A come Atlante: Batumi

Cominciamo col dire chiaramente una cosa: Batumi non è ne sarà mai la città più bella che avrete mai visto al mondo, a meno che non abbiate un gusto, per così dire, fortemente distopico o qualche motivo personalissimo di interesse, come nel mio caso. Ma andiamo con ordine:

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Batumi è una città ricadente entro i confini della Georgia, ex repubblica socialista sovietica divenuta indipendente dal 1991 e  destinata ad esserlo ancora per poco, vista la già manifestata bulimia della gigantesca madre Russia posizionata proprio alle spalle e intenzionata a rimangiarsela. Ma il freno a questa smodato appetito forse può essere proprio Batumi, cittadina di non enormi dimensioni collocata in un angolo ombroso del Mar Nero, a pochi km dalla Turchia. Sì, perché proprio qui si tuffa nel Mar Nero, dopo un viaggio assai pericoloso nel indocile Caucaso, il gigantesco oleodotto SouthStream degli Americani, gravido di oro nero pescato nell’azerbaijan amico. La diplomazia americana ha più volte lanciato messaggi chiari a Putin, del tipo: “se volete mangiarvi a colazione il resto della Georgia, fate pure: la cosa verrà da noi interpretata come una questione d’area locale. Ma non toccateci Batumi e il tubo con l’olio dentro, che scoppia la terza guerra mondiale.” In effetti già il nome Batumi pare ricordare il catrame, il bitume per l’appunto, e l’odore acre  di esso riempie abbastanza l’aria mescolandosi al profumo degli kachapuri, squisite focacce al formaggio di capra bollente.

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Ma lasciamo perdere ora la geopolitica e le sue noie, perché Batumi è da tempo immemore anche molto altro, ed è questo “altro” che mi ci condusse circa 4 anni orsono. Si, per me Batumi è e sempre e resterà la città di Medea, figlia di Ete re della Colchide. Arrivai qui alla fine o quasi del viaggio più bello e avventuroso che mi è finora riuscito di concepire, “il Vello d’oro”, un cammino a piedi dall’Albania fin nel Caucaso sulle tracce degli Argonauti. Questa città, ubicata appena dopo il confine turco, costituiva ovviamente una tappa obbligata come terra della principessa Medea, amata da Giasone re degli Argonauti; e quando vi misi piede, dopo giorni in sconfinate steppe della Anatolia nella Turchia Orientale, dopo ore di autostop a bordo di camion per strade impolverate che sembravano non condurre da nessuna parte e dopo una disavventura alla agitatissima frontiera dove a migliaia si accalcavano migranti provenienti da Kurdistan e Iraq, ebbi la percezione di essere sbucato alfine in una terra amica, guardando la statua di Medea eretta dinanzi a me.medea

Non era questa ancora la tappa finale del mio viaggio, posta più in la in una selvaggia e remota regione montuosa, il magico Svaneti dove si ipotizza gli Argonauti rinvenirono il loro vello d’oro. Ma giunto qui, realizzai che mi mancava solo una tappa al traguardo e che ce la potevo fare, mi emoziona ancora oggi pensarci.

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Esaurita anche la personale sezione amarcord, passiamo dunque a parlare di questa benedetta Batumi come è oggi: si tratta di una città dinamica e vitale, con un clima favorevole e incredibilmente caldo nei mesi estivi, sebbene le altissime montagne del Caucaso si ergano proprio alle sue spalle minacciosamente innevate persino ad agosto. Ma tutta la regione dell’Agiara, di cui questa città è il capoluogo gode di un microclima quasi tropicale e si rinvengono infatti persino palme e alberi del tutto improbabile a queste latitudini. Incoraggiato da tanta clemenza meteorologica, il governo centrale di Tbilisi, abituato a tutti altri climi lassù nelle impenetrabili montagne, ha deciso di provare a trasformare questa città in una sorta di Las Vegas sul mar Nero:

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sono sorti improbabili palazzi in vetro-cemento. ruote panoramiche e casinò. Il Lungomare spianato fa da passerella a piccole star dello schermo georgiano e la rigidità dei costumi locali è un pochino attenuata. Sullo sfondo, fanno da immancabile cornice i palazzaci grigissimi di epoca sovietica e gli acquartieramenti dei soldati russi, che qui hanno tutt’ora una base navale. E’ uno zibaldone strano e confuso, dove non mancano studenti venuti a imparare il russo e monaci di sette animistiche piovuti qui dalle alture del Caucaso a fare rifornimento di viveri. A proposito, la cucina georgiana è squisita e anche il vino (che secondo leggenda è nato proprio qui ) non ha nulla da invidiare a quello nostrano .Eppoi, non riuscireste a credere a quanta popolarità riusciamo ancora a riscuotere noi italiani in questo spicchio strano e sperduto del Mar Nero: canticchiate un'”aria”di Celentano anche in un modesto karaoke da bar e, vedrete miei immarcescibili maschioni all’italiana, come cadranno tutte ai vostri piedi.

Batumi non sarà mai la città più bella che vedrete ma è forse proprio in questa sua “mancata bellezza” che la città ritrova il suo senso ultimo, un po’ come la sua regina di un tempo, la Medea disperata e tradita

A come Atlante : Azzorre

Sperdute nel bel mezzo dell’Atlantico, in posizione quasi equidistante dalla coste europee e da quelle americane, le Isole Azzorre formano un arcipelago di origine vulcanica geologicamente piuttosto recente e in continuo divenire, se si pensa che ancora oggi dal fondo dell’oceano la lava ribollente di mille vulcani continua a “vomitare” fuori pezzi di isola che emergono dal mare con forme bizzarre e diseguali. E’ il caso, ad esempio, dell’isola di Sao Jorge, una delle nove formanti l’arcipelago, lunga circa 70 km, alta mediamente 700 m e larga solo poche centinaia di metri. I pochi esseri umani che riescono ad abitare un posto così ostile dicono di vivere su una “schiena di balena” issatasi dall’oceano e pietrificata dagli dei. Gli stessi abitati di quest’isola hanno tra l’altro imparato a sottrarre all’oceano lembi di mare per trasformarli in incredibili appezzamenti di terra, difesi dai flutti con tutte le forze possibili per ricavarne un ottimo vino.

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Ho nominato poc’anzi le balene: esse sono da sempre, o almeno dalla scoperta delle Azzorre da parte dell’uomo occidentale, il motore dell’economia delle isole.  Sin dalla scoperta dell’arcipelago, avvenuta nel 1430 in maniera casuale, s’insediarono qui balenieri di ogni dove, la cui presenza romantica e un po stracciona è tutt’ora assai percepibile girando per le varie isole. Ma le Azzorre, a metà tra Europa e Nuovo Mondo, sono un puzzle difforme di umanità come pochi.

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Immaginiamola così: pensate di ricevere in omaggio dai Mastri Fabbri della Terra della lava fresca in regalo e immaginate di poterla modellare come il Das con cui giocavamo da bambini. Allora, un pezzo lo scolpite come un’isola tropicale, caraibica; un’altro pezzo invece lo modellate come un’isola delle Ebridi scozzesi o le Shetland, avvolte tra nebbie perenni e pioggia, e ce lo attaccate vicino. Sopra ci mettete omini che sono navigatori in cerca di nuovi mondi da esplorare, balenieri in stile Moby Dick, coloni quaccheri fiamminghi in cerca di terre in cui pascere le mandrie, cercatori d’oro squattrinati irlandesi, predicatori ortodossi, esuli,telegrafisti, marinai e velisti giramondo. Un collage di tutte queste cose opposte e sincretiche sono le Azzorre, un ossimoro geografico investito dalla calda Corrente del Golfo che alla prima sua “fermata” recapita qui orchidee e palme da cocco (e pensate che sono coltivate le banane e d e’ l’unico posto in Europa dove si produce il the; ma poi sta la componente fredda, con brume, boschi di conifere e pascoli che pare la Svizzera. Vi è pure una minoranza etnica fiamminga, gentef sbarcata qui un tempo qui al seguito di un tizio che li convinse della presenza di immensi giacimenti di oro sulle isole. L’oro non fu mai trovato e il tipo fu passato per le armi, ma gli altri dovettero reinventarsi allevatori e ancora oggi producono un burro famoso nel mondo; a discapito delle loro origini ammutinate, prendono l’elegante nome di “gentlemen farmers” e abitano in un villaggio chiamato Flamengo (che in spagnolo vuol dire appunto fiammingo): in effetti nei loro tratti mi e’ sembrato di scorgere i volti corrucciati e deformi dei dipinti di Brueghel il Vecchio o dei “Mangiatori di patate ” di Van Gogh. E sopra tutto stanno i vulcani, e adire il vero anche sotto, giacché anche in tempi recentissimi sono emersi schegge di isole di lava simili a schiene di balene, per secoli la principale risorsa dell’isola. Alle Azzorre, in questa così composita civiltà ,vige più che altrove, la percezione talvolta drammatica che a decidere cosa donare e cosa togliere agli uomini sia solo la Natura.

La soggezione alla natura e alla furia dei suoi elementi, percepiti in una dimensione quasi mitologica dagli abitanti di queste schegge di basalto gettate nel bel mezzo dell’Oceano, è forte ancora oggi. Osservate la foto di sotto, risalente solo agli anni’80. racconta della tempesta più forte mai registrata.

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Gli abitanti del luogo dicono di scorgere, nella bizzarra forma che la gigantesca onda assume rompendosi sulla scogliera, il dio Nettuno che si manifesta loro e ne sono tutti fermamente convinti. Io ho passato una serata intera, in compagnia di due simpatici ubraiconi locali, a riguardare la foto ma questo Nettuno non sono riuscito a vederlo, forse perchè non sono “acoreano”. Provate anche voi

 

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Sarà forse per questo motivo, per questa Natura che si manifesta in forme mitiche e oniriche, che gli antichi, assai prima della scoperta portoghese, collocarono qui, secondo la tesi più acreditata, un mondo fantastico eppure esistito,  la mitica Atlantide, il Continente Perduto.

Allego qui di sotto il link con il racconto più dettagliato del mio recente viaggio in queste isole, invitandovi a visitare le Azzorre prima che un turismo grossolano e troppo invasivo metta piede ahime anche laggiu

 

 

A come Atlante: Antigua

L’idea di questa rubrica era originariamente quella di dedicare un articolo ad un posto per ogni lettera dell’alfabeto. Ma poi solo con la lettera A mi vengono in mente tanti di quei posti assolutamente imperdibili di cui parlare, che necessariamente devo rivedere e allungare il piano. Ecco, con la lettera A comincia pure la “maravillosa Antigua”, quella situata in Guatemala (giacché con lo stesso nome si contano anche altre località dell’area caraibica): una località stupenda, romantica, lenta, colorata e pregna di quel senso che i francesi racchiudono nel termine “decrepitude”, anche se qui sarebbe più idoneo un vocabolo spagnolo, giacché spagnola è la sua origine. Antigua è in effetti la quintessenza della città coloniale spagnola in suolo americano, anche se è visibile ancora oggi la presenza della comunità indigena  Anche qui affido la descrizione alle pagine di un diario redatto in loco, “il Velo di Maya”, durante un viaggio che toccò altre località del Guatemala e infine le dolci spiagge del vicino Belize, con il Blue Hole, un misterioso buco in mezzo all’Atlantico, come meta finale.

Antigua è un posto che vi consiglio vivamente di visitare anzi di vivere e, se la cosa non vi scandalizza, bevete con serenità un goccio di mescal: sebbene illegale, pare che avvicini agli Dei, quelli Maya però!

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In questa zona di mondo, intesa come America Centro-meridionale, vi sono diverse città col nome “Antigua”; d’altra parte il termine in spagnolo significa semplicemente “antica” e se intuisce la facile riferibilita’ a tante cose. L’Antigua dove mi trovo io e’ antica assai e meravigliosa davvero. La costruirono gli spagnoli nel 1540 (agli albori del genocidio perpetrato qui dunque) e ne fecero subito la loro centrale operativa. La città sorge in un fondovalle incastonato tra 4 vulcani posti in corrispondenza quasi magica con i 4 punti cardinali, mentre i nomi dei bestioni fumanti e sovente eruttanti richiamano in parte un’altra fenomenologia quadripartita, quella dei 4 elementi: un vulcano si chiama infatti Agua, un altro Fuego e se vi è qualcuno tra i lettori che ha partecipato all’ultima caccia al tesoro starà notando qualche felice o sinistra (a secondo dell’esito finale) analogia. Coincidenze, anche perché i rimanenti due si chiamano poi Pacaya e Acotenango, il “top player” per attività e anche altitudine col suo svettare sopra i tremila. Antigua magicamente riposta dunque in fondo a questo idilliaca suburra di elementi e’ un autentico gioiellino coloniale: costruita secondo i canoni dell’architettura cd militare dell’epoca, presenta una pianta rettangolare e un numero impressionante di edifici storici e chiese barocche per lo più in rovina. Aqquartieramenti militari e edifici del clero cattolico, il braccio e la mente dello sterminio insomma. In mezzo, fulcro della vita locale, il Parque Central, una sorta di gigantesco patio adorno di bellissime piante tropicali e circondato da magnifico edifici. Mi alloggio a pochi metri da esso, in una stanza immersa anche essa in un giardino tropicale e che inquadra nella finestra perfettamente uno dei 4 vulcani, l’Agua che al mio arrivo erutta pure un po e lascia intravedere alcuni rivoli di lava. Mi innamoro subito del posto, delle sue vie acciottolate che sembrano non condurre da nessuna parte, giacché ,attesa la geografia dei luoghi e la pianta della città, da Antigua pare impossibile uscire.
Tra il trambusto delle scassate automobili che scarrozzano sullo sconnesso acciottolato seicentesco e il vociare sommesso delle minute venditrici maya, cala la notte su Antigua. Nei posti prossimi all’equatore il tramonto e’ più repentino che alle nostre latitudini, il sole ci mette meno a tramontare e pare quasi che di colpo abbiano spento la luce. Di conseguenza e’ più brusco anche il cambio di umore, in quella che Dante con il verso poetico più geniale mai letto definisce “l’ora che volge il desio ai naviganti”. Eh già, di giorno il marinaio sul mare si affretta e non pensa a dove si trova attorniato dalla luce: e’ al calare della notte, al tramonto, quando il mare diventa un nero gigante informe che pare stritolarlo, che al navigante subentra la tristezza e il ricordo di casa. Io per ora navigo in terraferma e più che altro mi prende brutta l’idea che l’indomani avrò quarant’anni. Cominciano ad affollarsi pensieri cupi e bilanci, preoccupazioni e resoconti: tutta roba buona da affogare nel metscal, il progenitore grezzo della tequila forse illegale ma che contrabbandano piuttosto allegramente qui. Non troppo però, che domani all’alba si scala un vulcano: quello meraviglioso che, oltre i tetti e la cattedrale, contemplo ora dalla mia finestra”

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A come Atlante: Ani

Oggi vi parlo di una città che per la verità non è più tale, nel senso che è ridotta ad un ammasso di rovine ma dal fascino incredibile: Ani. Situata proprio sulla linea di confine tra Turchia e Armenia, la città-fantasma di Ani pare fluttuare nell’aria sopra uno sconfinato pianoro verde e tutto pare fermo ad un minuto dopo l’invasione che la ridusse così, quella dei Mongoli capitanati dal feroce Tamerlano nel 1235 d.C. Per darne una descrizione, riprendo la pagina del diario “il Vello d’oro” che scrisse allorquando toccai questo sito, in un bellissimo viaggio dall’Italia fino al Caucaso sulla scia del cammino degli Argonauti. E’ una pagina piena di errori ed impressioni del momento, come è giusto che sia un diario di viaggio scritto a caldo, che lascio inalterata per mantenere più vivida l’emozione del momento che la visita del luogo suscita. La stessa foto-copertina di questo blog è scattata proprio li, ad Ani, antica capitale del regno Urartu

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“Giorno 15
La cosa che mi pare più assurda di questo assurdo luogo ove mi trovo sono i cartelli stradali. Si, avete letto bene, i cartelli stradali. Davvero, quando si è qui, assuefatti a questo spazio sconfinato e agorafobico, in questa steppa senza fine che ti assorbe e sovrasta, finisce per apparire poco credibile che un cartello possa indicare che da qualche parte li, da una qualsiasi parte, possa trovarsi una città, un qualcosa ove stanno gli uomini. Pochi chilometri fuori dall’abitato di Kars ci troviamo di nuovo immersi e sovrastati da questa lunare pianura immersa in una luce lattiginosa che stordisce, un nulla senza soluzione di continuità. La compagnia comprende una coppia di inglesi ricercatori presso l’università di Oxford, e una giapponesina anche ella ricercatrice in campo gastronomico del raro sushi turco, nel senso che il pesce lo prende la sera dal portiere di notte della locanda, nella stanza giusto di fianco alla mia, tra lancianti urla che fanno pensare più ad uno smembramento anatomico che ad un amplesso. Vi è poi un giovane autista improvvisato, con scarsa previggenza del futuro, visto che dopo una decina di km restiamo a secco, fermi senza benzina. Per quel che mi pare, il tipo che dovrebbe arrivare da chissà dove con la tanica di carburante potrebbe anche chiamarsi Godot, e noi essere diventati per incanto i protagonisti dell’opera di Beckett fermi li a aspettarlo per l’eternita’ in questo luogo informe e spaventoso. Stormì di corvi oscurano il sole in quanto di più vicino ricordi alla fine del mondo. Ad un tratto avvistiamo appunto un cartello, recita “Ani 43 km”. No dai e’ uno scherzo, volete farci credere che a 43 km esiste qualcosa oltre questo nulla? In effetti di un piccolo scherzo un po’si tratta: Ani e’ il Nulla, scritto con la maiuscola. Forse già il nome, inteso come plurale di ani può fare pensare ad un luogo di deiezione della materia, ormai morta e informe ma atta a rigenararsi sottoterra. L’arrivo ad Ani lascia senza fiato: alla fine di uno sterminato pianoro appaiono possenti mura ciclopiche affrescate e adorne di giganteschi bastioni cilindrici. Ma varcata la porta, sulla quale è effigiato un leone caucasico ( ne vivevano qui), si pone il problema: oltre quelle mura c’è solo il Nulla. Case crollate, colonne infrante, chiese e moschee bruciate.
Ani era la capitale del mitico regno Urartu, fiorente e potente città posta sulla via della Seta, che contava 10.000 abitanti intorno all’anno mille ( un’enormita’ per quei tempi) e che gareggiava in potenza addirittura con Costantinopoli, situata quasi duemila km ad ovest. Dello splendore e della vestigia di Ani sono piene le cronache del tempo. Ma un evento inatteso e terribile mina le fondamenta del suo potere: un cataclisma di eccezionale portata la distrugge quasi completamente e la rende debole ai suoi molti nemici, dai Persiani ai rozzi Cimmeri fino alla nascente stella di Coatantinopoli. Ma Ani si riprende presto:la sua posizione strategica sulla via della seta, prima dei deserti dell’odierno Iran e a sud del selvaggio e intransitabile Caucaso la rendono una sosta irrinunciabile per i mercanti in viaggio sulla direttrice est- ovest. Ma un nuovo evento, assai più imprevedibile e terribile persino di un terremoto, attende Ani. E’un invasione mongola, orde spietate di guerrieri a cavallo che si abbattono sulla città. E’ Tamerlano in persona, il Gran Khan, a comandare l’ordalia. Nessuno sopravvive ad essa, della mitica capitale Urartu restano solo macerie e morte.
E’da ritenere che per i popoli che si imbatterono in essi, l’arrivo dei Mongoli ebbe un impatto analogo ad un’invasione aliena. I Mongoli sono uno scherzo della Storia, non sono un comune esercito invasore, sono una sorta di meteorite impazzito che intorno al 1200 colpisce l’Europa e l’Asia minore incenerendoli. Cronache del tempo narrano di interi villaggi rasi al suolo nel tempo di una notte, in uno spazio geografico compreso tra la Finlandia e Israele. Si narra di diavoli a cavallo capaci di muoversi nelle tenebre e in assoluto silenzio.. I Mongoli dispongono di formidabili arcieri a cavallo, chiamati mi pare Mandugai, innovazione assoluta nella arte militare, capaci di travolgere qualsiasi statica linea di difesa. Si narra che i Mongoli a cavallo sappiano fare tutto, anche dormire e fare l’amore. Hanno un aspetto strano e mostruoso, non si lavano e emanano un terribile odore equino. I Mongoli non fanno prigionieri, non vi hanno interesse, sono nomadi e vivono di saccheggio. Gli uomini delle città conquistate vengono uccisi, le donne orrendamente mutilate e deportate, costrette ad una filiazione forzata come vacche da monta per fornire nuovi soldati. Non edificano città, sono un popolo in movimento. E’ancora un segreto invidiato a tutt’oggi dai migliori strateghi militari capire come un intero popolo abbia potuto percorrere una distanza si decine di migliaia di km e travolgere centinaia di eserciti senza incappare in una sola sconfitta. I Mandugai mongoli straripano nelle pianure della Rumelia, tracimano in Anatolia, deflagrano in Pannonia, l’odierna Ungheria. Ormai sono alle porte di Vienna. Contro di loro l’Europa secolarmente divisa in guerre fratricide trova uno dei rari suoi momenti di unione. Molti km più a est l’Impero cinese erige la più grande opera mai realizzata dall’essere umano, la Muraglia cinese, nel tentativo peraltro vano di arginare le orde mongole.
660 anni dopo il passaggio dell’orda distruttrice, Ani e’ ferma a 5 minuti dopo il passaggio dei Mongoli. Visitare Ani e’un’esperienza che vale un viaggio, anche se andasse fatto dal l’angolo più remoto del pianeta o anche dalla Luna, da cui si vede pure la Muraglia cinese costruita per fermare i Mongoli. Ad Ani si sta sospesi in un limbo immaginario, si galleggia tra macerie che sembrano odoreare ancora di incendi e sangue, e si sta impauriti: si ha l’impressione che dal fiume in fondo alla gola o dalla sterminata steppa possano comparire da un momento all’altro i Mandugai mongoli, e magari farti fare la stessa fine dell’ultimo re Urartu di Ani, che fu cosparso di miele e lasciato li a essere mangiato dagli insetti….nondimeno al di la della barbarie, e’un vero peccato sprecare del miele così! Si’ perché il miele di queste parti e di eccezionale bontà, tra i piu pregiati al mondo, forse perche imbevuto del sangue del povero re di Ani chissà . Ani & honey, un binomio magico. Nel pomeriggio, tornato a Kars ci aggiungo sopra pure un bel hammam e la sera un pasticcio di carne melanzane e peperoni, mi pare si chiami Astakalipi, che lo farebbe diventare duro pure a Lele Mora. Mi regalo pure un’ultima cosa: sono solito pensare spesso ad un luogo immaginario, la Fortezza Bastiani ove è ambientato il “deserto dei Tartari” di Buzzati. Ci penso perché mi rapisce con la mente e ne vado alla ricerca per il mondo. Smetterò di farlo: l’ho trovata! La rocca di Kars domina questa sterminata steppa, e li stettero a lungo i soldati russi, anche molto dopo la fine della prima guerra mondiale, ad aspettare gli Ottomani che però non arrivarono mai. Non arrivarono perché l’impero ottomano non esisteva più….
Io penso che quando torno in Italia dovrò farmi per una settimana di fila lunghe camminate a piedi nella zona di Gianturco, tra la zona industriale e Barra, oppure mettermi a fare jogging intorno al perimetro dell’Italsider di Bagnoli, magari la mattina presto quando la luce del sole bagna le ciminiere dandogli quella sfumatura color marrone merda. Poi dovrò mangiare mattina e sera al Mac donald ed ascoltare a palla cd di Tiziano Ferro: in qualche modo devo lavare via questa overdose di bellezza, smaltire questa sbornie di meraviglie che sto vivendo in questa fantastica avventura. E la cosa forte e’che, come canta quel tamarro di Ligabue, il meglio deve ancora venire!”

A come Atlante: Albania

Inauguro questa mia rubrica dedicata a luoghi del mondo da visitare da un paese che amo particolarmente, l’Albania. Cominciamo col dire che si tratta di una paese bellissimo e incredibilmente ospitale, completamente al di fuori dagli stereotipi con i quali ci si è soliti rapportare ad esso  “al di qua” del mare. Vi è un’immagine piuttosto singolare che affolla la mia mente quando penso all’Albania, anche se è per l’appunto frutto di una rilettura assai personale e divagante: è rubata dalla scena di un film, per la verità ambientato anch’esso “al di qua del mare”, sulla sponda ovest dell’Adriatico e per la precisione nella Rimini degli anni’30. Mi riferisco ovviamente ad Amarcord di Fellini e all’indimenticabile scena del passaggio del transatlantico Rex, mentre sulla spiaggia e su malmesse barchette di legno un’umanità povera e sognante si affolla a salutare ingenua il gigante di acciaio partorito dai patrii cantieri di regime. Ecco, una scena cult dell’Italia felliniana da Dolce vita, a metà tra sogno e disincanto, un bozzetto quanto più italiano che mai si direbbe. Eppure, io, che quell’età e quelle atmosfere le ho vissute solo al cinema, sarei tentato di dire che esse non abitano più nell’Italia di oggi ma sono forse rinvenibili in un paese appena al di la del mare, ancora avvolto in un’atmosfera onirica e forse un po frastornata ma di certo autentica: l’Albania.

Sull’altra sponda dell’Adriatico infatti, così vicino da vedersi in giornate terse di tramontana, sorge una piccola nazione arroccata in massima parte su un territorio montuoso ed impervio, tanto da meritarsi l’appellativo di “paese delle aquile”( che in effetti volteggiano ancora abbastanza numerose lungo le pendici delle Alpi Dinariche o del Monte Korab). La vicinanza all’Italia si estrinseca a livello certo non solo geografico, essendo innegabile un’influenza culturale affiorante dal passato come dal presente, fatto di fin troppe televisioni accese immancabilmente sintonizzate su trasmissioni nostrane. La presenza italiana appare più tangibile nella zona centrale del paese, quella della capitale Tirana, ma non è certo l’unico tratto distinguibile ne quello predominante in un paese che è un mosaico di etnie e rimandi storici. Per anni l’avamposto di Costantinopoli e dell’Impero Ottomano in Europa, il paese presenta ancora una forte influenza musulmana, assai visibile in alcune regioni dell’interno dove quella islamica è di gran lunga la religione predominante. Nelle regioni meridionali è invece forte la componente etnica greca, radicata sin dai tempi antichi se è vero che sono ammirabili sulla costa bellissimi siti archeologici come quello di Apollonia e Butrinto, proprio di fronte l’isola greca di Corfù. In particolare questo tratto di costa, a sud di Valona e fino al confine con la Grecia, offre scenari e spiagge che poco hanno da invidiare alle più note località italiane o spagnole e ricordano, come nel caso di Ksamil coi suoi isolotti, addirittura i Caraibi. Un aspetto deprecabile è rappresentato certo dallo sviluppo edilizio sregolato, che pare fondere il peggio delle speculazioni edilizie di stampo mafioso alle brutture del socialismo reale; ma, almeno allo stato attuale, larghi tratti di costa sono ancora inedificati e selvaggi, quindi incredibilmente belli. Lasciando questa costa e addentrandosi nell’interno si incontrano non lontane le bellissime città ottomane di Berat e Argirocastro, con borghi medievali inerpicati su brulle colline davvero affascinanti e dall’aspetto assai autentico. Una strada davvero ostica ma spettacolare si inerpica poi da Argirocastro sui monti Grammoz , scavalcando monti e gole ripidissime per arrivare fino Korca, non lontano dal confine con la Macedonia: da sconsigliare comunque ai deboli di cuore, sono 7 ore e anche più di saliscendi sull’orlo di burroni senza un minimo parapetto. A Korca farete in tempo a gustare una birra spillata in loco che ricorda la Guinness e potreste ridiscendere giù verso il bellissimo lago di Ohrid,a  confine con la Macedonia appunto: sul lato albanese troverete la bella cittadina di Pogradec dove gustare una squisita trota del lago e magari sconfinare pure a visitare il bellissimo monastero di Naum, pochi km oltre il confine.

Segnalo poi un’altra perla nascosta nella zona settentrionale del paese, a nord di Scutari: qui sorge una regione tra le più remote dell’intera Europa, una zona di montagna accessibile solo alcuni mesi l’anno per via del gelo, ove vivono comunità di pastori legati a tradizioni e consuetudini giuridiche antichissime come il Kanin (una sorta di legge del taglione, ma niente paura: la loro idea di ospitalità è sacra). La zona, facente parte delle cd Alpi Dinamiche, sorge incuneata a confine con Montenegro e Kosovo e prende l’affascinante dizione di “Montagne Maledette”, per via delle mille insidie che vi si incontrano per arrivarvi. Ma proprio il viaggio per giungervi è in se quanto di più affascinante possiate incontrare alle nostre latitudini: si lascia la civiltà occidentale dalle parti di una cittadina chiamata Koman, che sorge sulle sponde di un lago. Da qui ci si imbarca all’alba us un anacronistico battello che risale il lago stretto tra montagne altissime in contesti sempre più rurali e remoti (Il Guardian ha eletto questo giro in battellocome uno dei viaggi più affascinanti al mondo); si giunge poi in una località di confine chiamata Fjerza e da li si raggiunge poi in fuoristrada la Valbona. Da questo punto si può poi proseguire solo a dorso di mulo oltre altissime montagne fino alla incantata Theth, uno dei posti più belli mai visti tra cascate e casette di pastori. Davvero un posto che non dimenticherete mai, e non voglio aggiungere. Di sotto il link per chi volesse avventurarsi in questo spicchio di Albania, un Eden ancora inesplorato a pochi km dall’Italia