Il continente sudamericano irrompe sulla scena europea (o meglio dire sulla scena umana) nel 1498, come mondo non nuovo ma “novissimo”. È ancora Cristoforo Colombo, grande ammiraglio del Mare Oceano, sei anni dopo la mitica prima traversata del ’92, che, veleggiato che ebbe all’umor del vento tra la miriade di luccicanti isole sottocosta in cui Orinoco riversa in mare il suo limo alluvionale fecondato dalla foresta, approda ora con le sue caravelle all’isola di Trinidad.
La scoperta di una nuova, enorme terra fu accolta con la massima gioia da parte di tutti i ceti sociali europei. Nella muraglia dell’ignoto s’era finalmente aperta una breccia: ecco dinanzi i forzieri di un nuovo Oriente, un Oriente ancor più favoloso dell’Asia. Nel rinascente spirito europeo, tutti, i ricchi come i poveri, i grandi come i piccoli, avvertirono l’empito. L’ultimo diaframma, l’ultima catena del Medioevo era stata spezzata: ci si era spinti e non di poco oltre la Rocca di Gibilterra, oltre i confini geografici e mentali del continente, mandando in frantumi una simbologia millenaria. Le Colonne d’Ercole erano crollate al suolo e con esse il sinistro motto che le accompagnava: “nec plus ultra”, non si vada oltre, ora risuonava come una frase che non aveva più ragione alcuna di esistere. 
Oppressa dal bisogno e dalla fame, l’Europa intera anelava da sempre al sogno del corno dell’abbondanza e dei frutti di un paradiso terrestre. Con i suoi campi avari di raccolti e gelati per molti mesi l’anno (pensate a paesi come la Germania o l’Olanda dell’epoca più che al Sud Italia) e la sua alimentazione insipida, piatta e monotona oltre ogni dire, era naturale che fosse lo stomaco a guidare la rivolta. Il desiderio di spezie, sete, damaschi fu quindi l’agitato preludio ai grandi sforzi e alle epiche iniziative degli esploratori. A questo si aggiunse la quasi contemporanea diffusione della carta stampata: villaggi e borghi remoti furono raggiunti da opuscoli che raccontavano di piante e alberi dai frutti miracolosi ai lati di strade lastricate d’oro . 
Una tale isteria di massa non si registrava in Europa dal tempo delle crociate. Diseredati, disoccupati, tagliaborse, tagliagole, nobili affogati nei debiti, prostitute e perdigiorni si riversarono nei porti alla ricerca di un vascello che salpasse per il Nuovo Mondo. Animati da uno spirito di crociata misto di pietà religiosa quanto di perfidia, i conquistatori spagnoli inviarono spedizioni ai quattro venti. L’occupazione del Messico nel 1520 ad opera di Hernan Cortes e la soppressione del regno azteco funsero da richiamo squillante per tutti gli spiriti avventurosi. Fu un succedersi rapido di spedizioni: a nord, la grande traversata dalla Florida alla California di un conquistador dal nome utile per le cacce al tesoro, Cabeza de Vaca; a sud, Pizzarro e i suoi s’inerpicavano sulle Ande per porre d’assedio i forzieri rigonfi d’oro dei regni Inca. Sebastian de Balcazar, conquistatore di Quito, discese le Ande fino in Colombia mentre Mendoza e Valdivia esplorarono le regioni della parte estrema del Cile, trapassando nel gelido purgatorio della Terra del Fuoco, dischiusa alla conoscenza del mondo dai fatali galeoni di Magellano. Entro il 1540 fu popolata la città di Asuncion, nell’odierno Paraguay, esplorato il Rio de la Plata, fondata Buenos Aieres, Travolta la Patagonia, ci si rivolse ad una vasta regione fitta di foreste che dalla cima delle Ande si scorgeva a perdita d’occhio distendersi verso Occidente e dominata da un fiume vasto come un mare: l’Amazzonia ovviamente. Con cinquecento spagnoli, quattromila Indios e mandrie di lama e maiali, Pizarro e Orellana discesero le Ande per inoltrarsi nella giungla da conquistare. Ma le cose questa volta non arrisero ai colori della casa di Spagna ne all’Uomo bianco in genere ….L’ultima frontiera dell’Ignoto non era ancora caduta ma questa è un’altra storia che affronteremo più avanti, si spera, se avrete la pazienza e la voglia di seguire le vicende di questo umile narratore . 
Questo mio viaggio si intitola “El Mundo Perdido” ed è volto alla scoperta non di uno ma dei tanti “mondi perduti”, ognuno a suo modo e per un motivo contingente, che mi troverò a lambire. Parlo di eventi e congiunture storiche o naturali diverse e lontane anche secoli: dai “mundi perduti” delle civiltà pre-colombiane a quello del Venezuela attuale perduto dentro un vortice di fame e caos. Dalle città coloniali abbandonate lungo la Sierra colombiana ai deserti incipienti che si dilatano sugli altipiani andini per via della deforestazione. Dalle balene che percorrono dall’Antartide 8000km per venire a librarsi dinanzi alle remote e irraggiungibili coste del Pacifico vomitando su di esse plastica ingerita all’altro capo del pianeta, a isole remote dove vivono animali impossibili a vedersi altrove per finire a quello che è un mondo forse non ancora perduto o forse si. Un luogo ove voglio tornare se ancora esso esiste e prima che si perda per sempre, come purtroppo avverrà: l’Amazzonia .
Ma questo non sarà che il capitolo finale di un viaggio che si preannuncia così ricco di cose diverse e bellissime, che faccio fatica anche solo a immaginarle..
Per quest’ultima ragione è conosciuto anche come “giro dei 4 passi”, i quali sono da est verso ovest il Sella, il Pordoi, il Campolongo ed il Gardena mentre le valli attraversate sono la Val Gardena, la Val di Fassa, quella di Arabba con la Marmolada e la Val Badia. Nulla vieta di percorrere il Sella Ronda nel senso opposto ma avendoli fatti entrambi, vi consiglierei il primo dei due sensi di marcia, quello scelto da me in una assolata ma fredda giornata di Natale.
da qui scendete lungo un’ampia pista assolata fino alla stazione del Col Raiser, da cui parte una ipermoderna funicolare sotterranea che sbuca a Santa Cristina ai piedi della pista olimpica cd “Saslong”. Se avete tempo ed il” pelo” di provare il brivido di lanciarvi su una delle piste più tecniche del circuito della Coppa del mondo di sci, fatelo, ma attenti perché le pendenze sono pesantuccie e bisogna saper sciare 
ed il bello è che la panoramica è letteralmente a 360 gradi, nel senso che tutto intorno non vi è un cm di cielo che non sia tratteggiato da frastagliate vette di ineguagliata bellezza. Anche il versante orientale, quello opposto rispetto al passo, apre con uno squarcio sul gruppo della Marmolada, che si staglia dinanzi come un gigante omerico. Si, è questa la dimensione di queste montagne: sembrano giganti omerici nelle cui vene ci si infila come formichine con gli sci ai piedi. La Marmolada fa sentire davvero più piccolo di tutti
e incunearsi in una sorta di suo ventre aperto chiamata Porta Vescovo fa sentire davvero davvero minuscoli
tra l’altro la difficoltà delle piste che da qui precipitano giù verso Arabba è davvero consistente, anche perché l’unica pista più agevole è chiusa. e vi dico che scendere due “nere” di fila dalla Marmolada è bella tosta.
Ad ogni modo, si arriva ad Arabba vivi e vegeti. Anche questo paese sembra vivere come un animaletto domestico al cospetto di un mastodontico padrone, la Marmolada ovviamente ma procedendo nella direzione esattamente opposta si va verso il terzo passo di Giornata, il Campolongo, un ometto mito e tarchiato a confronto della Amazzone guerriera ed oblunga che era la Marmolada. In effetti gli scenari sono più morbidi qui al Campolongo che, come il nome stesso lascia intuire, ha un aspetto più pianeggiante per essere un passo. Ne guadagna la vista che anche qui si apre su montagne bianche a perdita d’occhio, mentre alle spalle colpisce come il gruppo del Sella ora sia in posizione esattamente diametralmente opposta a quella iniziale,
il che significa che siamo esattamente dall’altra parte rispetto al punto di partenza . Questo Campolongo, dove mi fermo a mangiare una schifezza di panino alla salsiccia tra l’altro) è il “dark side of the moon” della Val Gardena insomma. Le gambe sono ormai appesantite e il sole comincia a declinare, tirando giù con se anche le temperature. Resta da percorrere l’ultima valle, l’Alta Badia, con il suo capoluogo Corvara
col suo bel campanile che pare quasi riprendere la forma della cima in alto. È anche quella la direzione da prendere, verso il terribile Col Fosco e poi il passo Gardena, per tornare al punto di partenza. Definivo terribile il Col Fosco perché come il nome lascia intuire non è che di sole ne veda tanto, inoltre il vento in prossimità dei passi si fa sempre sentire e qui in particolar modo. Erano tristemente note tra gli sciatori le ascese da Corvara a Col Fosco con dei lunghissimi ed anacronistici ski-lift, flagellati da un vento gelido. Oggi per l verità esiste una moderna cabinovia che risolve in parte il problema
e conduce verso le assolate vette della Val Gardena ma l’ultimo tratto è comunque da risalire su due seggiovie dove la temperatura fa segnare un -8 che al vento fa ancora meno. Ma ormai ci siamo: eccoci al passo Gardena ed allo incantato scenario del Denter Cepies : sotto si apre la Val Gardena ed io sento un po’ come “a casa”
tanti chilometri con gli sci ai piedi in uno dei posti più belli del mondo, non certo a caso patrimonio Unesco


nonché del tradimento del Duca di Mantova, Federico II di Gonzaga, che per evitare una guerra sui suoi territori lascia transitare sul Po l’armata lanzechenecca attraverso la cd “porta di Curtatone”, permettendo così l’aggiramento delle truppe pontificie e aprendo ad esse la strada verso Roma, che verrà difatti messa a ferro e fuoco dai nuovi Vandali germanici.
Il film col suo ritmo lento e introspettivo si concentra per tutta la seconda parte sulla malattia di Giovanni, ferito e costretto ad accettare il ricovero presso la corte del suo principale traditore, il Gonzaga, fino alla morte sopraggiunta per gangrena. Le lunghe scene girate tra Palazzo Ducale e quello cd Te, immerse in una nebbia ipnotica, somigliano, nella cura dei dettagli come i volti e i costumi o le scale cromatiche, a degli affreschi del Mantegna o tele del Tiziano
e da molto tempo mi fanno sognare di visitare questa città, Mantova, sede di una dinastia tra le più magnificenti e al tempo stesso discusse del Rinascimento: i Gonzaga. È giunto dunque il tempo di colmare questa lacuna, indicando come tappa di partenza del viaggio la splendida Mantova.





Oggi il cielo è coperto e le montagne non si vedono ma prima o poi si aprirà , e l’Orizzonte perduto finirà per ritrovarsi, per andarsi a scolpire su quelle montagne eterne che ci guardano e proteggono 
Cioè, non “giocano” nell’Annapurna i due Top player veri e propri, i Ronaldo e Messi dell’altitudine ovvero l’Everest e il K2, ubicati rispettivamente poco più a est il primo e parecchio più a ovest nel Karakorum il secondo, ma stanno ad ogni modo qui un “ottomila”, 8 cime sopra i settemila e ben tredici sopra i seimila.
Se si considera che la cima più alta d’Europa è il Monte Bianco coi suoi 4810m, ci si rende subito conto che la “cantera” dell’Himalaya è di un altro livello proprio. Ed in questa “superligue”, come dicevano, l’Annapurna sta messo bene.
sono stanco, sporco e sfinito coi piedi martoriati dalle sanguisughe ma cazzo, sto risalendo dalla giungla su fino ai piedi dell’Annapurna: “come on , Palillo enjoy, qua una o due volta nella vita ci capiti” continuo a ripetermi.
dopo il bivio a Mugling la strada devia verso ovest in maniera secca mentre verso est corre l’unica via di accesso a Katmandu. Ma io sono diretto a Pokhara quindi ovest! Il paesaggio muta e torna a essere più tipicamente himalayano con risaie che si inerpicano fin dove è possibile, verso l’infinito di cime che paiono stare sulla Luna per quanto sono alte
ed ecco alla fine Pokhara col suo famoso lago, uno degli spot turistici più famosi del Nepal: in esso e nelle sue acque cristalline si riflettono tutte le cime dell’Annapurna nelle giornate terse. Eh appunto, le giornate terse ….
“if my grandpa had five balls, then i was supposed to be a flipper” – come dicono a Kensington. Non smettere di piovere un minuto che sia uno e la presenza delle sovrastanti come resta solo intuibile ma non visibile. Sembra di stare a scuola nel cambio di ora quando gli alunni si agitano e sbattono un po’ ma sapendo che da un momento all’altro può arrivare. Ecco, il prof. in questione si chiama Machapuchari
che è della squadra dell’Annapurna ed è la magica cima che sovrasta proprio Pokhara. Ricordo di essere riuscito a vederlo un attimo la mia prima volta qui tredici anni fa, poco prima del tramonto, mentre ero con mio zio, che salutó l’apparizione con un’imprecazione assai colorita di rimando ai Santi Penati protettori “Ma chillo è o’Machapuchari, all’anema i chi te stramuo…!!!” In effetti lo spettacolo era straordinario. Ricordo anche una città diversa quella di Pokhara: allora era una romantica cittadina in riva al lago gravata tuttavia dalla guerra civile e che la rendeva un bersaglio sensibile ai mortai dei ribelli maoisti per via del palazzo reale (attuale non antico) posto proprio in riva al lago. Oggi ha conosciuto la pace ma anche uno sviluppo edilizio eccessivo che hanno alterato troppo l’impianto originario e lo spirito. Riesco tuttavia a ritrovare uno squisito ristorante tibetano, gestito da un signore rifugiato qui attraverso le montagne per via delle persecuzioni cinesi contro questo popolo inerme. Non voglio nemmeno soffermarmi sulla miseria del dibattito che in Italia ha assunto la parola “rifugiato”, mi limito a far presente che anche il Nepal è pieno di rifugiati tibetani ed al ricordo ancora di mio zio che diceva di come quell’uomo forte gli incutesse reverenza e rispetto, di come ce lo vedesse su una montagna innevata a farti da sherpa. Tredici anni dopo è un po’ invecchiato ma ancora lì con i suoi calzari tipici
a servire la specialità tibetana per eccellenza, quei ravioli detti “momo ” da poter guarnire con carne di bufalo o erbe e formaggio di yak
mi ritiro nel mio albergo che in teoria riserverebbe una splendida visuale sulle montagne e fiducioso attendo un segnale dal cielo
che nel dormiveglia dell’alba in verità arriva: mi appare per un secondo il Machapuchari e anche se non faccio in tempo ad acchiapparlo in foto, mi scaravento giù dal letto e a rotta di collo salgo sul Sarangkot a provare di rimirare l’alba. Lungo il cammino la situazione meteo pare migliorare
Ma è un bluff ….
giunto in cima, sta una nebbia tale che non riuscirei a vedermi il cazzo mentre piscio, figuriamoci l’Annapurna. E poi il freddo, la pioggia: sto per rassegnarmi a trascorrere gli ultimi giorni a fondovalle nella tranquillità ma sento di dover esaudire una missione. E mi sovviene che ho da giocare una carta, una brasilianata diciamo. Non per fare il buffone ma la mia conoscenza della geografia è considerevole e allora una giocata posso farla, un posto c’è ma per raggiungerlo devo giocare il bonus…..Diciamo che il mio “amico da casa” come in qualche fortunato show televisivo ha un nome che incute timore, c’è chi dice che non esiste o se dovesse esistere è meglio non andarlo a scocciare. Ma io sono il Palillo: non ho mica paura dello Yeti!
e andiamo va, alea iacta est!










Già, proprio così, senza neanche bene capire dove e come (anzi senza capirlo per niente), alla partenza del bus ho sentito parlare di sto rafting da farsi a metà percorso, scendendo un pezzo di fiume e poi proseguendo il percorso verso il Chitwan o Pokhara all’arrivo del gommone (su un altro autobus?è quello che mi domando) Mah, per adesso la vivo con disinvoltura, so già che sarà una di quelle cose a cui ripenserò una volta a casa fuori dalla mistura di incoscienza e adrenalina che mi pervade durante i viaggi: su un pullman da Katmandu alla giungla del Chitwan ed ad un certo punto peraltro ignoto del percorso scendi a fare rafting su un fiume himalayano in piena. E a chi sto aspettando? In effetti ad un certo momento, con il Trishugli a fianco alla strada che si agita come un demonio, il conducente prende a urlare in una cadenza difficile a distinguersi “Roooftaaang”. È la nostra ora, ci ritroviamo in sei ed è uno di quegli equipaggi che ti rimangono proprio nell’anima:
c’è un timoniere locale cicciotello sui diciotto anni, io e due ragazzi spagnoli, e fin qui nulla di troppo strano; poi arriva un ragazzo israeliano e due che sembrano Stanlio e Olio…..dell’Arabia Saudita. Israeliani e arabi intrattengono notoriamente relazioni tutt’altro che amichevoli anzi si odiano reciprocamente e ora devono scendere un fiume in piena in una gola dell’Himalaya.

















la vita dei locali pare organizzata secondo schemi completamente diversi, dove in un contesto di base rurale avere una influenza enorme l’impostazione religiosa e l’aspetto meditativo. Non esiste la grande distribuzione e non esistono supermercati in Nepal: i generi alimentari arrivano da piccolissimi fornitori, nello specifico contadini, allevatori, fattori. Le banche esistono ma hanno una gittata estremante limitata, pensata più per gli occidentali turisti che per i locali, i quali si fermano davanti agli sportelli bancomat a capire cosa mai siano quegli aggeggi che sputano fuori soldi. Anche la moda occidentale pare lambire assai poco il Nepal: gli uomini vestono più o meno alla occidentale ma le donne girano ancora avvolte in magnifici “sari” colorati








ben 13 anni fa nel 2005, in compagnia della cara amica Annalisa e di mio zio Umberto, finimmo per legare con una esperta guida tibetana locale, Shiva Simkhada. Il Nepal è uno dei pochi posti della terra dove ha un senso a mio avviso affidarsi ad una guida: non stiamo mica parlando di una scontata guida turistica, qui il ruolo riveste uno spessore culturale, ci sono gli “sherpa”, coloro che sanno condurti negli anfratti e per i sentieri accidentati di questo paese a buon titolo definito “il tetto del mondo”. Lo sherpa è qualcosa a metà tra una guida ed un maestro dell’anima. Se vuoi capirci qualcosa di questo pezzo di mondo insinuato su montagne 4 volte più alte delle Alpi, dove si fondono le divinità hindu e quelle buddiste, dove Buddha è fisicamente nato e ogni villaggio pare un mondo a se stante, non leggere internet: trovati uno sherpa. 
Quindi ora ho davanti una settimana poco meno per godermi la magnifica Katmandu, uno dei posti piu belli della terra
con la sua Durbar square che è forse la piazza più bella del mondo
ma sarà alla fine mio amico sherpa Shiva a condurmi tra le montagne eterne,
di fronte al tetto del mondo, dove potrò dare un senso finale a questo magnifico viaggio e portare finalmente a casa qualcun’altro che è con me sin dalla prima tappa, dalla Thailandia. Pare essere passato un secolo .
Avanti così, solo le montagne non si incontrano mai più. Lassù sulle nevi eterne dell’Everest, l’orizzonte perduto comincia a dipanarsi