Alexander- giorno 9: Costantinopoli, gigante polimorfo

Proviamo a fare un giochino : descrivere Istanbul in soli tre aggettivi . Voglio dire , potete provare anche se non ci siete stati: vi ci sono posti del mondo che riescono a dare una proiezione o anche solo un immaginario di se pur non essendoci stati. Istanbul è senz’altro uno di quelli. Anzi, io preferisco chiamarla col suo nome storico, Bisanzio o meglio ancora Costantinopoli, come si è sempre chiamata fino ad un secolo fa. Ecco ed è proprio questo suo ultimo aspetto della mutevolezza della denominazione e non solo a fornirmi il primo aggettivo per descriverla : effimera, Costantinopoli è effimera. Gli altri due che spenderò per descriverla saranno liquida e mostruosa . Ma partiamo dal suo essere effimera, da una capacità o forse un suo destino congenito ad apparire e scomparire dal nostro pensiero, dal nostro immaginario e farlo ogni volta in maniera diversa. Per un momento Costantinopoli ci appare un ponte proteso tra due mondi diversi , un fusione a caldo di essi, un’alchimia indovinata tra leghe metalliche non propriamente omogenee. In un altro ci appare la reggia di un sultano ostile, l’avamposto dell’Altro chiamato ad annullarci. In un altro momento ancora può apparirci una tessera del mosaico occidentale schizzata un po’ più a est, un frammento di antichità divenuto ormai metropoli secondo canoni occidentali ed acquisito ad essi . Istanbul o meglio Costantinopoli è a mio avviso tutte queste cose e nessuna al tempo stesso , perché è effimera . Costantinopoli è poi liquida come liquida è la sua geografia assurda, che la tiene in ostaggio su due o forse più sponde di tre mari, che si stringono, poi si allargano e si restringono di nuovo come solo un mare sa fare. Ma sa farlo anche Costantinopoli, che si allarga e restringe sia nella realtà materiale che in quella virtuale. In questa fase storica ha raggiunto un’estensione sconfinata e indefinita, non si conosce che approssimativamente il numero dei suoi abitanti, che continua ad aumentare sopratutto sulla sponda asiatica ove a milioni affluiscono da gli angoli più remoti della Turchia orientale e non solo . Ma Costantinopoli proietta una percezione di se anche da quest’altro lato del mare e della terra. Il gonfalone di Costantinopoli arrivato più volte a lambire le sponde del Mediterraneo occidentale e la Mela d’oro ovvero Vienna , oggi è quanto mai forte e visibile appena oltre Otranto che un giorno drammatico del quindicesimo secolo pure cadde sotto il suo dominio, quando la liquida Constantinopoli tracimò sulle sponde italiche . L’Albania è tutta una processione di banche e aziende turche, così anche la Macedonia e quella parte di Balcani, la presa di dominio oggi si è trasferita principalmente sul piano economico e Costantinopoli domina si quel pezzo di mondo , come anche su parte di quello caucasico e dell’Asia centrale. Costantinopoli è infine mostruosa, ove il termine ha un’ accezione omerica, di qualcosa che si manifesta in maniera improvvisa e incontrollata e suscita uno stupore incontenibile . È mostruosa come un gigante omerico dalla mille forme e dalle mille vulgate, tante lingue che si intrecciano come in una Babele post- ‘moderna, lasciando sempre senza parole me

Alexander – Day 3: Furbi contrabbandieri macedoni


Qualche tempo fa, diciamo un paio di anni, si giocó un singolare mondiale di calcio dedicato alle “nazioni cd.non riconosciute”. Quel del riconoscimento internazionale è in effetti un concetto del diritto internazionale piuttosto vacuo e suscettibile di troppe interpretazioni, sul quale adesso certo non voglio tediarvi, limitandovi piuttosto a dire che a sta bizzarra edizione del mondiale prendevano parte nazioni come la Palestina o i Paesi Baschi, le cui rivendicazioni sono universalmente note, frammenti di zone di mondo dimenticate dove sorprendemente sono stato quali Ablhazia e Nagorno Karabakh e altre ancora. Dalle parti nostre pure prese parte una delegazione sportiva di quei cazzi allerti della Padania, che come nazione ha lo stesso fondamento storico-giuridico e la stessa credibilità di quella madonna che fa apparire gli gnocchi la domenica ai fedeli in una pezza di terreno chiamata se non erro Trevignano ma non voglio dedicare una parola del mio diario di viaggio a simili nullità. Piuttosto destava la mia attenzione ed il mio tifo una squadra, che forse si sarà allenata al Damecuta, perché si chiamava Ciamuria. Si, proprio così, e anche questa è una zona di mondo dove sono già stato anzi quella dove sono tornato adesso . La Ciamuria, abitata dai Ciamuri, è una zona a cavallo tra Albania, Grecia e Macedonia, che prende il nome dal fiume Ciam e corrispondente all’antico Epiro, quello da cui sbarcó un giorno in Italia PIrro, il re che perdeva le battaglie pur vincendole perché ogni vittoria aveva un costo altissimo tanto da far divenire proverbiale la “vittoria di Pirro” come affermazione inutile . Da questa terra veniva la madre di Alessandro , Olimpiade che qui si ritirerà nei momenti più difficili della sua “carriera” di regina, quelli seguiti all’uccisione del marito Filippo, padre di Alessandro Magno. Non è del tutto inesatto dunque dire che in Alessandro Magno scorresse sangue ciammurro ed in effetti qualche similitudine ad esser maliziosi ce la si potrebbe vedere ma andiamo oltre. Si, perche di questa terra è originario pure il fenomeno che ho beccato su internet per portarci in macchina alla prossima destinazione, tutt’altro che facile a raggiungersi. Lui si chiama Mozi e deve condurci oltre il mitico passo di Qafe Thani in Macedonia. Anche qui qualche similitudine coi miei concittadini ciammurri appare subito evidente, specie nell’accentazione delle parole con quella sorta di dieresi che rende la vocale A più simile ad una O. Mozi denota inoltre una sua particolare vena a fare battute del cazzo, che si rivelerà particolarmente fuori luogo qualche ora più avanti, dalle parti del tenuto passo dei contrabbandieri del Qafe Thani. Per ora si limita a dire “tu non potere venire Macedonia, perché tu perso tuo passaporto” ……”ma come perso mio passaporto , Mozi ? Lo tengo nella giacca nel bagaglaio, mica niente eh ?????” E lui : “io scherzaaaaaaaa ahahahah”. Poi comincia a sfrecciare col sul bolide e con una abilità alla guida davvero notevole per le verdi colline della Ciamuria fino ad una città dalla bruttezza davvero ragguardevole chiamata Elbasan, una specie di sintesi del Degrado urbano irrobustita pure dalla presenza di una gigantesca fabbrica di cromo e metalli pesanti come nella città dei Simpson. Da molti km ammiriamo una densa pira di fumo nero come catrame che si alza in vari pinnacoli e pensiamo alle esalazioni da qualche ciminiera ; quando arriviamo nei pressi scopriamo che va ancora peggio ovvero che hanno deciso di accendere una sorta di gigantesca grigliata dei rifiuti tossici nel bel mezzo della fabbrica, a pochi metri dal centro abitato e dalla nostra strada . Dopo la “città- gioiello” di Elbasan, la strada invece piega in una profonda valle di montagna scavata dal dirompente fiume Shkumbini, che in effetti ti scombina un bel po ad arrivare fino al valico di frontiera con la Macedonia, dove il nostro driver mette per la seconda volta in scena la sua ironia devastante . Lo vedo confabulare animatamente nel gabbiotto delle guardie doganali albanesi- macedoni di sto posto sperduto e poi tutti insieme guardare sul retro della macchina dove siamo seduti noi e prender a ridere. . Al suo rientro a bordo , con il rilascio finalmente dei documenti necessari a passare la frontiera (per i quali si era già necessaria pure una deviazione fino ad un curioso bugigattolo nel bel mezzo del nulla che rilasciava non so quale autorizzazione sul veicolo), mi fa: “ sai cosa detto loro che mi domandavano di te ? “ “No, cosa hai detto scusa “ . “ io detto che tu importante politico di mafia italiana che trasporta un kg di cocaina, così loro lasciare subito passare….”
“ Ma tu veramente fai ?????”
“Ma nooooo, io scherzaaaaaa ahahahaha”.
In effetti sta ironia stralunata delle guardie di frontiera balcanica l’avevo già sperimentata anni prima, quando passando proprio da qua fui fermato da uno d loro che uscì dalla guardiola, fece fermare il bus prendendo a gridare il mio nome “Espositooo Andreaaa…” ed a me spaventato che chiedevo che mai fosse successo , lui “Esposito , Capri????”
“Si, Capri……”
“Fiction Capriiiiiiiii!!!! Mia moglie vedere tutte le puntate !”
Quando gli dissi poi che una parte era girata al Gatto Bianco credeva lo volessi perculare e rientró tutto intofato nel gabbiotto .
Insomma un avamposto del teatro dell’ assurdo sto valico di frontiera del Qafe Thani, dove in effetti una rappresentazione dell “aspettando Godot” di Beckett non stonerebbe . Mi sa che si è fatta ora di salutare il simpaticone di autista . Poco dopo il passo siamo in Macedonia, in quella che al tempo di Alessandro si chiamava Pelagonia ed era detto “Regno della Luce”, ma per quella bisognerà aspettare domani perché ormai è notte.
Samarcanda ora è un po’ più vicina

Alexander – Day 2: la Città delle mille finestre


“In questo preciso istante almeno 40 occhi vi stanno scrutando”
Questa la simpatica frase con cui un vitale professore di mia conoscenza accoglieva ospiti e amici al loro sbarco sull’isola di Capri, con riferimento alla diceria locale che vuole le persone del zona del porto a Marina grande (e tra loro in particolare le attempate signore di una certa età) sempre assai intente a scrutare dalle finestre di casa il viavai sottostante, arrivando con questa ben calibrata scelta prospettica ad avere un quadro dettagliato di chi parte e di chi arriva, di chi traffica e guadagna e quanto guadagna nonché ovviamente di chi si ama e con chi si ama.. Va da se che una tale attività appare endemica di ogni piccolo paese ma, ad ogni modo, dando per buona la leggenda paesana, sta da dire che le attente vecchiette della Marina davvero eleggerebbero a loro archistar preferito il tizio che ha concepito e realizzato la struttura urbana e più nel dettaglio le finestre delle case di questo posto in Albania chiamato Berat ! L’artefice o probabilmente gli artefici andrebbero ad ogni modo ricercati in un passato piuttosto lontano, di quando questa fetta di mondo apparteneva ancora all’Impero ottomano e sulle rive dell’irruento fiume Osumi sventolava il gonfalone di Costantinopoli. Si, perché questo incantevole paesino, abbarbicato su una collina alla cui sommità si erge la Rocca di ali Pasha, vanta un numero esponenziale di bellissime case in legno ottomane, ognuna delle quali dotata di 8 forse anche dieci finestre, in modo da offrire sempre una panoramica estesa sulla piazza ad anfiteatro e sul lungofiume, ove le giovani coppiette si baciano sul traballante ponte ben sapendo che certo il loro amore non potrà passare sotto silenzio . In effetti il privilegio dell’anonimato nella magnetica Berat non pare riconosciuto ad alcuna categoria sociale, se è vero che esiste ancora oggi una attivissima e frequentatissima “ Moschea degli scapoli”, dove appunto i giovanotti di fede islamica non ancora saliti all’altare vanno a rivolgere la loro supplica ad Allah al fine di fargli trovare una bella mugliera . A dirla tutta non sarei poi sicuro che non lo supplichino invece del contrario , l’arabo- albanese lo mastico poco; Resta comunque da dire, facendosi un giro la fuori e vedendo le facce, che, a prescindere delle volontà estrinsecate ad Allah di matrimonio o celibato eterno , in parecchi se non nella totalità dei casi la scelta pare proprio forzata nel senso che può scendere pure il Profeta da cielo, a quei catorci non se li piglia nessuna. Lasciata alle spalle dunque la Moschea dei cessi a pedale, la visita della magnifica Berat prosegue nello splendido quartiere Mangalemi o in quello oltre il fiume, ove sta un bel ristorante intitolato ad Antigone, la donna murata viva per amore dal cainat’ di cui ci parla Sofocle, ed ecco che ancora una volta ci catapultiamo in una sfera sentimentale chiacchierata e sbirciata . Ma l’agnello stufato con le melenzane mentre inquadrettato in una delle mille finestre sotto scorre l’impetuoso Osumi e si alza il muezzin, è il modo più bello per cominciare e perlomeno entrare nel vivo di un viaggio che so già sarà fantastico.
A Samarcanda mancano ora 5.355 km. Ma chi m’accir a me ?

Alexander – Prologo

PROLOGO
Quello per il quale sto per partire e a cui ho pensato in maniera incessante e finanche ossessiva nelle ultime setttimane,forse mesi, è un viaggio che definirei con un aggettivo meglio di altri : abnorme . È un viaggio abnorme, come espressione di una grandezza irregolare e fuori norma, non funzionale; è abnorme come un rumore che si deflagra da un sottosuolo magmatico; è abnorme come abnorme il mostro che lo ha generato, la mia Fantasia . Quest’ultima è una considerazione assai meno auto-lusinghiera e compiaciuta di quanto possa sembrare, perché io ritengo davvero la mia Fantasia come una sorta di Leviatano, una creatura mostruosa che mi alberga dentro d qualche parte e che si presenta talvolta a reclamare la sua libbra di carne, da esaudire con un viaggio, una caccia al tesoro o robe del genere, altrimenti mi consuma e fa sentire come un bambino con la paura di un vicoletto buio. E così per farla contenta e darle sazietà anche stavolta, mi sono inventato sto viaggio, dove a dirla tutta ho un po’ bluffato, nel senso che questo viaggio lo ha già fatto qualcun’altro prima di me , qualcuno di assai più noto ovviamente. Ma dopotutto faccio sempre un po’ così, si tratta di mettere su un asse cartesiano uno spostamento tra un A e B usando come ascisse la Geografia e come ordinate la Storia. E dunque se A è casa mia a Capri , il B lo collochiamo da qualche parte in quello che oggi si chiama Uzbekistan, ed in mezzo ci mettiamo una parte di mondo da attraversare che oggi si chiama come si chiama ma che al’ epoca dell’impresa del mio illustre predecessore era occupato da luoghi che andavano col nome di Epiro, Pelagonia, Tesprotia, Macedonia, Tracia, Troia, Bitinia, Cilicia, Cimmeria, Regno di Urartu, Corasmia e tanti ancora . Le strade possibili sono un bel po come tanti i bivi da scegliersi. Diciamo che in linea di massima dovrei salpare da Bari per raggiungere quello che un tempo si chiamava Epiro e oggi Albania meridionale, dove la madre del mio eroe ebbe i natali e anche Egli si rifugió dopo l’assassinio del Padre, poi non saprei se andare subito a Est verso la terra ove questa leggenda ebbe origine, la Macedonia ed il “regno di luce” della Pelagonia o svoltare a sud verso le sorgenti del fiume Acheronte (che esiste davvero , si) in modo da evocare il mio eroe, i villaggi di pietra della Zagohoria e le Meteore. Diciamo che per certo le due strade si ricongiungono a Thessalonika, da cui marciare attraverso la Tracia e il fiume ove Egli visse la prima vittoria. Verrà poi l’Asia Minore, ove Egli sbarcó ove un tempo stava Troia, accolto da una pioggia di frecce persiane, una delle quali stava per ucciderlo prima che lui si ergesse sul Bucefalo a sbaragliare i nemici. E poi la dotta Efeso, la Licia e la Bitinia fino a Isso dove il suo alter ego persiano Dario disponeva di un esercito 9 volte più numeroso ma ruppe in fuga sgomento di terrore di fronte alle sua falangi . Verrà poi la Mesopotamia col Tigri e l’Eufrate, e nuove truppe persiane a sbarrargli il passo inutilmente , per una strada che da qui si dipana oltre Babilonia ed un regno dell’ignoto, forse ancora oggi . Terre grandi come l’Europa ricoperte da steppe sconfinate, che oggi si chiamano Kazakistan o Uzbekistan, ove esistevano laghi or divenuti deserti e buchi nel terreno che bruciano come fossero porte dell’inferno . Ed alla fine, oltre i deserti bianchi e le montagne rosa, sta lei, la Città blu che diede in sposa la bella Oxane al Nostro. Li sta Samarcanda, in Uzbekistan, mia meta di arrivo . E questo che sto per compiere, se non lo avete ancora capito , è il viaggio che su per giù duemila e cinquanta anni fa compi Alessandro di Macedonia, figlio di Filippo ed Olimpiade, a tutti noto come Alessandro Magno.
Terrò un diario di viaggio qui come sul mio blog che chiamerò “Alexander”. Ad accordar fiducia a Google maps la via più breve fino a Samarcanda consta di quasi seimila km, 5.926 per l’esattezza . Ma se sto già in Puglia vuo dire che ne ho percorsi circa duecento, quindi ne mancano 5.700 e sto già a buon punto ! E forza, allora, partiamo risoluti ed indomiti per la nostra impresa come Alessandro Magno !

Il Vello d’oro- giorno 5- La città della Luce

Ohrid, Ocrida per i Veneziani, per gli antichi greci Lichnidos che sta per “città della luce”. In effetti la Luce e’ qui ciò domina il tutto: l’intera vallata alluvionale e’ pervasa da un colore accecante e insistente, implementato dal riverbero sulle acque del lago ed assume delle colorazioni insolite di giallo che ho visto solo in città del Nord-Africa, a Tangeri o Marrakesh.


Devo dire che almeno sulle prime Ohrid, una delle tappe cruciali del viaggio, mi ha lasciato una brutta impressione: vi arrivo ieri pomeriggio, stanco e straquato, e mi trovo a percorrere una via che mi pare una delle arterie principali, insozzata di posti oggi e volgari, pizzetterie di infima qualità, kebabbari di plastica, cianfrusaglia per una marmaglia di gente scontata e stupida, ci stanno pure quei fessi che si travestono da mummia o da statua della libertà che stanno pure a via Toledo a Napoli e a cui avrei voglia di tirare un ceffone e quegli altri stronzi che quando cammini ti mettono addosso un serpente addomesticato per fare la foto imbecille da mandare a casa. E ho fatto 7 ore di finimondo tra le montagne dell’Albania per sta puchiarella? Ah, ma quanto mi sarebbe piaciuto vivere e viaggiare nell’800, ai tempi di Friedrich il pittore e del suo “Viandante sopra la nebbia”, o anche solo 100 anni fa, quando ogni villaggio era diverso uno dall’altro, quando non c ‘era bisogno di scegliere di essere autentici, invece di trovarmi in sta pialla culturale di gente tutta uguale, che mangia la stessa roba uguale, che ascolta la stessa musica uguale, che campa per essere uguale all’altro. Ad ogni modo, per quel che mi riesce , provo a viaggiare come si faceva nell’Ottocento, a muovermi nello spazio rispettandolo e non calpestandolo sbadatamente. Un viaggiatore si muove attraverso i luoghi e le loro peculiarità, non attraverso esemplificazioni di esso. Quando sento una persona dire “quel posto e’a un’ora di macchina, due ore di aereo da quell’altro” so di essere di fronte a uno che si sposta per un motivo diverso dal viaggiare. Chi viaggia come l’uomo ha viaggiato per migliaia di anni prima delle low cost, del chilometraggio e altre diavolerie moderne, ti parlerà a proposito dello spostarsi da un luogo ad un altro di valli da percorrere, monti da scavalcare, fiumi ponti limiti naturali e cose simili. Per me prima di tutto in un viaggio sta la geografia, lo spazio, poi la Storia, il tempo, ascisse e ordinate di ogni viaggio, il resto sono coglionerie.
Nondimeno Ohrid si riscatta molto presto: lasciata quella via balorda, il centro storico e’uno scrigno di tesori da disvelare. In un ginepraio di viuzze arcigne si realizza una sintesi difficile tra Venezia e Costantinopoli, e in effetti il luogo e’piu o meno equidistante dalle due potenze storiche dell’area. Proprio nel centro storico, sulla costa Abras, trovo alloggio presso una vecchia signora, che mi mette a disposizione una bella stanza adagiata sulle acque del lago ed ho pure a disposizione una barchetta a palelle casomai per andare a pesca. Direi che per 20 euro non sono caduto male. Che poi qui nel lago vivono animali stranissimi e unici, piccole creature endemiche dotate di una forza sensazionale: c’è la trota di Ohrid che vive solo qui ed ha carni rosa come un salmone, o l’anguilla di questi posti, capace di una viaggio incredibile. Pensate che questo piccolo animale viene a deporre le uova qui dopo una migrazione che nientedimeno parte dal Mar dei Sargassi, un posto della terra ch si trova dall ‘altra parte dell’oceano Atlantico, all’altezza per intenderci delle isole Bermuda!!!! In pratica questa anguilla fa a ritroso un viaggio che l’essere umano non era mai riuscito a compiere prima di Cristoforo Colombo o forse dei Vichinghi, con buona pace di quel coglione di Voyager, Kazzenger Giacobbo, secondo cui Ncje gli antichi egiziani avevano attraversato l’Oceano prima di imbarcandi su di una astronave per imparare dagli alieni a costruire le piramidi e magari i frigoriferi in acciaio anodizzato con cui ibernare le mummie e la scatola cranica di Giacobbo, da usare poi come cassa acustica a percussione visto che è vuota…. Incredibilmente entrambe le specie animali sono in vendita cucinatr nei ristoranti sul lago ma è uno scempio indicibile mangiarsele!!)
Ohrid possiede una serie di tesori tutti da scoprire, posti in scala verticale. Sulla sommità di una colina c’è un fortilizio veneziano, da cui si ammira tutto l’enorme lago, vasto come una mare e difatti si agita tanto quando arrivano le trubbee. Sotto sta la basilica di San Clemente, con bellissimi mosaici, ma non si sa perché, a destra e sinistra della stessa che costituisce una cartolina della Macedonia intera stanno due cantieri orribili, coi plinti di cemento e i piloni di ferro a vista. Chiedo lumi e un tipo mezzo hippy all’ingresso mi dice che quello a sinistra e’il cantiere per rimodernare la secolare università di San Cirillo e Metodio, e fin qui ci può stare. Tra l’altro il tipo pare assai ansioso affinché l’università di San Cirillo e Metodio riapra, perché li l’estate si tiene un prestigioso corso di lingua macedone che fa registrare un afflusso di femmine da mezza Europa e che a suo dire lui si tromba tutte….scendo più in basso lungo il crinale della collina, per un bosco di cipressi secolari, e si manifestano una serie di incontro strani. Il primo e’ un tipo, Jovan, che si dice un filosofo e con il quale cominciano a conversare sulla sottostante chiesa di Kaneo, che significa pietra, e a suo dire la pietra e’il concetto fondamentale, l’arche’ della cultura del luogo, per una serie ben argomentata di motivi. Poi il discorso si ingarbuglia sull’esistenzialismo e la teologia, ma Jovan oltre a fare il filosofo mi da l’impressione pure di tenere un po’ di polvere ncopp a recchia, visto che comincia a ridacchiare in maniera cretina e a far una serie di apprezzamenti gratuiti sulle mia spalle, a suo dire robuste come quelle del cavallo di Troia. Bah….poco più in basso invece nel bosco m’imbatto in una tartaruga, e a questo punto capisco il tutto. Sitratta di segnali inviatomi dagli dei, questa volta in chiave non ostile, ch interpreto così: la giusta via per arrivare al Vello d’Oro passa attraverso la saggezza ( il filosofo) ma deve essere costante e lenta ( come una tartaruga). Tra l’altro con il filosofo Jovan abbiamo parlato pure di religione, dello Scisma d’Oriente e della chiesa ortodossa vigente qui, quindi interpreto il tutto alla luce di un canovaccio che nella cultura napoletana legge in lui una figura da sempre foriera di buona sorte: quella del prevete ricchione. Visito la sottostate chiesa di Sant Jovan Kaneo, una cartolina perenne dei Balcani adagiata sul lago e con stipendi affreschi del Trecento, poi scendo nella spiaggia sottostante sul lago, dove si registra un tasso incredibilmente alto di figa: sono proprio belle le donne Macedoni, la perfetta sintesi della bellezza slava e della conturbante sensualità ottomana.
Nel pomeriggio fitto una bici e vado in esplorazione sulla sponda est del lago. Becco una stupenda spiaggia deserta che mi fa pensare a Mesola in autunno, e poi un altro lido ove su un Prato stanno persone adagiate a fare grigliate e giocare a scacchi, che mi fa pensare ad un quAdro di Manet di cui non ricordo il nome. Poi becco stasera un ristorante in la fella di luna che appare dietro San Jovan Kaneo, che mi fa pensare a quanto malvagio può essere l’essere umano, dal momento che mi ordino prima la trota in via d’estinzione e poi l’anguilla venuta fin qui dal Mar dei Sargassi, un’altra volta si impara a starsene a casa sua!
Domani e’ la volta di Golem Grad, un’isola su un lago vicino abitata da solo serpenti. Speriamo solo che i serpentelli non vogliano vendicare la loro cuginetta acquatica anguilla!!

Il Vello d’oro- giorno 4- La “strada fascista”

Giorno 4
L’alba su Argirocastro conferisce un senso al nome della città, che letteralmente significa “Fortezza d’Argento”: il pallido sole del mattino bagna le pietraie di queste colline metallifere facendogli assumere sfumature argentine che quasi accecano. Al di la di questo suo nome pregno di mitologia, Argicastro e’ anche dal punto di vista storico un luogo che si presta all’epica e alle epopee di eroi e viandanti. Tra le tante rinvenute, scelgo quella che mi ha portato qui( che per la verità’ e’piuttosto di fantasia ma per me rappresenta qualcosa di storico nel senso di immortale), quella di Brancaleone da Norcia, che dopo lungo peregrinare giunge nel feudo di Aurocastro per reclamarne il possesso. Il nome e’ cambiato in Aurocastro, fortezza d’oro, ma è ispirato a questo luogo, anche perché ce lo vedrei proprio a Monicelli qui ad aggirarsi sgorbutico per le vie del paese e bere un raki con i vecchietti del paese.


Ma l’epopea di un’altra armata, assai più realistica e drammatica, si è consumata in questi luoghi: quella dell’Armata italiana durante la seconda guerra mondiale. Da Argirocastro parti’ l’invasione o meglio il tentativo di invasione italiano della Grecia, tramutatosi in uno sciagurato fallimento ed un bagno di sangue per le nostre truppe. Il comando italiano predispose un’invasione in larga scala, con un’offensiva su una linea di fronte molto esteso, che andava dai monti Grammoz fino al mare, anziché concentrare le truppe in un unico punto e tentare uno sfondamento.
Ma su tutta la linea le forze italiane non riuscirono a fare pochi km che furono arrestate dai difendenti greci, attestati dietro la cd linea Metaxas, un sistema di trincee e fortificazioni ispirato alla linea Maginot francese. Si tratterebbe di un sistema difensivo vecchio stile e ormai superato, come dimostrato sullo stesso campo di battaglia francese dai tedeschi, ma gli italiani non dispongono di mezzi corazzati degni di questo nome e quand’anche risultano scarsamente efficaci sulle alture del Pindo e del Golik. Il comando italiano si decide allora ad inviare un’intera divisione in avanti, oltre le linee nemiche, nel tentativo di aggirare da dietro il nemico e sperare in una crisi politica e sociale del paese greco. La divisione alpina della Julia viene mandata in avanti oltre le linee nemiche senza appoggi e con scarsi rifornimenti. L’avanzamento avviene a costi elevatissimi in termini di vite umane e quando ormai riesce, alla Julia viene impartito l’ordine di fare dietrofront perché il resto della linea dietro e’ormai impantanato, gli italiani da attaccanti sono costretti a difendersi e rischia di cadere proprio Argirocastro sede del comando generale. La ritirata e’un ulteriore bagno di sangue e la Julia viene più volte immolata per permettere il rientro del resto delle truppe ormai allo sbando. Presso un luogo non lontano da qui, che Brancaleone avrebbe chiamato “cavalcone”, il ponte di Perati, la Julia subisce una carneficina tra le peggiori della seconda guerra mondiale. In particolare il battaglione Cividale viene prescelto per tenere il ponte ad ogni costo e per un numero sufficiente di ore a permettere la ritirata del grosso delle truppe, sotto il tiro delle mitragliatrici e dei mortai greci. Dei 1.200 uomini che componevano il battaglione Cividale, dopo la battaglia del Ponte di Perati ne restano vivi 18. La terribile mattanza e’ricordata in un tristissimo canto alpino che recita: “Sul ponte di Perati bandiera nera/ e’ il grido della Julia che va alla guerra/ la meglio gioventù che va sottoterra.”

Tra gli alpini superstiti s’insinua un forte malcontento verso il regime fascista reo di averli imbarcati in questa campagna senza senso ( l’anno seguente la Grecia si sarebbe arresa ma alla Germania, non lasciando che poche briciole di territorio all’Italia) e tra le truppe si diffonde uno slogan, “Abbasso Mussolini l’assassino degli alpini”. Molti degli alpini superstiti al loro rientro in Italia riabbracciano il fucile ma per un’altra causa, quella del l’antifascismo, offendo la loro competenza militare e la capacità a muoversi in territorio montano alla Resistenza. Molti tra i reduci affermano che e’ durante la campagna di Grecia che è nato o perlomeno si è sviluppato in maniera visibile l’Antifascismo. Mi permettere questa digressione di cd “petite histoire”, termine bellissimo ma intraducibile in italiano a meno di tradirne il senso, e’come tradurre Palillo in inglese, viene fuori un “little stick” dopo aver udito il quale le ragazze americane sorridono imbarazzate e si allontanano equivocando per qualcosa di dimensioni insoddisfacenti.
Ma veniamo alla cronistoria di questa rutilante giornata: ci si sposta da Argirocastro a Korca attraverso una delle strade più pericolose e spettacolari al mondo, una sorta di muraglia cinese di fortificazioni e bunker messo su proprio dagli italiani tanto da darsi il nome di strada fascista. Il binomio strada-bunker qui in Albania e’piuttosto singolare: il fulminato dittatore Enver Hoxha aveva tra le sue mille paranoie quella di essere invaso così faceva di continuo distruggere e ricostruire le strade di confine, e fece costruire poi un milione e mezzo di orribili bunker in cemento armato,uno per ogni famiglia albanese. Si tratta di indistruttibili funghi, impossibili a rimuoversi perché pesantissimi che ancora oggi ovunque apprestano il paesaggio. Arriva il furgon da Saranda con la scritta “Korca”, dentro sono già stipati come sardine e sperano che il conducente non mi faccia salire. E’il classico caso di relativismo: quando sei giù da un bus o una metro, ti affretti e speri che quello non parta, dopo un secondo che sei a bordo iastemmi il conducente perché si sbrighi a partire e non faccia salire più nessuno. Una stronza Austriaca e’piu relativista di altre e chiede apertamente al conducente di non farmi salire, ma mr Nishi la manda fortunatamente a cagare. La prima ora di strada e’diciamo di riscaldamento, con il fondovalle del fiume Drinos e continui saliscendi. Si potrebbe accorciare il km magari facendo dei tunnel ma forare le montagne costano, così si sale e si scende da queste colline come avviene sempre in tutte le strade dei paesi poveri. Si svolta verso nord, la stronza austriaca ora vorrebbe che a scendere fosse il coducente perché lo ha visto bere una grappa al bar e al suo paesino di merda in Austria mettersi al volante dopo aver bevuto alcool comporta l’arresto immediato. Il bello e’che mentre questa parla, il marito da dietro cerca di apparare sorridendo e chiedendo scusa, guardando poi nel vuoto per chiedersi ancora una volta come ha fatto a sposare sto catafalco di femmina. Passata una città chiamata Permet, comincia l’ascesa verso il Barmash pass e comincia l’inferno. Chilometri di sterrato costellato di buche Nel furgon malandato cominciano ad agitarci come dentro una lavatrice, e lo sbattere senza sosta forse ci fa dimenticare gli orrendi burroni che si aprono lo sotto di noi, a pochi cm e senza parapetto manco a parlarne. Comincio a pensare di scendere anzi mi decido a farlo, mi dico “faccio un’altra curva e scendo” poi ne aspetto un’altra , e un’altra ancora, poi tiro avanti pensando al mio idolo che su questa salita li avrebbe steso tutti: Marco Pantani. Di tutti gli sportivi e’quello forse che mi ha maggiormente rapito il cuore, appartiene a quella categoria di geni sregolati, perennemente inquieti ed autodistruttivi, di cui fanno parte Maradona e Cassius Clay,che conoscono solo le stelle o la polvere. Nello sport come nella vita, i tipi seri, professionali coerenti, i Cavani o i Nedved che si allenano il giorno di Natale sotto la pioggia, mi acchiappano fino ad un certo punto poi mi annoiano. Ricordo gli anni univesitari e quelle inteminabili giornate di giugno a studiare dei mattini di libro di procedura civile e diritto conmerciale, mentre mi facevo nel mio piccolo coraggio vedendo Pantani che come una pulce al Tour de France li massacrava tutti. Marco me lo immagino ora qui, sul Barmash Pass che pare non finire mai. Nel ciclismo usano il termine “gli indiani” per indicare la vetta di una montagna, e’un termine scaramantico, dire la cima o la vetta porta sfortuna. I nostri indiani sono rappresentati da una fortificazione credo araba posta a 1800 metri dove ci sta ancora persino la neve. Ma doppiato l’orrendo passo, la strada fascista non è mica finita! Ci sta la discesa, l’abuso verso la gola del Vojosa e poi la risalita sui monti Grammoz. Tra gli occupanti del veicolo comincia ad instaursi un clima di follia e solidarietà, ci sentiamo i protagonisti di un’impresa epica. La prima a sentirsi male e’ la stronza austriaca, seguita da due olandesi in viaggio di nozze che vomitano tenendosi per mano e che stamattina devono aver mangiato agnello. Ad un tratto ci fanno scendere in una foresta presso una sorgente per ristorarci, fa un freddo cane e per di più prende anche a piovere. Presso questa sorgente viene imbottigliata l’acqua che beve la nazionale di calcio albanese ci dicono. Credo di aver capito perché l’Albania non ha mai fatto numero nella smorfia a pallone, vuoi veder che li fanno salire qua su per bere? Dopo la quarta ora di strada fascista ( che poi tanto fascista non è’, i bunker e le fortificazioni sono anche saracene, medievali e di epoca comunista), credo di esser caduto in una sorta di catalessi e di demenza, ricordo che passivamente venivo sballottato dentro questo furgon stando con gli occhi chiusi immaginando una volta di stare nello spazio, un’altra in discoteca, un’altra volta sui tronchi all’edenlandia. Alla fine quasi mi era subentrata una sorta di Sindrome di Stoccolma nei confronti di Nishi l’autista che mi teneva costretto in quel furgon infernale ma a chi volevo bene perché ad ogni curva mi salvava la vita evitando il precipizio. Come si possa guidare per 7 ore su una roba del genere e non finire fuori strada io non lo so, e’consjderata tra le pime dieci strade più pericolose al mondo e me la ricorderòfinche campo. Ad un tratto, quasi non ci credo, finisce, una francesi ma vicina a me scoppia a piangere e corre a telefonare sua mamma. Siamo a Korca, città gradevole con 5 musei e una birra ottima che non ha niente da invidiare alla Guinness. A korca una bella sorca mi rimette al mondo servendomi un agnello al forno squisito. Fuori e’scoppiato un finimondo di temporale ma potrebbe scendere pure Gesù Cristo da cielo non me ne fotte: ho superato la Korca-Gjrokaster road e per la prima volta dall’inizio del viaggio cominciò a sentire che l’impresa intera di arrivare fino in Caucaso può essere fattibile, E’un po’ come quando una squadra ad un mondiale vince un turno di qualificazione per 4 a 3 in rimonta: magari si è avuta un po fortuna ma nello spogliatoio subentra la convinzione di essere più forti, di poter arrivare in fondo. Io comincio a sentire che il Vello d’oro, sebben lontano ancora migliaia di km, può essere raggiunto. Korca si trova sulla cima di una montagna, corro ad un punto panoramico e sotto appare ciò che immaginavo: la piana di Pelagonia, la Macedonia e i laghi di Prespa e di Ohrid. Quest’ultimo era chiamato dai Greci Lychnidos, letteralmente la Città di luce, e mai nome fu più azzeccato perché sotto le nuvole il lago e’ rischiarato da una luce bluastra e un bellissimo arcobaleno cinge le due sponde del lago. Giungerò ad Ohrid nel pomeriggio per una via più facile, la via Egnatia costruita dai Romani e varcando la frontiera con la Macedonia presso un luogo chiamato Sveti Naum, ove sorge un bellissimo monastero che conserva una palla (inteso come testicolo) di sto Naum.
Nel vedermi sulla cima di quella montagna, sopra la coltre di nebbia e con i laghi sottostanti mi è venuto alla mente quel bellissimo quadro di Friedrich, un pittore di epoca romantica, che mi pare si chiama “viandante sopra la nebbia” , ora non vorrei sparare una vongola ma andare a controllare su wikipedia e’ troppo squallido, ma mi sono venuti in mente pure i giorni faticosi e caldi di luglio spesi al lavoro su circumvesuviana centri direzionale e altro, in cui sempre guardavo avanti pensando a quando poi avrei guardato il lago di ohrid dall’alto della rupe di Korca, ho pensato a tutto questo e mi sono commosso

Il Vello d’oro- giorno 3- Bagni omerici ed adamitici

Giorno 3
Quando disegno i miei itinerari di viaggio, raramente contemplo tappe cosiddette “di mare”. Tendo ad escludere sula base di una semplice constatazione: vengo da Capri, ove ho la possibilità di fare bagni, almeno nei week end, per un lasso di tempo che va da aprile ad ottobre ed anche oltre; ho a disposizione spiagge tra le più belle del Mediterraneo a pochi minuti da casa e per di più sono proprietario ( o perlomeno lo è mio padre) di un albergo a 4 stelle giusto nel centro di Capri. Se voglio farmi la vacanza di mare, servito e riverito, faccio 20 metri dal cancello di casa, ditemi voi che senso ha andare in un altro posto a farsi i bagni nell’unico mese filato che ho di vacanza? Quindi al massimo destino nei miei viaggi non più di un giorno al mare. Quest’anno per motivi geografici la tappa di mare e’ capitata proprio all’inizio del percorso, il mare lo rivedrò se tutto va bene fra migliaia di chilometri, dalle parti del Bosforo e poi del Caucaso, ed avrà un altro colore, nero. Nondimeno mi è molto piaciuta questa giornata iniziale al mare nella terra dei Ciamuri, a Ksamil dove ho assaporato anche il piacere stamattina di un bagno all’alba, cosa che per una congerie di fattori a Capri mi concedo rare volte. Il bagno, nelle luci soffuse dell’aurora, e’ durato molto più del previsto per via di uno sgradito fuori programma: mentre nuotavo nella baia deserta e’ apparso sulla riva un branco di cani randagi latranti, ed io già immaginavo di vedere il mio barbagallo dilaniato tra le loro fauci aperte ( preso da un brivido naturistico mi ero buttato pure a mare in costume adamitico). Naturalmente il branco di cani era un altro segnale di ostilità inviatomi dagli dei, che stanno cominciando veramente a cacare un po’ il cazzo, manco un bagno in Santa pace. L’apparizione dei randagi pesca, e questo solo gli dei potevano saperlo, nella mia più grande fobia. Funziona così: non mi fanno paura ragni serpenti tarantole sanguisughe e rettili, tutta roba con cui ho avuto a che fare in altri viaggi a stretto contatto, ma se mi metti difronte un cane lupo che mi ringhia contro anche in pieno centro urbano mi paralizzo. Per poter dunque uscire dall acqua ho dovuto attendere l’arrivo di qualche altro umano, nella fattispecie un tizio che dubito abbia studiato all’accademia della Crusca e che, parlando solo albanese, ci ha messo un po’ prima di brandire un bastone e scacciare i cani, poiché sulle prime aveva travisato le mie richieste pensando che fossero delle avance di natura sessuale nei suoi confronti. Pensate un po’ voi ch scena patetica, io che col pesce da fuori nell’acqua cerco di richiamare l’attenzione di un fravecatore albanese che sulle prime mi manda a fanculo e si pensa che sono un ricchione che se lo vuole schiattare…. Comunque tutta la giornata e’ stata contrassegnata da bagni piuttosto singolari.
Dalla costa ciammurra mi addentro nell’Albania profonda su di un furgon, i minibus collettivi con cui ci si sposta qui, in direzione della prossima tappa molto attesa e densa di mitologia, la Sorgente dell’Occhio Blu. Si tratta appunto di una sorta di misterioso geyser posto sul fondo sconosciuto di un fiume, nei pressi di un villaggio chiamato Mesopotamia. Il luogo non si rivela ovviamente facilmente al visitatore, il furgon mi lascia sulla strada per Argirocastro ad un incrocio con un tratto di 3 km da percorrere sotto un sole cocente e con lo zaino pesante in spalla. Ma la forma fisica e’ in netta crescita, prima di partire ero un rottame che faticava a salire via Krupp, ora invece, sarà l’adrenalina del viaggio o il potere magico dello zainone, mi sento di colpo come un toro pronto a sbrindellare l’imene di 20 giovenche e mi scieoppo la salita con 20 chili in groppa a tempo di record, lasciandomi alle spalle una banda di lagnosi fiorentini ai ferri corti gli uno con gli altri. La Sorgente dell’Occhio Blu non tradisce le attese e si disvela come un luogo magico, di enorme bellezza: tutti le tonalità di blu dal turchese all’acquamarina stanno dentro questo vortice di acqua gelata tra i cespugli di mirto e ginepro. Sul posto due ragazzacci albanesi si atteggiano a galli sulla munnezza, avvertendo che il bagno in quel posto e’ roba per i soli locali e mai nessuno straniero e’riuscito a stare sopra il getto gelato del geyser sotterraneo per più di pochi secondi…ok, nessuno straniero, ma questi da quanti secoli non vedono un epigono degli Argonauti giungere qui in carne ed ossa? Raccolgo il guanto di sfida e annuncio loro che avrei sostato sopra il getto gelato per almeno un minuto, azionassero i cronometri. Salgo su una quercia concava e mi tuffo….pochi secondi e con l’acqua che monta da sotto a mo di Jacuzzi verso il basso inguine, provo la stessa sensazione che doveva provare quel ragazzo dai modi gentili e paciosi, soprannominato diciamo “Degustatore di ratti”, ai tempi della militanza nelle giovanili della Caprese giù da Germano, quando degli altri tizi un po’ bulli di Marina Grande si producevano nei suoi confronti in un scherzo davvero assai cretino, che consisteva nell’inmobilizzarlo e spruzzargli sulle parti intime quello spray gelato che si usa contro le contusioni…non c’è bisogno di fa correr il cronometro fino a 10 che sono fuori dall’acqua ma poco dopo mi imbatto in un tizio che cucina su una griglia le trote da lui pescate col vino da lui coltivato, il tutto per 600 leke, al cambio attuale manco 4 euro. Stupenda la Sorgente dell’Occhio Blu!

Dopo poco mi rimetto in marcia ma poco dopo vengo raccattato da un simpatico signore col Suv e dal figlio, selezionato da un’università canadese per giocare nella nazionale canadese di handball, e mi danno un passaggio fino alla prossima meta: Argirocastro, letteralmente la Fortezza d’Argento. Scanaliamo un paso di montagna e ci tuffiamo nella valle del Drinos e ci siamo, il posto e’una bellissima cittadella medievale abbarbicata sotto un castello, con case ottomane del seicento e vie lastricate in cui è bellissimo perdersi nella luce corrusca del tramonto.

Argirocastro e’un luogo speciale anche per tutta una serie di personaggi a cui è legata: 1) Ali Pasha, potente pirata turco che qui eresse il suo inespugnabile castello e che nel sedicesimo secolo mise a ferro e fuoco le coste italiane. Ricollegandosi al discorso di ieri dei Ciammurri, e’ più che probabile che Ali Pasha e i suoi giannizzeri abbiamo sovente infilato la loro scimitarra di pelle nella pancia di nostre antenate capresi
2) Brancaleone da Norcia: qui e’ ambientata l’epopeea dell’Armata Brancaleone, uno dei miei film preferiti
3) Mr Durmi, gestore del ristorante Kulimi, uno dei posti dove ho mangiato meglio in vita mia. Le rane fritte sono di un afrodisiaco che annichilisce il Cialis.
4) il dittatore dell’epoca comunista Enver Hoxha, uno nella top ten dei dittatori psicopatici, sul genere di quello della Corea del Nord, di quelli ch si ingrippano a scorticare via la storia da un paese per piegarla ala loro demenziale idea di mondo e la conseguente architettura. Ma visto che era nato qui, ha pensato di fare un’eccezione e risparmiare Argirocastro dallo scempio comunista.
Io qui ci arrivo molto prima delle luce corrusche del tramonto, sotto il sole battente della calandrella alle 4 di pomeriggio e mi abbarbico lungo ste vie vie verticali fino ad un dimora storica segnalata dalla guida. Il luogo merita la sfacchinata, e’ una sorta di castello ottomano, ma ad un aprirmi arriva una donzella che mi dice che l’albergo e’ pieno. Tuttavia nel vedermi tutto trafelato si muove a compassione e comincia a prepararmi una premuta di limone, poi prende a chiamare una dozzina di pensioni per trovarmi dove dormire. Comincio a pensare che questa rappresenta il classico mezzo cuofano che un vero uomo rispettabile, in un venerdì sera e dopo il settimo drink, deve carriarsi, altrimenti perde la sua rispettabilità. Ma la tipa rivela subito una sua altra natura molto più prosaica: la granita e’ a pagamento e persino una ad uno le telefonate fatte hanno un, seppur esiguo, costo. Alla fine mi trova un posto dove dormire ma la prendo sul cazzo, e poi il posto e’ un casermone insignificante, quindi mi risolvo a scegliere un altro alberghetto difronte al casermone, che però è proprio il cesso. Sei piani a piedi, materasso in lana modello caserma del dopoguerra e commuoglio del cesso tranciato in due come da un colpo d’ascia, boh. E qui si manifesta l’ultimo bagno della giornata: trovo una sorta di shampoo in camera ed essendone io sprovvisto lo uso, forse pensando che lo deve aver dimenticato il precedente cliente. Non so che roba sia ma si rivela per esser una sorta di melassa che mi azzecca i capelli in una sorta di bukkake strano.
E pensare poi che qui è stranamente pieno di botteghe di barbiere, che fungono anche da bar. Ed e’ un piacere irriverente stare seduti fuori ste botteghe a parlare con gli anziani del posto a bere raki, a litigare sul calcio e trovare un punto d un’unione sul nostro idolo comune, Behrami, il valoroso Valon.
Domani mi aspetta una giornata da bollino rosso, segnata nel programma come il Bloody Saturday. Sveglia all’alba e su con un furgon per la Strada Fascista per il Burmash Pass e le Grammoz Mountains, fino alla città di Korca e poi giù, attraverso un valico di frontiera in Macedonia, sul lago di Prespa, alla volta di Golem Grad, un’isola sul lago abitata da solo serpenti. Si tratta di 8-9 ore su strade sgarrupate e dentro furgoncini scassati,ma io al mondo qualcosa più bello di questo ancora non l’ho trovato.

Il Vello d’oro – giorno 2- Lo sbarco nella terra degli Originals Ciammurri

“Menin aiede tea Peleiades Achilleos oulomenov”
Cantami o dea l’ira funesta del Pelide Achille….questi sono i versi iniziali dell’Iliade, che danno un senso a tutto il dramma e la storia , in cui si affaccia il concetto di “yubris” di Achille, tradotto non proprio esattamente come “ira funesta”: più probabilmente la yubris e’ l’arroganza, la tracotanza, l’empieta’ dell’eroe che sfida gli dei, che con la sua audacia baldanzosa contravviene il Logos naturale delle cose…..qua non ho fatto manco a tempo ad arrivare che mi sono macchiato pure io del poco della Yubris. Si’, perché alla fine ho deciso di tagliar il prologo di questa avventura, che rivestiva un carattere simbolico e propiziatorio: ho deciso inavvertitamente di tagliare la tappa al fiume Acheronte per evocare le anime deli Argonauti ed ingraziarmi il favore degli dei. Mi sono deciso a questo taglio così, arbitrariamente, senza pensare quanto empia sarebbe risultata la mia azione e quanto avrebbe infastidito Giasone e gli altri che sto Palillo di cazzo sbarcava qua a volersi atteggiare bello e buono a fare l’Argonauta. Ma l’ho fatto in buona fede diciamo, estenuato da una nottataccia infame e da una considerazione di fondo: il fatto che l’Acheronte stesse in Grecia. Beninteso, niente contro la Grecia bellissimo paese o contro i suoi abitanti, ma il problema sono piuttosto quelli che la bazzicano d’estate, ovvero torme di italiani della peggior risma, rumorosi e maleducati. Ogni estate una turba di sconsiderati avventori del Belpaese violenta questa antica terra; forse lo sciagurato sogno di Mussolini, “spezzeremo le reni alla Grecia”, lungi dal realizzarsi sotto il punto di vista bellico nel ’41, si materializza ogni anno sulle spiagge di Corfù e Rodi, nelle balere di Paros e Mykonos. Divisioni ben equipaggiate di tamarri nostrani salpano per colonizzare siti archeologici coi loro Supersantos, battaglioni di pusillanimi portano i loro aperitivi stronzi da pidocchi arricchiti in luoghi di straordinaria bellezza, e su tutto la musica da discoteca impera e detta il verbo. L’Italia e’un paese dove le tragedie si manifestano nella sua gravità anni dopo: le dighe fatte a capa di cazzo crollano su villaggi inermi vent’anni dopo la costruzione, le palazzine appaltate ai mafiosi crollano perché fatte col cartongesso, la plastica il DDT e l’amianto con cui si facevano le scuole, dopo 50 anni si scopre erano, ma guarda, cancerogene. Tra una ventina d ‘anni si scopriranno tutti i guasti a livello cerebrale di sta zozzeria di musica con cui sono cresciuti sti neo-trogloditi del terzo millennio, che in una notte in nave sul ‘Adriatico, non spengono un secondo sto loro stereo a palla con sta musica di merda che non lascia dormire nessuno. E quando pure finisce la musica da discoteca attacca il rap, questa musica che in origine era il sound di ribellione dei ghetti neri americani, e che adesso nella versione italiota e’diventata la ribellione sedicente di adolescenti che manco per il cazzo hanno voglia di studiare o aprire un libro e si “ribellano” ai genitori stando lontano dalla stress a fumarsi le canne e giocare alle Playstation. Credo di aver avuto verso le sei di mattina una crisi del sistema vagale quando sulla nave ho dovuto ascoltare per la millesima volta sta rima di merda “sto lontano dallo stress fumo in poco e gioco a Pes”, cantata da sto giovinastri con aria ipnotica e a mo di inno generazionale, manco fosse Imagine di John Lennon o Like a Rolling Stone di Dylan. Che poi il tipo che la canta, un certo Pequeno, apprendo essere fidanzato di Njcole Minetti, cioè fidanzato si fa per dire, forse quando lei sta di festa o ha la batteria del cellulare scarico: tanta gente suppongo sia fidanzata con Nicole Minetti per una mezz’ora più il tempo di una sigaretta e una doccia…..
Vabbe ad ogni modo niente, taglio via l’Acheronte e mi direziono subito verso l’Albania via Corfù. Ma la vendetta degli dei era sul piatto…diciamo che sbarco in quello ch era l’antico Epiro, estremo sud dell’Albania, una terra su cui in tempi antichi regnava Pirro, un potente re così potente che oso’ un bel giorno sfidare il suo potente vicino, i Romani. Invase la penisola italiana con un forte esercito e vinse pure alcune battaglie ma ad un prezzo talmente sanguinoso da ritrovarsi presto senza mezzi. Tant’è che divenne proverbiale il detto “vittoria di Pirro” per indicare una vittoria troppo cara o inutile. Gira e rigira a furia di vincere ma in fin dei conti perdere Pirro ci rimise le penne e il suo regno cadde, prima sotto i Romani, poi finita l’era di Roma, sotto gli Ottomani. E appunto gli Ottomani ribattezzarono questa terra con un altro nome, da che si chiamava Epiro la chiamarono, la chiamarono…..ve lo dico dopo, giacché e’qui che si consuma la vendetta degli dei nei miei confronti e il tutto può essere intuito dalla cronistoria della giornata. Allora sbarco in una città di confine chiamata Saranda, in Albania. Questo paese si segnala per una serie di anomalie e caratteristiche proprio molto singolari, una di queste riguarda le autovetture: nel 91, alla caduta del comunismo circolavano in Albania non più di 500 automobili, in pratica meno di quanto ne stanno in sosta al parcheggio Brin una domenica pomeriggio. Poi caduto il regime si sviluppa una corsa al “mezzo e da tutta Europa arrivano, in un modo o nel altro, Mercedes e Audi a quantità. Ma a questo ci avevo già fatto caso la volta scorsa, 3 anni fa. Questa zona dell’Albania si segnala, oltre che per le Mercedes di grossa cilindrata, anche per un altra autovettura peculiare della zona: l’apecar, il trerrote che dir si voglia. Su uno di questi monto su e contratto un prezzo per raggiungere la meta prevista, un villaggio costiero chiamato Ksamil. Lungo la strada si ergono ovunque scheletri in cemento ed edifici di recente, recentissima edificazione, tirato su in una notte. Il conducente del trerrote pare quasi guardare con orgoglio a queste brutture e dice che anche lui è capace da solo in una notte di tirar fuori un bed& breakfast. Giungo a destinazione, il luogo non avrebbe nulla da invidiare ai Caraibi ma sta in Albania e ( per fortuna) e ignorato dai tour operator e dai babbei che a costoro si rivolgono. Piccolo inciso di natura polemica: in Albania, come in gran parte dei paesi ove sono stato, le spiagge anche le più belle sono liberamente accessibili. Poi se ti prendi il lettino, la sdraio o l’ombrello ne ok paghi, ma non è’ che viene espunto un fantomatico “ingresso” per entrare in un luogo che è già tuo in partenza. Ad ogni modo qui continuano i presagi funesti inviati dagli dei: mentre faccio il bagno una Medusa mi urtica la rotonda panza di birra ( che, lo dico per rassicurar le ormai poche mie estimatrici rimaste, conto di smaltire durante il viaggio). Ma l’ustione della Gorgona, forse un ultimo avvertimento a ravvedermi e a smettere di sfidare l’ira funesta degli dei, e’nulla a confronto dei presagi che continuano a manifestarsi. Gli abitanti del luogo parlano uno strano dialetto che ha qualcosa di usuale, con le vocali finali storpiate sempre in o, tipo “vieni ko” per dire vieni qua, “sciendi lo”, miett koo”….poi ad un tratto giro un promontorio e su un bellissimo isolotto il disegno divino si manifesta in tutta la sua crudeltà: sul bagniasciuga sta una pletora di giovinastri locali, pettoruti e tronfi come trichechi, intenti a fare tuffi a ripetizioni per compiacere i garruli esemplari di sesso femminile che guardano compiaciute….ogni tuffo e’ accompagnato da grida belluine cadenzate che tradotte significano qualcosa tipo “o coppe tiello” e ” a palla di cannone”. Poi uno, che pare il capo, sale su un pizzo, una sorta di faraglione o perché no, un capannioglio. Sale e fa un mega tuffo tra il plauso generale degli astanti, poi nuota via da vero maschio alfa…..a questo punto non posso più nascondermi, devo spiegarvi quale è la vendetta consumata dagli dei. Allora, dicevamo, questo era l’antico Epiro, ci stava Pirro, vinceva ma perdeva bla bla poi arrivarono i Romani bla bla bla, poi arrivano gli Ottomani che ribattezzano questa regione e la chiamano….è la chiamano ….e la chiamano……Ciamurria!!!!!! E i suoi abitanti, i Ciammurri!!!!!!! Sono finito nella terra dei Ciammurri, ecco spiegati gli apecar i colpi di mano con la fraveca e i tuffi a cufaniello!!!
La cosa tra l ‘altro ha un suo perché ance da un punto di vista filologico storico e ci tutta: il termine “ciammurro” viene indicato in senso dispregiativo a Capri a proposito degli anacapresi col significato di turchi. Secondo voi, i pirati turchi quando partivano per l’Italia da dove partivano se non da qui che è il punto più vicino alle coste italiane visto dall’altra parte del canale di Otranto? Inoltre da queste parti proveniva San Costanzo, che coi turchi aveva a che fare, forse come loro leggendario avversore, e se arrivo’ lui da qui a Capri, e’ possibile ipotizzare una migrazione di massa, a quei tempi non si viaggiava da soli.
Insomma, avrei dovuto percorrere un fiume, l’Acheronte, per fare un salto indietro nel tempo ed evocare delle anime protettrici, non lo fatto, ed un altro fiume, il fiume Ciam, che da nome alla Ciammuria, mi ha fatto fare un salto indietro alla casa di partenza, alla terra dei Ciammurri, dove sarei poito arrivare in un quarto d’ora con un bus Sippic. Ah la la yubris funesta del Palillo!
Al tramonto mi reco al sito archeologico bellissimo di Butrinto, per provare di riparare alla mia empietà e farmi perdonare dagli dei, cui chiedo di non essere poi così ostile con sto povero Palillo, mentre se ci racconto la grigliata di spigole, pezzogne cozze e calamari che mi sono fatto stasera per 15 euro marca un po’ troppo a capresotto che va in Thailandia, quindi Bonne nuit!

Il Vello d’oro- Prologo

che ci siamo! E’ alfine arrivato il tanto agognato momento, il giorno più bello dell’anno forse per quel che mi riguarda, di sicuro il momento che preferisco di ogni viaggio, quello in cui riempio lo zaino di cose e di sogni.
Dove vado? beh se vi armate di un bel di pazienza ve lo spiego….Mi sono inventato questo bel viaggione pieno zuppo di mitologia e imprese epiche degne di un eroe omerico, con cui il prode Palillo dovrà confrontarsi se vorrà arrivare alla meta finale.
Allora l’idea è quella di salpare domani da Bari alla volta dell’Epiro, Grecia del Nord, per raggiungere alla spicciolata la prima metà, una sorta di preludio al viaggio dal forte valore simbolico: l’Acheronte. Trattasi del fiume che gli antichi greci credevano delimitasse il regno dei morti e sul quale navigava Caronte (inteso non come anticiclone portatore di bafuogno ma come traghettatore portatore appunto delle anime dei defunti). Il fiume esiste realmente, in una regione al confine tra Grecia e l’Albania e ha una bella gola profonda (ahaha) che percorrerò a piedi fino ad un sito di necromanzia ove è l’ingresso al regno dei Morti; lì evocherò a me le anime di coloro che devono guidarmi e darmi la luce in questa folle avventura: Giasone e gli Argonauti.
Volgerò poi a nord e, attraverso un luogo chiamato la Foresta di Pietra, raqgiungerò la prima tappa vera e propria, l’Albania. Qui incontrerò un mare cristallino e coste tra le più selvagge e inesplorate del mediterraneo e u bellissimo sito archeologico di recente tirato alla luce, Butrinto. Ancora qui sul tempio di Athena chiederò agli dei di non essermi ostili. Mi lascero poi alle spalle il mare Nostrum e mi addentrerò nel paese delle Aquile. Poco dopo dovrei raggiungere un luogo pieno di mistero e di mitologia, la Sorgente dell’Occhio Blu. Si tratta di una sorta di geyser che da origine ad un lago di cui nessuno è riuscito ancora a misurare il fondo. M’imbatterò poi nella Fortezza d’Argento, Argirocastro, città medievale albanese che ha ispirato la saga dell’Armata Brancaleone ( ricordate io feudo di Aurocastro’). Da qui si diparte poi una strada impervia e unica attraverso centinai di km per monti, bunker e fortificazioni. Chi l’ha percorsa parla di una sorta di Muraglia Cinese, ma a costruirla furono gli italiani durante la poco gloriosa campagna della seconda Guerra Mondiale, tant’è che ancora oggi si chiama la Strada Fascista. Giunto bello stracquato che sarò alla fine sulla sommità di una montagna (ove dicono fanno una birra che non ha nulla da invidiare alla Guiness), vedrò apririsi sotto i miei occhi la mitica piana di Pelagonia e due laghi, uno più bello dell’altro ma entrambi in un altro paese, la Macedonia. Varcata la frontiera, farò rotta sul lago di Prespa, ove sorge un’altra tappa molto attesa, Golem Grad, letteralmente la Grande Città, in pratica un’isola disabitata dagli uomini e colonizzata solo da serpenti. Da li mi sposterò poi all’ antica Lychidnos,l la Città della Luce, oggi chiamata Ohrid e che da nome al lago omonimo. Sembra sia un luogo di straordinaria bellezza e vi farò base per 2-3 giorni per visitare i dintorni, che contano parchi naturali monasteri e strambi luoghi tipicamente balcanici, come la strampalata Repubblica di Vevcani, un peasino di montagna i cui abitanti proclamarono all’indomani della disgregazione della Jugoslavia una loro stampalata repubblica autonoma, non riconosciuta da nessuno stato estero a parte loro stessi.
Verrà poi la volta di una tappa molto attesa, Bjisket i Nemuna, le Montagne Maledette. Si tratta forse del secondo luogo più difficile da raggiungere in Europa (nel primo ci capitò più avanti), un remoto lembo di terra incuneato tra Albania, Montenegro e Kosovo ma mi pare di aver capito che da queste parti i confini non sono che una linea immaginaria nella testa dei geografi occidentali. Qui vivono comunità di pastori che applicano un antico codice di leggi, il Kanun, fondato sull’Onore e il diritto di faida ma anche sull’Ospitalità. Arrivare alle Montagne maledette è un’impresa non da poco, con un viaggio in furgone, seguito dalla risalita di una gola di un fiume in barca e poi lo scavalcamento di un passo in quota a dorso di mulo. Sembra ci sia un’ unica persona che faccia da guida agli stranieri verso questi luoghi, tale Lulash Bush, con cui poco fa ho avuto persino una strampalata conversazione telefonica, di questo tenore: ” ..hallo hallo..do i speak with mr Bush?” e lui: “Si, ma se tu dice me io presidente di America, io taglia tu testa”….questa per intenderci sarebbe di tutto il viaggio la sola cosa che assomiglia vagamente, molto vagamente ad una prenotazione o una riserva. Ad ogni modo nelle Montgne Maledette dovrei stare un paio di giorni, per poi, pensate che figata, imboccare un sentiero della retroguarduia dei miliziani dell’UCk ai tempi della guerra del kosovo, per entrare poi in Kosovo appunto attravreso la spettacolare Rugova Gorge. Il Kosovo mi ospiterà il tempo necessario a visitare bellissimi monasteri e moschee, quelli rimasti e la città martire di Prizren, detta la “piccola Sarajevo” per la sua composizione etnico eterogenea e lo stesso destino di distruzione e morte.
Verrà poi una fase del viaggio in cui dovrei ammollarmi a tutta una serie di eventi assolutamente singolari. Innanzitutto passerò da Skopje, dove sono sarò molto onorato di partecipare ad un matrimonio di persone locali, invitato dal padre dello sposo noto artista frequentatore di Capri. Poi mi direzionerò in Bulgaria, e qui la cosa a cui mi devo ammollare è da raccontare ai nipotini se mi riesce. Esiste questo luogo molto bello, detto le Montagne d’Acqua, ammantato di misticismo e magia. Si tratta di 7 laghi di montagna ove ogni anno, nella notte tra il 18 e 19 agosto si raduna una setta strana, detta dei Bogomiti o Deanoviani dal loro fondatore Peter Deanuov. Danzno in cerchio tutta la notte intorno al lago eseguendo misteriosi rituali. Frequentando il loro forum in maniera del tutto casuale, sono stato scambiato per un loro adepto e mi arrivano mail del tipo : “Fratello Palillo, l’ora della grande Illuminazione s’approssima, vieni e apri il tuo cuore all gioia…” E vabbuò mo vengo, sarò il capo-delegazione della fantomatica sezione del Sud Italia dei Bogomiti, che conta un solo iscritto finora, indovinate come si chiama…Mah, il nome della setta è la Fratellanza Bianca, io penso sarà una di quelle cose scopereccie new age, se poi mi trovo in una setta di nazisti omosessuali venitemi a cercare.
Verrà poi la bella città di Plovidiv e i monti Rodopi, ove Orfeo incantava col suo strumento le creature e ove sembra sia uno deigliori posti al mondo per fare una cosa che sogno da tempo: avvistare un orso. Sarò ormai in Tracia e raggiungerò in Turchia Edirne,ove si sfidano in gara lottatori cosparsi di olio di oliva. Ma sarà ormai vicina Istanbul, ove mi ammollo da un amico che mi ha promesso di portarmi al gezi park prima che scompaia. Cose che vanno a scomparire saranno il leit motiv di tutto l’attraversamento dell’Anatolia, per il quale ho diverse opzioni al momento sulle vie da percorrere. La più probabile al momento passa per la fiabesca Safranbolu, da cui viene lo zafferano, e Ankara, ove il bar più figo nientedimeno si chiama qube cafe. Da qui poi mi inoltrerò nel profondo Sud Est della Turchia, una regione sconosciuta a molti delgi stessi Turchi. Esiste una città santa ove nuotano carpe giganti nel Tigri, Sanliurfa. Una montgna con misteriose teste scolpite sulla sommità. E siamo ormai in Mesopotamia (anche se oggi prende il poco rassicurante nome di Kurdistan), quindi dopo il Tigri ci sta l’Eufrate e bordeggiando un confine poco simpatico quello con la Siria,incontrerò le antichissime Mardin, Mydita e Hasankeyf, che spero di fare in tempo a vedere giacchè scompariranno sotto una diga….Dalla capitale del Kurdistan Diyarbakir, costeggiando u altro confine bello tranquillo, quello con l’Iraq, raggiungerò la antica capitale del Regno Urartu, Van, che sorge sull’omonimo lago e ove esiste una razza di gatto unica al mondo bianca e con gli occhi di diverso colore. Costeggiando poi verso Nord il confine con L’Iran (dove se trovassi come avere il visto sogno di piantar la bandierina almeno un giorno), passate le scascate del Muradiye mi apparirà ormai maestoso dinanzi il monte Ararat, ove si posò l’arca di Noe. Sarò quindi ormai in Armenia, ove sta la antica capitale del regno armeno, distrutta dai mongoli di Ghengis Khan, la mitica Ani. Da li attraverserò i selvaggi monti Kackar, ottimi per il rafting e d antipasto delle montagne per antonomasia, il Grande Caucaso, metà finale. Entrerò in Georgia dalle parti di Trebisonda e dopo aver attraversato ancora monti, valli fiumi e luoghi di straordinaria bellezza, alla fine arriverò in un’inaccessibile regione, in una repubblica autoproclamasi detta Abkazia, ai confini della cecenia. Qui sta la regione dello Svaneti, isolata da secoli con il resto del mondo, con scenari da Signore degli Anelli, con i villaggi abitati più alti di Europa,ove gli abitanti parlano una lingua che deriva dal sumero e hanno una serie di bizzarre tradizioni, la più importante delle quali rappresenta il motivo del mio viaggio. Sì, perché giunto qui, alla fine lo troverò, sì lo troverò…..poi mi allungo un attimo nella bella capitale Tblisi e prendo una low cost per Roma, oppure se dovessero avanzare tempo e soldi (ne dubito) mi prendo una nave cargo che attraversa tutto il mar Nero indietro fino alla foce del Danubio dall’altra parte, proprio come fecero loro….. Scusa ma loro chi? e cosa è che devi trovare? Eh giustamente dimenticavo, perché lì, in quella regione nei monti del Caucaso dove parlano sumero, sembra che i fiumi siano gravidi di oro e la gente del posto setaccia i corsi d’acqua con delle pelli, dei velli di pecora o montone, ancora oggi esattamente come 3000 anni fa, quando qui nella Colchide sbarcarono gli Argonauti e trovarono il vello d’Oro. Molti secoli dopo tocca a me ripetere questa avventura e ripercorrere il viaggio degli Argonauti. Ed orsù dunque, parti prode Palillo, alla ricerca del Vello d’Oro!!

Le montagne maledette. Giorno 4- La “conquista” dell’inespugnabile Theth

Se fossi nato in Albania mi chiamerei “Skop i vogél”, traduzione ovviamente di Palillo suggeritami dalla guida Adanes prima di salutarmi e lasciarmi qui con il cavallo Ballash, ai piedi delle Montagne Maledette, poco meno di una ventina di km alla metà. Per la verità, poco ci manca che non siamo manco più in Albania, giacché il confine col Montenegro corre proprio sul crinale della montagna sovrastante mentre quello col Kosovo è sul lato opposto della valle. Ma conta poco la geopolitica: sono nelle Montagne maledette, tutto il resto è terribilmente lontanofoto 1-3

La strada proseguirà su questo alveo di un fiume in secca per altri 4-5 km, prima di inerpicarsi seccamente sulle fauci di quel monte sullo sfondo, il Jeserca. Da li, da qualche parte dovrebbe starci il passo di montagna da scavalcare per immettersi nella valle di Theth attraverso una ripida discesa.

Ad ogni modo non soffro la solitudine Devo dire che questa ascesa alle Montagne maledette pare una sorta di Gran premio della Montagna per scioccati,anzi  una riedizione della Corsa più pazza del mondo per personaggi che paiono usciti dal “Grande Lebowsky” e si industriano in modo bizzarro a scalare la montagna. Avanzando con Ballash, i primi che becco sono due, una coppia, di quel gruppo di motociclisti panzoni tedeschi trovati due giorni prima in battello, per capirci quelli che girano con “l’urna cineraria” di Ozzy Osbourne..: li vedo e li sento gemere in lontananza sul greto del fiume dove si sono impantanati con la moto . Sulle prime, godendo i gemiti, penso si stiano facendo una chiantella e che quindi il mio arrivo col cavallo possa suonare oltremodo inopportuno. Poi intuisco che hanno rotto la moto e stanno quasi piangendo, con lei che impreca malamente contro il compagno; per inciso non riesco proprio a immaginare dove sperassero mai di andare con quella moto atteso che poco dopo la strada si inerpica  quasi verticalmente. Ai piedi della salita più ripida una fattoria, dove un gruppo di pastori è intento nella tosatura degli ovini

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Qui raccatto invece gran parte dei maschioni della sera prima, quelli che dicevano di potercela fare senza il cavallo e con lo zainone sulle spalle: ora a gruppi di 3-4 giacciono rovesciati a pancia in su sugli zaini come vaccarelle di San Giovanni, in primis il turco che faceva più di tutti il gallo sulla munnezza e ora pare aspettare solo un defebbrillatore o una morte dignitosa. Più in alto ribecco il mio amico danese che ha passato qui la notte su un amaca per sfuggire alla tedesca che lo cerca coi cani a fondovalle, in compagnia di un esperto personaggio locale che mi fornirà una serie di consigli molto utili sul cavallo e ci saprà indicare un roveto pieno di squisite fragole di bosco

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E’ chiaro che in un tale contesto bizzarro di sciroccati, io che già di mio un discreto personaggio dovrò esserlo, ora col cavallo al seguito a fare “het-het-pisc-pisc” posso dire alla grande la mia e catturo subito la attenzione e la fantasia di due milfone norvegesi le quali impazziscono con sta storia del cavallo telecomandato e prendono a gridargli “het het” a gran voce facendolo sbizzarrire e costringendomi a usare il tasto “sgarmoooshhh”, quello per cui il cavallo si paralizza e non cammina più. Contando che eravamo in un punto ripido e già allo tremo delle forze, me ne vado maledicendo ste due idiote che paiono contemplare sta scena del cavallo in preda ad una sorta di eccitazione saffica.

A questo punto arriva nel bosco, scendendo dall’altro crinale, il che ci fa intuire che non deve mancare molto alla vetta, un tizio tedesco che pare uscito dal grande Godot: magro come un chiodo, capelli lunghissimi, cammina nel bosco solo con un paio di scarpe sfondatissime e completamente nudo. Dice di essersi bagnato in una fonte poco più sopra ma che la corrente gli ha inavvertitamente portato via i vestiti, poco male perché così assapora meglio il feeling con la natura, e così lui ora scende bello bello col pesce da fuori nel bosco in direzione opposta alla nostra….chissà cosa sarà mai accaduto più a valle quando avrà beccato le milfone norvegesi. Ad ogni modo la vetta non è poi lontana, la vegetazione si dirada e lascia il passo alla nuda roccia, che assume delle conformazioni davvero inquietanti man mano che si sale verso il passo Valbona (ecco il video) 

Il povero Ballash, su strade accidentate e che salgono quasi in verticale, dimostra tutta la sua perizia e grandezza, commuovendomi diverse volte per la vocazione al sacrificio e il suo sguardo tenero. I cavalli sono degli animali davvero di una bellezza e un fascino magico

 

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E ci siamo, ecco il passo in quota e poi la discesa a capofitto verso Theth, nella quale siamo sorpresi anche da un immancabile acquazzone, ma riusciamo a riparare in un bosco di altissime quercie

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Ed eccola sullo sfondo Theth, apparire con le sua case sparse in fondo ad una vallata che pare un buco, la tana di un animale. A poco a poco cominciano a prendere forma anche la bellissima chiesa e la famosa Torre della Segregazione, una sorta di tribunale arcaico per tutti gli abitanti della valle, dove venivano decise controversie in baso alla legge del Kanun, una sorta di legge del taglione in vigore fino ai primi anni’80 e mai completamente dimenticata.Theth-Waterfall-Jeep-Tour

L’indomani trovo anche il tempo per un bagno in una isolata e magnifica cascata, ma dopo le 8 e passa ore per arrivare qui, mi pare una passeggiatina da niente

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Eccomi a te, inespugnabile Theth, è stata un’emozione bellissima giungere fino a te

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Ricorderò sempre con infinito affetto il mio cavallo Ballash, riguardo al quale credo si addica un modo di dire imparato in queste valli

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“Puoi piegare un albanese quanto puoi piegare una montagna”