Le montagne maledette – Giorno 3: In marcia verso l’inespugnabile Theth

Nell’Europa interconnessa dei treni ad alta velocità e delle onnipresenti low cost aeree, esiste un posto che resiste al Progresso come un accampamento Apache all’avanzata dell’Uomo Bianco: si chiama Theth e si trova in Albania . Questa sorta di Stalingrado di un mondo epigonale è difesa meglio che da ogni altra cosa dal suo territorio: incastonata in un fondovalle che pare la tana di un serpente,è circondata da ogni lato da montagne altissime e aguzze, disposte su tre diverse filiere come i denti di uno squalo, Theth è per molti mesi all’anno completamente irraggiungibile per via della neve ed isolata al mondo esterno. Per la verità non è che il quadro cambi drasticamente nei mesi estivi, quando arrivarci è si possibile ma richiede una forza di volontà fuori dall’ordinario. Si tratta di giungere in Albania dalle parti di Scutari, compiere quel viaggio in battello per risalire il fiume, inerpicarsi in fuoristrada fino ad una prima valle montana chiamata Valbona e da qui, dove ora ci troviamo, partire a piedi per un sentiero alpino di 22 km e con un dislivello di 1.800m, con scavalcamento del passo in quota del Qafe i Valbona.

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Per dare l’idea, il sentiero del Passetiello da Capri centro al Monte Solaro misura un 3,5 km per colmare un dislivello sui 300 metri: più o meno quindi la settima parte del percorso per arrivare a Theth.
La sera prima a Valbona, in una magnifica guesthouse dove ogni cosa dai formaggi alla carne al pane è prodotta in loco e l’acqua la si attinge da una sorgente a pochi passi,

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ci si prepara all’impresa e si fraternizza tra i vari ospiti nella attesa di qualcosa di memorabile. Tutti siamo li per lo stesso motivo e si confabula sul da farsi. La via è infatti percorribile con l’ausilio di cavalli da soma per il trasporto dei bagagli, ingombro non da poco su ripide salite di montagne. In molti tuttavia ritengono di poter provare la scalata facendone a meno e quindi con zaini di una quindicina di chili in media sulle spalle, ma sono tutti ragazzi con la metà dei miei anni e guidati dall’incoscienza della gioventù. Oddio, per la verità ci sta pure un turco- canadese sulla mia età e col doppio del mio peso, che fa tutto il gallo sulla munnezza con noialtri checche del mondo occidentale timorosi di dover camminare un po, lui da bambino sui monti della Turchia andava a caccia di orsi con suo nonno etc.. Non arriverà mai a Theth l’indomani. Ad ogni modo a me il noleggio del cavallo pare imprescindibile e quasi ho convinto a dividerlo con me il giramondo danese conosciuto in battello. A questo punto accade l’impresabile, si odono abbaiare dei cani: è la punkabestia tedesca da lui ( gran figo)sedotta e abbandonata, che si è messa ora a cercarlo usando i cani a mo di unità cinofile della polizia per rintracciarlo. Lui piglia e scappa nel bosco come un ricercato mentre le unità cinofile ispezionano l’area tra molti sospetti . Ne ho visti in amore di stranezze ma questa mi mancava
Ad ogni modo arriva l’alba e arriva il mio cavallo: un bel cavallo bianco di nome Ballash mi viene incontro tenuto al morso dal suo simpatico stalliere Adenes . Ho un po l’impressione di apparire agli occhi degli altri escursionisti come il chiattillo insicuro che arriva fuori al locale con il macchinone Porsche, ma sticazzi: l’impresa è già così al limite delle possibilità, impensabile pensare di farcela con uno zaino enorme in spalla. Sta da dire poi che Ballash il bianco cavallo è proprio nu bello quadro di lontananza: da vicino mostra tutto il peso delle sue oltre 30 primavere (45 anni la vita media di un cavallo), non rivela un portamento assai regale su quegli zoccoli usuratissimi, è piuttosto malridotto, martoriato di mosche e zecche e ha persino uno squarcio enorme su una pacca ricucito alla meno peggio, ricordo dell’aggressione, figuriamoci, da parte di un lupo! Ad ogni modo, Ballash non sarà giovane e bello ma vanta una incomparabile esperienza sul campo: trent’anni di servizio ininterrotto, il cavallo conosce a memoria il lungo e accidentato tragitto e, una volta instradato, è in grado di raggiungere da solo Theth dove ad attenderlo ci sarà un nuovo stalliere. In pratica sarà lui a guidare me. Io dovrò comandarlo secondo gli insegnamenti che il suo padrone mi impartisce: in pratica funziona un po come il telecomando di uno stereo, uno di quelli di ultima generazione ovvero a comando vocale. “Het” o almeno qualcosa che così si pronuncia (ignoro lo spelling corretto in albanese) corrisponde al tasto play: tu glielo dici e lui cammina; poi ci sta il fast forward “het het”, con il cavallo che avanza più velocemente. Il tasto pause si aziona pronunciando la parola “pishhh”, come per suggerire la pipì a qualcuno. Poi ci sta il comando d’emergenza, tipo lo staccare la spina allo stereo: la parola “sgarmooshhhh” da gridarsi con estrema virulenza e il cavallo si arresta terrorizzato con le gambe serrate. Tutto sto ambaradan da mettersi in pratica non durante una passeggiata al parchetto ma su un sentiero di una montagna sperduta dell’ Albania. Tutt’appost. Ad ogni modo lungo i primi 3-4 km di sterrato lo stalliere Adenis mi accompagna e proviamo ripetutamente i comandi vocali “het” “pisc”:il povero Ballash sembra rispondere. Incrociamo pure una mandria di altri cavalli al libero pascolo: belli ed eleganti, paiono quasi canzonarlo mentre lui arranca ingobbito, come a scuola col secchiona, ma lui li ignora.

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Poi la strada devia sul greto di un fiume in secca, la guida mi saluta e rimango solo col cavallo e le mie nozioni het-het-pish-pish. Mancano 17 km a Theth.

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Sulle prime penso di essermi imbarcato in una follia, poi mi guardo…solo col cavallo sul greto del fiume, le Montagne Maledette davanti da scalare e Theth da raggiungere…..mi gaso e assaporo un senso di libertà che non provavo da tempo immemore. E parto: “het het”

il terribile passo Qafe i Valbone

 

A come Atlante: Amazzonia

Questa rubrica sarebbe concepita, a dire il vero, per proseguire in ordine alfabetico ed ora sarei arrivato già alla lettera B di Botswana. Ma chiacchierando l’altra sera con un amico, mi sono reso conto di aver “perpetrato” un’omissione inaccettabile con la lettera A, relativa al posto più bello e incredibile dove sia mai stato: l’Amazzonia.

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Oddio, forse il lapsus non è stato casuale, nel senso che è assai difficile riportare l’Amazzonia in una definizione da atlante, nel senso che è difficile darle una collocazione geografica precisa, è per me quasi un luogo dell’immaginario e questa sensazione, per quanto inesatta, è aumentata dopo esserci stato.  Diciamo che l’Amazzonia tende ad apparire come una sorta di mostro informe, una creatura mitologica cangiante e priva di un centro, una casa ove aperta una porta, ne segue un’altra da aprire e senza soluzione di continuità un’altra ancora. Ad ogni schiudersi di battenti, la percezione del luogo si manifesta in una sua immensità attorniante, un magma che pare inghiottirti e intorpidirti

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L’Amazzonia è un mondo a strati: in quello più esterno arriva il telefono, la televisione, poi v’è uno strato ove arrivano le strade e con esse le ruspe, il cemento, poi più dentro scompaiono le strade e con esse tutto l’occidente e persino la proprietà privata, fino ad arrivare quasi al cuore vergine ove regna una sorta di comunismo primitivo. Ancora più dentro, si è poco più di una foglia, una liana, una qualsiasi creatura soggetta al dominio incontrastato della Natura.

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Io l’Amazzonia l’ho visitata partendo dalla regione dell’Oriente ecuadoregno, dalla regione del Macas, non lontano dalle sorgenti del Rio delle Amazzoni, anzi dalle sorgenti dei mille fiumi che unendosi lo compongono. Uno di essi, il rio Macuma, costituiva il bacino principale dell’area in cui ci muovevamo,  sperduti in un ambiente che, con la sprovvedutezza folle che ci portavano dentro, non poteva che manifestarsi sulle prime ostile. In pratica ci avventurammo in due in una zona davvero impervia e fuori da ogni itinerario turistico, anche il più alternativo e coraggioso, una regione abitata dagli Shuar, il popolo indigeno noto ai più per l’usanza di lavorare e rimpicciolire i teschi dei nemici catturati in battaglia per ottenerne dei monili da esibire. Senza attrezzatura e con una cognizione del tutto vaga di cosa fosse l’Amazzonia, addentrarsi in una zona del genere: una follia pure, ma che ricorderò finché campo. Ci affidammo sulle prime ad una guida locale, rivelatosi poi un impostore che per una discreta somma ci mise in  contatto con un indigeno Shuar, un ragazzino di 11 anno che viveva in una missione di gesuiti e che teoricamente ci avrebbe dovuto scortare al campo dei nativi, ad almeno 4 ore di marcia da un cantiere edile, il punto- limite del “progresso” A quel punto ci saremmo dovuti spacciare per scienziati di un’università americana, dal momento che con cadenza annuale i nativi ospitano gli antropologi di questa università….Il ragazzino si dileguò dopo pochi km e arrivammo da soli in territorio Shuar in pomeriggio inoltrato. Se ci avesse colti la sera nel mezzo del cammino, in piena Amazzonia e senza equipaggiamento, saremmo durati come un gatto sul raccordo anulare, divorati da insetti o chissà quale altra fiera.

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Ho ritrovato proprio pochi giorni orsono il diario di quei giorni, un block notes fradicio di pioggia e ormai in gran parte illeggibile: ne sto pubblicando gli estratti un po per volta nella pagina Viaggio al centro della Terra. Ripropongo qui un passo non ancora pubblicato:

“Giorno 11-  25 Agosto. Giorno dell’anaconda.                                                                                         Ieri nel pomeriggio avevamo conosciuto quello che sembrava essere il capo-villaggio, Abel: L’abbiamo incontrato presso la sua tenda, a 20 minuti scendendo il fiume. Dentro la tenda polli, cani, l’inestinguibile focolare amazzonico di tronchi inceneriti e la moglie di lui, malata e sdraiata su di un’amaca che sembra un “Gauguin”. Dice di avere una spina nel piede, a mio avviso ha una gamba in cancrena e le regalo tutti i miei anti-infiammatori. Poi prende la parola Abel: lui, come anche Nancy al villaggio, non sa nulla della nostra venuta e nulla gli sarà mai comunicato (in che modo mai potrebbe essergli stato comunicato qualcosa??) ma accetta comunque sulla parola di farci da guida, scopriremo poi per pochi spiccioli. Ci condurrà ad una grotta entro la quale sta una cascata, un luogo sacro agli Shuar ove vive un anaconda, un serpente che può raggiungere i 7 metri di lunghezza. La notte amazzonica passa vicino al fuoco, circondati da mille rumori e milioni di stelle tra gli alberi. Risveglio con bagno nel fiume e si parte, machete in mano e stivali ai piedi verso la Cueva de los Tayos. Fanno parte della compagnia anche il figlio di Abel e Jimmy, il figlio di Nancy, entrambi deidti alla pesca di “sardinas” (piccoli pesci fluviali) col machete lungo il rio. Il rio, appunto: lo risaliamo fino ad arrivare a questa mitologica caverna abitata da uccelli e serpenti. E’ un’avventura degna di un film holywoodiano. risalendo il fiume, la vegetazione si fa via via più fitta. Alberi, bambù, felci, liane, orchidee e quella mariposa azul, la farfalla azzurra che sembra seguirci ed indicarci il cammino da quando siamo in Amazzonia. amazzonia6Incontriamo la prima cascata; Abel emette un grido che forse per la vibrazione fa cadere giù acqua. Ci addentriamo sempre più nella gola nel fiume. Al fondo, ecco la caverna, abitata da uccelli, los Tayos simili ad avvoltoi, che prendono a volteggiare, e un animale mitologico, così dice Abel. Entriamo. Ancora non riesco a credere di essere stato in un posto del genere. Dopo un centinaio di metri, con gli uccelli sempre più inferociti sopra le nostre teste e l’acqua fino alle ginocchia, arriviamo al fondo: C’è una cascata e dietro di essa la tana di un animale venerato dagli Shuar., un anaconda di 7 metri. Provo a scrivere di essere stato stato lì ma ancora non ci credo”

Ecco un video girato durante la salita del fiume 

Seguiranno una notte a caccia con Abel lo Shuar, la volta che ho avuto più paura, sperso nelle urla del silenzio della notte amazzonica, con serpenti sibilanti a pochi cm da noi e mille altre insidie, e giorni magici ormai accolti dalla fantastica comunità Shuar del villaggioamazzonia8

Prima di andar via, dopo averci onorato con un luculliano pranzo a base di un pollo appena scannato e cucinato con erbe indigene, ci rivelarono che ovviamente avevano perfettamente capito, sin dal primo istante, che non eravamo affatto due scienziati di quella fantomatica università americana per cui ci spacciavamo. Nondimeno ci avevano accolto perché eravamo sembrati persone buone. Eppoi perché altrimenti saremmo morti.

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No, non sono capace di descrivere a parole il vissuto di quei giorni magici; penso quasi ogni giorno a Nancy e la sua famiglia al villaggio Shuar, destinati come le lucciole di Pasolini a scomparire presto, sopraffatti dalla barbarie “civilizzatrice” di asfalto e cemento che avanzava a poche decine di km da loro. Sono tuttora convinto che, se per qualche bug della storia, quegli indios fossero messi di incanto a presiedere il Consiglio delle Nazioni Unite o qualche organo deputato a declinare gli alti destini del mondo, forse avremo qualche speranza di salvarci, ma ovviamente è un’utopia e quegli indios vagheranno a quest’ora in qualche periferia urbana alcolizzati o schiavizzati in qualche missione cattolica. L’Amazzonia è anche questo, un mostro mitologico si, ma l’unico che nuoce a se stesso invece che agli altri.  Ma proprio come lucciole, o meglio come stelle, la luce di quegli indios fantastici conosciuti quei giorni arriva ancora oggi a me in ritardo, proprio come quelle delle stelle di qualche galassia lontana, che forse oggi non esistono più, ma che irradiano a noi umani la loro luce, che viaggia attraverso distanze siderali ed è perciò percepita da noi dopo molto tempo.

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Dire che non dimenticherò mai l’Amazzonia è scontato, dire che qualcosa di quel mondo unico e transeunte rimarrà per sempre di me lo è ugualmente, ma parole più idonee purtroppo non ne conosco. E serberò finché campo una gratitudine ed un’ammirazione eterne per quegli indigeni Shuar, dovunque essi siano ora.