Nella lista piuttosto lunga e composita di luoghi sbrevezi del mondo dove sono stato, un posto speciale nel mio cuore lo occupa questa GuestHouse sperduta da qualche parte sui monti Carpazi, in Romania e precisamente nella affascinante regione della Transilvania. La Pensiunea Mioritca era in effetti una strabiliante bicocca magicamente abbarbicata su un fiume, che le scorreva sotto, sopra, dentro e a fianco, permeando di sé e della sua umidità ogni angolo. Ma era bellissimo essere lì, e ad ogni modo il protagonista assoluto di quel luogo era l’oste Florian, rubizzo omaccione con una talento strappato al teatro e forse anche al mondo del marketing: si diceva nostalgico della ormai defunta epoca comunista, a cui aveva dedicato in un’ansa del fiume una cosa ibrida tra una libreria con tutti i classici del socialismo ed una cappella votiva. Ed infatti ogni mattina celebrava una “messa da requiem del Comunismo con letture del Capitale di Marx accompagnate da musiche di Mozart e Strauss, per il visibilio di noi ospiti . A cotanta cultura ed erudizione faceva da contraltare un più che percepible tasso di rattusamma, che lo spingeva a chiedere foto viscide a tutte le più avvenenti turiste mentre prendevano il sole, per arricchire la biblioteca- cappella del Comunismo. Cosa c’entrassero poi i testi di Marx ed Engels con quella collezione di tette & culi lo sapeva solo Florian, il comunista morto di figa più simpatico che ricordi.
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Alexander- giorno 9: Costantinopoli, gigante polimorfo
Proviamo a fare un giochino : descrivere Istanbul in soli tre aggettivi . Voglio dire , potete provare anche se non ci siete stati: vi ci sono posti del mondo che riescono a dare una proiezione o anche solo un immaginario di se pur non essendoci stati. Istanbul è senz’altro uno di quelli. Anzi, io preferisco chiamarla col suo nome storico, Bisanzio o meglio ancora Costantinopoli, come si è sempre chiamata fino ad un secolo fa. Ecco ed è proprio questo suo ultimo aspetto della mutevolezza della denominazione e non solo a fornirmi il primo aggettivo per descriverla : effimera, Costantinopoli è effimera. Gli altri due che spenderò per descriverla saranno liquida e mostruosa . Ma partiamo dal suo essere effimera, da una capacità o forse un suo destino congenito ad apparire e scomparire dal nostro pensiero, dal nostro immaginario e farlo ogni volta in maniera diversa. Per un momento Costantinopoli ci appare un ponte proteso tra due mondi diversi , un fusione a caldo di essi, un’alchimia indovinata tra leghe metalliche non propriamente omogenee. In un altro ci appare la reggia di un sultano ostile, l’avamposto dell’Altro chiamato ad annullarci. In un altro momento ancora può apparirci una tessera del mosaico occidentale schizzata un po’ più a est, un frammento di antichità divenuto ormai metropoli secondo canoni occidentali ed acquisito ad essi . Istanbul o meglio Costantinopoli è a mio avviso tutte queste cose e nessuna al tempo stesso , perché è effimera . Costantinopoli è poi liquida come liquida è la sua geografia assurda, che la tiene in ostaggio su due o forse più sponde di tre mari, che si stringono, poi si allargano e si restringono di nuovo come solo un mare sa fare. Ma sa farlo anche Costantinopoli, che si allarga e restringe sia nella realtà materiale che in quella virtuale. In questa fase storica ha raggiunto un’estensione sconfinata e indefinita, non si conosce che approssimativamente il numero dei suoi abitanti, che continua ad aumentare sopratutto sulla sponda asiatica ove a milioni affluiscono da gli angoli più remoti della Turchia orientale e non solo . Ma Costantinopoli proietta una percezione di se anche da quest’altro lato del mare e della terra. Il gonfalone di Costantinopoli arrivato più volte a lambire le sponde del Mediterraneo occidentale e la Mela d’oro ovvero Vienna , oggi è quanto mai forte e visibile appena oltre Otranto che un giorno drammatico del quindicesimo secolo pure cadde sotto il suo dominio, quando la liquida Constantinopoli tracimò sulle sponde italiche . L’Albania è tutta una processione di banche e aziende turche, così anche la Macedonia e quella parte di Balcani, la presa di dominio oggi si è trasferita principalmente sul piano economico e Costantinopoli domina si quel pezzo di mondo , come anche su parte di quello caucasico e dell’Asia centrale. Costantinopoli è infine mostruosa, ove il termine ha un’ accezione omerica, di qualcosa che si manifesta in maniera improvvisa e incontrollata e suscita uno stupore incontenibile . È mostruosa come un gigante omerico dalla mille forme e dalle mille vulgate, tante lingue che si intrecciano come in una Babele post- ‘moderna, lasciando sempre senza parole me
Alexander- giorno 7: Alessandropoli, un gineceo imperfetto
È tempo di rimettersi in cammino . Lasciati alle spalle gli ozi di Salonicco, la strada verso Est corre lungo le strade della Macedonia che bordeggiano la penisola Calcidica ammantata di dolci foreste alla base della sue tre “dira”: tre promontori stretti e lunghi protesi nel mare, il terzo dei quali ospita uno degli Stati più singolari della terra, la teocrazia del Monte Athos . È una sorta di Tibet della religione ortodossa, abitato solo da Monaci monastici che rifuggono dal progresso e non accettano sul loro territorio, davvero incredibile a credersi, persone di sesso femminile. Intendo dire che le donne non possono proprio oltrepassare quel confine materialmente, regola che non conosce eccezioni. Per accedervi, anche se pene-dotati, bisogna fare una bellissima e anacronistica richiesta scritta a mano ed attendere la risposta che può richiedere molto tempo e per una data fissata non concordabile, tutti step piuttosto difficili atteso il modo di viaggiare che ho dove non prenoto manco un aereo figurati l’ingresso ad un luogo del genere . Eppoi sono in compagnia della mia bellissima compagna di viaggio almeno fino ad Istanbul, nun se po fa. Ad ogni modo un giorno sogno di visitare il monte Athos . La strada prosegue lungo la linea di costa e la Macedonia lascia spazio alla antica Tracia, più brulla e ricoperta di macchia mediterranea fino a giungere in prossimità del confine turco . Qui sorge una città il cui nome è troppo evocativo per non dedicarvi una tappa : Alessandropoli, fondata giustappunto dal Nostro che qui vinse una delle sue prime battaglie . Fu una sorta di gran debutto del giovane Alessandro , che messo a capo dell’esercito orientale dal padre Filippo, mosse contro le soverchianti truppe della Lega greca che avevano mosso guerra incautamente agli “uomini del nord”, provando ad accerchiarli da tutti i lati . In quella battaglia Alessandro riuscì , giunto sul fiume Struma, l’odierno Evros , ad infliggere una sonora sconfitta addirittura ad un corpo fino ad allora imbattuto ed ammantato di un’aura di invincibilità : il Sacro Battaglione tebano. Preso il possesso della riva del fiume , fondó una città col suo nome , Alessandropoli, la prima di tante . Nella città è ancora presente un faro da lui innalzato , proprio sul porto ove salpano le navi per Samotracia, isola ove fu rinvenuta la bellissima Nike che troneggia all’ingessso del Louvre . L’odierna Alessandropoli è una tutto sommato vivace cittadina di frontiera, piena di ruspanti taverne ove mangiare ottimo pesce e bere vino alla resina dei boschi locali , ove sorge un parco fluviale bellissimo e una foresta piena di avvoltoi . Quel che ricorderò tuttavia più di altro è la presenza di donne piuttosto bizzarre e preposte a ruoli a cui assolvono in modo decisamente inidoneo e singolare . Cominciamo con una che all’hotel fa la istruttrice della zona fitness ma ha un fisico assai assai poco sportivo con molti ma molti chili in eccesso. Non è per una storia di body shaming ma non incarna proprio il ritratto della personal trainer , ma fosse niente quello. E’ che quando sente che sono di Capri , comincia ad esprimere la sua idea circa l’Isola Azzurra ad alta voce e col gesto della mano teso ad indicare il fruscio delle banconote :” ahhhh Capriiiii Ssssoooldiii.” Alla prima fa anche ridere, poi al secondo o terzo passaggio accompagnato da sto “Capriiii ssoooldiiii”, la cosa comincia a diventare seccante e inopportuna . Non vanno meglio le tizie che fanno servizio ai piani, che si affogano alla velocità della luce il mio costume che cade dal balcone per il forte vento ed alla domanda se per caso hanno rinvenuto un costume , fanno le super gnorri fingendo di non aver trovato niente e con un’espressione del viso come se un costume da bagno non lo avessero mai visto, per poi farsi sorprendere con le dita nella marmellata poco dopo . Ma il capolavoro lo fa una tipa che lavora in un posto dove non vado mai nella vita da anni, un’agenzia di viaggia dove dobbiamo nostro malgrado andare per prenotare sti biglietti del bus per l’indomani che necessitano il non semplice passaggio della frontiera terrestre turca e ed una preregistrazione dei passaporti . Ebbene, quella ti pare che non è capace di sbagliare tutti i nomi dei nostri passaporti inserendo un’acca e scambiando una C di Como per una G di Genova , una A per una E, il tutto rischiando per un pelo di farci trovare bloccati ad un frontiera nella terra di nessuno . Il cambio delle vocali tipo ruota della fortuna del vecchio Mike richiederà una notte al telefono tra oscuri preposti della burocrazia turco- greca e si risolverà positivamente giusto pochi minuti prima dell’attraversamento del fiume ove Alessandro sconfiggeva nel 339 a. C il Sacro Battaglione Tebano, operazione assai meno complicata ne sono sicuro . Ad ogni modo il fiume è passato, il guado è alle spalle e si apre dinanzi a la via per Constantinopoli e Troia . Mancano 4.607 km a Samarcanda
Alexander- giorno 6: Salonicco tra luci e ombre
Diciamolo subito senza mezzi termini : per essere custode di una storia millenaria che si dipana dagli albori della cultura ellenica in avanti , la Salonicco di oggi offre troppo poco,, se non altro in termini di presenza storica. Più che altro le sue poche vestiti areò suo passato paiono squagliate dentro le Scilla e Cariddi del ventesimo secolo : il Cemento e l’Asfalto. Ecco, queste due credute mostruose potrebbero essere assunte come termini di una costruzione logica ideata da un filosofo che qui visse e tenne banco, Aristotele, mentre e la costruzione logica di cui parliamo è ovviamente il sillogismo, ove se con A lasci il Cemento ad edificare ogni cm di costa coi palazzi fin dentro l’acqua e con B poi lo devi imbrattare di Asfalto per farci passare le macchine, la risultante C sarà che avrai una esigua percentuale di popolazione con bei appartamenti vista mare e garage- muniti ma il resto della città un po’ di merda. Beh, forse siamo stati un po’ troppo aciduli dai . Diciamo così, ora che abbiamo individuato il peccato originale , passiamo a tracciare il quadro positivo della città, che mi pare si basi su luci e ombre, intese non in senso metaforico ma in quello pregante di contrapposizione tra luminosità e buio. Partiamo come è normale che sia dalla Luce : è bellissima quella che inonda il lungomare ed il porto proteso a sud sul golfo saronico, una luce lattiginosa e levantina, resa più robusta a tratti dal vento melteni che spira dalle sovrastanti montagne. Il porto di Salonicco tra l’altro ha assunto nel secolo scorso una funzione cruciale nella geopolitica dell’area, essendo reclamato da paesi dell’area balcanica senza sbocco al mare, in particolare dalla Serbia, come proprio sbocco marittimo. Con l’inserimento recente della Germania nelle logiche credito-debitorie con la Grecia, il porto è stato inserito nella partita col colosso tedesco, che delle Serbia è il nemico giurato, alterando questa “servitù di passaggio riconosciuta ai serbi e l’equilibrio geopolitico già fragile della regione . Ad ogni modo la mano tedesca direi che si vede perché proprio il porto è divenuto un’affascinante area multi- funzionale, con ex capannoni e dock portuali resi bar, ristoranti e sale cinema, come fossimo ad Amburgo . Proprio nel corso del nostro soggiorno, si tiene ad esempio un bellissimo ed elettrico festival del cinema, con un viavai di registi ed intellettuali . Ecco , e qui veniamo al secondo aspetto pregnante di Salonicco : le sue ombre , da intendersi come quelle che si delineano quando cala la luce e arriva la notte, perche quella di Salonicco è una gran cazzo di bella notte . Un’energia davvero notevole e ad a tratti travolgente permea la città dal tramonto all’alba, in una babele eterogenea di locali per tutti i gusti, che va dai baretti per giovani e giovanissimi, a quelli per hooligans ubriaconi piovuti da chissà quale angolo della terra d’Albione per finire a quelli per palati più fini. Davvero vivida e frizzante la Salonicco di notte, unexpected ! Tornando al giorno ci sono poi dei gran bei musei come l’archeologico e quella della cultura bizantina ma, su tutti, il fulcro della città appare il monumento-simbolo che troneggia sul lungomare, eretto dal sultano Mehlet quando si impadronì della città e destinarlo addirittura a prigione ! Beh, pare che tra i detenuti circolasse a fine giornata sempre una stessa battuta : “exo einai i talassa”….. ce sta o mare fore
Alexander – Day 3: Furbi contrabbandieri macedoni
Qualche tempo fa, diciamo un paio di anni, si giocó un singolare mondiale di calcio dedicato alle “nazioni cd.non riconosciute”. Quel del riconoscimento internazionale è in effetti un concetto del diritto internazionale piuttosto vacuo e suscettibile di troppe interpretazioni, sul quale adesso certo non voglio tediarvi, limitandovi piuttosto a dire che a sta bizzarra edizione del mondiale prendevano parte nazioni come la Palestina o i Paesi Baschi, le cui rivendicazioni sono universalmente note, frammenti di zone di mondo dimenticate dove sorprendemente sono stato quali Ablhazia e Nagorno Karabakh e altre ancora. Dalle parti nostre pure prese parte una delegazione sportiva di quei cazzi allerti della Padania, che come nazione ha lo stesso fondamento storico-giuridico e la stessa credibilità di quella madonna che fa apparire gli gnocchi la domenica ai fedeli in una pezza di terreno chiamata se non erro Trevignano ma non voglio dedicare una parola del mio diario di viaggio a simili nullità. Piuttosto destava la mia attenzione ed il mio tifo una squadra, che forse si sarà allenata al Damecuta, perché si chiamava Ciamuria. Si, proprio così, e anche questa è una zona di mondo dove sono già stato anzi quella dove sono tornato adesso . La Ciamuria, abitata dai Ciamuri, è una zona a cavallo tra Albania, Grecia e Macedonia, che prende il nome dal fiume Ciam e corrispondente all’antico Epiro, quello da cui sbarcó un giorno in Italia PIrro, il re che perdeva le battaglie pur vincendole perché ogni vittoria aveva un costo altissimo tanto da far divenire proverbiale la “vittoria di Pirro” come affermazione inutile . Da questa terra veniva la madre di Alessandro , Olimpiade che qui si ritirerà nei momenti più difficili della sua “carriera” di regina, quelli seguiti all’uccisione del marito Filippo, padre di Alessandro Magno. Non è del tutto inesatto dunque dire che in Alessandro Magno scorresse sangue ciammurro ed in effetti qualche similitudine ad esser maliziosi ce la si potrebbe vedere ma andiamo oltre. Si, perche di questa terra è originario pure il fenomeno che ho beccato su internet per portarci in macchina alla prossima destinazione, tutt’altro che facile a raggiungersi. Lui si chiama Mozi e deve condurci oltre il mitico passo di Qafe Thani in Macedonia. Anche qui qualche similitudine coi miei concittadini ciammurri appare subito evidente, specie nell’accentazione delle parole con quella sorta di dieresi che rende la vocale A più simile ad una O. Mozi denota inoltre una sua particolare vena a fare battute del cazzo, che si rivelerà particolarmente fuori luogo qualche ora più avanti, dalle parti del tenuto passo dei contrabbandieri del Qafe Thani. Per ora si limita a dire “tu non potere venire Macedonia, perché tu perso tuo passaporto” ……”ma come perso mio passaporto , Mozi ? Lo tengo nella giacca nel bagaglaio, mica niente eh ?????” E lui : “io scherzaaaaaaaa ahahahah”. Poi comincia a sfrecciare col sul bolide e con una abilità alla guida davvero notevole per le verdi colline della Ciamuria fino ad una città dalla bruttezza davvero ragguardevole chiamata Elbasan, una specie di sintesi del Degrado urbano irrobustita pure dalla presenza di una gigantesca fabbrica di cromo e metalli pesanti come nella città dei Simpson. Da molti km ammiriamo una densa pira di fumo nero come catrame che si alza in vari pinnacoli e pensiamo alle esalazioni da qualche ciminiera ; quando arriviamo nei pressi scopriamo che va ancora peggio ovvero che hanno deciso di accendere una sorta di gigantesca grigliata dei rifiuti tossici nel bel mezzo della fabbrica, a pochi metri dal centro abitato e dalla nostra strada . Dopo la “città- gioiello” di Elbasan, la strada invece piega in una profonda valle di montagna scavata dal dirompente fiume Shkumbini, che in effetti ti scombina un bel po ad arrivare fino al valico di frontiera con la Macedonia, dove il nostro driver mette per la seconda volta in scena la sua ironia devastante . Lo vedo confabulare animatamente nel gabbiotto delle guardie doganali albanesi- macedoni di sto posto sperduto e poi tutti insieme guardare sul retro della macchina dove siamo seduti noi e prender a ridere. . Al suo rientro a bordo , con il rilascio finalmente dei documenti necessari a passare la frontiera (per i quali si era già necessaria pure una deviazione fino ad un curioso bugigattolo nel bel mezzo del nulla che rilasciava non so quale autorizzazione sul veicolo), mi fa: “ sai cosa detto loro che mi domandavano di te ? “ “No, cosa hai detto scusa “ . “ io detto che tu importante politico di mafia italiana che trasporta un kg di cocaina, così loro lasciare subito passare….”
“ Ma tu veramente fai ?????”
“Ma nooooo, io scherzaaaaaa ahahahaha”.
In effetti sta ironia stralunata delle guardie di frontiera balcanica l’avevo già sperimentata anni prima, quando passando proprio da qua fui fermato da uno d loro che uscì dalla guardiola, fece fermare il bus prendendo a gridare il mio nome “Espositooo Andreaaa…” ed a me spaventato che chiedevo che mai fosse successo , lui “Esposito , Capri????”
“Si, Capri……”
“Fiction Capriiiiiiiii!!!! Mia moglie vedere tutte le puntate !”
Quando gli dissi poi che una parte era girata al Gatto Bianco credeva lo volessi perculare e rientró tutto intofato nel gabbiotto .
Insomma un avamposto del teatro dell’ assurdo sto valico di frontiera del Qafe Thani, dove in effetti una rappresentazione dell “aspettando Godot” di Beckett non stonerebbe . Mi sa che si è fatta ora di salutare il simpaticone di autista . Poco dopo il passo siamo in Macedonia, in quella che al tempo di Alessandro si chiamava Pelagonia ed era detto “Regno della Luce”, ma per quella bisognerà aspettare domani perché ormai è notte.
Samarcanda ora è un po’ più vicina
Alexander – Day 2: la Città delle mille finestre
“In questo preciso istante almeno 40 occhi vi stanno scrutando”
Questa la simpatica frase con cui un vitale professore di mia conoscenza accoglieva ospiti e amici al loro sbarco sull’isola di Capri, con riferimento alla diceria locale che vuole le persone del zona del porto a Marina grande (e tra loro in particolare le attempate signore di una certa età) sempre assai intente a scrutare dalle finestre di casa il viavai sottostante, arrivando con questa ben calibrata scelta prospettica ad avere un quadro dettagliato di chi parte e di chi arriva, di chi traffica e guadagna e quanto guadagna nonché ovviamente di chi si ama e con chi si ama.. Va da se che una tale attività appare endemica di ogni piccolo paese ma, ad ogni modo, dando per buona la leggenda paesana, sta da dire che le attente vecchiette della Marina davvero eleggerebbero a loro archistar preferito il tizio che ha concepito e realizzato la struttura urbana e più nel dettaglio le finestre delle case di questo posto in Albania chiamato Berat ! L’artefice o probabilmente gli artefici andrebbero ad ogni modo ricercati in un passato piuttosto lontano, di quando questa fetta di mondo apparteneva ancora all’Impero ottomano e sulle rive dell’irruento fiume Osumi sventolava il gonfalone di Costantinopoli. Si, perché questo incantevole paesino, abbarbicato su una collina alla cui sommità si erge la Rocca di ali Pasha, vanta un numero esponenziale di bellissime case in legno ottomane, ognuna delle quali dotata di 8 forse anche dieci finestre, in modo da offrire sempre una panoramica estesa sulla piazza ad anfiteatro e sul lungofiume, ove le giovani coppiette si baciano sul traballante ponte ben sapendo che certo il loro amore non potrà passare sotto silenzio . In effetti il privilegio dell’anonimato nella magnetica Berat non pare riconosciuto ad alcuna categoria sociale, se è vero che esiste ancora oggi una attivissima e frequentatissima “ Moschea degli scapoli”, dove appunto i giovanotti di fede islamica non ancora saliti all’altare vanno a rivolgere la loro supplica ad Allah al fine di fargli trovare una bella mugliera . A dirla tutta non sarei poi sicuro che non lo supplichino invece del contrario , l’arabo- albanese lo mastico poco; Resta comunque da dire, facendosi un giro la fuori e vedendo le facce, che, a prescindere delle volontà estrinsecate ad Allah di matrimonio o celibato eterno , in parecchi se non nella totalità dei casi la scelta pare proprio forzata nel senso che può scendere pure il Profeta da cielo, a quei catorci non se li piglia nessuna. Lasciata alle spalle dunque la Moschea dei cessi a pedale, la visita della magnifica Berat prosegue nello splendido quartiere Mangalemi o in quello oltre il fiume, ove sta un bel ristorante intitolato ad Antigone, la donna murata viva per amore dal cainat’ di cui ci parla Sofocle, ed ecco che ancora una volta ci catapultiamo in una sfera sentimentale chiacchierata e sbirciata . Ma l’agnello stufato con le melenzane mentre inquadrettato in una delle mille finestre sotto scorre l’impetuoso Osumi e si alza il muezzin, è il modo più bello per cominciare e perlomeno entrare nel vivo di un viaggio che so già sarà fantastico.
A Samarcanda mancano ora 5.355 km. Ma chi m’accir a me ?
Alexander – Prologo
PROLOGO
Quello per il quale sto per partire e a cui ho pensato in maniera incessante e finanche ossessiva nelle ultime setttimane,forse mesi, è un viaggio che definirei con un aggettivo meglio di altri : abnorme . È un viaggio abnorme, come espressione di una grandezza irregolare e fuori norma, non funzionale; è abnorme come un rumore che si deflagra da un sottosuolo magmatico; è abnorme come abnorme il mostro che lo ha generato, la mia Fantasia . Quest’ultima è una considerazione assai meno auto-lusinghiera e compiaciuta di quanto possa sembrare, perché io ritengo davvero la mia Fantasia come una sorta di Leviatano, una creatura mostruosa che mi alberga dentro d qualche parte e che si presenta talvolta a reclamare la sua libbra di carne, da esaudire con un viaggio, una caccia al tesoro o robe del genere, altrimenti mi consuma e fa sentire come un bambino con la paura di un vicoletto buio. E così per farla contenta e darle sazietà anche stavolta, mi sono inventato sto viaggio, dove a dirla tutta ho un po’ bluffato, nel senso che questo viaggio lo ha già fatto qualcun’altro prima di me , qualcuno di assai più noto ovviamente. Ma dopotutto faccio sempre un po’ così, si tratta di mettere su un asse cartesiano uno spostamento tra un A e B usando come ascisse la Geografia e come ordinate la Storia. E dunque se A è casa mia a Capri , il B lo collochiamo da qualche parte in quello che oggi si chiama Uzbekistan, ed in mezzo ci mettiamo una parte di mondo da attraversare che oggi si chiama come si chiama ma che al’ epoca dell’impresa del mio illustre predecessore era occupato da luoghi che andavano col nome di Epiro, Pelagonia, Tesprotia, Macedonia, Tracia, Troia, Bitinia, Cilicia, Cimmeria, Regno di Urartu, Corasmia e tanti ancora . Le strade possibili sono un bel po come tanti i bivi da scegliersi. Diciamo che in linea di massima dovrei salpare da Bari per raggiungere quello che un tempo si chiamava Epiro e oggi Albania meridionale, dove la madre del mio eroe ebbe i natali e anche Egli si rifugió dopo l’assassinio del Padre, poi non saprei se andare subito a Est verso la terra ove questa leggenda ebbe origine, la Macedonia ed il “regno di luce” della Pelagonia o svoltare a sud verso le sorgenti del fiume Acheronte (che esiste davvero , si) in modo da evocare il mio eroe, i villaggi di pietra della Zagohoria e le Meteore. Diciamo che per certo le due strade si ricongiungono a Thessalonika, da cui marciare attraverso la Tracia e il fiume ove Egli visse la prima vittoria. Verrà poi l’Asia Minore, ove Egli sbarcó ove un tempo stava Troia, accolto da una pioggia di frecce persiane, una delle quali stava per ucciderlo prima che lui si ergesse sul Bucefalo a sbaragliare i nemici. E poi la dotta Efeso, la Licia e la Bitinia fino a Isso dove il suo alter ego persiano Dario disponeva di un esercito 9 volte più numeroso ma ruppe in fuga sgomento di terrore di fronte alle sua falangi . Verrà poi la Mesopotamia col Tigri e l’Eufrate, e nuove truppe persiane a sbarrargli il passo inutilmente , per una strada che da qui si dipana oltre Babilonia ed un regno dell’ignoto, forse ancora oggi . Terre grandi come l’Europa ricoperte da steppe sconfinate, che oggi si chiamano Kazakistan o Uzbekistan, ove esistevano laghi or divenuti deserti e buchi nel terreno che bruciano come fossero porte dell’inferno . Ed alla fine, oltre i deserti bianchi e le montagne rosa, sta lei, la Città blu che diede in sposa la bella Oxane al Nostro. Li sta Samarcanda, in Uzbekistan, mia meta di arrivo . E questo che sto per compiere, se non lo avete ancora capito , è il viaggio che su per giù duemila e cinquanta anni fa compi Alessandro di Macedonia, figlio di Filippo ed Olimpiade, a tutti noto come Alessandro Magno.
Terrò un diario di viaggio qui come sul mio blog che chiamerò “Alexander”. Ad accordar fiducia a Google maps la via più breve fino a Samarcanda consta di quasi seimila km, 5.926 per l’esattezza . Ma se sto già in Puglia vuo dire che ne ho percorsi circa duecento, quindi ne mancano 5.700 e sto già a buon punto ! E forza, allora, partiamo risoluti ed indomiti per la nostra impresa come Alessandro Magno !

Dolcissima Mljet, isola di Ulisse
Nella moltitudine e più di isole e isolotti della Croazia, un posto speciale nel mio cuore lo occupa a tempo indeterminato l’isola di Mljet, Meleda in veneziano, nomi entrambi assonanti con la parola “miele” e non certo per casualità: il nettare che qui viene tutt’oggi prodotto trova estimatori sin dagli albori della cultura greca, dai tempi di Ulisse e Penelope per capirci . Si , perché al di là degli struggenti scenari, delle pinete che paiono annegare nel blu elettrico del mare, delle lagune salmastre che col mare stesso si confondono in un tutt’uno disorientando pure i pesci che paiono finire quasi da soli nelle reti, vi è un motivo ulteriore che me la fa amare e discende da quella che è la mappa più bella del Mediterraneo che sia stata mai disegnata, quella dell’Odissea di Omero. Per quanto mi riguarda questa mappa vince per distacco proprio perché disegnata non lo è stata mai ma è un compito che viene lasciato in parte alla Fantasia, in parte a riscontri oggettivi che gli inceppati come me della cd “geografia omerica” si sforzano a trovare . Bene , nella mappa immaginaria dell’Odissea, Mljet dovrebbe corrispondere all’isola di Ogigia, quella dove Ulisse s’iimbatte nella ninfa Calipso, la quale lo tenne prigioniero per sette anni facendogli smarrire la rotta e facendolo girare con la sua ciurma in tondo tra le isole . A stare qui e guardare la moltitudine di isolotti e scogli affioranti , per non parlare di canali e lagune, si intuisce come dovesse essere in effetti facile perdere la rotta del mare aperto, a prescindere dalle maledizioni di una ninfa innamorata ….
Mljet è anche il parco naturale più antico della Croazia e come già detto qui si fa un miele dj millenaria bontà . Ma il territorio è invece come il corpo di un pianta senza fiori e questa è a ben vedere una fortuna, perché così attira meno insetti : il suo essere più che altro priva di comodi accessi al mare assicura sopravvivenza alla sottocultura devastante della Trimurti spiaggia/ lettino/ aperitivo, volta a trasformare ogni cm utile di bagniasciuga sostanzialmente in una discoteca diurna.
La dolce Meleda, un luogo in cui perdersi come vi si perse Ulisse

Il Milione: Budapest, a fat lady
Giorno 8
Queste memorie di viaggio giungono ormai a voi come la luce delle stelle, le quali, come molti di voi già sapranno, impiegano centinaia di migliaia di anni a fendere la buia immensità dello spazio e giungere visibili fino a noi. La luce, pur viaggiando ad un enorme velocità, impiega un tempo considerevole a giungere nel nostro spicchio di universo cosicché quella che noi vediamo adesso e’ la luce emanata dalla stella milioni di anni fa. L’ambiziosa metafora col diario e’ per dire che qui il ritardo e’ di due-tre giorni. Ad ogni modo questo umile narratore non sa certo se egli emani mai la luce delle stelle, sa per certo tuttavia qual’ e’ l’odore che emana: nu maronn i fieto di aglio e cipolle, che trangugiate in quantità industriale in Ungheria ormai trasudano da ogni parte del mio corpo impregnando i vestiti, i capelli, tutto. La cucina ungherese e’ qualcosa che definire pesante suona come un delicato eufemismo, e’ qualcosa di allucinante, spalmano grasso dappertutto, pure sull’insalata, e quando proprio non possono friggono. I vegetariani vengono messi alla berlina e derisi, la loro cultura viene vista come una froceria tutta occidentale nei ristoranti dove per antipasto si pasteggia con dosi mastodontiche di fois gras all’ungherese; e al di la delle renitenza di ordine morale che suscita mangiare un prodotto ottenuto davvero attraverso una terribile tortura portata all’animale, credo pure che faccia davvero male sta roba: due volte su due che ho mangiato sto fegato d’oca, poi e’ stato il mio di fegato ad andare in crisi e darmi chiari segnali di stop. Che poi a livello morale, questo si che mi è parso inaccettabile, un fegato temprato da mille battaglie deve andare a intossicarsi con del pate’ di una stupida oca?? Cioè, e’ come se Alessandro Magno di ritorno dalla campagna in India si spezzasse una coscia mentre porta il cane a pisciare suvvia!
Budapest e’ una città bella e maestosa, solennemente adagiata sul maestoso Danubio, una sorta di mare in movimento per vastità e portata d’acqua. La città sin da subito si caratterizza per un numero enorme di edifici storici, testimoni di un passato imponente soprattutto in epoca asburgica quando, più che essere solo una conquista dell’Austria, e’ da supporre desse vita con Vienna ad una sorta di sistema bicefalo di governo del regno non a caso detto austro-ungarico. Considerevole anche il numero di palazzi in stile art noveau di inizio novecento, che uniti al resto danno un’aria un po parigina al tutto. Ecco il titolo di Parigi dell’est, speso assai impropriamente per Bucarest, si addice abbastanza invece a Budapest, anche se devo dire che non è la città che mi ha rapito come altro: proprio questa maestosità dei palazzi e delle strade mi è risultata eccessiva ed è difficile scorgervi un’anima pulsante. Di giorno, di notte magari si. Ecco tramontato il sole, la città ha una vita notturna decisamente vibrante con un numero impressionante di locali notturni e torme di giovani che li affollano. Tra questi la scelta poi originale sono sicuramente i kerten, questi palazzo in rovina adibiti a locali con un gusto molto post-moderno e ben speso. Ci si destreggia tra cunicoli da una sala all’altra tra musiche e ambienti diversi, davvero una figata! Capita pure che per raggiungerne uno, scoppi a piovere e allora con amici straordinariamente beccati in loco, ci si infili dei sacchi della munnezza in testa a mo di eleganti astrakan e si percorra così bardati un’arteria della città. Io il mio l’avevo messo male ed ero appunto impossibilitato a muovere le braccia: se ne è accorto subito uno stronzo arabo che ne ha approfittato per farmi una plateale tastata di pesce e palle in mezzo alla via!!! Poi dici che faceva male Ahmadinejad che li faceva penzolare dalle gru per cose del genere….E se siete stanchi del ritmo assordante dei kerten, una dritta che vi do e’ di rifugiarvi per un drink al Piaf, minuscolo bugigattolo che rievoca già nel nome la favolosa Edith appunto. Un postaccio fantastico dove una baldraccona 70enne bionda ossigenata canta appunto un repertorio che spazia da Edith Piaf a Marlene Dietrich intermezzato da pause per la tosse e addirittura il vomito: sigarette& alcol stanno riscuotendo il loro dazio su questa favolosa artista proprio come sulla Piaf. Ah, se andate li regalate una rosa, vi dedicherà una canzone.
Altra dritta che vi do su Budapest sono i bagni termali, ce ne sono di storici e bellissimi, reminiscenze del periodo ottomano. I più belli li becchiamo noi e sono però in stile belle époque , i favolosi bagni Gellert sulle falde della collina di Buda. Si nuota e ci si bagna tra magnifici stucchi e arredi irripetibili per gusto e stile. Però bisogna armarsi di molto ottimismo: c’è’ da avere assai fiducia nel prossimo secondo me per vedere,in qualche donnona pelosa che ti nuota vicino o in qualche vecchio malmesso che ti suda a fianco, gente tutta pulita e priva di qualsiasi possibile infezione. Io già di solito trovo sporche le piscine, le terme proprio un ambiente asettico poi proprio non sono. Anzi diciamola tutta: a me ste vasche dove ste vecchie si ciaciareano le loro vagine stanche, uomini bisunti come ippopotami si calano in acqua senza manco una doccia o un bidet, fanno un po schifo. Ci vedo un Cocito infernale di candide, condilomi, verruche e altri erpes genitali galleggianti, tutta roba win for life che si acchiappa in sti posti. Vabbe, come dicevo, basta avere ottimismo e non pensarci .
Un’ultima dritta che vi do su Budapest e’ quella di dispensare dai tassisti: a confronto i loro colleghi mariuoli appostati al Beverello o alla stazione sono un’associazione di volontariato senza scopo di lucro

Il Milione: un treno in Pannonia
Giorno 7
Il controllore del treno e’ un mestiere ove gli anni di servizio e l’esperienza fanno la differenza. E ciò che distingue un controllore anziano ed esperto da un pivellino alle prime armi e’ una caratteristica che solo gli anni di servizio, oltre certo ad una predisposizione naturale, possono dare: la memoria visiva. Nel succedersi delle varie stazioni e nel saliscendi di persone che ne consegue infatti, un controllore e’ chiamato più volte a ispezionare i vagoni al fine di verificare il titolo di viaggio dei nuovi saliti a bordo: ebbene un controllore giovane, magari preso dal troppo zelo, finirà per chiedere sempre a tutti, anche a quelli saliti molte stazioni prima e già controllati, il biglietto, mentre un capotreno anziano grazie alla sua memoria visiva terra’ a mente chi è già salito e dove, così come forse avrà negli anni imparato a capire chi si nasconde tra i passeggeri senza biglietto, magari chiudendosi in bagno o fingendo disperatamente di dormire al suo passaggio. Ebbene il controllore del treno su cui viaggio per un lungo tratto di cammino, sebbene abbia già visto già’ parecchie primavere e debba avere già parecchi anni annotati sullo stato di servizio, continua a comportarsi come un giovanotto alle prime armi, nel senso che viene di continuo a cacarmi o cazz andando trovando di vedere il biglietto e rendendomi impossibile il sonno. Al di la dell’esperienza cmq, non deve essere stato proprio dotato da da Madrenatura di particolare acume e ciò appare già desumibile dai tratti somatici e sommamente dallo sguardo: su un ovale simile a quello di un particolare tipo di zucchine si intagliano due occhi come appiccicati con la colla e con la profondità espressiva simile a quella del lago Balaton che ci scorre a fianco (e’ praticamente una palude). Gli occhi precedono una fronte oblunga e infinita sulla quale si innesta prima o poi una peluria che funge anche da pettinatura. Mi soffermo con tale dovizia sui tratti somatici di questa persona perché devo dire li ho scorti con una notevole frequenza in un alto numero di ungheresi, solo tratti somatici devo dire che non mi hanno impressionato per bellezza anzi mi hanno fatto pensare a quei rudimentali giocattoli in vendita a Napoli, quei tuberi che si innaffiano ed escono germogli che sembrano capelli, di chiamano i Sarchiaponi. Ecco non è che tutti gli ungheresi tengano ora sta faccia così, però in passato deve esserci da qualche parte stata sta mamma Sarchiapona particolarmente feconda.
Ad ogni modo, poco male che il Sarchiapon-controllore venga ogni 5 minuti a chiedermi il biglietto e non mi faccia dormire, perché il paesaggio che vedo passare dal finestrino e’ proprio bello. Il treno dapprima bordeggia la Drava in piena sul tratto in cui funge da confine con la Croazia, poi taglia verso un ultimo spicchio di Slovenia detto Prekmurje, che vuol dire letteralmente “Oltre le mura” ma qui le Mura in questione sarebbero in verità un altro fiume, il Mura appunto, oltre cui questa regione si estende ( sta cosa vedo di ficcarla in qualche caccia al tesoro). C’è tantissima acqua in questa zona d’Europa, fiumi enormi e rigogliosi ovunque e il paesaggio non può che essere pianeggiante. E in un punto che più pianeggiante non si può chiamato Hodos comincia la Pannonia, la pianura ungherese a perdita d’occhio. Gia’in un altro viaggio avevo notato quanto fosse bella l’Ungheria dal treno: a parte la capitale e le città maggiori e’ un paese quasi disabitato e occupato da questi immenso spazi verdi boscosi che più a est lasciano il passo ad una steppa, la puszta, ove esperti mandriani corrono in sella a 5 cavalli insieme. Il binario corre lungo paesaggi selvaggi ove l’uomo c’entra poco e il treno al suo passaggio fa sollevare in volo un numero alto di volatili: gru, aironi e altri animali tipici degli ecosistemi paludosi, ma anche un numero consistente di rapaci che dall’alto presidiano quegli enormi acquitrini a caccia di qualche preda. Ma quasi di colpo ecco spuntare poi Budapest nella sua grandezza e un fascino fin de siècle. Sin da subito, ed e’ un’impressione che non lascerà mai si caratterizza per un numero incredibilmente alto di palazzi maestosi e storici, vestigia di un passato forse più imponente del presente ove è capitale di un paese tutto sommato piccolo e come dicevo poco densamente popolato. Una testa macrocefala su un corpo esile, proprio come il controllore, lo dicevo io che mamma Sarchiapona e’ sempre in cinta!
