La Comune sul fiume

Nella lista piuttosto lunga e composita di luoghi sbrevezi del mondo dove sono stato, un posto speciale nel mio cuore lo occupa questa GuestHouse sperduta da qualche parte sui monti Carpazi, in Romania e precisamente nella affascinante regione della Transilvania. La Pensiunea Mioritca era in effetti una strabiliante bicocca magicamente abbarbicata su un fiume, che le scorreva sotto, sopra, dentro e a fianco, permeando di sé e della sua umidità ogni angolo. Ma era bellissimo essere lì, e ad ogni modo il protagonista assoluto di quel luogo era l’oste Florian, rubizzo omaccione con una talento strappato al teatro e forse anche al mondo del marketing: si diceva nostalgico della ormai defunta epoca comunista, a cui aveva dedicato in un’ansa del fiume una cosa ibrida tra una libreria con tutti i classici del socialismo ed una cappella votiva. Ed infatti ogni mattina celebrava una “messa da requiem del Comunismo con letture del Capitale di Marx accompagnate da musiche di Mozart e Strauss, per il visibilio di noi ospiti . A cotanta cultura ed erudizione faceva da contraltare un più che percepible tasso di rattusamma, che lo spingeva a chiedere foto viscide a tutte le più avvenenti turiste mentre prendevano il sole, per arricchire la biblioteca- cappella del Comunismo. Cosa c’entrassero poi i testi di Marx ed Engels con quella collezione di tette & culi lo sapeva solo Florian, il comunista morto di figa più simpatico che ricordi.

Oslo, un posto dove vivere

Mi piace moltissimo Oslo, adagiata in fondo ad un fiordo con la serena armoniosità di una foca distesa su uno scoglio ad osservare I suoi cuccioli. Questi ultimi potrebbero essere i suoi abitanti, che si riversano sereni nelle sue strade e nelle tante sue piazze come appogiate sul mare, in una spazialità cercata sovente con forme architettoniche ardite ed asimmetriche, come nel caso di questo museo disegnato da Renzo Piano. Inoltre, un po’ come tutte le capitali nordiche, lascia percepire ad ogni passo, ad ogni incrocio o ogni edificio pubblico incontrato, di essere espressione di un modello culturale perfettamente funzionante e di una qualità della vita che si intuisce essere altissima, rendendo almeno a me personalmente continuo ed assillante ad ogni stesso passo o incrocio un impari paragone con le nostre città,’ come geneticamente condannate al rumore, al traffico ed all’incuria. Ma qui il discorso si complica troppo. Meglio godersi a pieno una tantum la serena armonia tutto intorno

Napoli- Bologna 1-1

Napoli- Bologna 1-1
ore 21:04 del giorno 16 gennaio, minuto 14 circa: Marek hamsik è solo davanti al portiere, il pallone tra i piedi, da una posizione perfetta per concludere a rete. C’è sempre un attimo nella vita di uomo che fa la differenza tra una vittoria e una socnfitta, tra un risultato e una complicazione. Può essere un’esitazione, un gesto del piede non perfetto, uno sguardo buttato al compagno non smarcato….e il portiere te la para. quel che viene dopo è un percorso impreventivabile e irto di difficoltà nel sentiero dell’imprevisto, del Caso, che, si sa, può essere avverso.la squadra opsite ti segna in contropiede, si chiude in difesa e fargli gol ti diventa più difficile di scalare il K2
ore 23: 57 del giorno 16 gennaio, minuto 76 dalla fine della partita, le interviste di sky ormai volgono al termine, persino il magazziniere ha detto che di quella partita di mezza classifica non gliene frega più un’emerita mazza, meglio ripararsi al calduccio di un piumone in quella notte gelata. C’è sempre un attimo nella vita di uomo che fa la differenza tra una vittoria e una socnfitta, tra un risultato e una complicazione. Può essere un’esitazione, una frase buttata lì a cazzo, per superfivialità, imbarazzo, sboroneria o altro. Hai glissato con sufficienza circa l’invito a essere ricondotto a casa nel caldo ventre di una Volkswagen di amici, tanto prendi la funicolare che dal Vomero impiega la metà del tempo. già, 5 minuti e sei a casa in una anonima sera di un gelido lunedì di Gennaio dedicato a una merdosa partita di metà classifica….potevi mai prevedere che quei poveri disgraziati dell’ANM, la società che gestisce il trasporto su rotaie e quindi le funicolari, hanno indetto un’agitazione sindacale contro gli iniqui tagli alla spesa pubblica del precedente governo? no, non potevi prevederlo. Vabbè, ti prendi un taxi, non che ti faccia piacere buttare sti 12-15 euro ma col freddo che fa, sti cazzi.
ore 23:59 del giorno 16 gennaio: il parcheggio dei taxi di piazza Vanvitelli è una landa desolata e spoglia, macchine bianche con una scritta opalescente sulla carlinga non se ne avvistano e il vento soffia….il cellulare, odiosa ma non tanto invenzione con cui chiamare la centrale e farsi mandare al più presto una vettura che tiri fuori da quella ghiacciaia uno stanco supporter del napoli che dopo un modesto pareggio casalingo già rimpiange il solo fatto di aver messo il becco fuori di casa. 081-570-70-70….” Siamo spiacenti, è in corso un’assemblea ai fini di un deliberazione congiunta di categoria”….” mi scusi lei ma per cosa cazzo dovete deliberare congiuntamente in assemblea a mezzanotte di un lunedì di gelo??” “Contro l’iniqua riforma avanzata dal nuovo governo e dal premier incaricato on. Monti”….provo a spiegare che qualsiasi riforma indetta da qualsiasi governo contro una categoria che turlupina i miei risparmi da un ventennio circa per me sarebbe legittima, fosse anche un forzoso transfert in treni piombati con annesso breve soggiorno in luoghi in cui le stufe funzionano a gas di composizione ben diversa dal metano… ne ottengo solo dall’operatore una concisa risposta a visitare un giorno un indecifrato paese, che spero sia caldo e soleggiato, e nel frattempo a fare affidamento solo sulla mia forza di volontà e su quella delle mie gambe
ore 00:01 del giorno 17 gennaio 2012: i numeri non lasciano presagire niente di buono, e non mi riferisco a quel 17 che nella cabala poco bene porta, e nemmeno a quel 2012 di quella cazata sui Maya, quanto ai quei numeri uno, quello dell’orario con cui inizio un nuovo giorno e a quell’uno che compare poco dopo a indicare la temperature in gradi Celsius: avrei preferito uno zero, zero grad, invece quell’uno fa come presagire ciò che mi aspetta, uno, un uomo solo nel gelo di una notte di Gennaio, che dovrà scendere le aspre pendici del Vomero fino a casa, giù, molto più in basso, se vorrà fare salva la pelle…
ore 00:12, via Kagoshima: il nome alla via è forse dato da un pittore o un artista accorso a celebrare le bellezze di un paese a suoi occhi esotico, a me suona come quello di un esploratore polare di un epoca lontana. Il vento da Nord sferza impetitoso i condomini bui, il versante sud è più riparato ma richide un allungamento del percorso così lo scarto: la scleta si rivela sbagliata, dopo pochi metri ho le orecchie livide e il passo appesantito
ore 00: 20, via Aniello Falcone: al vento non si può chiedere nessuna clemenza, ha deciso stasera di fare il suo mestiere, il bavero del cappotto è uno scoglietto che prova a arginare l’oceano, i giardinetti di quella via, dove nella stagione calda mi ero lasciato andare ad amorazzi estivi o a birre spensierate sono ora una tundra gelata ove nessuno umano s’approssima. Un pastore alsaziano da dietro un’inferriata mi si para innanzi minaccioso, poi decide di risparmiarmi, più che per pietà forse perchè allettato dalla prospettiva di una comoda risalita in appartamento riscaldato termoautonomo di proprietà dei suoi padroni, opzione per me chimerica in quel momento
ore 00:35, rotonda di corso Europa: una statua di padre Pio mi sorride sconsolata ma oltre tanto non può fare. Da giorni abbiamo perso il contatto col nostro quartir generale e i viveri cominciano a scarseggiare, il vento continua a fare il diavolo.
ore 00:40, via Tasso: abbiamo appreso che il federmaresciallo Paulus ha annunciato la resa incondizionato di Stalingrado, l’Armata Rossa ha travolto il nostro avamposto sul Don,siamo circondati, avanziamo nella steppa gelata senza viveri ne armi, le luci di piazza Amedeo risplendono ancora lontane. Al bivio di viale maria Cristina di Savoia opto per continuare la discesa lungo il costone di via Tasso, più lunga ma meno esposta alle intemperie.
ore 00:50: discesa Tasso. questa via apre uno squarcio lungo il crinale in direzione Sud, verso la costa, percorrendola sarò salvo a breve…mi ci catapultò, dopo qualche centinaio di metri mi si pare innanzi un’impietosa cancellata: accanto al cartello “discesa Tasso” soggiaceva una piccola scritta poco visibile, che recita proprio così: “strada privata”. non mi resta che risalire, gli sherpa nepalesi hanno da tempo mollato il carico e me, hanno famiglia. Mi riferiscono che Amudsen, Scott e Nobile hanno già avanzato una mia candidatura alla National geographic
ore 1.01: gradini Pontano: sarà mai una strada intitolata a un’umanista a sbarrare il passo disperato a uno che a scuola si era sempre distinto per saper tradurre tacito e Seneca a impronta? Un enorme cartello inneggia al Vesuvio: un’eruzione di lava calda alla fine non sarebbe per me adesso l’ultima delle sciagure
ore 1:15: via Crispi: un conservatore imperialista che vide i suoi soldati massacrati sull’Acrocoro etipico avrà pietà di un fante piccolo-borghese perso in una notte di tregenda….a metà mi sbarra il passo un tossicodipendente malintenzionato, lo precedo nelle sue intenzioni: “ti do pure le mutande in cambio di una tazza di thè caldo”…si allontana allibito
ore 1:30: casa
L’idea di stare qui a raccontarvi questa storia è stato ad un certo punto l’unica cosa che mi ha fatto trovare la forza di andare avanti
Napoli, Italia, ore 1:55 del giorno 17 Gennaio

Alexander – Final day: Samarcanda, finalmente tu!

“We travel not for trafficking alone:
By hotter winds our fiery hearts are fanned:
For lust of knowing what should not be known
We take the golden road to Samarkand” (James Elroy Fletcher)

Questi bei versi di un poema del 1913”, intitolato appunto “The golden journey to Samarkand”, ho fatto miei sin dal primo giorno di questa straordinaria avventura, quando la “strada dorata per Samarcanda” era lunga quasi 6.000 km, 5.932 per l’esattezza. Qualche pezzettino, d’accordo, ho dovuto farlo in aereo: l’Iran era praticamente in guerra in quei giorni e, prima di desistere ad attraversarlo, le ho studiate davvero tutte. La gran parte di questa strada l’ho lasciata comunque sotto i mie piedi e ora che sono giunto a destinazione faccio un semplice gesto che nel corso di quasi tre settimane ho scaramanticamente evitato : mi volgo indietro . Mi sale un gorgo di emozioni e momenti confusi e diversi, dai vicoli di Istanbul ai passi di montagna in Albania, il sole di Efeso e il vento ghiacciato sul lago d’Aral ridotto ad una pietraia, la movida di Salonicco e le donne in preghiera nelle moschee di Bukhara, la tempeste alla frontiera turca ed il treno fetido nel deserto uzbeko, le mille e una notte di khiva come un sogno andando indietro fino alla rimpatriata di vecchi amici in Puglia la prima sera, che pare un secolo fa . Alessandro, giunto qui, disse che trovava Maracanda (allora si chiamava così) esattamente come se la aspettava, solo molto più bella . Quella sera bevve smodatamente, più del solito, e trafisse con la lancia il suo migliore amico e miglior condottiero, Clito il Nero che gli aveva pure salvato la vita sul Granico vicino Efeso qualche anno prima . Samarcanda rende folli, con le sue torri bianche che si stagliano contro il cielo oscurato da cicogne in volo che sembrano non saper dover andare. Samarcanda ti fa perdere la direzione, ti fa dimenticare dove è l’est e dove è l’ovest, un po’ come la Calipso che fece smarrire la rotta ad Ulisse. Alessandro pianse tre giorni e tre notti per la sua follia, poi andò avanti fino in India. Io ora posso tornare, volevo la mia Samarcanda, che per me vale un sacco di cose che forse è giusto tenga per me. E l’ho avuta. È stata una straordinaria avventura che da anni disegnavo nella mia fantasia .
A proposito, lasciatemelo dire anche stavolta : la Fantasia al potere !

Alexander giorno 16: B come Bukhara

Giorno 16- B come Bukhara

B come Bukhara, la città sacra dell’Islam più importante dell’Asia Centrale, dove è edificata la prima moschea di tutta questa immensa area risalente all’anno mille e dove è custodita una delle sure più antiche mai trascritte su carta

B come Bibbia, dove pure Bukhara è riportata, in particolare con riferimento all’episodio in cui Shem figlio di Noè percuote il suolo facendo sgorgare da esso l’acqua e originando una pozza che è tutt’ora visibile all’ingresso del paese, al centro della piazza principale. Per una città assediata dai deserti da ogni lato l’acqua è ovviamente la risorsa più preziosa ed imprescindibile

B come Bazar: tutta la città antica pullula di curatissimi bazar in pure stile “via della seta”. Ogni caravanserraglio, ogni madrassa ne ospita uno, in prevalenza dedicato alla vendita di abiti. Lo stile cd “Samarcanda”, molto sul pezzo negli ultimi tempi anche negli eleganti ambienti delle città europee, trova in realtà origine e creazione proprio a Bukhara ancor prima che a Samarcanda. Difficile andar via senza aver acquistato almeno un abito o una pashmina.

B come boutique hotel: nelle corti e nei patii delle madrasse, le scuole coraniche un tempo dedicate alla formazione degli studenti più brillanti del mondo arabo, sono oggi ricavati graziosi alberghetti dove è un piacere soggiornare o bere un the

B come Baklava: la pasticceria di ispirazione ottomana è una delle delizie di Bukhara. La cultura ottomana d’altra parte risulta profondamente radicata in questo lontano spicchio di Asia centrale, di cui rappresenta una delle più avanzate penetrazioni in direzione est. Anche gli ebrei hanno una nutrita comunità secolare qui a Bukhara, un loro quartiere e persino una loro sinagoga, caso non certo frequente in un paese a quasi totalità musulmano

B come Belligeranti: Bukhara è stata sede di un regno autonomo, protagonista di innumerevoli guerre e contese. Si è dovuta spesso difendere da aggressioni di nemici esterni giunti da lontano per via della sua crucialità lungo la via della Seta. Le sue possenti mura sono state espugnate d Ghengis Khan nel 1220 e dall’ Armata Rossa esattamente otto secoli dopo, che mise fine al glorioso Khanato di Battriana.

B come Bellezza : Bukhara è bella, bellissima con una sua città antica che è un dedalo di strade, corti, madrasse e caravanserragli in cui è fantastico perdersi e sognare di notte come di giorno . Ed è a meno di 300 km da Samarcanda, che quasi ormai si vede oltre il deserto

Alexander- giorno 15: Tra caravanserragli e carrozze

Per quanto disagevole, spostarsi su queste strade sconnesse e incontrarvi le più disparate genti ha un fascino enorme e irresistibile, ancestrale ed onirico oserei dire : ci si sente come un carovaniere forestiero giunto sulla Via della Seta ad un caravanserraglio a chiedere indicazioni su quale sia la rotta per Samarcanda ad pastore nomade che poi si rivela un guerriero ostile e sfodera la sua scimitarra , o come un soldato disertore di un esercito in rotta , a cui capita di venire folgorato dallo sguardo di una principessa prigioniera nelle torri di un emiro malvagio, come in una novella delle “Mille e una notte”, che altro non so dove possa essere ambientato se non qui, tra i Regni perduti di Corasmia e Battriana, tra le mille stanze segrete di palazzi dorati. Questa la fantasia, la descrizione onirica: la traduzione empirica sta da dire differisce un pelino ed io del mio ce lo metto, già. Perché devo ammettere che ho un gusto sordido e quasi irritante per le cose inusuali e sbreveze, che prende talvolta il sopravvento in misura alterante. Cioè, se sento nominare un posto usuale e facile a raggiungersi mi appare ovvio e banale, mentre mi solletica geneticamente qualsiasi cosa appaia remota e sperduta, meglio ancora se dotata di un nome astruso ed inusuale. In questo senso sta repubblica del Karakalpakstan, impronunciabile oltre ogni dire, ha finito subito per accedere una tempesta di fenormoni nel mio immaginario peggio di quelli che un documentario di Alberto Angela scatena in una casalinga annoiata. Ma arrivarci in Karakalpakstan, e ancora dopo tornaci… Se l’andata tutto sommato va benino, col mio driver che mi scorrazza in giro per fortezze abbandonate nella steppa, espugnate prima da Alessandro Magno e poi da Tamerlano, e per le reliquie del Lago d’Aral simile ad una tomba del Progresso, il ritorno sulla strada per Samarcanda si rivela piu disagevole del previsto, con l’inserimento di un treno notturno che dovrà scarrozzarmi oltre la Corasmia verso la Battriana, nell’oasi della misteriosa Bukhara. Non è proprio come prendere un Frecciarossa per Venezia Santa Lucia o Firenze Santa Maria Novella, eh no….alla stazione ben oltre la mezzanotte siede in attesa del treno una umanità disparata e bellissima, espressione di una società multietnica e composita come quella dell’Uzbekistan: pastori locali di tratti somatici turchi, donne kirghise con gli occhi mandorla fasciate nei loro bellissimi abiti a fiori, gente vestita all’occidentale, qualche sparuto viaggiatore straniero. Arriva il treno che è un’anticaglia sovietica, ben diverso da quelli ad alta velocità di fabbricazione spagnola che solcano la steppa nelle sole ore diurne. Mi accomodo, si fa per dire, nella mia cuccetta superiore dove ci starebbe a malapena un bambino o la metà del mio corpo non proprio esile e vabbè. Se questa notte faccio un incubo e mi muovo di soprassalto, vorrà dire che precipito di sotto dove siedono due turiste orientali, forse Coreane, che sulle prime paiono graziose ed il meno peggio di quello che mi poteva capitare. Col cazzo! Serrata la porta della cuccetta, si svela in maniera massiva e devastante un odore caprino, di agnello o qualche ovino degli armenti della Corasmia, che è qualcosa di nauseabondo oltre ogni dire . Non so cosa possano aver mai fatto st sue coreane per puzzare di sta maniera di piecoro, se una escursione di turismo sostenibile in una fattoria locale o un bagno sulfureo in una vasca di sterco di capra ma è davvero infernale il fatto . Esco in corridoio mentre fuori dal finestrino scorre il deserto del Kyzilum di sabbia rossa e nera . Incontro un tizio locale di etnia Kirgisa con occhii a mandorla innestati su un faccione da pugile , che esce dalla ”lussuosa” toilette e mi dice qualcosa con un sorriso da commedia americana del tipo “è tutta tua, bello!”. Si apre la porta dell’intento, dove l’ex pugile kirghiso dagli occhi a mandorla ha lasciato un ricordo indelebile e insmaltibile della sua cena. Si consideri che la cucina uzbeka contempla il solo ingrediente della cipolla con a fianco qualcosa altro, carne o verdura, ma cipolla ovunque anche nella frutta o nei dolci. La più densa delle genovesi napoletane è una pastina inodore a confronto . Potete capire quale sia la nuova fragranza cromatica cui vado incontro. Provo a scappare sull’altra carrozza ma è un’operazione difficile e perigliosa su sti treni da vecchio west e carrozze arrugginite e cigolanti tra un vagone e l’altra. Torno nel corridoio dove ritrovo l’ex pugile che mi guarda con aria di chi cerca un complice . Ad ogni persona che raggiunge la toilette, lui mi lancia un sorrisone e sussurra qualcosa iin uzbeko del tipo “ non sanno cosa li aspetta” e si lancia in una profonda risata a bocca aperta. Siamo io e lui a condividere questo sconcio segreto nella notte su un treno che scorre nel deserto del Kyzylum. Tra coreane al caprino ed indigestioni di cipolle uzbeke, una tempesta sensoriale fino ad arrivare all’alba nell’oasi di Bukhara, antica capitale della Battriana. Roba che manco in “Ultimo tanfo a Parigi”

Alexander- giorno 14: Il Regno del Nulla

Esiste una Via della Seta di cui più o meno tutti parlano e hanno conoscenza e che da queste parti disegna alcune delle sue tappe cruciali più note . Ma credo di aver capito che corra da queste parti anche una sua sorella povera, dal percorso mutevole e che si tinge di tinte più fosche, la Via del Cotone. Si, perché in queste sconfinate steppe dell’Asia centrale che spesso tracimano in deserti, non cresce molto altro che la pianta del cotone . A differenza della sua sorella nobile Seta che arriva sulle rotte carovaniere dalla Cina, il povero Cotone è ovunque qui: dagli aridi campi spuntano a migliaia come alabarde fragili questi giunchi adornati di un pennacchio piumoso, che talvolta vola via col vento raggrumandosi poi in pallottole simili a giganteschi zuccheri filati sui filati degli alberi o sulle pareti dei minareti . A ben pensarci, il cotone è la prima cosa che ho visto appena entrato in Uzbekistan, migliaia di piume che volavano nell’aria di quella stazione ferroviaria. Quella pianta tuttavia, pur essendo anch’ella “contenta dei deserti”, per crescere di un po’ di acqua pure deve trovarla, e qui arrivano i guai, perché l’acqua qui è davvero poca . Così poca che il rinvenimento di una sorgente o una pozza viene riportato perfino nella Bibbia, come quando si narra di Giobbe che col bastone colpi la terra e subito da essa sgorgó l’acqua intorno a cui sorge l’Oasi di Bukhara, o quando la esatta medesima cosa fece Sem figlio di Noe, dalla cui percussione del suolo sorse la pozza intorno a cui nacque Chiva. Chi invece da ste parti non dispone di un superoe biblico pronto a battere il suolo per trovare una fonte, altro non può fare che andarsi a prendere l’acqua dall’unico fiume nel raggio di un migliaio di km: L’antico fiume Oxum attraversato da Alessandro Magno nella memorabile conquista della Sogdiana. Oggi si chiama Amu Darya ma passa da un’altra parte rispetto a dove la Madrenatura lo aveva collocato . Si, perché i sovietici, che in tema di disastri ecologici sono sempre stati da podio olimpico, qui ai tempi della loro dominazione hanno realizzato proprio il loro masterpiece,a imperitura memoria di quanto l’Uomo possa ingenerare terribili disastri. Il corso dell’Amu Darya è stato deviato di circa cinquecento km poi a sud, al fine di irradiare d’acqua i campi di cotone posti piu a sud, abbandonando a se stesso il freddo nord. Per la verità la stessa impresa era già stata tentata ed in parte riuscita , scopro con enorme sorpresa, da un Khan, un Sovrano locale, nel Seicento, dando luogo alla reazione di quelli rimasti a secco ed a decenni di guerre tra i Khanati di Sogdiana e Corasmia. Ma chiaro che i mezzi tecnologici erano diversi e l’impatto più risicato. Ora l’ingegneria sovietica fa scendere la sua scure più affilata ed il disastro piu grande è un altro: l’Amu Darya era l’immissario principale di un lago che allora era il più grande del mondo e classificato da alcuni addirittura come una mare, il lago d’Aral. Che sia stato un lago o un mare, ora l’Aral non esiste più: è un deserto ricoperto di sterpaglie da cui vola via sabbia e tutte le schifezze riversateci dentro quando era rivolto d’acqua. Le navi che un tempo lo solcavano per la fiorente pesca allo storione giacciono poggiate sul deserto,’come in torvo film di fantascienza post-nucleare; l’aria è spesso irrespirabile per le tormente di sabbia e la gente che vi abitava, rimasta senza acqua ne aria respirabile, un po’ come un pesce fuor d’acqua è per lo più emigrata, lasciando questo enorme fazzoletto di terra praticamente disabitato . Questo lembo sfortunato di mondo, che quasi beffardamente inizia appena varcato il ponte sull’Amu Darya, ha anche un nome e una sua costituzione in Repubblica autonoma con una sua bandiera e una sua indipendenza amministrativa, quasi uno Stato a se stante porta-bandiera olimpico della Sfiga (oddio la lista sarebbe lunga) e di cui sembra non fregare un cazzo più a nessuno; ad ogni modo, un micro-stato da poter ascrivere con orgoglio alla lista di quelli visitati: questo è il Karakalpakstan, il Regno del Nulla.

Alexander- giorno 13: Khiva, utopia dell’Altrove

Ieri mattina, dopo una notte infernale in treno, sono arrivato oltre il deserto a Khiva e ho cominciato a piangere. Ciò che mi è apparso allo sguardo non pare possa mai abitare il mondo del Reale ma solo quello della Fantasia. Il termine “utopia” fu coniato nel ‘500 da Thomas More a voler indicare, piuttosto che un “non-luogo”, la trasposizione di un modello ideale in un luogo della fantasia. Quindi ogni utopia già postula sempre un Altove. Una definizione di “utopia dell’Altrove” è dunque pleonastica o paradossale. Non ne sarei sicuro e provo a spiegarvi in che senso. A ben vedere ogni epoca storica disegna la sua Utopia e prova talvolta a tradurla in luogo materiale, in città vera e propria: mi vengono in mente Urbino e Ferrara come utopie del Rinascimento, le “new town” vittoriane a latitudini impensate come utopia del colonialismo o ancora una miriade di città di creazione sovietica, tutte materializzazioni utopiche del socialismo reale. Khiva è la traduzione terrena di ciò che è già collocato da noi in un modello di pura fantasia. Un regno fiabesco e incantato, situato in un luogo non ben disegnato su mappe antiche, oltre mille mari e mille deserti, di cui parlano viaggiatori di ritorno dalla via della Seta, un luogo intorno al fuoco ove danzano principesse bellissime intorno al guerrieri tagliatori di teste si adagiano. Khiva è già tutto ciò che noi occidentali poniamo in un Altrove, immaginiamo come pura fantasia . Potrebbe essere uscita un episodio delle Mille e una notte, dalla penna di Salgari o da un’episodio di Corto Maltese, o da mille romanzi e poesie ancora . Questa materia argillosa plasmata in forma omogeneo di moschee, Madrasse, minareti tondeggianti e mura grosse e solide come la pancia di un gigante, che sbuca fuori ad un tratto dopo il deserto, capitale del regno mitico di Corasmia ormai estinto e mille cose ancora una più incedibili dell’altra , è un luogo che mi ha mandato completamente fuori di senno, sin da quando sono sceso dopo una notte infernale in treno . Già, ieri mattina sono arrivato a Khiva e ho cominciato a piangere

Alexander- giorno 12: Ankara, capitale che capita

Che Ankara sia la capitale della Turchia credo sia una circostanza sconosciuta a oltre 5 persone su dieci . È la classica domanda a trabocchetto che si pone per mettere alla berlina qualcuno e le sue approssimative conoscenze: “qual’è la capitale della Turchia?” E quello, con tono sicuro : “Istanbul! “ Sbagliato, ciuccioooo, Ankara!!”. La circostanza di essere capitale in effetti pare essere poco conosciuta ad Ankara stessa ed i suoi abitanti, che paiono come assorbiti in quella emulazione costante e reiterata dei processi sociali e delle mode nate altrove, ad Istanbul magari. Nondimeno è una città sconfinata su un infinito brullo pianoro ed infinita all’occhio umano se ammirata dall’altura della Kale, la cittadella fortificata ottomana di gradevole ambientazione, ove sono anche concentrate tutte le migliori attrattive, primo fra tutte il museo delle culture anatoliche che mi è sembrato l’unico motivo valido per essere passato qui . Si, perché diciamo che, per quanto riguarda me Ankara, capitale o meno che sia, si manifesta con la elisione di una sillaba da questo suo status : nel senso che “capita”, ci finisco in modo casuale per la perdita di una complessa coincidenza che mi avrebbe dovuto condurre più giù , in Mesopotamia. Che sia un posto che non abbia amato a prima vista lo si è capito già, resta da dire che una sua impressione l’ha lasciata, anche perché mi è sembrata se non altro la capitale di una fase storica attuale, quella della Turchia e del suo autoproclamato neo- sovrano ottomano Erdogan. Tali sedicenti appellativi suonano certo attraenti ma si farebbe prima a chiamare Erdogan col suo vero nome ed il suo una sorta di regime con qualche liberalità occidentale da un lato e qualche richiamo alla tradizione dall’altro. Un colpo al cerchio ed una alla botte e nel mezzo tanta tanta polizia ovunque, a presidiare ogni cm di questa città che del regime è il salotto di casa . La cosa che colpisce è pure vedere il ritmo frenetico e accelerato a mille dei suoi abitanti, che pure nel passeggio serale paiono voler correre avanti ed indietro a ritmo isterico, senza volersi fermare da nessuna parte . Io mi fermo in un pub di ispirazione occidentale, l’unico a servire birra e alcolici in tutto il centro e noto come sia il posto dove tutti vogliano essere e le ragazze vengano a fare le foto da pubblicare sui social, sebbene sia un locale abbastanza anonimo. Poco dopo avviene una scena che non avrebbe nulla di sorprendente in una qualsiasi città occidentale, e non è certo una cosa positiva, ma qui la pezza finisce per essere peggio del buco : un cencioso bambino mendicante si avvicina al mio tavolo chiedendomi spicci . Mentre mi allungo a cercarne nella tasca , si materializza una poliziotta con la faccia da maestrina Rottemeier ed il fisico da campionessa olimpionica di decathlon, che inmobilizza a terra l’inerme bambino manco avesse un mitra o una cintura esplosiva. Sono scene che suscitano due ordini di reazioni : quelle di chi dice “ah bene così, facessero così anche da noi! Sai quanti delinquenti in meno Etc etc” e chi vede un’aggressione ed un arbitrio del tutto sproporzionati ed incommensurati alla “minaccia” patentata , se mai può essere reputata tale. Due ragazze che siedono a fianco e vedono la scena si iscrivono a questa seconda schiera e provano a sottrarre il bambino dalle mani della donna – Rambo e allontanarlo . Vengono crocifisse ad uno stipite di una porta da una pletora di agenti accorsi in un nano-secondo come manco fosse in corso un attacco terroristico e chiamate ad identificarsi Io stesso che provo a spiegare che è tutto ok, che il bambino non aveva fatto niente di che, vengo messo in guardia da uno dei dieci o forse più agenti accorsi sul posto che qualcosa tipo il favoreggiamento del vagabondaggio è severamente punito dalla legislazione turca, poi si offrono con inusitata gentilezza nientemeno di scortarmi in hotel se mai a quel punto mi sentissi minacciato!!!!! Offerta che ovviamente declino garbatamente. Resto dell’idea che l’unica cosa che meriti una visita di Ankara sia il fenomenale museo dele culture anatoliche, per il resto un luogo in preda ad una nevrosi fobica da teledipendenti.

Alexander- giorno 11: Il Castello di cotone o di carta?

L’interrogativo proposto nel titolo non concerne invero la natura materica del luogo, che non è a dirla tutta ne di cotone e ne di carta, ma riguarda la possibilità che ci riesca ad arrivare a sto benedetto castello di cotone o che il mio planning se ne scenda tutto di botto come un castello di carta . Si , perché i tempi cominciano a farsi serrati e appena finito di inerpicarmi lassù dovrò a spron battuto proseguire verso la Turchia centrale, per non perdere la rotta verso Samarcanda . Lascio di buon mattino la costa sull’ Egeo, il quarto mare incontrato finora ma non l’ultimo, giacché conto ad un certo punto di sta storia di sbucare su quello che un tempo era chiamato mare , il lago d’Aral ora prosciugato quasi interamente ma sempre qualcosa di simile ad un mare, molto più avanti nel cammino . Qui saluto la dolce cittadina di Selcuk e la mia graziosa locanda, con vista proprio sulla basilica di San Giovanni e monto su sto treno con destino Denizli, città che scoprirò essere poi di enormi dimensioni da qualche parte nella Turchia interna . Un mare di aranceti per il primo tratto , poi la natura si fa più brulla ed arida con l’allomtanarsi dalla costa. Guardo le faccio delle persone sul treno , almeno quelle che è possible vedere perche molte donne hanno il velo integrale , e realizzo che la Turchia è un mosaico tutto sommato ben riuscito di popoli diversi, che al nostro occhio miope paiono uno solo ma affondano invece in culture millenarie l’una diversa dalle altre. Riesco anche a constatare, che al di là dell’abbigliamento, è un paese che dall’ultima volta che ci sono stato ad oggi, fa registrare diversi progressi in direzione occidentale, posto che possano reputarsi tali . Di sicuro qualcosa che pare essere scomparso o davvero drasticamente ridotto , forse perché perseguito in via legale non saprei, è quella puchiarella una volta onnipresente e continua di seccatori che per strada, su un treno o fin dentro un cesso ti inseguivano per venderti cianfrusaglie e proporti scambi e mercanzie a questo o quel prezzo . E questo valeva ovunque , pure se per acquistare le sigarette si andava incontro ad una estenuante contrattazione, tipicamente levantina . A qualcuno la cosa piace, in particolare sono sicuro che molti mie conterranei napoletani, che un po’ turchi sono, sentiranno la mancanza di sto teatrino ; io francamente no, era un siparietto che mi ha sempre scartavetrato le palle. E basta .
Arriviamo ordunque dopo circa 4 ore a questa Denizli, che pare una città sudamericana di quelle inerpicate sulle Ande ad alture impensabili. Qui la quota da raggiungere è quella dove il fiume Menderes disegna nel marmo travertino bianco della roccia una serie di bizzarrie geologiche che paiono le bizzarrie di un architetto barocco ubriaco o forse anche le lande di un mondo alieno . Per di più nei pressi sorgono le bellissime rovine di una città prima greca e poi romana , Hierapolis. È giustappunto sto mio essere così saputello, sapere tutte ste cose su ste rovine di Hierapolis che qui non si caga nessuno, che stavolta mi tende un brutto tiro. Si, perché sul dolmus (i pulmini collettivi che partono quando sono pieni) comincio a dire al l’autista di Hierapolis e se il bus ferma da quelle parti . Quello, tutto fiero che finalmente arriva qualcuno che chiede di Hierapolis, fa la brillante pensata di farmi scendere non con tutti gli altri, che vanno a vedere il banale “Castello di cotone” dall’ingresso a valle, ma scapicolla solo me e il suo pulmino sgangherato fin sulla cima di una montagna , dicendomi di fidarmi e che da da li avrei attraversato la magnifica Hierapolis culminando poi sulle vasche di travertino bianco di Pamukkale . Tutto molto bello ma non se hai i minuti contati e uno zaino di una decina di chili sulle spalle . Si , perché quello resta con me, dovendo per forza di cose entrare dal lato a monte ed uscire da quello a valle 4 km più giù; inoltre i simpaticoni all’ingresso, dagli addetti alla biglietteria a quella del bar , con un rigore più tedesco che turco, dicono che non possono giammai assumersi il rischio di detenere un bagaglio sconosciuto manco per un’ora . E jammuncenn: con sto fardello sulle spalle mi scendo tutta Hierapolis, bella bellissima su un alto pianoro riarso dal sole che proporrà immagino temperature infernali nei mesi estivi . Le vestigia di un tempio romano si stagliano maestoso contro il cielo turchese . Poi in un nitore bianco accecante appaiono le vasche di marmo ricolme di un’acqua anche essa turchese. Le falesie marmoree ridondano poi di un sedimento di carbonato depositato dal fiume, che pare come un pulviscolo, come appunto ciuffi di cotone pronti a prendere il volo. Sembrano come balze di un purgatorio in cui immergersi in catarsi . E sotto la pianura anatolica corrugata da montagna e sconfinata verso l’orizzonte e oltre , che dovrò percorrere per migliaia di km ancora , a partire da questa stessa notte dove un altro treno mi porterà molto lontano . Andiamo !