L’orizzonte perduto – Giorno 6 : an amazing boat-trip

La giornata odierna segna una tappa molto attesa del mio itinerario ideale, quella di un viaggio in battello lungo fiumi, laghi e canali da Battambang fino a Siem Reap, città di riferimento per visitare i templi dell’Angkor Wat. Per la verità credevo che il battello risalisse il Mekong ma mi sbagliavo , giacche il Grande Fiume scorre qualche centinaio di km più ad est. La Cambogia ad ogni modo, con l’eccezione di un anello di montagne situato in maniera assai curiosa circolarmente lungo tutto il perimetro del paese, è per il resto al centro un’enorme pianura alluvionale percorsa da una miriade di fiumi e canali. La civiltà stessa khmer, quella a cui si deve l’edificazione dell’Angkor Wat, è nata e prosperata su queste acque, vivendo di pesca e irrigazione, una sorta di civiltà anfibia tuttora intuibile osservando intere comunità di indigeni vivere su barche e palafitte.

Il battello prende le mosse poco dopo l’alba da un disadorno molo ingombro di rifiuti a nord di Battambang.

La prima fase della navigazione scorre via tranquilla sotto coperta per così dire, su questa bella lancia in legno un tempo adibita al trasporto di bambù. Incrociamo pescatori in piedi su minuscole barche in legno e attraversiamo comunità molto primitive.

Dopo un paio di ore la navigazione entra in una nuova fase, assai più wild: la vegetazione si infittisce ed il capitano, coadiuvato da un ragazzino che agita un remo a prua come timone, infila la lancia in una serie di canali strettissimi dove il natante fatica assai a passare. La consistente novità per noi passeggeri è che passeremo le successive due-tre ore nello schivare i rami e i rovi che strisciano e sbattono contro il battello, esercizio vi assicuro piuttosto faticoso e doloroso, anche perché protratto per un lasso di tempo enorme. I rami e i giunchi si infilano dalle murate del battello colpendo a volte di sciabola e altre di fioretto, inarcandosi e assestando cioè delle frustate o colpendo con la punta.

Ne fa le spese un ragazzino tedesco che piglia una botta secca sul naso e comincia a sanguinare, senza tuttavia fare una piega o un lamento. Non vorrei perdemi in qualche polemica da “nazimamma” anche perché mi mancano le basi per farlo cioè una prole ma ho l’impressione che gli altri europei nordici per così dire siano assai più disinvolti di noi italiani nel coinvolgere i propri figli in avventure del genere. E quando la trovi una famiglia italiana con bambini a bordo di un battello in bambù che risale il fiume in mezzo ad una giungla in Cambogia? Magari però quei bambini inglesi, tedeschi o scandinavi che a 10 anni vivono esperienze del genere, a 25 o 30 avranno aspettative diverse da un viaggio che giacere in una merda di resort di Mykonos o Formentera a fare a gara col proprio vicino di lettino a chi ha 50€ in più in tasca dell’altro….non saprei, me ne vado per un’idea. Ad ogni modo io i miei nipotini in questa palude non ce li vorrei vedere, anche perché dai rami-catapulta si paracadutano giù anche insetti e animali strani tipo sanguisughe e formiche giganti che mi combinano la schiena come una carta geografica. Ad un tratto poi la giungla svanisce e di colpo si manifesta la “civiltà” o almeno una sua via ibrida una città galleggiante che porta in qualche modo le stigmate del progresso nei suoi aspetti deteriori, ad esempio l’inquinamento presente in quintali di plastica galleggiante e un’acqua putrida in cui incredibilmente i locali si lavano e fanno il bagno. La successiva fase di navigazione si apre ad uno scenario diverso, più tipicamente fluviale su ampi canali, siamo ormai sul lago Tonle Sap, culla della civiltà khmer, pietra angolare liquida di questa cultura che da queste acque seppe ricavare prosperità e fulgore. Proprio sulla parete d’entrata dell’Angkor Wat è scolpito un lunghissimo bassorilievo che narra di una battaglia cruciale tra i khmer e i loro eterni rivali Cham (gli attuali vietnamiti) con esito favorevole ai primi ma di questo parleremo semmai domani. Schivato che è il rischio dei rami fendenti, sul battello possiamo rilassarci e salire sul tetto panoramico ci resta ancora tempo per l’attraversamento della palude in cui ha sede la eccezionale riserva avio-faunistica del Prek Toalun paesaggio forse un po’ spettrale ma davvero un paradiso per gli appassionati di birdwatching che qui possono avvistare specie ormai quasi estinte come il mitologico Ibis gigante o l’avvoltoio testarossa. Giungiamo a destinazione dopo circa 9 ore, in un ennesimo villaggio galleggiante alle porte di Siem Reap, la capitale turistica della Cambogia per la sua vicinanza ai templi dell’Angkor Wat. Un bellissimo viaggio in battello, e domani si visita una delle sette meraviglie del mondo, l’Angkor Wat. Non male, direi

L’orizzonte perduto – Giorno 5: on the road again

La strada: già, è tempo di riprenderla anzi di intraprenderla in misura nuova e diversa. Diciamo che fin qui abbiamo scherzato, mi son mosso tra diverse isole della Thailandia con spostamenti anche lunghi ma tutto sommato agevoli e su rotte abbastanza consolidate. Ora si tratta di salire uno step e abbandonare le piste più battute per andare costruendo una dimensione di viaggio impolverata e di scoperta, che è quella che poi mi è più congeniale. Il punto di rottura tra una dimensione vacanziera e il viaggio è dato da un anonimo paesone posto alla bisettrice di due strade e dal nome uno e trino, tale Pong Nam Ron, dove lascio il pulmino che sale da Koh Chang per prendere la strada che taglia verso est verso i monti oltre i quali è la Cambogia. L’autista, che ha già dimostrato ampiamente di essere una capra per altri motivi, fatica oltremodo a capire perché mai debba scendere li, poi mi scarica nel bel mezzo di un mercato di frutta, dove gli avventori paiono essere assai poco avvezzi alla presenza di un “farang”, termine con cui in Thailandia chiamano gli occidentali. Un monaco buddista piuttosto malandato si fa gestore di una trattativa per montare sul retro di una carretta, che però mi lascerà pochi km dopo in prossimità della casa dell’autista:’qui una venditrice di frutta con estrema gentilezza mi fa montare su una camionetta gremita di contadini di ritorno ai campi dalla città con un numero impressionate di vettovaglie al seguitoCosì si sale fino al valico di frontiera di Ban Pakard, nella regione montuosa della catena dei cd Monti Cardamomi: queste belle cime ammantate di verde e di banani tanto da sembrare in alcuni punti il Kilimangiaro o il Ruwenzori nascondono nelle loro interiora due cose, una bella e una brutta: quella bella è costituita dalle preziose gemme di zaffiro che qui, specie sul versante cambogiano, vengono estratte in gran quantità e vendute grezze; la cosa brutta che salta invece fuori sempre dal sottosuolo sono le numerose mine antiuomo situate lungo il confine e risalenti all’illuminato, si fa per dire, regno dei khmer rossi degli anni ’70, che non volendosi far mancare alcunché nella lista delle atrocità da perpetrate al proprio stesso popolo, disseminarono il terreno di ordigni di fabbricazione udite udite in gran parte italiana e che ancora oggi mietono vittime tra la povera popolazione. Il valico di frontiera ubicato su queste montagne è quanto di più rilassato e sonnacchioso possa sperare di trovare chi ha qualcosa da nascondere: davvero inimmaginabile prima di vederla la scena dei doganieri cambogiani che letteralmente dormono nella guardiola, non so se perché pagati troppo poco e costretti magari ad altri estenuanti lavori notturni o forse perché proprio pagati per dormire e chiudere un occhio o meglio tutti e due su chi abbia voglia di contrabbandare gemme dalla Cambogia alla Thailandia per destinarle al mercato occidentale. Interrotta dunque per mia iniziativa la fase rem dei brillanti quanto narcolettici Rambo cambogiani, rimedio il visto senza il quale non potrei poi lasciare il paese nel quale incredibilmente sarei potuto entrare senza alcun controllo!! Sono ora sul versante cambogiano in una città chiamata Pailin, un tempo prima capitale della Cambogia, circostanza che ora nessuno pare ricordare: per lo più ha l’aria squallida delle città di confine infestate da gente che vivacchia di traffici piccoli e grandi ap di qua e al di là della frontiera; insomma un posto poco ameno da cui partire alla spicciolata. La mia destinazione è un posto dal nome che pare un giochetto porno all’orientale, tale Battambang dove arrivo due ore dopo. Con un po’ troppa enfasi la Lonely Planet la definisce “perla coloniale” per via delle tutto sommate ben conservate dimore d’epoca, allorquando la città era sede del governatorato francese Per il resto la città ha un aspetto tutto sommato anonimo e funge da base di partenza per escursioni nella zona circostante: ad una di esse mi destino di buon grado anche io dopo aver trovato alloggio in una gradevole struttura a gestione familiare, anch’essa in stile coloniale la gita prevede una visita ad un tempio ubicato una decina di km fuori città, da raggiungere con uno dei mezzi di trasporto prevalenti nella babele automobilistica cambogiana, un risciò a motore condotto da un simpatico locale

La circolazione non è esente da rischi anzi è davvero pericolosa su una strada disseminata di buche e percorsa da enormi camion che strisciano di fianco al riscio con la grazia di un elefante a pochi cm da uno scarafaggio. Il rischio diviene massimo su quella che sarà l’odissea del ritorno sotto il consueto diluvio del monsone, allorquando , tra le buche e le simpatiche secchiate d’acqua rovesciate dallo sgommare dei succitati camion, ho la sensazione di essere un calzino nella centrifuga di una lavatrice. Il sito visitato si rivela comunque interessante, con una prima grotta detta “dello sterminio” dove i khmer rossi si dilettavano nel loro passatempo preferito: l’uccisione di civili innocenti, scaraventati giù nella cavità da enorme altitudine Pare che i giustizieri traessero ispirazione dai bassorilievi presenti sui templi di Ankgor, dove sono raffigurate torture e riti sacrificali umani di una cultura di mille anni prima. ancora oggi nella grotta sono conservati decine di teschi la cui identificazione non potrà mai essere resa

La Cambogia è un libro di cultura millenaria, la cui ultima pagina scritta o almeno conosciuta al resto del mondo tuttavia gronda sangue: qui tra il ’71 e il ’75 trovó spazio il regime dei Khmer Rossi, la cui efferatezza conosce ben pochi antecedenti nella storia. Il suo leader massimo, Pol Pot, nella triste graduatoria dei dittatori psicopatici è uno che se la gioca con Hitler per il primo posto, che forse gli concede solo per le dimensioni numeriche degli eccidi di massa, leggermente inferiori a quelle naziste. Ho visitato diversi siti di tragedie e stermini di massa a differenti latitudini e avvenuti sotto diverse bandiere ed ideologie politiche e ho sempre trovato, nell’orrore indistinto che essi tutti determinano, qualcosa di caratterizzante in ognuno di essi, una propria via di segnare la Morte. Così la Auschwitz nazista impressiona per la dimensione scientifica e organizzativa di vero e proprio inferno sulla Terra, Srebrenica nella ex Jugoslavia per la ferita ancora fresca nella carne del popolo e l’insulto che ancora vi viene perpetrato, l’Armenia per la dimensione da scannatoio animalesco creata dagli Ottomani. La Cambogia e lo sterminio dei Khmer Rossi impressionano per la sua irrazionalità, l’assoluta incomprensibilità di un popolo che si stermina da solo : pur nella loro esecrabile follia, gli altri eccidi da quello nazista fino ai quelli ai danni del popolo armeno, individuano un nemico esterno da annientare. In Cambogia i cambogiani uccidevano gli altri cambogiani. In una mistura psicopatica di comunismo e buddhismo, Pol Pot (laureato in filosofia alla Sorbonne di Parigi) aveva in mente di purificare dai vizi del capitalismo la sua corrotta gente, che si sarebbe poi reincarnata secondo un dettame del buddhismo in un nuovo Homo socialista. La Cambogia contava allora 5 milioni di abitanti, le persone sterminate furono circa un milione, un cittadino su 5.

La visita al monte continua a rivelarsi interessante con la visita ad un’altura da cui si intuisce la forma della Cambogia: una sorta di padella orlata di monti lungo i confini e poi piatta e riempita di argilla al centro. Il fondo della padella sovente si riempie d’acqua creando una pappa fangosa in cui nuotano un po’ tutti, persone , templi, coccodrilli e ahimè tanta spazzatura. In cima a questo sperone calcareo sta un bello stupa buddhista risalente all’anno mille, sorvegliato da decine di scimmie piuttosto animose e suscettibili

Assai più placidi nell’animo rispetto ai nostri progenitori primati, alcuni monaci stanno invece assorti nelle loro meditazioniAppena più in basso una incredibile altra grotta, da cui sul far della sera fuoriesce un numero impressionante di pipistrelli che forma un fiume nel cielo tale da eclissare il sole. C’è chi dice che siano 4 milioni ma non credo sia facile farne una conta

la grotta è perciò detta “Bat cave”. Ed in onore al più celebre pipistrello della storia del cinema, intendo ovviamente Batman, la sera la quasi omonima Battambang si trasforma in una tetra e desolata Gotham city, dominata dai cani randagi e dove i ristoranti chiudono alle 20:00. Ma il motivo che mi ha spinto a soggiornare a Battambang è dato da un altro fattore: questo è il porto di partenza di un fantastico battello a motore che risale lungo stretti canali del fiume ed il lago fino a Siem Reap ed i templi di Angkor, barca un tempo usata per il trasporto fluviale di bambù. Sarà un viaggio lungo ed indimenticabile quello che mi attende domani all’alba