e Half Moon Caye. Si tratta di posti che non indugio troppo a descrivere, lascio fare alla fantasia: basta provare a chiudere gli occhi e immaginare di trovarsi su un’isola tropicale deserta, con null’altro che palme da cocco,
mangrovie, uccelli, tartarughe e migliaia di pesci. Credo sia un sogno ricorrente e ben presente nell’immaginario di ognuno: ecco questo Half Moon Caye visitato ora e’ il posto esattamente corrispondente ad esso. Se capitate da quelle parti, attenti solo a dove mettere i piedi perché le tartarughe vengono li a deporre le uova.
Half Moon Caye e’la propaggine più estrema di sabbia prima dell’oceano per migliaia di chilometri. Anzi no: c’è un posto strano più al largo dell’isolotto, molto più al largo, una sorta di buco senza fondo nel mezzo dell’oceano orlato dal reef corallino. Pare sia stato originato dalla caduta di un meteorite. Lo chiamano Blue Hole: e’ quella la tappa finale del mio viaggio, prevista per l’indomani.

Il velo di Maya: no shoes, no shirt….no problem !

Giorno 9
“No shoes, no shirt…..no problem” e’ lo slogan che campeggia un po ovunque in Belize ma dovrà essere stato pensato proprio qui a Caye Caulker. Si perché su questa esile striscia di sabbia strappata all’oceano la vita scorre davvero a ritmi dolci. Si registra innanzitutto l’assenza dei due componenti che personalmente più detesto ovvero il cemento e l’asfalto: le strade sono di sabbia e non vi sono automobili, quanto alle case sono per la gran parte in legno, e abitate da gente con un perenne sorriso che ti avverte che finirai come desco per gli squali se solo ti azzarderai a trasportare qui le tue preoccupazioni della città.
Tutta questa zona del Belize trova la presenza di queste minute striscie di sabbia ricoperte di palme e mangrovie a fungere anche da collante, chiamate Cayes. Solo alcuni di essi sono abitabili e ciò è possibile solo grazie alla presenza del reef, la barriera corallina che funge da flangiflutti per le gigantesche onde oceaniche le quali altrimenti spazzerebbero via in un battito di ciglia questi isolotti passando da parte a parte. Si tratta cmq di ecosistemi molto delicati ed e’ probabile che l’innlazamento del livello dei mari dovuto allo scioglimento dei ghiacci finirà per colpire proprio qui, dopo che già ha reso praticamente impossibile la vita in diverse aree del Pacifico.
Caye Caulker fu fondata da pirati inglesi nel 18esimo secolo, i quali si nascondevano tra questi banchi assai insidiosi alla navigazione per poi colpire i galeoni spagnoli carichi d’oro che salpavano dalle coste del vicino Messico. L’atmosfera picaresca e’ in effetti tangibile ancora oggi e ad un certo punto della storia sono sbarcati da galeoni naufragati sul reef anche schiavi africani, che, restituiti ad una inattesa libertà, hanno colonizzato l’isola. I loro discendenti, ragazzoni robusti in ottima salute e per lo più rasta, sono oggi l’oggetto del desiderio di disinibite turiste nord-americane, che la sera un po’ alticce, anzi parecchio più di un po, si fiondano su sti tronchi d’albero come api sul miele. Una volta questa fetta diciamo di mercato era appannaggio del maschio italiano o per lo meno latino, poi con sta sfaccimma di globalizzazione sono emersi nuovi scenari; vabbuo, se lo piangono i ventenni di oggi insomma.
Quanto a me, ho rallentato il ritmo frenetico dei miei viaggi per adagiarmi su un’amaca in una bellissima casetta in legno fittatami da una matta inglese e sto entrando in contatto con le tantee specie della fauna locale , da un lato trangugiando una quantità vergognosa di granchi e aragoste, dall’altro stringendo rapporti d’amicozia con pennuti e squali, i quali anche loro sembrano essersi conformati al clima sereno e pacioso dell’isola. Si perché non so se riuscite a distinguere nella foto: oltre al pellicano, si vedono che nuotano delle mante, tante centinaia a dire il vero, che proprio ti urtano, ti sbattono addosso per giocare o chiedere cibo come fossero cagnolini. Poco dopo e’ arrivato pure uno squalo nutrice vero e proprio, anzi due, bestioni enormi,e ho azzardato a volo pure un malriuscito selfie, ma mi hanno spiegato che quelli sono di carattere un po’ più incazzosi

Il velo di Maya: alba sulle piramidi, tramonto nel Caribe

Giorno 8
La giornata comincia molto prima dell’alba, intorno alle 4 quando mi incammino per raggiungere la sommità del Tempio IV, la piramide consacrata al re Grande Acqua da cui contemplare appunto l’alba. Mi addentro quindi nella giungla del parco archeologico con una simpatica coppia di farmers del Canada settentrionale, che mi raccontano come al loro paese in quei giorni si registri una impossibile temperatura di 38 gradi sotto lo zero (!). Anticiparsi di un bel po’ ha i suoi vantaggi e guadagno un posto sulla sommità della piramide, giusto sotto la stele dedicata al re e al vertice della vertiginosa scala da cui un tempo probabilmente rotolavano giù le teste dei sacrificati. Ora sta solo da aspettare che faccia alba. E cazzo che bello! Da solo o quasi sulla sommità di una piramide Maya nella giungla a contemplare l’alba, ma che fortuna che ho avuto nella vita! Scrivere un diario di viaggio mi piace anche per questo, mi aiuta a rivivere tutta la bellezza delle cose che vedo, che l’animo umano ci mette un po’ ad assimilare.
L’assordante silenzio della notte comincia a essere rotto dai maschi dominanti di scimmie urlatrici, che attaccano con i loro grevi richiami in tutto simili a terrificanti ruggiti. Un’arpia, un rapace simile ad un’ aquila ma di dimensioni ancora maggiori e a forte rischio estinzione, prende a volteggiarmi sopra la testa con fare minaccioso, poi arriva una bellissima coppia di tucani reali ad annunciarmi la comparsa in cielo di Lucifero, il pianeta Venere che splende perfettamente allineata alla piramide usata al tempo come osservatorio astronomico, di cui intravedo la sommità sopra gli alberi: li ricordo di essermi commosso e avere pianto come un bambino. Ormai ci siamo, la luce sta per arrivare, i contorni delle piramidi bucano la vegetazione che pare un mare ai miei piedi. Mamma mia!
Ora devo proprio scappare, ho pochi minuti per attraversare tutto il parco e beccare un autobus, prendo il sentiero che attraversa il sito considerato “mundo perdido”, sette templi in una stessa piazza tutti per me. Fermo un pulmino in partenza verso sud, devo arrivare fino ad un villaggio chiamato Puente Ixhlu’ per beccare la coincidenza per il Belize. Ma il bus strada facendo si attarda a caricare seghe circolari e altra roba da costruzione e non arrivo in tempo utile. Niente panico, poco dopo arriva un altro “colectivo” che marcia fino alla frontiera, poi da li si vedrà.
La strada taglia secca a est costeggiando il Rio Mapan che si getta nel fiume Belize proprio alla frontiera, ove sorge una squallida città chiamata Melchor de Menches. Ciao Guatemala, ora sono in Belize, ex Honduras britannico, paese che della dominazione inglese conserva una traccia visibile. Il paesaggio cambia, la foresta nebulare lascia il passo alle palme che degradano verso il Mar dei Caraibi, tra le casette di legno e le “fincas” degli allevatori. Al porto di Belize city devo scegliere per dove imbarcarmi, le opzioni sono due : la pubblicizzata Ambergris Caye o la meno nota Caye Caulker, una striscia di sabbia rimasta ancora preservata dal turismo più invasivo. Il mio fiuto mi fa optare per Caye Caulker, la scelta si rivelerà azzeccata e poche ore dopo sto a contemplare un tramonto sopra la barriera corallina in uno scenario idilliaco.
Alba su una piramide Maya e tramonto in un paradiso tropicale . Ma io sono uno fortunato

Il velo di Maya: Prologo

Prologo
“Il velo di Maya” e’ un’invenzione del filosofo Arthur Schopenhauer, che sostanzialmente ritiene la vita un sogno: tale velo sarebbe apposto dinanzi ai nostri occhi alla nascita, impedendoci di comprendere appieno la conoscenza e la percezione della realtà, se non in misura sfocata e illusoria. Si tratta di concetti che l’autore mutua dalla filosofia induista, dove il termine “maya” rimanda alla creazione o a qualcosa attinente alla misura, quindi ci appizzano poco o niente i Maya intesi come popolo precolombiano del centro-America dove sono diretto, nondimeno l’ho scelto come nome del diario un po’perche mi piacciono assai i giochi di parole un po’ perché la metafora si addice assai al senso di questo viaggio.
Non temete, la finisco subito con queste pippe pseudo-intellettuali, semplicemente il viaggio in questione prende le mosse dall’anniversario dei miei quarant’anni, che cade nel bel mezzo di esso: si tratta nel senso comune di una ricorrenza particolare, i 40 anni, la fine di una fase della vita più o meno associata all’idea di “gioventù” e l’inizio di un’altra, chissà, dominata da altri valori, non saprei. E’ forse il momento giusto in cui ci si spoglia del “velo di Maya” e si prende a guardare il mondo nella sua realtà, scevro dai sogni e dalle illusioni della “vita precedente”? E’ la domanda che funge da incidente narrativo al diario, cui magari darò una risposta girovagando tra New York, Guatemala e Belize. Ah già, perché tra tutte queste chiacchiere qua non ho ancora svelato il piano di viaggio: beh rispetto ad altri itinerari pare meno complesso, anche perché in grossa parte non vi ho ancora pensato, quindi faccio ancora in tempo a incasinarlo come piace a me. Partiro’ per New York, dove ho lo scalo aereo prolungato, un giorno e mezzo tra un aereo e l’altro e il rincoglionimento del fuso orario, un tempo francamente ridicolo per vivere una realtà così grande ma tant’è: proverò a dare un minuscolo morso alla Grande Mela.
Poi si parte per il maestoso Guatemala: jungle, vulcani e vestigia Maya, un’avventura da cui mi aspetto tanto e che ho scelto dopo lunghissima selezione come meta per questa ricorrenza. Alla fine da un punto non lontano dalle piramidi di Tikal, dovrei sbucare in uno stato confinante, il Belize, fatto di straordinari atolli e una magnifica barriera corallina : la meta finale per ora e’ un misterioso buco nella barriera corallina stessa, forse generato da un meteorite caduto millenni fa e che da luogo ad un abisso senza fondo e impossibile a misurarsi, il cosiddetto Blue Hole appunto. Ma ci devo arrivare…
Insomma di cose in pentola ne bollono parecchie, a tutti i livelli, perché per ora ho scelto come tappa di avvicinamento questo simpaticissimo ristorante-albergo, da Benito al Bosco: altro che Guatemala o Belize- ex Honduras Britannico, qua stiamo a Velletri, castelli romani, e Benito e’ il paffuto e anziano proprietario. Ha l’aria paciosa di chi ha capito da tempo che il mondo e’ tutto un teatrino, ha una carrellata di foto infinita con presidenti e celebrità venute a trovarlo; da ultimo Renzi che vicino a lui in foto ha l’aria dell’universitario fuori sede che torna a Natale a casa e deve trovare il coraggio di dire ai genitori che ha speso gli ultimi sei mesi in sbronze e minchiate e non ha fatto manco un esame, tutte cose che i genitori sanno già ma lo accolgono cmq a tavola. A Benito cmq sembra fregargliene davvero poco di sto andrivieni di presidenti e teste coronate, l’unico il cui ricordo sembra scaldargli il cuore e’ l’amico di vita Ugo Tognazzi, che qui veniva a fare scorpacciate di funghi e dove ha scritto con Zavattini la sceneggiatura originale della “Grande Abbuffata”. Ovviamente non potevo esimermi da un tributo al maestro Tognazzi ed ho mangiato cumm nu puork, talmente tanto che mi piglio scuorno di scrivere il menù.
Più che il velo, per adesso si disvela il “colesterolo di Maya” insomma

A come Atlante: Belize

Il giorno del Giudizio Universale, se dovesse mai presentarsi, sarà per gli abitanti del Belize un giorno come tutti gli altri, perchè il Paradiso loro lo hanno già conosciuto in Terra.

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Sì, vi sarà capitato spesso di pensare ad un paradiso tropicale fatto di dolci spiagge ammantate che degradano verso l’orizzonte, amache che ciondolano da palme  e mangrovie su cui stare appollaiati disperdendo ben presto ola nozione del tempo, pesci colorati che sguazzano tra la barriera corallina come in un mondo alieno, e ovunque rilassatezza, evasione. E’ uno scenario della nostra immagine piuttosto usuale e contrabbandato su decine di brochure turistiche. Maldive, Thailandia, Messico, Caraibi….Ma il Belize li straccia tutti: se questa è la vostra immagine del paradiso, allora cercate sulla mappa dove è il Belize e prenotate il primo aereo. Anzi vi aiuto io a trovarlo sulla cartina, così fate prima:

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prendete lo Yucatan ma lasciate perdere la parte più nota di esso, quella occupata dal Messico e ormai più inflazionata di una lattina di Coca-cola, coi suoi grattacieli e i suoi resort di plastica, il suo turismo dozzinale e rumoroso. Qui l’unico rumore percepibile è quello delle fregate e degli aironi che si librano nel cielo fino a oscurare il sole. Il paese prendeva il nome di Honduras britannico fino a pochi decenni orsono ed era infatti una colonia del Regno Unito: una certa impronta è ancora assai visibile nella parte continentale, con i cottage in legno e altri dettagli dall’aria molto british. Poi ci sono le isole del Belize, i cosiddetti caye: striscie di sabbia tenute su dalle radici di mangrovie che sembrano pedane galleggianti disegnate da qualche divinità in un giorno di buonumore. A proteggerle la barriera corallina, seconda per dimensioni solo a quella australiana e a detta di molti assai più bella, un trionfo della natura con pesci, squali, razze e manati,  grossi mammiferi simili a trichechi ma paciosi e sereni come il resto degli esseri viventi qui.

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Questo che vedete qui è il monumento naturale più famoso del Belize, il Blue Hole, un misterioso “buco” che si apre a un certo punto dell’Oceano Atlantico e sprofonda giù per km negli abissi. Ci si può immergere e nuotare dentro, se non si ha troppa paura degli squali.

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No shoes, no shirt…..no problem” e’ lo slogan che campeggia un po ovunque in Belize ma dovrà essere stato pensato proprio qui a Caye Caulker. Si perché su questa esile striscia di sabbia strappata all’oceano la vita scorre davvero a ritmi dolci. Si registra innanzitutto l’assenza dei due componenti che personalmente più detesto ovvero il cemento e l’asfalto: le strade sono di sabbia e non vi sono automobili, quanto alle case sono per la gran parte in legno, e abitate da gente con un perenne sorriso che ti avverte che finirai come desco per gli squali se solo ti azzarderai a trasportare qui le tue preoccupazioni della città.
Tutta questa zona del Belize, come già detto trova la presenza di queste minute striscie di sabbia ricoperte di palme e mangrovie a fungere anche da collante, chiamate Cayes. Solo alcuni di essi sono abitabili e ciò è possibile solo grazie alla presenza del reef, la barriera corallina che funge da flangiflutti per le gigantesche onde oceaniche le quali altrimenti spazzerebbero via in un battito di ciglia questi isolotti passando da parte a parte. Si tratta cmq di ecosistemi molto delicati ed e’ probabile che l’innalazamento del livello dei mari dovuto allo scioglimento dei ghiacci finirà per colpire proprio qui, dopo che già ha reso praticamente impossibile la vita in diverse aree del Pacifico.
Caye Caulker fu fondata da pirati inglesi nel 18esimo secolo, i quali si nascondevano tra questi banchi assai insidiosi alla navigazione per poi colpire i galeoni spagnoli carichi d’oro che salpavano dalle coste del vicino Messico. L’atmosfera picaresca e’ in effetti tangibile ancora oggi e ad un certo punto della storia sono sbarcati da galeoni naufragati sul reef anche schiavi africani, che, restituiti ad una inattesa libertà, hanno colonizzato l’isola. I loro discendenti, ragazzoni robusti in ottima salute e per lo più rasta, sono oggi l’oggetto del desiderio di disinibite turiste nord-americane, che la sera un po’ alticce, anzi parecchio più di un po, si fiondano su sti tronchi d’albero come api sul miele. Una volta questa fetta diciamo di mercato era appannaggio del maschio italiano o per lo meno latino, poi con sta sfaccimma di globalizzazione sono emersi nuovi scenari; vabbuo, se lo piangono i ventenni di oggi insomma.

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Un altro famoso Caye beliziano è San Pedro, quello della hit “la isla bonita” di Madonna, probabile decana e pionera delle torme di tardone americane di cui parlavo poc’anzi: ma è presumibile che la popolarità del tormentone pop abbia portato nocumento al post, che in effetti risolta troppo cementificato e rumoroso, almeno a confronto con altri paradisi come Half Moon Bay, Turneffe Atoll e la stess Caye Caulker

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Al di la della fotografia, avevo ben altro da rinvenire come desco laggiù: aragoste e granchi appena recapitti sulla spiaggia la mattina da un tizio con la barca che solevo chiamare il “pusher, visto l’effetto dopante che quel cibo afrodisiaco aveva su di me, che finì ben presto col trangugiare aragoste pure a colazione.

Sì, il Belize è un paradiso