Giorno 14
A discapito di quel suo nome fortemente assonnate col parola italiana “quando”, il Kwando river e’ invece un fiume fuori dal tempo. Scorre nell’altopiano del Mudungu segandolo in due come una lama e segnando il confine tra il Botswana e questa bizzarra e affusolata appendice di Namibia chiamata “il dito di Caprivi”. Più tardi si getterà nel Chobe, a suo volta affluente dello Zambesi e tutta questa enorme massa d’ acqua precipiterà poi in quel battistero ancestrale delle Victoria’s Falls, mia meta finale. Lungo il Kwando si alterano tra i canneti villaggi primordiali e lussuosi lodge costruiti dagli inglesi. In uno di questi, anche se solo nel lazzaretto del camping, alloggiamo noi. Ricorderò sempre questo posto per il dramma sentimentale che ivi si è consumato e a cui ho assistito. Per la verità ha anche degli aspetti da documentario animalistico e da filmetto del terrore americano. Allora ci sta un enorme camion di un’altra spedizione che più o meno fa un percorso simile al nostro e che avevamo già beccato nel delta dell’Okawango. Tra loro, una coppietta di americani o forse australiani, molto bellini e innamorati, forse in viaggio di nozze, sempre incollati l’uno a l’altro per come tutti li ricordavamo. A questo punto l’ovvio imprevisto compendierebbe, se fossimo in Europa o America, che di colpo si scoprisse che lui ogni giovedì sera, invece di giocare al calcetto con gli amici, in realtà andasse a farsi fare una colonoscopia da un trans brasiliano in tangenziale, o che si appurasse che lei, sebbene vegetariana, prendesse in realtà ogni mattina la carne dal garzone del macellaio…..ma queste sono le noiose e retrive storie di noi occidentali: qui in Africa e’ tutto meno banale e vi è sempre una ineliminabile componente wild. Allora, diciamo che ad un tratto un urlo terribile ha squarciato la notte, anzi molte urla, e poi pugni contro una porta, fasi concitate, versi di animali; io ricordo poi di aver visto questa attraversare le varie tende, bianca come un cencio e con un’espressione da indemoniata di qualche b-movie horror: ecco mi ricordava quella del film “the ring”, anche perché poi continuava a ripetere frasi con presente sempre la parola “the beast”, la bestia ma anche il demonio mi pare. Urlava e avanzava inciampando e invocando la Bestia. Diciamo che erano in bagno, lei e il suo amato maritino, un bagno esterno in mezzo alla natura, a fare la doccia o non so cosa. Odono il verso terribile di un animale, che lei reputa essere un coccodrillo, si sarebbe trattato con ogni probabilità invece di un ippopotamo i cui versi si odono qui assai più distinti. Questo animale e’ tra l’altro per l’uomo assai più mortale e pericoloso del coccodrillo stesso in Africa: al di la di quell’aria paciosa e dell’essere erbivori, gli ippopotami sono in realtà’ estremamente aggressivi con le altre specie incluso l’uomo, sia in acqua che fuori. E vi è poi una precauzione che tutti gli indigeni ripetono: se un ippopotamo sta fuori dall’acqua, mai frapporsi tra lui e l’acqua stessa, mai calpestare la sua via di fuga verso il fiume o la pozza: impazziscono e caricano all’istante. Ecco, quella toilette (dove infatti io non ho messo piede) e’ costruita a cazzo di cane proprio lungo una potenziale via di fuga degli ippopotami. I due sposini anzi solo lei è’ presa dal panico e si barrica nel bagno, convinta che la Bestia, coccodrillo o Hippo che sia, stia posizionata proprio fuori la porta. A questo punto entra in scena il marito che non si sarebbe mostrato proprio come un campione di coraggio bensì di utilitarismo, ma il condizionale e’ d’obbligo giacché le versioni più disparate sull’accaduto si rincorrono nel territorio che va dall’Okawango allo Zambesi. Secondo la tesi più accreditata, il marito avrebbe voluto fare, come si suol dire, una botta due fucelle: 1) aiutare il fragile ecosistema africano fornendo ad un predatore materia prima con cui sostenersi 2) rimediare ad un peccato di gioventù col quale con troppa faciloneria si era andato a impelagare sull’altare di una chiesa. Avrebbe insomma afferrato la moglie per i capelli o in qualche altro modo e l’avrebbe scaraventata, fuori in pasto alla Bestia. In effetti pare che proprio così sia andata e lui mezz’ora dopo stava ancora barricato in bagno. Lei la mattina dopo e’ nella hall dell’albergo, motivata a chiedere il divorzio e chiedendo al personale dell’albergo di non farlo accostare. Lui pateticamente prova a dare una sua versione e chiede a noialtri di fare da pacieri ma e’ troppo tardi: lei ha fatto già chiamare una jeep che la porterà nel più vicino aeroporto, anche se in realtà a molte ore da qui.
Noi invece proseguiamo per il bacino del Chobe, che si rivelerà un altro paradiso.
Ah l’Africa!

