L’orizzonte perduto – Giorno 10 : il Mekong comanda

L’addio a Don Det e alle 4000 isole sul Mekong mi riempie di commozione : so già che è uno di quei posti che porterò sempre nel cuore ma ove non tornerò mai più, anche perché farlo significa storpiare il ricordo e l’unicità di emozioni che non tornano uguali. E poi questo è uno di quei posti crepuscolari, destinati irrimediabilmente a mutare, a entrare in un mondo di convenzioni da cui finora sono stati in gran parte fuori La mattina sul molo o su qualcosa che vi somiglia, ci salutiamo tutti come fossimo amici di liceo all’ultimo giorno di scuola dopo anni trascorsi fianco a fianco, anche se dopotutto insieme abbiamo trascorso solo qualche giornata, una avventura in kayak, una sbronza o una folle partita a bowling sulla sabbia con le noci di cocco al posto delle bocce. Si socializza più in un contesto del genere in tre giorni che in condominio di una qualsiasi città occidentale in trent’anni, statene pur certi.

Ci sono tutti, un’umanità che pare una tela di Gauguin ai tropici su una cui metà è stato appiccicato il poster del “Grande Lebowsky”. Ognuno prosegue per la sua strada per chissà dove, l’unico a rimanere, oltre alla bellissima “river people” locale, è “Geremia il matto”, un lungagnone francese appassionato di Guccini e De Andre che lavorava come portaborse al parlamento europeo a diecimila euro al mese per il papà della fidanzata, senatore della Lega! Tuttavia la notizia di una dolce attesa di una bellissima indigena sulle rive del Mekong pare sia piaciuta all’Onorevole meno persino dei gusti musicali “da comunista” del papabile genero, la cui carriera di “assistente parlamentare” s’interuppe bruscamente quel giorno per evolvere in quella di gestore di un capanno-bar su una delle 4000 isole del Mekong .

Ma l’amarcord lascia presto campo ad un triller , esce “l’addio ai monti” di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella ed entra una prima visione di Spielberg, con un’ennesima disavventura ed un’ennesimo scampato pericolo simile ad altri ma questa volta esponenzialmente più rischioso. La similitudine è data dal ricorrere di tragitti in fiume in cui finisco trascinato dalla corrente contro rami da schivare: era successo sul battello a motore in Cambogia da Battambang a Siem Reap, con un margine di rischio tutto sommato accettabile. Ero poi finito di nuovo nei rami assassini ieri mentre ero in kayak, capottandomi nel fiume che mi trascinava giù per un buon mezzo km, e diciamo che poteva andarmi molto peggio, perché la corrente era debole in quel punto ma il Mekong un bestione che si agita come un drago mitologico, sputando qua e là mulinelli e rapide infernali. Ora davvero rischiamo grosso: la stretta e lunga lancia in legno che ci deve condurre dall’isola alla terraferma, stipata di umani e valigie oltre ogni minimo margine di sicurezza, nel bel mezzo del Mekong si inceppa. Il motore, non ne vuole più di partire, il tizio prova diverse volte a tirare la cinghia di accensione ma il catorcio raglia come un asino che inchioda le zampe a terra senza volersi muovere. Anzi no, a muovere ci muoviamo eccome se ci muoviamo ma non verso dove vogliamo andare noi: verso dove lo decide il Mekong. Sulle prime la scena suscita ironie tra noi rilassati a bordo, tranne che in un milanese imbruttito, che mantiene un atteggiamento rigido stile ragioner Zampelli dei “Ragazzi della terza C” e pone questioni come se manco stesse alla fiera del Salone nautico di Brembacazzo sul naviglio piuttosto che su una piroga in bambù nella giungla del Laos: “ue cazzofigaaaaa, ma te l’hai fatta la revisione al motore o no?” La domanda sarebbe teoricamente indirizzata nientedimeno che al marinaio indigeno della piroga, che ovviamente non gli risponde nemmeno. Ad ogni modo nel giro di qualche minuto realizziamo tutti lo stato delle cose, che proprio buono non è: siamo alla deriva in un corrente fortissima e qualche decina di metri più a valle sta un isolotto ricoperto di alberi e rami, verso cui ci stiamo andando a schiantare. Una donna sale sulla prua e agita un enorme palo di bambù a mo di timone per schivare l’ostacolo ma è tardi: l’impatto ormai è inevitabile: memore della esperienza del giorno prima (quando per schivare i rami ci siamo sbilanciati tutti verso un lato facendo rovesciare il kayak) , prendo a urlare a tutti di stare a terra e non buttarsi in un lato. Non saprei dire se mi abbiamo ascoltato o meno, fatto sta che con molta buona sorte evitamo un ribaltamento della barca che davvero avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche. Una tempesta di rami e rovi ci passa sopra le teste come il fuoco di una mitragliatrice, ci graffia braccia, schiena, gambe. Siamo fortunati da non sbattere contro masso o ostacolo rigido che a quella velocità sarebbe stato bruttarello, poi un ragazzino locale davvero con un gesto allaTarzan prende con le gambe in orizzontale a fare al volo leva contro un tronco allontanando di quel mezzo metro la barca per permetterci di passare oltre. Siamo passati, qualche graffio per tutti ma nulla più. Ora peró qualcuno dovrà venire a prenderci, perché siamo ancora alla deriva: con una difficile manovra una seconda piroga ci aggancia e ci fa accostare in un punto dell’isolotto risparmiato dalla corrente. Trasbordiamo e siamo in salvo. Questa davvero me la ricordo finché campo

Grazie Mekong!

Giunto in terraferma, mi dirigo a nord verso una cittadona chiamata Pakse, vicino tra l’altro ad un altro tesoro di architettura khmer, il magnifico tempio di Wat Phu, immerso davvero nella giungla impenetrabile di una montagna a cazzo, nel senso letterale che si chiama in lingua locale “il Monte Pene”. Vorrei arrisicarmi in qualche modo ma è piuttosto difficile la visita nella stagione delle piogge per vie dei torrenti rigonfi d’acqua. Mi limito così a prendere un banale aereo per volare a nord del Laos verso una città che si annuncia bellissima chiamata Luang Prabang. In verità avrei un mio codice interno per cui dovrei giungere alla meta finale via terra: con l’aereo so’boni tutti e mi ammazza il gusto. Ma un piccolo volo interno al Laos con la compagnia di bandiera locale possiede quel margine di brivido e avventura utile a indorare la pillola.

Ed eccomi nella splendida Luang Prabang di cui andrò domani alla scoperta. La città sorge adagiata alla confluenza di due fiumi, il Nam Kam e ovviamente ….

il Mekong, che qui scorre più placido e dolce, almeno fin che vuole: oggi ho capito che è molto più di un fiume, è qualcosa di simile al Nilo per gli antichi Egizi, un Dio che da la vita e può toglierla. Qualsiasi cosa succeda, qualsiasi vicenda umana abbia luogo sulle rive del Mekong, la decide il Mekong.

L’orizzonte perduto – Giorno 8: the road to wild Laos

L’edificio di colore rossastro che potete ammirare in foto di copertina,per lo stile piuttosto ridondante e vicino all’architettura religiosa locale, farebbe in effetti pensare ad un tempio buddista o meglio una pagoda. Si tratta invece di uno stabile adibito a funzioni amministrative del governo del Laos, in particolare il disbrigo delle formalità di frontiera e l’apposizione dei visti al confine, in parole povere una dogana . Sarà dunque quello il primo edificio che ammirerete in territorio del Laos nel caso decidiate di entrare in questo paese provenendo dalla Cambogia. Ma, a meno che non abbiate come nel mio caso un chiodo conficcato in testa che vi suggerisca simili amenità , dubito che possiate andarvi a cacciare in un posto del genere, e vi auguro di non farlo. In effetti il maestoso edificio rossastro è la più classica delle cattedrali anzi delle pagode nel deserto, sorgendo in una regione del tutto isolata e pressoché priva di vie di comunicazione, a meno che non si voglia con immensa generosità reputare tali delle fangaia sterrate talmente costellate di buche che i pezzi integri di suolo finiscono per essere una sparuta minoranza di dossi in mezzo ad un gigantesco fosso. La pagina odierna del diario è la cronistoria dell’avvicinamento a quel luogo, la fantomatica Red Pagoda.

La sveglia dunque suona di buon ora in quel di Siem Reap, la chiave di accesso ai templi di Angkor; o meglio, suonerebbe di buon ora dal momento che la notte prima mi faccio trascinare in una delle roboanti seratone di Siem Reap e ora non posso che tributare il mio omaggio al noto brocardo che compara notti nel segno del re degli animali a mattinate consacrate al re dello scroto. Mi ridesto giusto 8 minuti esatti prima della programmata partenza del bus, dopo che il conducente di tuk-tuk venuto a prelevarmi per condurmi allo stazionamento mi ha già brillantemente appeso a seguito di una vana attesa di oltre mezz’ora. In qualche modo giungo alla stazione ma è come trovarsi in una mischia di rugby: mi si parano davanti una cinquantina tra conducenti di autobus, tuk-tuk e risciò per rifilarmi biglietti e passaggi per le mete più inverosimili; avanzo a testa bassa stile Tatanka Hubner fino a una babele di autobus in partenza tutti rigorosamente indicanti la meta di destinazione in alfabeto cambogiano…..Con una bella botta di culo scorgo in lontananza un fratello e sorella australiani conosciuti la sera prima e con cui avevo avuto persino un mezzo alterco: diciamo che la sorella voleva per forza sponsorizzarmi il fratello gay per una romantica notte d’amore ed il mio fermo diniego l’aveva fatta precipitare in un accesso di rabbia contro una mia presunta omofobia. Vabbè, due coglioni proprio che però ricordo devono percorrere il mio stesso viaggio, ovvero da Siem Reap andando a nord- est fino ad un angolo della Cambogia ove sta un esiguo confine con il Laos. Le prime due ore di viaggio le passo nel regno di Morfeo fin quando un tizio non mi ridesta per farmi notare che il mio ronfare è talmente forte da eclissare il rumore del clacson, che l’autista adopera incessantemente ogni qual volta incrocia un veicolo . La strada è bellissima e per ora in discrete condizioni, una striscia di asfalto in mezzo a banani e mangrovie che corre verso nord.

La prima meta di un certo interesse toccata è il sito archeologico del Praeh Vihear, altro incantevole tempio in stile khmer ubicato su una inaccessibile montagna proprio al confine con la Thailandia.

La sua recente scoperta ha determinato quasi immediatamente il conferimento da parte dell’ Unesco quale patrimonio dell’umanità ma la qualifica, anziché favorirne la conservazione, ha finito per innescare una disputa assai accesa con la Thailandia interessata a posizionarlo entro i propri confini e a sfruttarne il potenziale turistico, disputa culminata persino in qualche scaramuccia militare tra i due eserciti. Ma qui tra i Monti Dangkrek non si celava solo l’ennesimo capolavoro templare della cultura khmer: per anni il mondo si è chiesto ove mai fosse nascosto il sanguinario dittatore Pol Pot dopo la sua deposizione. La risposta la si trovó qui sui Monti Dangkrek solo pochi mesi prima della sua morte avvenuta nel ’98, a oltre venti anni dalla sua deposizione, un lasso di tempo enorme ed incredibile se si pensa che non viveva poi nemmeno tanto nascosto ma aveva istituito tra queste remote montagne persino un proprio feudo ben difeso da una soldataglia di suoi pretoriani Khmer Rossi, che continuarono indisturbati le proprie mattanze sui contadini locali nell’indifferenza del governo centrale. Si prosegue poi verso est in un territorio che facendosi più pianeggiante annuncia l’avvento del Mekong. Ed eccolo infatti apparire il Grande Fiume, vasto come un mare e di un marrone- verde che lo fa somigliare ad un mitologico pitone . Qui tuttavia siamo costretti ad una interminabile sosta di oltre due ore in una città chiamata Stung Treng, che scopro essere stata sede della prima amministrazione di Virginia Raggi……nel senso che da qui in avanti le strade saranno un campo minato di buche come già descritto. Anzi, quando finalmente ripartiamo su un altro pulmino scopro che la strada in pratica non esiste più: è il sedimento in argilla lasciato dal Mekong che di tanto in tanto se lo riprende o perlomeno lo inonda, rendendolo qualcosa di vicino più alla superficie di Marte che ad una carrozzabile. Il conducente del “modulo Pathfinder” (in realtà una carretta cinese degli anni di Mao Tse Tung) ama assai fare lo splendido agli occhi di una tizia che siede al suo fianco e si lancia in una guida a zig-zag che dovrebbe evitare tutte le buche ma sortisce l’effetto contrario: in una di esse ci finisce con il catorcio dentro come un orso in una buca chiodata di un cacciatore pellerossa, ed io mi scapizzo contro la parete del bus con una bella craniata e ferendomi il naso.

La compagna del “Verstappen del Mekong” invece mi mostra in continuazione l’orologio facendo capire di non dovermi preoccupare di nulla…..io credo sul momento si tratti di un rilevamento cronometrico per la prova rally del suo compagno, nella quale saremo sicuramente ben posizionati…..giunti a destinazione scopro invece a cosa si riferiva: nel bel mezzo del nulla, ma davvero del nulla raggiungiamo il posto di confine, che chiude alle ore 18:00. Il cronometro segna le ore 17:58. E no, certo e che ci stava mai da preoccuparsi?! A bordo siamo rimasti in tre, io e due tizi orientali che mi riportano al calcio dei primi anni 2000: un giapponese uguale all’ex calciatore Nakata (ora giramondo hippie per scelta di vita), avvolto in una flemma zen che lo fa restare serafico pure dinanzi all’evenienza di una notte all’addiaccio sotto il monsone dilaniati dalle zanzare e chissà quale altra bestia del Mekong; e sta poi un pirla coreano di vastissime proporzioni che credo debba essere il figlio nato nella notte di amore tra l’arbitro Byron Moreno e la amatrice che gli fu presumibilmente messa a disposizione dalla Federcalcio sud-coreana come ringraziamento dopo che ci aveva incartato quella bella merda fumante nella confezione argentata di una bacio perugina. I doganieri cambogiani ci fanno perdere altro tempo incuranti delle nostre suppliche a far presto, spillandoci qualche dollaro di mancia per il servizio. Ora dobbiamo correre per oltre un km in una terra di nessuno fino alla Red Pagoda, dove stanno i doganieri del Laos mentre i frontalieri cambogiani stanno già chiudendo baracca per rincasare col rallysta innamorato; l’orologio segna ormai le 18:08,il varco dovrebbe essere già chiuso e davvero non saprei come da un punto di vista burocratico si metterebbe a nome la vicenda di alcune persone bloccate per una notte nell’intercapedine terrestre tra due dogane (le frontiere problematiche tra paesi non proprio amici ne hanno sempre una), una lingua di terra neutra tra due stati che si chiamano poi Cambogia e Laos, non proprio Germania e Danimarca per dirne una…. Nakata avanza con fare molto zen che pare galleggiare su una nuvola ma tutto sommato di buon passo mentre Byron Moreno pensa bene di indugiare a localizzare sul suo gps la sua esatta posizione: gli urlo in testa un “Run!!!!!!” che ancora gli fischierà l’orecchio. All’arrivo alle Red Pagoda troviamo gli ufficiali del Laos che stanno già smontando ma si intrattengono a rattusiare con una ragazza americana nella nostra stessa situazione e che letteralmente piange. Mi incarico della non facile trattativa che all’inizio non conosce altro margine di risposta che un bel “come back tomorrow” ma che poi brillantemente chiudiamo col pagamento di un’ora di straordinario a tutti e tre i funzionari, a cifre degne dell’onorario di un notaio italiano. Il fatto è che ora, tra pagamento del visto, onorari e competenze ai notai laotiani, mi trovo a corto di cash, : mi rivolgo supplice al Byron Moreno che però mi oppone lo stesso sguardo del suo padre putativo quando cacciava fuori Totti perché aveva osato respirare. Nakata invece sebben squattrinatissimo tira fuori dalla sacca sti 6 dollari fetosi che mi mancano: troverò a destinazione modo di ricompensarlo con cena e guesthouse omaggio. Siamo in Laos, altra breve corsa in carretta e giungiamo su un molo su cui si apre maestoso il Mekong, più un mare che un fiume. In mezzo, le mitiche 4000 isole del Mekong a cui ci conduce una piccola lancia in legno a motore sotto l’incalzare del monsone. Tredici ore di odissea per essere qui ma capiamo subito che ne è valsa la pena: questa è la mitologica Terra dei Mangiatori di loto, un posto fuori dal mondo in ogni senso, di cui capisco subito che mi innamorerò perdutamente ma di questo parleremo domani. A proposito di fiori di loto, il pensiero va ovviamente al mio grande amico Jerry, il Loto per antonomasia: mi pare subito di capire che questo è il posto suo, ce lo vedrei proprio bene qua, anzi mi pare che ci manca sul’iss…