Il velo di Maya: alba sulle piramidi, tramonto nel Caribe

Giorno 8
La giornata comincia molto prima dell’alba, intorno alle 4 quando mi incammino per raggiungere la sommità del Tempio IV, la piramide consacrata al re Grande Acqua da cui contemplare appunto l’alba. Mi addentro quindi nella giungla del parco archeologico con una simpatica coppia di farmers del Canada settentrionale, che mi raccontano come al loro paese in quei giorni si registri una impossibile temperatura di 38 gradi sotto lo zero (!). Anticiparsi di un bel po’ ha i suoi vantaggi e guadagno un posto sulla sommità della piramide, giusto sotto la stele dedicata al re e al vertice della vertiginosa scala da cui un tempo probabilmente rotolavano giù le teste dei sacrificati. Ora sta solo da aspettare che faccia alba. E cazzo che bello! Da solo o quasi sulla sommità di una piramide Maya nella giungla a contemplare l’alba, ma che fortuna che ho avuto nella vita! Scrivere un diario di viaggio mi piace anche per questo, mi aiuta a rivivere tutta la bellezza delle cose che vedo, che l’animo umano ci mette un po’ ad assimilare.
L’assordante silenzio della notte comincia a essere rotto dai maschi dominanti di scimmie urlatrici, che attaccano con i loro grevi richiami in tutto simili a terrificanti ruggiti. Un’arpia, un rapace simile ad un’ aquila ma di dimensioni ancora maggiori e a forte rischio estinzione, prende a volteggiarmi sopra la testa con fare minaccioso, poi arriva una bellissima coppia di tucani reali ad annunciarmi la comparsa in cielo di Lucifero, il pianeta Venere che splende perfettamente allineata alla piramide usata al tempo come osservatorio astronomico, di cui intravedo la sommità sopra gli alberi: li ricordo di essermi commosso e avere pianto come un bambino. Ormai ci siamo, la luce sta per arrivare, i contorni delle piramidi bucano la vegetazione che pare un mare ai miei piedi. Mamma mia!
Ora devo proprio scappare, ho pochi minuti per attraversare tutto il parco e beccare un autobus, prendo il sentiero che attraversa il sito considerato “mundo perdido”, sette templi in una stessa piazza tutti per me. Fermo un pulmino in partenza verso sud, devo arrivare fino ad un villaggio chiamato Puente Ixhlu’ per beccare la coincidenza per il Belize. Ma il bus strada facendo si attarda a caricare seghe circolari e altra roba da costruzione e non arrivo in tempo utile. Niente panico, poco dopo arriva un altro “colectivo” che marcia fino alla frontiera, poi da li si vedrà.
La strada taglia secca a est costeggiando il Rio Mapan che si getta nel fiume Belize proprio alla frontiera, ove sorge una squallida città chiamata Melchor de Menches. Ciao Guatemala, ora sono in Belize, ex Honduras britannico, paese che della dominazione inglese conserva una traccia visibile. Il paesaggio cambia, la foresta nebulare lascia il passo alle palme che degradano verso il Mar dei Caraibi, tra le casette di legno e le “fincas” degli allevatori. Al porto di Belize city devo scegliere per dove imbarcarmi, le opzioni sono due : la pubblicizzata Ambergris Caye o la meno nota Caye Caulker, una striscia di sabbia rimasta ancora preservata dal turismo più invasivo. Il mio fiuto mi fa optare per Caye Caulker, la scelta si rivelerà azzeccata e poche ore dopo sto a contemplare un tramonto sopra la barriera corallina in uno scenario idilliaco.
Alba su una piramide Maya e tramonto in un paradiso tropicale . Ma io sono uno fortunato

Il velo di Maya- Le Atene e Sparta dei Maya

Giorno 7
Le Atene e Sparta dell’universo Maya si chiamarono Tikal ed Uaxactun, due città forti e prospere ma situate ad una distanza troppo esigua per non finire a essere perpetue rivali una dell’altra. Si successero tra le due potenze guerre e ostilità con esiti alterni fin quando, sotto il regno di Grande Zampa di Giaguaro, in un periodo databile attorno al 250 d.C., non nacque a Tikal il grande generale Rana Fumante. La grandezza di questo condottiero e’ riportata su diverse steli commemorative rinvenute su diversi templi e, caso unico, a Rana Fumante e’ intitolata come mausoleo funebre addirittura una piramide pur non essendo egli un regnante. La sua abilità non si dispiegava unicamente sul campo di battaglia, Rana Fumante era un diplomatico abile al punto da riuscire a stringere un’alleanza con una città rivale da secoli, Teotihuacan: oggetto dell’alleanza era la conquista della odiata Uaxactun. Dai guerrieri di Teotihuacan, Rana Fumante ebbe l’intelligenza di mutuare una nuova tecnica di battaglia, non concentrata più solo su estenuanti corpo a corpo ma basata su una ripartizione delle truppe in ragione dell’armamento, in cui figuravano ora anche ben addestrate centurie di lancieri e lanciatori di pietre, una sorta di primitiva artiglieria. L’innovazione bellica consentì al regno di Tikal di riportare un serie di schiaccianti vittorie nei confronti della rivale Uaxactun, fino a costringere quest’ultima alla resa: Rana Fumante poteva consegnare al suo re Grande Zampa di Giaguaro l’egemonia su un territorio mai stato così vasto, coincidente con tutta l’attuale regione del Peten. Si apre l’età aurea di Tikal, la città arriva a contare oltre centomila abitanti, vengono eretti oltre 40 tra templi e piramidi, tre enormi acropoli sono il cuore pulsante della “metropoli”. Nella pax ottenuta da Grande Zampa di Giaguaro prosperano le arti e le scienze, coltissimi astronomi elaborano dalla cima delle piramidi precisissimi calcoli astrali che precedono di 10 secoli le conoscenze dei “colleghi” europei. Già, gli europei, eccoli che sbarcano nel 1492 del nostro calendario con la loro ansia di sterminio e di porre fine ad una millenaria cultura.
Posso dire di aver viaggiato abbastanza e aver visitato molto luoghi ma Tikal si iscrive a mio parere tra i più belli mai visti. A renderlo magico concorre non solo la vastità e la bellezza infinita dei templi, delle piramidi e degli osservatori astronomici, ma anche la posizione : a differenza di altri siti archeologici dell’area come Palenque in Messico o Copan in Honduras, Tikal sorge in una regione remota e di difficile accesso, nel bel mezzo di una giungla primordiale. Ciò preserva la città dalle comitive di rumorosi maialozzi sbarcati dalle navi da crociera o da visitatori di giornata catapultati fuori da una discoteca di Cancun. Tutto è’ natura a Tikal, la giungla riveste e adorna le falde di molte delle piramidi, ci si muove nei sentieri facendosi largo tra le liane e intimoriti dallo stridere , simile a ruggiti, delle scimmie urlatrici, le vere custodi di Tikal. E, uniti nelle grida di ammonimento a non violare (ancora) il luogo sacro uccelli di mille specie diverse, arpie, tucani reali, are di tante specie diverse, cassiole di Montezuma. Da qualche parte tra gli alberi ci sarà anche lui, il magico Quetzal, l’uccello sacro della cultura Maya pigmentato di dodici colori diversi, il cui piumaggio adornava la pelle appunto del serpente Quetzalcoalt. Per i Maya questo uccello era così sacro che la sua cattura veniva punita con l’uccisione del trasgressore. Ma nei tempi a seguire l’uccello magico non ha ricevuto una analoga tutela e, cacciato senza ritegno, e’ prossimo all’estinzione.
Purtroppo il mitico Quetzal non è stato l’unico a dover subire un destino di sterminio e morte da queste parti: a che titolo noi europei ci siamo macchiati, sulla base di una superiorità soltanto militare, dello sterminio sistematico di una cultura millenaria, una mattanza durata 4 secoli, e’ una domanda a cui non possiamo dare risposta. Ma d’altra parte e’ pur vero che il genocidio culturalmente ci appartiene, il termine fu coniato, pensate un po’, dai rivoluzionari francesi e, se si eccettuano esotici dittatori e macellai africani o dell’Indocina, il genocidio e’ un brand esclusivo dell’Occidente.
Quando si avanzano discorsi circa una supposta superiorità della nostra cultura sulle altre, temiamolo a mente

Il velo di Maya: gli hippie del lago Atitlan

Giorno 5
Si riprende il cammino, direzione est, l’Este degli altopiani, della terra che si inarca un bel po prima di degradare verso il Pacifico. La meta individuata e’ il lago di Atitlan, un bacino manco a dirlo di origine vulcanica e orlato da altre tre o quattro bestioni fumanti. Sul “colectivo” incrocio un simpatico tizio italiano, non più giovanissimo, grande viaggiatore in anni più verdi, esploratore di luoghi estremamente difficili a raggiungersi prima dell’avvento delle low cost e che ora torna in Guatemala a distanza di 30 anni. Tutto gli appare cambiato e deteriorato, come sempre accade quando si ritorna dopo tempo in un post: io di mio ho il terrore a immaginare cosa possa essere diventato il Nepal a distanza di dodici anni e dopo la colonizzazione cinese o a dover scoprire cosa e’ rimasto di quell’angolo di Amazzonia in cui mi avventurai in Ecuador, probabile che una spianata di ruspe e macchinari da estrazione abbia violentato quel magico villaggio indigeno dove trascorsi giorni che ricorderò finché vivrò. In effetti il Guaremala pare un paese per molti tratti in fase di industrializzazione o perlomeno di edificazione selvaggia: si susseguono paesoni che altro non sono che una fila continua di officine meccaniche e depositi di materiale edile; probabile si stia consumando ora qui quella fase di “conquista” del territorio da parte dell’uomo urbanizzato che darà’ luogo a brutture che dureranno secoli. Nondimeno il tizio di fianco a me qui ci ha lasciato un pezzo di cuore e dei suoi trent’anni, quindi ricorda con nostalgia ogni paese o ansa del terreno incontrata. Il problema, non secondario si direbbe, e’ che ha deciso di condividere questa sua saudade di gioventù con la sua compagna, assai più giovane e di tutti altri interessi: lui mi elenca in serie i posti toccati in passato, che vanno dalla Patagonia cilena alla Mongolia interna passando per il Borneo malese, e lei al sentire ognuno di quei nomi scuote il capo con disapprovazione, a mo’ di una madre che legge uno ad uno i pessimi voti sulla pagella del figlio. Sta iperisterica, reclama un suo imprescindibile diritto al l’abbronzatura e a giacere su un lettino ai margini di un bagnasciuga caraibico, e’ preoccupata per il cospicuo vestiario riposto nella valigia che, a suo modo di vedere, pericolosamente e’ adagiata sul tetto del veicolo; sullo stesso pulmino ci sta con la forma mentis di un dissidente sovietico imbarcato su convoglio ferroviario destinato ad un gulag siberiano….non vorrei stare nei panni del marito quella sera stessa quando si appalesera’ la meta prevista, tutto tranne che un posto confortevole e dotato di infrastrutture turistiche “occidentali”. Parlo del lago di Atitlan, che di colpo ci appare sotto il veicolo a est, di struggente bellezza a guardarsi dall’alto, uno scrigno di acqua turchese incastonato tra mille vulcani. Man mano che si scende lungo le sue pendici tuttavia la bellezza scema di un bel po, si disvela l’Occidente arrivato anche qui con la sua veste peggiore: cubi di cemento e palazzacci talmente prossimi alla riva da essere in alcuni casi, letteralmente, mangiato dal livello delle acque e resi inagibili. Questo almeno e’ lo scenario di Panajachel, per i locali “Pana” e porto di imbarco per i tanti villaggi indigeni disseminati lungo la costa del lago: se ne contano una dozzina almeno, tutti o quasi raggiungibili solo in barca , giacché le vie sono impossibili e irte di banditi pare. Il problema e’ ora scegliere quale dei tanti raggiungere : una tizia russa barista del Caffè No Se ad Antigua, con in faccia un sorriso perenne da mezcal e una acconciatura sulla testa al cui confronto quella di Marek Hamsik sembrerebbe la sobria pettinatura di un deputato del Centro Cristiano-Democratico, mi diceva di aver trovato fantastico uno di detti villaggi, San Pedro de la Laguna, ma l’impressione è’ che quella tizia avrebbe trovato fantastico anche Casalnuovo di Napoli se solo gli fosse stato possibile reperire in loco una o più bottiglie di superalcolici. Ad ogni modo mi affido ai suoi consigli, pare che ivi viva una scanzonata comunità di Hippies, che di solito mi stanno simpatici. La lancia salpa dal molo e solca le acque tra i torvi vulcani che ci scrutano dall’alto. In effetti era così, il villaggio e’ abitato da un numero imprecisato di Hippies fuggiti qui da ogni angolo del mondo “civilizzato”. Ma non è’, scoprirò, una caratteristica del solo villaggio di San Pedro, giacché tutti i villaggi costieri fungono da buen retiro di occidentali annoiati o disgustati dall’ordinaria vita della madrepatria: canadesi, tedeschi, russi, belgi, americani ripiegati qui a trovare un difficile amalgama con i nativi Maya, che li osservano perplessi. Vi sono tuttavia delle originali differenze tra le varie comunità di ospiti Hippies da un paesino all’altro: credo che ciò che distigue gli Hippies annidiati in un posto o l’altro sia il tipo di lesione neuronale riportata, il punto preciso delle chiocche dove l’acido o lo stupefacente di sorta abbia quel giorno x toccato le sinapsi…….così stanno quelli di San Marcos a la laguna presi dalla metempsicosi e la trasmigrazione delle anime, gli Hippies di Jabalito flashiati con la musica techno e i rave, ogni paesino ha la sua dose di inceppamento diverso: quello di San Pedro, dove sbarco io, vede la massima concentrazione mondiale di ingrippati per quelle sfere di fuoco rotanti, tipo giocoleria di strada a punkabestia. Andranno avanti tutta la notte a far rotare ste palle di fuoco e anche un po le palle vere e proprie, intese come genitali, mentre i nativi maya al tramonto si rifugiano a elevare canti evangelici al Signore in parrocchie ricavate in sudice barracche di lamiera. La comunità di Giratori di palle infuocate di San Pedro ha addirittura l’onore di ospitare, dicono, due fuoriclasse massimi interpreti della disciplina: si tratta di una strampalata coppia formata da una stangoma dell’est europa, forse russa, e lui americano, soprannominato Barbarossa o in idioma originale appunto Red Beard. In effetti erano davvero bravissimi a far girare quei cosi.
Andando via da San Pedro l’indomani, con disappunto e raccapriccio scoprirò dalle parole di un olandese che Barbarossa non deve il suo soprannome alla pigmentazione della sua barba (che in effetti era nera) ma ad connilingus eseguito una volta alla stangona russa nei giorni sbagliati del mese….
Ci potevo capitare solo io in sto posto

Il velo di Maya: D- Day, il giorno dei miei quarant’anni in cima ad un vulcano

Giorno 4
Dunque e’ questo il D-day, il giorno intorno a cui ruota tutto il viaggio o almeno esso ne trae spunto, il giorno del mio compleanno, il quarantesimo.
A conti fatti si rivelerà un giorno come tutti gli altri come esattamente volevo, senza particolari festeggiamenti ma condito solo dalla cosa che in questi primi quarant’anni più di ogni altro mi ha rapito e ha dato un senso ormai alla mia vita stessa: viaggiare.
Per l’occasione scelgo cmq di scalare un vulcano, forse perché inconsciamente attratto dalla idea di vita che si rigenera dopo ogni eruzione, non so, le pippe di autoanalisi freudiana e similari mi acchiappano poco. Ad ogni modo qui, per chi si sveglia con l’idea di voler scalare un vulcano attivo, la vita e’ facile come per chi la notte in un bar di Phuket abbia voglia di rimorchiarsi un trans: vi è l’imbarazzo della scelta; nei paraggi della sola Antigua se ne contano 4 attivi e freschi di eruzione. Ero attirato da uno chiamato Fuego ma sembra sia un po’ troppo attivo,’tante è’ che erutta ogni notte e non è visitabile, così mi decido per uno chiamato Pacaya, anche perché la è’ diretta una simpatica comitiva di sciroccati conosciuta al bar la sera prima tra i fumi del mezcal. A proposito, che magnifico postaccio che ho beccato, tale Caffè No Se! Sarebbe nelle intenzioni una sorta di caffè letterario con annessa libreria e in effetti vi si rinvengono parecchi aspiranti scrittori convinti o ardimentosi di poter essere i nuovi Kerouac e Faulkner, pensiero che ogni tanto rapisce anche me specie quando sto un po’ ciucco. Gli antiguenos o i veterani del posto forse considerano il caffè No Se un ritrovo di gringos de mierda ma cmq a me piace da morire, a metà tra un caffè-libreria e una bettola di alcolizzati, a seconda dei punti di vista o dei momenti, di sicuro affollato da un’umanita’ estremente variegata e viva, in molti casi problematica ma mai scontata. E poi i bar frequentati da tipi alla Roberto Mancini mi hanno sempre fatto cagare e ‘l’idea stessa che si vada in un locale per ostentare o simulare una posizione sociale, un vestito o qualche altra fregola da complessati del genere mi fa venire proprio la voglia di pigliare un lanciafiamme. Qui servono questo mezcal, una sorta di tequila grezza che propinano come illegale ma credo sia una trovata semi-pubblicitaria per alzarne il brivido in chi lo consuma, per donare un’aurea da proibizionismo americano anni’30 o un più pragmaticamente come quel brand “parentely advisory” che le band musicali sono liete venga apposto sui propri cd. Se fosse davvero illegale, sarebbe mai appeso un cartello sulla porta? Qui ad ogni modo recupero questa scalcinata banda di gente con cui l’indomani andare a scalare il Pacaya: una sorta di Saffo dei giorni nostri, poetessa o aspirante tale australiana e la sua compagna malese che pare sinceramente un po’ fulminata e viaggia sempre in compagnia di un suo altro inseparabile compagno: un pupazzo di ingombranti dimensioni di Hallo Kitty. E poi sta Joshua, un vero cowboy dell’Arizona che si paga i suoi continui viaggi intorno al mondo allevando vacche (e marijuana). La partenza per il Pacaya avviene prima dell’alba, ci si inerpica prima con un Van per ste strade impossibili costruite dai guatemaltechi, montagne russe con infiniti saliscendi e gimcane tra ostacoli naturali insormontabili. Si poterebbero costruire forse tunnel per accorciare ma questi costano e poi a bucare la terra qui credo si rischi davvero grosso. Si perché l’intera superficie del Guatemala e’ un enorme vulcano, un po’ come la pelle di un ragazzino nell’età dello sviluppo devastata dall’acne: qua e la si innalzano brufoli o pinnacoli più alti ma ovunque sotto sta sto magma che rigonfia e stortella la pelle, in una infinita serie di coni e cunette. In mezzo i locali ci hanno costruito ste colate di asfalto per spostarsi ma consapevoli che la Natura prima o poi si riprenderà il maltolto. Vivere al cospetto dei vulcani o anche di uno solo dona un innato senso di precarietà alla stessa e anche noi napoletani credo lo sappiano bene. Un arguto amico francese mi fece una volta notare come il dialetto napoletano, che a tutti gli effetti e’ una lingua a se stante con un sua forbita grammatica e migliaia di vocaboli, presenta una enorme, apparentemente incomprensibile lacuna: non contempla il tempo futuro. Stranissimo a pensarci ma è così, i verbi al futuro in napoletano si coniugano al presente. Il futuro in un certo senso non esiste. Sarà l’influenza del Vesuvio? Mi piace pensare di si: con i vulcani si è forse consapevoli che la Natura ci lascia porzioni di lei solo temporaneamente e che tutto prima o poi le appartiene di nuovo, e’ una sorta di comodato d’uso che ci viene concesso non una proprietà.
L’ascesa vera e proprio comincia poi da un poverissimo villaggio maya chiamato San Francisco, nei pressi del quale però segnalo una nuovissima centrale geotermica alimentata dai vapori sulfurei e dalle solfatare del vulcano: non inquina e da energia a un milione di persone. Succede in Guatemala, magari qualcuno prendesse nota in Italia.
La foresta nebulare piena di piante e uccelli bellissimi a poco a poco si dirada e lascia il posto al “paramo”, la macchia di arbusti e licheni unica ad attecchire sopra i 2.500 metri. Poi è il mare nero di lava a prendere il proscenio e a mangiare tutto. Solo lava nera a perdita d’occhio, in alcuni punti ancora fumant; oltre un certo punto non si può andare e il mio desiderio di guardare dentro il cono resterà tale (una deficiente mi aveva detto di esserci riuscita ma sarà stato il mezcal). Mi prendo cmq la briga e il rischio di allontanarmi dal limite del sentiero e scalare per un altro mezzo km da solo il mare di lava. La vetta e’ lontana e irraggiungibile ma almeno resto da solo a contemplare il bestione fumante. Sto a fissarlo per un bel po e forse un senso a questo scoccare dei miei quaranta anni lo trovo, ma me lo tengo per me.
E ‘ stata dura ma è passata anche questa

Il velo di Maya: Antigua, un fiore adagiato sulla lava

Giorno 3
In questa zona di mondo, intesa come America Centro-merididionale, vi sono diverse città col nome “Antigua”; d’altra parte il termine in spagnolo significa semplicemente “antica” e se intuisce la facile riferibilita’ a tante cose. L’Antigua dove mi trovo io e’ antica assai e meravigliosa davvero. La costruirono gli spagnoli nel 1540 (agli albori del genocidio perpetrato qui dunque) e ne fecero subito la loro centrale operativa. La città sorge in un fondovalle incastonato tra 4 vulcani posti in corrispondenza quasi magica con i 4 punti cardinali, mentre i nomi dei bestioni fumanti e sovente eruttanti richiamano in parte un’altra fenomenologia quadripartita, quella dei 4 elementi: un vulcano si chiama infatti Agua, un altro Fuego e se vi è qualcuno tra i lettori che ha partecipato all’ultima caccia al tesoro starà notando qualche felice o sinistra (a secondo dell’esito finale) analogia. Coincidenze, anche perché i rimanenti due si chiamano poi Pacaya e Acotenango, il “top player” per attività e anche altitudine col suo svettare sopra i tremila. Antigua magicamente riposta dunque in fondo a questo idilliaca suburra di elementi e’ un autentico gioiellino coloniale: costruita secondo i canoni dell’architettura cd militare dell’epoca, presenta una pianta rettangolare e un numero impressionante di edifici storici e chiese barocche per lo più in rovina. Aqquartieramenti militari e edifici del clero cattolico, il braccio e la mente dello sterminio insomma. In mezzo, fulcro della vita locale, il Parque Central, una sorta di gigantesco patio adorno di bellissime piante tropicali e circondato da magnifico edifici. Mi alloggio a pochi metri da esso, in una stanza immersa anche essa in un giardino tropicale e che inquadra nella finestra perfettamente uno dei 4 vulcani, l’Agua che al mio arrivo erutta pure un po e lascia intravedere alcuni rivoli di lava. Mi innamoro subito del posto, delle sue vie acciottolate che sembrano non condurre da nessuna parte, giacché ,attesa la geografia dei luoghi e la pianta della città, da Antigua pare impossibile uscire. Di certo non avrei cmq voglia di farlo per ora e poi qui ho due guide d’eccezione, una sorta di numi tutelari pescati tra le colonne della Vecchia Guardia del Qube. Il primo e’ Ottavio e lavora in banca: e’ un sodalizio operativo decennale che si rinnova ad ogni mio viaggio, abbiamo un rapporto tipo l’astronavicella spaziale spersa in qualche galassia strana e sempre diversa ,e la torre di controllo a terra, il centro operativo a cui sovente inviare messaggi del tipo “Houston, abbiamo un problema”. Ricordo i viaggi “pidocchiosi” degli anni addietro, vissuti con l’incubo e la certezza che presto o tardi i 4 soldi che avevo sarebbero finiti e stavo la a chiedere resoconti bancari ogni mezza giornata. Nondimeno mi arrisicavo (come tutt’oggi) in posti sbrevezi e senza alcuna idea di quantificazione preventiva di spesa prevista,diciamo. Ricordo una volta, una dozzina di anni fa , quando mi apprestavo a raggiungere da un paese limitrofo addirittura il Nepal e pensai di mandare un messaggio al fido Ottavio per sapere quanto mi restava da spendere, che magari poi tra le montagne himalayiane sarebbe stato difficile comunicare o tenere il conto delle spese…..la memorabile risposta fu :” coglione, ti restano 240€ sul conto, in pratica non potresti andare manco a Formia, figuriamoci a Katmandu’!” Oggigiorno la situazione da quel lato chiaramente e’ più florida e non devo stare li a centellinare le monetine, nondimeno trovo sempre il modo di incasinarmi per altre vie con sti codici internazionali delle carte che cambiano da paese a paese e altre diavolerie tecnologiche, come già ampiamente documentato a New York. Ecco anche qui in Guatemala ripeto l’incidente delle carte che non funzionano e parte la chiamata alla Ground Control di Houston, che mi risolve il problema.
L’altro mio nume tutelare qui e’ invece poi lui, the king Arturo, che ad Antigua ha addirittura vissuto e sa indicarmi i posti non scontati da vedere, persone da incontrare, bar e taverne da visitare e quelle da scartare. Guidato dai suoi consigli, mi sento un po’ come Dante con Virgilio nella selva oscura di viottoli e bettole di Antigua.
Tra il trambusto delle scassate automobili che scarrozzano sullo sconnesso acciottolato seicentesco e il vociare sommesso delle minute venditrici maya, cala la notte su Antigua. Nei posti prossimi all’equatore il tramonto e’ più repentino che alle nostre latitudini, il sole ci mette meno a tramontare e pare quasi che di colpo abbiano spento la luce. Di conseguenza e’ più brusco anche il cambio di umore, in quella che Dante con il verso poetico più geniale mai letto definisce “l’ora che volge il desio ai naviganti”. Eh già, di giorno il marinaio sul mare si affretta e non pensa a dove si trova attorniato dalla luce: e’ al calare della notte, al tramonto, quando il mare diventa un nero gigante informe che pare stritolarlo, che al navigante subentra la tristezza e il ricordo di casa. Io per ora navigo in terraferma e più che altro mi prende brutta l’idea che l’indomani avrò quarant’anni. Cominciano ad affollarsi pensieri cupi e bilanci, preoccupazioni e resoconti: tutta roba buona da affogare nel metscal, il progenitore grezzo della tequila forse illegale ma che contrabbandano piuttosto allegramente qui. Non troppo però, che domani all’alba si scala un vulcano: quello meraviglioso che, oltre i tetti e la cattedrale, contemplo ora dalla mia finestra

Il velo di Maya- la Grande Mela

Giorno 2
Giornata all’insegna di relazioni ossimoriche, ovvero di estremi costretti a convivere, quella cui vado incontro. Ossimori come i grattacieli di New York della mattina e i vulcani degli altopiani del Guatemala che raggiungerò in serata. E un’altra relazione strana che si appalesa da subito e’ quella tra alti e bassi: alti come quelli dei grattacieli, dei vulcani o dell’aereo che congiungerà i primi ai secondi, e bassi come quello della metro di New York in cui presto mi perdo. Si, davvero un casino sto metro’ un po retro’ con indicazioni variamente interpretabili e tanti treni di diverse linee che corrono su pochi binari. Ad un certo punto, stressato dall’idea di stare sprecando sottoterra parecchio del poco tempo a disposizione decido di risalire in superficie: mi ritrovo a Nolita, simpatica crasi per North Little Italy, quartiere giudicato tra i più cool del momento nella Grande Mela, con questi ex blocks anni’50 in mattoni e con scale di emergenza in ferro battuto, riadattati a loft di lusso per la borghesia radical chic. Poco dopo e’ la volta della Little Italy vera e propria, o di quello che ne resta: già 28 anni fa, quando da ragazzetto mi ritrovai qui a festeggiare il mio, figuriamoci, dodicesimo compleanno, si intuiva che di Italia ne era rimasta ben poca. Ora la scena e’ più che mai artefatta, gli ex paisa’ un tempo poveri emigranti costituiscono in media uno dei ceti dominanti del tessuto sociale americano, stanno in politica, in finanza e abitano in lussuose dimore del New Jersey e delle new town residenziali appena fuori Manhattan. Nondimeno resta qui una spasa di pizzerie e ristoranti italiani gestiti da persone di etnie disparate. Il primo che incontro, proprio all’ingresso di Little Italy e’ intitolato alla Grotta Azzurra, seguirà uno che richiama i Faraglioni, poi e’ un susseguirsi di dispensatori di pizze surgelate e paste alla bolognese precotte che inneggiano al Vesuvio, alla Bella Napoli, Marechiaro e Pulcinella: che piaccia o no, l’immagine dell’Italia all’estero e’ l’immagine di Napoli, e la percezione dell’italiano medio vista dagli stranieri e’ l’immagine del napoletano, nei suoi pregi e difetti. Parlo dell’immagine stereotipata e basata su luoghi comuni, che in un modo o nell’altro e’ fondativa ed è quella principale nelle relazioni tra culture. Finita la pantomima di Little Italy, ne comincia un’altra analoga, Chinatown, ormai simile ad un qualsiasi quartiere a prevalenza cinese delle città occidentali, con gadget contraffatti e cianfrusaglie destinate ad acquirenti low cost. Conservavo un ricordo di bambino di Chinatown come di quel posto dove avevo visto friggere strani insetti, forse cavallette, e appese alle pareti di ristoranti e salumerie stavano zampe di gallina destinate al desco, che mi impressionavano. Ora naturalmente non ve ne è più traccia e andando avanti arrivo a qualche altra cosa di cui non v’è più traccia ma assai più grande e doloroso delle zampe di galline: era questo fra tanti il posto che in così poco tempo ci tenevo a vedere, il sito ove sorge il memoriale dell’11 settembre, cd Ground Zero. Suscita un’impressione forte, con questo squarcio nel bel mezzo della selva di grattacieli e con gru e pale meccaniche alacremente all’opera a ricostruire in fretta e tappare lo sfregio subito. In mezzo, un’opera davvero bello proprio in corrispondenza delle ex fondamenta delle due torri: due enormi vasche a diversi livelli, la più bassa dei quali inghiotte tutta l’acqua senza lasciar intravedere il fondo, a conferire un immediato senso di tragico e anche a voler fungere, ritengo, da battistero, con l’acqua che lava via la morte. Tutto intorno, sulle sponde delle vasche di nero alabastro, i nomi delle vittime, tra cui mi colpisce la enorme quantità di cognomi di origine italiana. V’è tempo ancora per una breve visita a Central Park, una sorta di enorme giardino condominiale per ricchi che vivono tutt’intorno ai 4 lati e una puntata al MoMa, che ospita una imperdibile mostra del genio Pollock. All’uscita un tizia fuori di testa compie un gesto simile a quello che il grande artista faceva alle sue tele: mi azzecca addosso una marina di rascata, di quelle verdi catarrose, così senza motivo mentre bestemmia in qualche lingua slava.
E’ tempo, si va, mi aspetta il Guatemala e il suo coacervo di vulcani e culture, e a tarda sera arrivo con un “chicken bus” (gli sgangherati e variopinti pulmini locali) dall’aeroporto di Città del Guatemala ad Antigua, la antica ex capitale coloniale. L’Occidente sembra subito molto lontano…

Il velo di Maya: Prologo

Prologo
“Il velo di Maya” e’ un’invenzione del filosofo Arthur Schopenhauer, che sostanzialmente ritiene la vita un sogno: tale velo sarebbe apposto dinanzi ai nostri occhi alla nascita, impedendoci di comprendere appieno la conoscenza e la percezione della realtà, se non in misura sfocata e illusoria. Si tratta di concetti che l’autore mutua dalla filosofia induista, dove il termine “maya” rimanda alla creazione o a qualcosa attinente alla misura, quindi ci appizzano poco o niente i Maya intesi come popolo precolombiano del centro-America dove sono diretto, nondimeno l’ho scelto come nome del diario un po’perche mi piacciono assai i giochi di parole un po’ perché la metafora si addice assai al senso di questo viaggio.
Non temete, la finisco subito con queste pippe pseudo-intellettuali, semplicemente il viaggio in questione prende le mosse dall’anniversario dei miei quarant’anni, che cade nel bel mezzo di esso: si tratta nel senso comune di una ricorrenza particolare, i 40 anni, la fine di una fase della vita più o meno associata all’idea di “gioventù” e l’inizio di un’altra, chissà, dominata da altri valori, non saprei. E’ forse il momento giusto in cui ci si spoglia del “velo di Maya” e si prende a guardare il mondo nella sua realtà, scevro dai sogni e dalle illusioni della “vita precedente”? E’ la domanda che funge da incidente narrativo al diario, cui magari darò una risposta girovagando tra New York, Guatemala e Belize. Ah già, perché tra tutte queste chiacchiere qua non ho ancora svelato il piano di viaggio: beh rispetto ad altri itinerari pare meno complesso, anche perché in grossa parte non vi ho ancora pensato, quindi faccio ancora in tempo a incasinarlo come piace a me. Partiro’ per New York, dove ho lo scalo aereo prolungato, un giorno e mezzo tra un aereo e l’altro e il rincoglionimento del fuso orario, un tempo francamente ridicolo per vivere una realtà così grande ma tant’è: proverò a dare un minuscolo morso alla Grande Mela.
Poi si parte per il maestoso Guatemala: jungle, vulcani e vestigia Maya, un’avventura da cui mi aspetto tanto e che ho scelto dopo lunghissima selezione come meta per questa ricorrenza. Alla fine da un punto non lontano dalle piramidi di Tikal, dovrei sbucare in uno stato confinante, il Belize, fatto di straordinari atolli e una magnifica barriera corallina : la meta finale per ora e’ un misterioso buco nella barriera corallina stessa, forse generato da un meteorite caduto millenni fa e che da luogo ad un abisso senza fondo e impossibile a misurarsi, il cosiddetto Blue Hole appunto. Ma ci devo arrivare…
Insomma di cose in pentola ne bollono parecchie, a tutti i livelli, perché per ora ho scelto come tappa di avvicinamento questo simpaticissimo ristorante-albergo, da Benito al Bosco: altro che Guatemala o Belize- ex Honduras Britannico, qua stiamo a Velletri, castelli romani, e Benito e’ il paffuto e anziano proprietario. Ha l’aria paciosa di chi ha capito da tempo che il mondo e’ tutto un teatrino, ha una carrellata di foto infinita con presidenti e celebrità venute a trovarlo; da ultimo Renzi che vicino a lui in foto ha l’aria dell’universitario fuori sede che torna a Natale a casa e deve trovare il coraggio di dire ai genitori che ha speso gli ultimi sei mesi in sbronze e minchiate e non ha fatto manco un esame, tutte cose che i genitori sanno già ma lo accolgono cmq a tavola. A Benito cmq sembra fregargliene davvero poco di sto andrivieni di presidenti e teste coronate, l’unico il cui ricordo sembra scaldargli il cuore e’ l’amico di vita Ugo Tognazzi, che qui veniva a fare scorpacciate di funghi e dove ha scritto con Zavattini la sceneggiatura originale della “Grande Abbuffata”. Ovviamente non potevo esimermi da un tributo al maestro Tognazzi ed ho mangiato cumm nu puork, talmente tanto che mi piglio scuorno di scrivere il menù.
Più che il velo, per adesso si disvela il “colesterolo di Maya” insomma

Il Milione: finale nucleare

Conclusione
Quella in foto e’ la centrale nucleare, tutt’ora in funzione, di un paese chiamato Ignalina, nella Lituania settentrionale, una sorta di Chernobyl potenziale o forse anche già una Cripto-Chernobyl. Tra l’altro l’immagine e’ di repertorio perché una vecchia legge di epoca sovietica, recepita poi dal parlamento lituano, espone chi fotografi siti come questo al rischio di un’accusa di spionaggio internazionale. Ne’ io dal mio canto avevo poi tutta sta voglia di avvicinarmi più di tanto a sto luogo sinistro. In effetti sto paese dal nome buffo, Ignalina (e che sorge tra l’altro vicino un parco nazionale stupendo e incontaminato) pare proprio la trasposizione terrestre di Springfield, il paese dei Simpson, coi suoi abitanti che vagano stralunati tra un centro commerciale e una pompa di benzina con alle spalle sto mostro quiescente.
L’ho scelta come luogo simbolico ove concludere il mio viaggio perché mi è sembrato abbastanza coincidente con esso in senso metamorfico. Una mostruosa creazione dell’uomo che si frappone alla bellezza di una natura rigogliosa, cosi’ come un’assurda creazione umana come la guerra (in Ucraina) si è interposta al mio fantasioso e bellissimo disegno di viaggio originario. Ma ad ogni modo e’ stato bellissimo anche così, un itinerario nel cuore di un’Europa diversa, in alcuni punti quasi dimenticata.
La centrale nucleare e’ forse per metafora anche di qualcos’altro che ora si rende necessario: il ritorno alla realtà., dopo quasi venti giorni trascorso zaino in spalla nella beata incoscienza che caratterizza un viaggio del genere. Un volgare aereo da Vilnius mi riporta indietro, ridicolizzando in poche ore il cammino faticoso di tanti giorni tra città, laghi, fiumi e montagne; una velocità, quella degli aerei che brutalizza il percepire degli uomini: in un viaggio la terra va messa sotto i piedi, va vissuta, così da cogliere il paesaggio che cambia, le abitudini e i costumi delle varie genti che cambiano, altrimenti finiamo per somigliarci banalmente tutti dappertutto, questa e’ la mia idea di fondo. L’aereo ripercorre all’inverso il mio percorso e con nostalgia dall’alto un po’lo rivivo: quella assurda città di confine chiamata Suwalko dove niente e nessuno sapeva di cosa fosse la Lituania posta Lia pochi km, la foresta dei bisonti popolata da bisonti umani perennemente ubriachi, Varsavia e il suo ghetto fantasma, Cracovia e le sue folli notti, la Slovacchia dove tutti vanno invece a dormire presto e dove sta quel villaggio di mostri sul lago che pare uscito dal film “Hostel”, il castello di Spis con quei due imbroglioni che si spacciano per maghi, le grotte senza via d’uscita di Aggtelek dove vagano i fantasmi del prof Petre e famiglia da 70 anni, le colline del vino buono come il Sangue delle Belle Donne, Budapest adagiata regalmente sul Danubio, la sonnolenta Drava che bagna Ptuj dove partecipai a quel folle festival di Vino&Scrittura, Lubiana che pare una piccola Amsterdam, il lago di Bled che pare uscito dal “Signore degli Anelli”, il monte Tricorno con quella assurda strada costruita dai prigionieri russi, Caporetto coi suoi boschi intrisi di sangue italiano, il colore acquamarina dell’Isonzo dove felice scendevo in un pericolosissimo rafting, Udine deserta il sabato di ferragosto e il Canal Grande a Venezia dove arrivai dopo quasi 48 ore senza dormire in una sorta appunto di estasi di felicità da inizio viaggio. E come sempre, dall’aereo ripeto in gesto scaramantico, quello in cui ripenso al momento (che vi è sempre) in cui mi sono detto durante il cammino e le sue asperità “ma chi cazzo me lo fa fare?” Eh si, e’ capitato anche quest’anno, su dei monti freddissimi e pieni di nebbia chiamati Tatra, quando semi-assiderato in bermuda dovevo raggiungere il confine con la Polonia. Mi chiedevo soprattutto come avevo fatto mai a non considerare che a quelle latitudini le temperature e le condizioni atmosferiche non potevano che essere tali e invece io avevo preventivato, chissà perché, di trovarmi a passeggiare tra ridenti e soleggiate colline, manco fossi in Sicilia. Ma forse e’ vero che, come canta Battiato, “per chi sa rimanere incosciente, le colline sono sempre in fiore”.

Il Milione : finally Vilnius

Giorno 16
Anni fa, su un treno in Italia, mi capito’ di assistere ad una scena particolarmente simpatica. Sul gioiello delle linee ferroviarie italiane, il celeberrimo Frecciarosaa, negli spazi angusti e costipati dei suoi interni più simile a quelli di un sottomarino che di un treno passeggeri, monta su un tipaccio, un bestione tutto muscoli e tatuaggi, capello rasato e pizzetto, un’aria da carabiniere fanatico e/o da ultras di squadra di calcio. Nel sollevare con la sua erculea forza la valigia e nel riporla nelle apposite cappelliere in alto, gli deve succedere una mezza mossa dalle parti dell’intestino e la cosa non sfugge ad un altro passeggero, un pacato signore anziano,il quale con calma olimpica e accento romagnolo stigmatizza: “hai fatto una scorreggetta…..” Il bestione subito, con accento super-napoletano: ” che cccosaaa???!!”- “hai fatto una scorreggetta….l’ho sentita qui , sulla pelle…..”- “u nonn, ma stai a foraaaaa!!!”
Embe’ sarei ben felice di poter definire ora “scorreggette” questa sorta di eruzioni di metano e azoto immesse nell’atmosfera da sto bipede umanoide che siede accanto a me in dormiveglia su sto bus che sale da Parigi fin su a Pietroburgo attraverso anche la Polonia, dove monto su, e la Lituania dove invece scendo. Credo mi sia finito a fianco non per caso tra l’altro ma per un disegno preciso, un piano punitivo applicato con dovizia. Esiste una regola quando si monta su un bus a lunga percorrenza, un trucco per avere un viaggio per quel che si può confortevole: fare subito un enorme sorrisone e mostrarsi simpatico con l’hostess o con chi cmq sovraintende al l’assegnazione dei posti. Io invece mi vado subito a impelagare con sta stronza di hostess, la quale si intallea in una questione se farmi prima il biglietto o farmi posare prima il bagaglio e si mostra a livello logico una seguace di quella filosofia medievale cd della Tarda Scolastica, quella del famoso “paradosso di Buridano”. L’asino di Buridano ha davanti a se due govoni, uno di fieno fresco e uno di paglia rinsecchita ma non sapendosi decidere perché tutte le scelte sono quantisticamente uguali e di pari valore, finisce per morire di fame. La hostess dice che devo fare il biglietto ma non ricorda al momento quale sia il prezzo, poi devo riporre il bagaglio nel cofano ma solo dopo aver pagato il biglietto. A bordo non si può salire col bagaglio ma il bagaglio non posso metterlo nel cofano fino a che lei non mi fa il biglietto, così se ne esce che devono ripartire e che non posso salire a bordo. Ci sfanculiamo abbastanza pesante e salgo alla fine a bordo si, ma ovviamente vengo messo in castigo. In un bus double-decker con il piano di sotto ben climatizzato e semi-vuoto con comodi sedili reclinabili, io vengo invece spedito nel lazzaretto del piano di sopra, tra gente in viaggio da due giorni e che ronfa, peti e soprattuto una allucinante fetamma di piedi. Proprio davanti a me stanno una donna a cui puzzano talmente tanto sti giganteschi piedi bovini che è qualcosa che non si spiega. Cmq storto o morto arrivo alla fine in Lituania a Vilnius, tappa quasi finale del mio viaggio. Bellissima città questa Vilnius, il centro storico piu grande d’Europa, uno scrigno di arte barocca ben conservato innestato su un contesto vitale e cosmopolita. La società lituana, oppositrice fiera prima del nazismo e poi dei sovietici sebbene non sia che un piccolo paese, possiede un forte senso di identità nazionale unito ad una percezione di se come di un popolo europeo. Una menzione particolare per il numero cospicuo di cameltoe riscontrati per le strade,’per via della vocazione sportiva di questo popolo sempre in tuta. Riscontrabile anche una forte vocazione commerciale in questa Vilnius, da sempre città di mercanti ebrei posta sulla cd via dell’Ambra che infatti qui viene ancora lavorata e venduta. P.S.: a Vilnius cmq veniteci a comprare l’ambra, l’argento lavorato, le ceramiche e tante cose ancora, ma non pensate mai di comprare qui del l’intimo maschile: avevo bisogno di comprare un boxer o uno sleep qualsiasi, che non ero riuscito più a fare la lavatrice. Mi accontentavo di uno qualsiasi,senza particolari velleità estetiche eh, ma avrò speso ore e ore a girare e alla fine l’unico che sono riuscito a trovare e’ sto catafalco qua, sto cesso di mutandone visibile in foto….altro che cameltoe

Il Milione: gli ultimi bisonti

Giorno 15
Si, lo ammetto: rimango un provinciale. Per quanti mi sforzi di viaggiare su e giù, finisco per corservare sempre una scorza capresotta che non si lava via: da noi e un po in tutti i piccoli centri si rimane troppo legati ad un’idea di “piazza” come fulcro raccolto di una comunità, luogo intorno a cui ruota la vita e ci si incontra tutti prima o poi. Cosicché qui a Varsavia, quando ho appreso che il bus a lunghissima percorrenza proveniente da Parigi ed in proseguimento per le repubbliche baltiche sarebbe partito dalla piazza Centralna di Varsavia, beh ho pensato che mi bastava andare “miez a chiazza” un dieci minuti prima e un posto l’avrei trovato. Miez a chiazza, si! O cazz! Uno poi si deve andare a ricordare che ci stava sto Gesù Cristo di razionalismo sovietico, che sti cazzo di comunisti andavano a costruire ste piazze squadrate lunghe e larghe km e km che ci si potrebbe costruire sopra non uno ma tre aereoporti tanto che so grandi. Naturalmente in quella landa desolata manco per il cazzo trovo l’angolo remoto da cui dovrebbe partire sto bus ( e’ pure l’alba e quella appena finita era stata pure una seratina simpatica) poi nei pochi minuti convulsi che mancano al fischio finale decido di fare la giocata sbagliata, puntare tutto sull’ufficio informazioni dove siede una vecchia rincoglionita che parla inglese come io parlo swahili e che, mentre prova a telefoanre una sua amica che parla le lingue, si becca un bel “sta maronn i strooonza” gridato a molti decibel di potenza. E niente si cambia percorso, si fa una tappa che avevo soppresso: la foresta dei bisonti! Si tratta di una regione remota ai confini con la Bielorussia e ora che ci sono stato credo di sapere perché siano rimasti solo li e non altrove: e chi cazzo li va a cecare in quel posto sperduto? Arrivarci infatti comporta un giro per tutta la campagna della provincia orientale polacca, che non ricorderò come uno dei posto di maggiore fascino mai visti. Alla fine cmq arrivo in questa città chiamata Augustow, nella regione dei laghi Masuri dove pure si consumo una cruciale battaglia della prima guerra mondiale tra russi e tedeschi. La vittoria ottenuta da Hindenburg qui tra l’altro, unita all’uscita di scena della Russia per via della rivoluzione del ’17, costituirà il presupposto della nostra disfatta a Caporetto, prima tappa del viaggio ma passiamo appresso. Augustow, situata in mezzo a grandi laghi tutto intorno ce pare quasi un’isola. Vi trovo una graziosa guesthouse un po carestosa ma con una locandiera estremamente gentile e simpatica. Ecco quest’ultima espressione “gentile e simpatica” e’ una litote, una figura retorica per cui si afferma una cosa negandone il contrario, di cui forse gia parlai pure nel diario dell’anno scorso. Un esempio di litote che ci proviene dalla letteratura e’ “Don Abbondio non era nato col cuor di leone” per intender dire che era un cacasotto. Ecco l’espressione “donna gentile e simpatica” vale qui a dire che era nu maronn i cess. Esteticamente assai diverso e’ invece il marito di lei, un gigante d’ebano mulatto che deve avere la stessa voglia di lavorare che ha il Berlusca di farsi processare dai giudici di Milano. Mentre lei sta indaffarata a fare tremila cose insieme,lui se ne sta bello sbivaccato a fumare e godersi tutti gli effetti collaterali del suo Big Bamboo, con lei che mentre cucina e parla a tel e porta i bagagli e pulisce i mobili gli manda tanti baci amorosi con la mano. E quando la poverina mi dice che il suo husband will take care of me e mi fornirà una bicicletta, chill mi squadra con un’aria come se manco dovesse andare sulla luna a recuperare un pezzo di asteroide . “Azz e tu vuo’ na bicicletta a quest ora, e ma non ho le chiavi del catenaccio, non ho il gonfiatore etc” ; alla fine dopo mezz’ora di vuommicherie mi rifila un catorcio con le ruote moscie e senza freni, che per poco non centro piu avanti in pieno una coppia di sposini che sta facendo le foto!!! Ad ogni modo storto o morto arrivo in questa foresta dei bisonti e anche dei tarpan, dei cavalli preistorici che vivono ormai solo qui. E’un incanto di laghi,isolette e paludi ma l’unico animale a manifestarsi in maniera visibile alla mia vista sono dei assai più comuni tavani chef fanno nuovo nuovo. Uh contatto col bisonte lo stringo cmq la sera quando, davanti ad un’orchestrina tristissima che suona la polka e la cover della lampada e “i will survive” in polacco, in un contesto umano piuttosto degradato di alcolisti locali violenti e omofobi, mi viene ad un tratto offerta una grappa al profumo di bisonte appunto. Si tratta, dico sul serio, di una grappa ottenuta dallo sterco del bisonte…..ma non si potevano estinguere sti cazzo di bisonti di merda? E tra voi, qualcuno lo tiene il numero dell’ospedale Cotugno?