A come Atlante: Caporetto

Un Atlante non è probabilmente lo strumento migliore per individuare Caporetto, giacché ivi consultando, la trovereste sotto il nome di Kobarid, entro i confini della nostra piccola vicina Slovenia. Si tratta di un luogo ameno, adagiato sulla riva del fiume Soca, che in italiano si chiama Isonzo e scorre piuttosto animoso in un suo bel verde bottiglia. E’ la meta prescelta per gli appassionati di rafting, cui mi sono anche io cimentato con alterni risultaticaporetto5

I boschi circostanti si prestano anche a magnifiche escursioni, soprattutto nelle gole scavate dallo stesso Soca (ma preferisco chiamarlo Isonzo) o dai suoi tumultuosi torrenti affluenti . Nel link sottostante può ammirarsi ad esempio la suggestiva salita alle cascate del Kozjak       koziak waterfall            

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La bellezza e l’armoniosita’ del paesaggio lascia difficile immaginare che proprio qui, tra Bovec e Kobarid, si è consumata una delle più cruente sanguinose battaglie della prima guerra mondiale, una terribile carneficina per le truppe italiane le cui testimonianze dopo 100 anni sono tutt’ora visibili nei boschi limitrofi pieni di postazioni d’artigliera distrutte e ossari militari. Kobarid e’ infatti il nome in lingua slovena con cui è chiamato quello snodo drammatico della nostra storia detto Caporetto.  A condurmi in questi luoghi è stata ovviamente la storia tragica di questa battaglia, i cui resoconti mi sono stati tramandati anche in via orale, nei racconti di mia nonna a sua volta figlia di un soldato italiano qui impegnato. Poche cose mi hanno emozionato come il vagabondare per quei boschi alla ricerca di reperti e luoghi significativi della battaglia

e ricostruire da vicino la geografia di quei luoghi e quelle valli con le descrizioni lette sui libri;  nella stessa Caporetto sorge un davvero ben tenuto piccolo museo che ne ricostruisce in maniera dettagliata le sorti. Ad ogni modo preferisco affidare la mia testimonianza al diario di viaggio che a caldo buttai giù sul posto, pieno di emozioni e di inevitabili errori grammaticali, ma che offre anche un quadro piuttosto fedele delle vicende belliche consumate (mi ero documentato per mesi).

Giorno 3
L’alba sulla valle dell’Isonzo ammirata dal balcone dellla Locanda del “Vecchio Fabbro”, Stari Kovac, reca con se una scoperta sconvolgente, che mi fa aggiungere al mosaico un’ultima tessera, che da lontano sui libri non potevo spiegarmi: particolari condizioni climatiche tipiche delle doline e delle strette valli alpine a U danno luogo in particolari momenti del giorno a correnti termiche discendenti, che portano a valle anche una fitta nebbia umida. Glory morning, Soca river, Tolmin, Slovenia
L’alba del 24 ottobre 1917 vedrà quella nebbia avvolgere la prima linea dell’esercito italiano in un abbraccio mortale, come un castigo biblico o un vento infernale che brucia la pelle e acceca gli occhi. La circostanza della corrente termica discendente deve essere ben presente ai genieri del 35esimo battaglione specialisti dell’Alpenkorps tedesco. Sono giunti qui dal fronte della Somme, recando con se un souvenir inatteso e letale, un po di “aria di Ypres” per così dire: tonnellate di un gas chiamato appunto iprite dal luogo del suo debutto storico, che ora viene rovesciato e mandato giù con la nebbia del mattino sui reparti del battaglione “Friuli” posizionato nelle trincee sottostanti. caporetto8 Lo Stato Maggiore Italiano aveva contemplato la possibilità di un attacco con questo nuovo letale tipo di armamenti cd chimici e si era premurato di rifornire alla spicciolata le unità di prima linea con rudimentali maschere anti-gas ( simili quasi a maschere del carnevale veneziano)  che proteggessero le vie respiratorie dei poveri fanti. antigas

Ma l’iprite non attacca le vie respiratorie, questo gas arroventa l’aria e brucia la pelle: quella mattina del 24 ottobre la nebbia che cala giù dal Monte Nero non è umida ma ribollente e squaglia in pochi istanti almeno 600 alpini, che restano li pietrificati, come mosche bruciate su una lampada alogena. caporetto11
Gli italiani si sono inerpicati sin lassù a costo di sanguinosissime perdite, con cifre in termini di vite umane più assimilabili ad un genocidio che ad un bollettino di guerra. Le ben 11 offensive lanciate dall’Esercito italiano sull’Isonzo hanno prodotto un avanzamento complessivo di 24 km e perdite per oltre 110 mila uomini solo su queta parte del fronte: su per giù significa che ogni km e’ costato 5000 perdite, ogni metro conquistato e’ valso 5 vite. La dinamica di queste battaglie di avanzamento aveva previsto sempre un medesimo terribile copione: veniva chiesto o meglio dire imposto ai reparti di fanteria di lanciarsi a migliaia contro le mitragliatrici nemiche, nel cinico calcolo della probabilita’che,su mille lanciati in avanti,almeno qualche sparuta decina riuscisse a raggiungere la trincea nemica. Nondimeno, gli italiani ora sono qui su. Gli austro-ungarici sono stati ricacciati indietro, oltre la linea dell’Isonzo, e costretti a combattere ora sul loro territorio. Vi è di più, una brillante offensiva condotta in agosto ha visto gli alpini sbaragliare una esausta divisione di ungheresi e occupare addirittura una porzione di territorio ad est dell’Isonzo, il cd altopiano della Bainsizza.bainsizza azioni La retorica di guerra accoglie con parole trionfali questa vittoria in pieno suolo austro-ungarico e, in una congerie a metà tra la politica e la tattica militare, viene deciso che l’altopiano della Bainsizza debba essere la testa di ponte per successive conquiste, che la strada per conquistare Lubiana e addirittura Budapest (!!!) cominci proprio li, su quell’altopiano carsico. Mai più piccola vittoria fu foriera di un così grande disastro e mai definizione geografica fu più fuorviante di quella usata a proposito della Bainsizza come “altopiano”. A vederla ad occhio nudo adesso mi rendo conto che definire la Bainsizza altopiano e’una boutade come può esserlo chiamare tavolo da cucina una scala a pioli erta su un muro. Si tratta in realtà di un ripido e scosceso pendio, un saliente in gergo militare che si inerpica fino ai 2.600 metri del monte Mrzli, un suolo pressoché indifendibile giacché al nemico posto sulla cima basterebbe gettare un sassolino dall’alto per ferirti.bainsizza

Un generale prussiano vissuto secoli addietro, Ernest Von Clausewitz, scrisse un giorno:” la politica e’ la prosecuzione della guerra con altri mezzi”; in questo caso per l’esercito italiano valse invece la regola opposta, e’ la politica a dettare la linea e la guerra ad esserne piegata alle esigenze: pare,a e’ una dato storico dibattuto, che lo Stato Maggiore italiano, attendendo nell’autunno del 1917 una contro offensiva austriaca, abbia chiesto al governo di poter abbandonare quella testa di ponte così rischiosa ed esposta per poter ripiegare pochi metri indietro lungo la linea dell’Isonzo, assai più facilmente difendibile. Ma da Roma hanno fatto sapere che ciò è’ impossibile: mesi di sanguinose perdite trovano ora una giustificazione retorica nella conquista di questo “altopiano” al nemico e paventare un ripiegamento sarebbe motivo di demoralizzazione per le truppe e l’opinione pubblica.A capo dello Stato Maggiore italiano figura un uomo anziano, il generale Luigi Cadorna, la cui capacità militare e’ inversente proporzionale alla sua boria, smisurata. cadorna

Dai modi autoritari e brutali, il “Generalissimo” impone ai suoi ufficiali un disciplina ferrea ai limiti del disumano nello gestire le truppe, con fucilazioni sommarie per deficienze anche minime. Tronfio nella sua alterigia, e’ solito pavoneggiarsi tra ufficiali di essere a capo del più grande esercito che abbia mai marciato sul suolo italico dai tempi di Giulio Cesare: l’unico paragone spendibile oggi col mondo romano e’ quello per cui la sua inettitudine espose l’Italia alla più grave sconfitta dai tempi di Annibale. CADORNA-IN-VISIA-SULLO-ZERMULANell’autunno del ’17 Cadorna glissa sulla possibilità di un contrattacco nemico: la Bora ha cominciato a soffiare e tra pochi giorni i passi alpini saranno innevati, rendendo impossibile per l’esausto esercito austro-ungarico l’invio di nuove truppe necessarie per un contrattacco in tempo utile. Inoltre il rapporto in termini di truppe e di armamenti e’ tutt’ora di vantaggio per le truppe italiane, gli austriaci non potranno che lanciare una lieve controffensiva di alleggerimento.
Il 21 ottobre un maggiore di origine rumena diserta dall’esercito austriaco diserta e viene condotto al quartiere generale italiano: ha mappe dettagliate di un attacco in grande stile nella valle dell’alto Isonzo e parla di almeno 100.000 uomini arrivati dalla Germania. La sua viene reputata una barzelletta che non fa ridere e viene passato per le armi. Il suo era un dato arrotondato al ribasso: per una nuova e ardita strada costruita dai prigionieri russi lungo le pendici del monte Tricorno,caporetto2

tra valanghe e ghiacciai sono affluite 7 divisioni tedesche e 4 austriache. caporetto12

Una divisione in media conta 25.000 uomini. A migliaia giungono anche cannoni e nuovi armamenti, tra cui anche i nuovissimi fucili mitragliatori.caporetto13

Un inferno sta per abbattersi sulle linee italiane ma Cadorna dorme sogni tranquilli ed è addirittura in licenza.
L’esercito italiano e’ posizionato a difesa di un fronte di oltre 30 km ma privilegia di difendere l’indifendibile testa di ponte di poche centinaia di metri, la Bainsizza, ammassando in un territorio scosceso una quantità esponenziale di truppe.baisizza3 La zona si trova al centro dello schieramento, gli attacanti scelgono ovviamente di attaccare sulle ali dell schieramento, a Tolmin a valle e a Bovec in alto, dove sono già entrati in azione gli specialisti di Ypres. Quando il gas frigge le membra degli alpini della “Friuli”, appostati nei pressi sono già pronti gli uomini di un reggimento di guastatori bosniaci. Si tratta di un corpo di mercenari musulmani ma ora fedeli al cattolicissimo imperatore austriaco. Sono noti per la loro ferocia di tagliagole, derivano dagli antichi giannizzeri ottomani e ora hanno di fronte fanti friulani e veneti. Venezia contro Impero Ottomano, una sfida che torna a ripetersi nei secoli, ora sotto altre uniformi. I tagliagole bosniaci non usano fucili, sono armati con una sorta di picche con cui sbrindellano la testa da trincea a trincea ai superstiti italiani

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Un maggiore di artiglieria italiana osserva a poche centinaia di metri la scena travisandola del tutto. Il suo nome e’ presente su tutti i libri di letteratura, si chiama Carlo Emilio Gadda: lo stile sincopato e un po balordo, imprevedibile ed ironico del suo scrivere ne fanno certo un autore di culto in ambito letterario ma sono tutte caratteristiche che si sposano male con la risolutezza e la determinazione richiesta nella prima linea di una battaglia.

Gadda-Enrico-AzziniQuel pasticciaccio brutto di via Merulana pardon del monte Kolovrat avviene verso le 7 di mattina quando Gadda non si avvede che quei corpi di soldati che vede in lontananza ai loro posti non sono che in realtà i cadaveri pietrificati della “Friuli” martoriati adesso dai ragni bosniaci che stanno già tessendo una tela volta ad aprire una breccia. Più tardi invece dara’ordine di sparare su un reparto italiano che provava un contrattacco, annientandolo. Nel frattempo, sul l’ala sud a Tolmin il generale Kraft ha schierato un numero impressionante di truppe: qui gli italiani hanno lasciato una media di 250-300 uomini a km ed è il tallone di Achille dello schieramento, i tedeschi schierano in quel settore una intera divisione super addestrata, il rapporto e’ qui di 1 a 100

.HJB10_–_Krafft_von_Dellmensingen Kraft e’ un generale atipico e controcorrente, che ritiene già allora obsoleta la guerra di posizionamento di trincea alla quale preferisce una rivoluzionaria tattica di attacco che assomma artiglieria, fanteria e mezzi pesanti tutti concentrati in pochi minuti e in poco spazio: nella battaglia del 24 ottobre fa il suo esordio una modalità di guerra che erroneamente si ritiene essere apparsa solo sui campi della seconda guerra mondiale, la BlitzKrieg, la guerra lampo. la-prima-guerra-mondiale-16-638 In pochi minuti le linee italiane sono travolte da un inferno di fuoco, le linee telefoniche vengono prese di mira con successo e saltano. Prima che si riesca a capire anche solo cosa sia succeso, la divisione prussiana della Slesia ha aggirato completamente l’esercito italiano. Resta a difesa su quel lato solo un battaglione, l’Alessandria.
Frattanto vacilla anche lo schieramento centrale, quello dove gli italiani sono in sovrannumero: la divisione “Etna” , forse racchiudendo dentro il suo nome un presagio, ha visto sotto i suoi piedi la montagna franare ed ingoiarli. Si tratta di una gigantesca mina posizionata dagli austriaci che fa franare un intero costone di montagna.
Ma e’ sull’ala destra, a nord che la Germania schiera il suo fuoriclasse. Qui e’ schierato un corpo d’elite, i Jager Bavaresi. Al suo interno e’ ricavato un ulteriore corpo d’elite di 300 uomini, il Reggimento della Guardia del Corpo. Si tratta di un corpo storico, una sorta di pretoriani dell’antico re bavarese. A loro capo e’ posto un giovane ufficiale dotato già di un enorme ascendente tra i commilitoni, si tratta di un uomo le cui capacità militari saranno riportate sui libri di storia più in la quando, da generale del Terzo Reich, godeva di una fama che preoccupava persino Hitler. Il suo nome e’ Rommel.rommel-copertina Rommel avanza come una lama tra i cadaveri della Friuli travolge le seconde linee italiane ed è l’artefice del far saltare tutte le comunicazioni tra le linee nemiche.

Ad ora di pranzo Cadorna rientra frettolosamente ad Udine, 50 km almeno lontano dal fronte, dove continua a ripetere che si tratta solo di una leggera azione diversiva del nemico. Alle 17 l’intera valle dell’Isonzo e’ sostanzialmente nelle mani tedesche, oltre centomila tedeschi sono pronti a calare come la bora elle pianure friulane , restano ancora in armi reparti di alpini sulla cima del Monte Nero alla quota impossibile i 2.600 metri, dove combatteranno per altri 4 giorni, e il battaglione Alessandria con a capo il maggiore Fazzini che, intuita la gravità della situazione, si mette a protezione disperata dell ultimo valico he consente la ritirata sbandata di centinaia di migliaia di soldati.battaglione alessandria Il battaglione Alessandria meriterebbe di occupare un posto nella nostra storia analogo a quello dei 300 spartani alle Termopili: tanto era grosso modo il loro numero e simile la sproporzione contro i nemici, medesima anche la fine senza alcun sopravvissuto. Ma qualcuno non la penso’ così : alle 17,30 Cadorna lancia un comunicato in cui addossa la gravità della situazione alla inettitudine e la vilta dei reparti impegnati in quella zona del campo, proponendo la radiazione con disonore del suo ufficiale capo.Anni dopo, documenti tedeschi e austriache parleranno della strenue resistenza di un reparto di circa 300 uomini capace eroicamente di fermare l’avanzata di intere divisioni per almeno 10 ore, quelle necessarie a salvare il salvabile.
Alle dieci di sera Cadorna ritiene che si sia fatta ora per passare da vicino in rassegna le truppe e si fa accompagnare in macchina da Udine: cadorna 4già pochi km fuori città incontra migliaia di soldati italiani sbandati che urlano “la guerra e’ finita ” e cantano l’Internazionale. “Perché non li fucilate immediatamente?”- tuona Cadorna. “Perché non ci è rimasto ne un plotone ne una pallottola per farlo”- gli fa notare sommessamente un ufficiale. A questo punto Cadorna telegrafa al fronte ordinando di resistere ad oltranza e tenere a tutti i costi il fiume. Gli chiedono di quale fiume parli:                                                                                                                                “L’Isonzo, quale altro fiume mai????…….. non starete forse ripegando sul Tagliamento?” (50 km e migliaia di morti più indietro )                                                                                                                                  “nossignore non stiamo ripiegando sul Tagliamento: stiamo ripiegando sul Piave”         (120 km più indietro, pochi km ad est di Venezia)

caporetto piave
L’Italia rischia in meno di 24 ore di tornar ai confini delle guerre di indipendenza ottocentesche, l’esercito nemico rischia di poter avanzare fino a Venezia e forse anche Milano senza trovar resistenza, eccezion fatta per la terza armata in ritirata del Duca d’Aosta che si sta già asserragliando sul Piave, tuttieroiilpiaveotuttiaccoppati_1ma questa e’ un’altra storia .
Spesso nomi di battaglie celebri sono sinonimo di dramma e divengono parte della coscienza collettiva di una nazione. Gli americani ricordano Pearl Harbour come uno shock, i francesi usano il termine Waterloo come sinonimo di sconfitta. Nessuna parola esprime in italiano un senso di disfatta e disastro come il termine Caporetto.
Ho avuto un bisnonno che ha combattuto qui, e che durante la ritirata perse anche una gamba , non lo ho mai conosciuto ma ho sempre ascoltato i suoi racconti attraverso la voce di mia nonna (sua figlia). Erano racconti durissimi anche se ammansiti dal tempo. Sembra fosse divenuto abile negli assalti corpo a corpo in trincea, nei quali tuttavia disdegnava l’uso della baionetta, a suo dire poco pratica giacché si impigliava nelle uniformi nemiche e inoltre non risultava immediatamente letale: molto meglio usare il calcio del fucile a mo di clava o un ben assestato calcio nei testicoli per stordire il nemico. Raccontava anche che talvolta, nella miseria del rancio da trincea, arrivava addirittura il liquore: e quello era il segnale che la mattina dopo li avrebbero mandati al macello contro una mitragliatrice nemica, il liquore era una sorta di ultima sigaretta del condannato a morte. Era da tanto che volevo venire qui, non so perché mi sia risolto solo ora a farlo. caporetto3
Oggi Caporetto sorge in Slovenia, si chiama Kobarid ed e’ un bellissimo posto dove ragazzini in buona salute di mezza europa si lanciano a far rafting e tanti altri sport estremi, per poi riversarsi nei bar tra fiumi di birra e abbandonarsi ad amori facili e spensierati, di cui molti al mattino non ricorderanno nulla. Di tutta questa leggerezza e spensieratezza del vivere i ragazzi di Caporetto di 100 anni fa,chiusi in fetide trincee e mandati al macello, non ebbero niente, ma forse senza saperlo hanno combattuto per donarla a chi è venuto dopo di loro caporetto1

Ratko Mladic o della fierezza del Male

Nella mia vita e nei miei viaggi ho avuto modo di visitare diversi luoghi teatro di eccidi efferati a diversi latitudini del mondo e riconducibili a diverse ideologie o folli devianze da queste ultime. Ho visitato i campi di concentramento nazisti, Auschwitz su tutti; quelli della Cambogia, opera dei Khmer rossi di matrice comunista; i luoghi del genocidio armeno messo in piedi dal morente Impero Ottomano su una base religiosa; i lager allestiti dal regime razzista dell’apartheid sudafricano, e da ultimo i luoghi degli eccidi nella ex Jugoslavia, su tutti Srebrenica in Bosnia-Erzegovina. Ognuno di questi luoghi, pur nell’orrore generale che vi aleggia, si caratterizza per una sua mostruosità peculiare, riesce a distinguersi dall’altro e a colorarsi per un rivolo o anche un torrente di sangue proprio con cui si è riusciti a dipingere la Morte su scala massiva. Può sembrare infatti azzardato e presuntuoso affermarlo ma non direi che la Morte, anche intesa in ogni caso solo nell’accezione di sopraffazione e sterminio, sia sempre uguale: si manifesta in maniera sempre diversa, quello dell’Orrore non è una superficie piatta ma un prisma a molte facce.

Naturalmente mi rendo conto dell’enormità del tema trattato e all’uopo premetto che le mie non hanno alcuna velleità di divenire postulati di una qualche verità ma solo sensazioni riscontrate vistando questi luoghi a latere di quella che è la immane tragedia che essi racchiudono

Cosi Auschwitz si manifesta e stravolge per la dimensione globale e abnorme che assume, un Inferno sulla Terra dove la scienza e mille altre discipline del sapere umano sono piegate e veicolate a qualcosa di inimmaginabile ancor più quando ce lo si trova davantiauschwitz , un modello assoluto di efficienza come una macchina o un computer perfettamente programmati allo stermino, che ripugna e nausea ad ogni centimetro degli svariati chilometri quadrati che l’area occupa

Della Cambogia dei khmer rossi impressiona altro: se Auschwitz pare il risultato alienato e mostruoso della tecnologia più avanzata, i campi di sterminio cambogiani assumono dimensioni quasi “rustiche”, somigliano a fattorie dove al posto dei polli o dei mali vengono scannati umani, puzzano di feci, si intravedono teschi maciullati a badilatekhmer_rossi_genocidio come in uno scannatoio, perché i proiettili costano troppo o perché i soldati preposti allo sterminio (in molti caso ragazzini o addirittura bambini) non sanno adoperarli. La dimensione di psicopatia è persino più accentuata rispetto al nazismo, ricordo di aver visitato un campo al cui vertice era stata preposta, figurarsi, una bambina di 12 anni, in un vortice di follia che concepiva gli adulti come ormai come compromessi con la società borghese (e perciò da sterminare) e i bambini come gli unici ancora puri e perciò preposti all’esecuzione degli ordini. L’alienata ideologia dei khmer rossi operava un’insana fusione di dogmi socialisti con quelli religiosi di ispirazione buddhista legati alla trasmigrazione delle anime: le anime impure eliminate sarebbe dovute poi a dare a reincarnarsi in un nuovo individuo puro ed aderente ai valori del socialismo. Era un incendio di follia rapido e autodistruttivo che aveva avvolto questo popolo, che in pratica  sterminava non un nemico vero o anche solo immaginario, ma se stesso: in meno di 3 anni un cambogiano su 4 fu sterminato da un suo stesso concittadino.

E poi sono stato a Srebrenica, che è un piccolo ed apparentemente insignificante villaggio arroccato sui monti della Bosnia Nord-orientale, vicino al confine con la Serbia srebrenica-7

Se visitate questi luoghi di confine, per la verità assai fuori dai circuiti turistici anche di quelli più estemporanei, potrete cominciare da una semplice constatazione: la Bosnia sorge tutta arroccata sui monti, poi, dove essi finiscono come di colpo, sta un fiume, la “storta” Driina come la chiamano qui con affetto.driina

Oltre di essa si stende un’enorme e sconfinata pianura, piatta e schiacciata come una frittella, e li sta la Serbia. Quindi Srebrenica, che sta in montagna, sta in Bosnia…. No, sta in Serbia, anzi no sta in Bosnia ma è come se stesse in Serbia. E’ difficile saperlo, è ancor più difficile capirlo e forse la confusione che viene ad ingenerarsi è voluta: Srebrenica sta in un pezzo di Bosnia che appartiene alla Serbia o meglio ai Serbi di Bosnia.  Gli accordi siglati nella lontana Dayton, in Ohio, che pongono fine a 5 anni di combattimenti e atrocità nella ex Yugoslavia daytondanno forma, per quel che riguarda la spinosa questione della area più martoriata , ad una strana creatura bicefala: la Bosnia- Erzegovina viene riconosciuta come stato sovrano ma come soggetto malato e affetto da un’enorme e tangibile “tumore interno”. Viene cioè riconosciuta e tollerata entro certe aree la sovranità della configgente etnia dei “Serbi di Bosnia”, cui sono riconducibili in larga misura le atrocità perpetrate in quell’area. il governo di Sarajevo dunque si compone di due realtà amministrative sullo stesso territorio, due parlamenti, due apparati statali. La farraginosità di una struttura così concepita è evidente ma occorre far presto e scegliere il male minore, ma calata nella geografia dei posti la soluzione adottata disvela una cruda, inaccettabile scoperta: le aree sottratte al governo centrale e sottoposte all’esercizio di potere della Srpska, la Repubblica dei Serbi di Bosnia, coincidono sinistramente con quelle occupate dalla soldataglia serbo-bosniaca macchiatasi di ogni atrocità tra il ’91 e il ’95. In pratica vengono una ad una riconosciute come enclavi protette in territorio ex nemico le conquiste fatte dall’invasore: tra queste figura, in maniera oggettivamente ignominosa, perfino il luogo simbolo delle violenze, la città-martire di Srebrenica dove nel Luglio del ’95 le milizie agli ordini di Ratko Mladic trucidano 8.743 cittadini inermi di fede musulmana dinanzi agli occhi impotenti di un contingente olandese delle Nazioni Unite.srebrenica 2

Srebrenica dunque sorge in Bosnia ma è ancora sotto il controllo, formale e materiale, dell’invasore serbo. Le case appartenute alle persone trucidate sono occupate dai serbi che gliele hanno scippate con le armi, le piazze e le strade sono intitolate a generali e assai parziali eroi serbi. E’ quasi come se Marzabotto fosse riconosciuta come enclave protetta ad un’associazione di reduci ex nazisti, come se al Bataclan fosse ammessa una manifestazione di simpatizzanti dell’Isis. Ecco, se dunque Auschwitz impressionava per la vastità infernale dell’apparato, se le “fattorie” cambogiane colpivano per la crudele alienazione del reale, Srebrenica, che conta un pur più esiguo numero di vite trucidate, impressiona per l’Insulto che viene fatto alla Morte, la profanazione continua di essa che ne viene operata. Se visitate il luogo dell’eccidio, vi capiterà di entrare in una sorta di hangar, dove per prima cosa vi imbatterete in un monumento consacrato ai gloriosi caduti della nazione serba, li proprio li, sul luogo dove sono stati massacrati oltre 8.000 civili di un’altra etnia. Solo dopo, scendendo le scale di una sorta di disadorno garage, troverete un qualcosa che commemora la memoria dei civili musulmani ivi trucidati. Molti di essi non hanno ancora ricevuto sepoltura e ancora ad oggi, con l’aiuto finalmente di associazioni occidentali, i parenti delle vittime, portando con se un vestito o un qualsiasi oggetto riconducibile ad una delle persone scomparse da oltre venti anni, sono messe in grado di identificare, con la prova del DNA, i brandelli di corpi vomitati dalle fosse comuni e dichiarare la avvenuta morte dei loro congiunti.Cancari.Mass.Grave

Allo stato attuale mancano ancora circa duemila identificazioni, ed è probabile che siano necessari ancora svariati anni.

Nella bellissima capitale di Bosnia, Sarajevo, un piccolo ma assai ben allestito museosrebrenica offre una testimonianza importante degli avvenimenti. Il suo curatore è un giovane ragazzo, all’epoca un bambino, sopravvissuto nel ’95 all’esecuzione fingendosi morto sotto i cadaveri dei suoi stessi familiari.

Il responsabile in capo della barbarica esecuzione, come di centinaia di altre atrocità, risponde al nome di Ratko Mladicmladic2qui ben visibile, mentre dispensa rassicuranti carezze ad alcuni bambini prima dell’ecatombe. Può sembrare impressionante e mistificatorio ma, a ben vedere, il gesto esprime forse la summa più aderente e meglio rispondente di personaggi di questo calibro: assetati di sangue e  auto-convinti del proprio delirante senso di onnipotenza, dispensano morte o assoluzione, proiettili o carezze a loro piacimento e secondo un loro criterio di giustizia semi-divina di cui si sentono investiti. Non mi sorprenderebbe vedere neanche un Hitler o uno Stalin indugiare in carezze ed elargizioni di caramelle ai bambini prima o appena dopo un massacro.

Quest’oggi, a circa ventidue anni dal massacro di Srebrenica, Ratko Mladic è stato condannato dal Tribunale dell’Aja, per 11 dei 12 capi di imputazione chiesti dall’accusa. Fra di essi, figurano quello di crimini contro l’umanità e quello di genocidio, operato nel cuore dell’Europa solo venti anni fa.

Ottuagenario e malato, trascorrerà in galera l’ultimo scampolo di vita che gli resta da vivere. Non si è mai pentito dei suoi crimini, ha persino chiesto di poter sfilare in aula con la uniforme della sua famigerata unità di morte, “gli Scorpioni”: richiesta ovviamente respinta, cosicché ha dovuto ripiegare su un elegante doppiopetto con cravatta rossa ,in grado di dargli un’ aria da pokerista fortunato. Ma guardatelo lo stesso:maldic

lo sguardo non è poi dissimile da quello che aveva quando trucidava a migliaia civili innocenti nelle montagne della Bosnia mladic 23

il Male trova in quello sguardo la sua fierezza, criminale ed efferata, che sopravvive al Tempo e alla Morte, quella degli altri.

La sua ultima difesa, la sua arringa finale, per così dire, sapete quale è stata? Ha detto di sentirsi un patriota e di aver difeso non solo il suo paese ma l’intera Europa dall’invasione di barbari musulmani, arduo compito nel quale l’Europa stessa lo avrebbe lasciato solo.

Purtroppo no, lo “Scorpione” Mladic non è completamente solo: il suo congedo, le sue parole finali paiono riecheggiare  nelle dichiarazioni dei tanti cani latranti che infestano l’Europa con dichiarazioni e manifestazioni xenofobe, quasi immuni a quelle che sono le conseguenze dirette cui tali iniezioni di odio insinuano nei corpi e nelle menti. Non c’è bisogno di andare così lontano, mi vengono in mente i vari Salvini, Le Pen, tutti leader o aspiranti tali legittimati a concorrere alla guida di paesi democratici. Questo orripilante precipitato di Medievo in grado di scorazzare per l’Europa come un lanzichenecco sul finire del Novecento, torna d’attualità ogni giorno nell’odio e nell’insensatezza di certe politiche, e, pur giunto alla fine dei suoi giorni, sembra a conclusione di tutto poter addirittura dire anche lui, con assoluta e criminale fierezza, ” non omnis moriar”.

 

 

Addio, bella etiope

Nel giardino di casa mia, incastrato chissà come nel mezzo del centro storico di Capri, vige una vetusta e magica regola: per ogni nuovo venuto al mondo viene piantato un albero. Ognuno degli abitanti di quella casa può dunque riconoscersi in una mimosa o un cachis, un limone o un mandorlo. Ma vi è una sola vistosa eccezione: la altissima palma proveniente dagli altopiani etiopi, talmente vecchia da rendere difficile l’identificazione ai vivi della mia generazione così come a quelli delle due precedenti. Già, perché quella palma ha oltre cento anni, fu importata in Italia ai tempi in cui questo paese si imbarcava in spicchi d’Africa in improvvide avventure coloniali, prelevando (o forse razziando) quello che restava da prelevare. Probabile dunque che questa palma risalga addirittura al disastroso “debutto” colonialista dell’Italia di Crispi, datato addirittura 1896 (avete letto bene) e culminato con la disfatta di Adua. Come sia poi finita nel mio giardino non è dato saperlo ed è rimesso alla fantasia, che,se avrete pazienza di leggere tutto l’articolo, non mancherà di esplicarsi. Insomma questa palma era davvero vecchia assai e, a volerla abbinare all’usanza di un nuovo albero per ogni venuto al mondo, si tratterebbe di risalire ai proprietari della casa di allora ma per fortuna non serve dover scartabellare in ingialliti atti notarili, giacché i vecchi proprietari sono celebri essendo essi la famiglia dell’ex presidente della repubblica Napolitano, che proprio qui ha trascorso la sua infanzia. Beh, vista la sua vetusta età, ci si potrebbe pure lanciare in suggestive ipotesi, che credo farebbero amare però poco la pianta ai grillini. Ma vabbè, non è di questo che vorrei parlare. Eppoi sono triste .

Già, credo che questo 4 di novembre, giorno di San Carlo nonché della commemorazione della vittoria italiana nella Grande guerra, sarà per la nostra famiglia d’ora in poi associato al ricordo di una triste dipartita, non di una persona per fortuna ma di qualcosa cui eravamo comunque tutti molto legati. Sto parlando proprio di lei, la ultracentenaria palma etiope che torreggiava su tutto il quartiere di Valentino come un minareto su una kasbah.

Guardandola da una prospettiva diversa L si poteva ammirare stagliarsi con i faraglioni sullo sfondo e, con la sua altezza intorno ai 30 metri era facilmente localizzabile da svariati punti dell’isola.

Per quanto mi riguarda, era qualcosa di assimilabile a quel che rappresenta il Vesuvio per i napoletani, un ibrido tra un mausoleo della Natura e un nume tutelare preposto alla protezione della casa, verso la quale,esattamente come il Vesuvio, costituiva al tempo stesso una minaccia col suo brandeggiare al vento e il suo paventare una caduta che col suo peso avrebbe teoricamente assestato un colpo esiziale alle fondamenta della casa stessa. Ma tutti noi sapevamo che ciò non sarebbe potuto succedere, che quello stelo proteso a vertigine verso il cielo non avrebbe potuto nuocerci e accettavano con serenità anche il rischio più frequente di rami che nelle giornate ventose periodicamente cadevano giu sul viale di ingresso.

In una recente caccia al tesoro da me organizzata, sullo sfondo di una storia di fantascienza mi ero addirittura spinto a erigerla a strano ritrovato della tecnologia post-sovietica, che permetteva la trasmissione di video e audio dallo spazio, fungendo a mo di antenna parabolica, circostanza quest’ultima celata e lasciata a capirsi all’intuito dei concorrenti, che ricevevano immagini ed enigmi senza spiegazione apparente ogni qual volta si approssimavano ad essa

Ma la convinzione di eterna salute e prosperità eterna della palma ultracentenaria albergava in tutti noi poggiando su basi caduche e fallaci, giacchè da ultimo lo stato di salute della nostra bella etiope si era decisamente aggravato: il terribile parassita sterminatore ribattezzato punteruolo rosso aveva eretto anche il suo tronco a nido per le sue ancor più terribili larve, che placano la loro fame divorando appunto il nocciolo centrale dei fusti di palma. Un flagello biblico che ha devastato le palme di mezzo mondo, una piaga d’Egitto proveniente però addirittura dalla lontana Oceania, difficile assai ad arginarsi e contro la quale la scienza botanica per il momento non ha trovato che dei paliativi. A migliaia le palme giacciono come ceppi morti decapitati nei giardini e negli orti dell’Occidente come del Medio Oriente. All fine anche la nostra bella etiope ha capitolato al puntuto sterminatore

Eppure c’era stato un primo momento in cui, di fronte all’ecatombe in corso, la nostra sembrava aver eroicamente resistito , come immune al flagello. La circostanza aveva già in me suscitato un ingenuo e prematuro entusiasmo, tanto da lasciarmi andare a suggestive ipotesi gonfie di letteratura ma scarne di basi scientifiche, secondo cui la nostra resisteva al punteruolo per via dei suoi natali sull’altopiano etiopico, dove l’infinito Nilo affonda le sue sorgenti e vive una razza di uomini fenomenali capaci di correre senza stancarsi come se saltellassero sulla luna. Non a caso, quelle montagne rimaste inespugnate per secoli sono ribattezzate appunto sin dai tempi di Tolomeo “le montagne della Luna”. Forte di questa mia fatua convinzione mi ero azzardato pure a scrivere un racconto breve per un mini-concorso letterario inserito in un festival del giardinaggio o qualcosa di simile. Il racconto per la verità non ebbe alcuna menzione ne premio all’interno di quella rassegna ed in effetti, a rileggerlo adesso, non appare particolarmente munito di pregi d’arte, con uno stile sovrabbondante e sovraccarico di sentimentalismo. E poi non ha portato bene, visto il titolo scelto, ma vabbè tanto vale rileggerlo e farli valere come una sorta di cenotafio per la nostra bella etiope. Eccolo:

PUNTERUOLO ROSSO NON AVRAI IL MIO SCALPO

Coriaceo e cazzuto guerriero, mortifero ed irsuto ircocervo, flagellante Magellano post-moderno, aveva egli solcato gli oceani dalla lontana Melanesia per giunger fin nella antica Persia e cominciar la sua opera di devastazione e morte; poi, sazio che fu, aveva il suo corno del color del sangue sguainato verso il Vecchio continente ed era alfine ivi  approdato, novello predone di inermi e fragili fusti parati al vento. Il suo nome era Punteruolo Rosso e il suono di esso evoca ancor oggi terrore e disperazione in ogni palma attecchita e cresciuta tra Gibilterra e Samarcanda. A migliaia, in Europa come in Medio Oriente, sui viali alberati delle città mediterranee come tra i filari delle serre israeliane, le palme giacevano con i rami rinsecchiti riversi verso il basso o come mozzoni deformi ormai agonizzanti, corpi svuotati e mangiati dall’interno dalle micidiale larve del coleottero predatore.

S’approssimava in un giorno di primavera il famelico Punteruolo al mio di giardino, pronto a sferrare il colpo esiziale alla vecchia e ossuta palma che ivi annicchia tra la mimosa e la jacaranda, sbilenca creatura alle apparenze gracile e vacillante sotto le raffiche di maestrale e di scirocco. Una preda facile per lo Sterminatore rosso dei due continenti, si sarebbe detto. Ma la storia questa volta riservava un finale diverso: era quella non un palma qualunque ma un esemplare eccezionale e raro, giunto fin qui nell’isola di Capri da una remota e inaccessibile regione dell’Etiopia, dove l’infinito Nilo trova le sue sorgenti e dove qualche scienziato colloca addirittura la nascita, milioni di anni orsono, della specie umana. La trasportò da laggiù fin qui un mio avo, al secolo modesto ufficiale del Regio Esercito italico impegnato nella prima disastrosa campagna di Etiopia ( chiamata Abissinia dalla toponomastica del tempo), epopea conclusasi con l’ingloriosa disfatta di Adua. Correva  l’anno 1896 e correva a gambe levate questo mio sconosciuto progenitore mentre batteva in ritirata sugli altipiani abissini, portando con se, incredibile a dirsi, il giovane virgulto o forse i semi di questa pianta che tuttora si erge vetusta, 120 anni dopo, nel bel centro di Capri, con i Faraglioni a fargli da sfondo ed il vento ad accarezzarla. Sarà stata forse la durezza delle condizioni incontrate in quella precipitosa ritirata e nella fase embrionale della sua vita a forgiarne la tempra e a renderla inarrendevole al tempo e alle asperità, chissà; sta di fatto che essa e’ ad oggi l’unica testimonianza di vittoria, seppur fallace, riportata da quella acerba e sciagurata avventura coloniale. Quel piccolo furiere del Regio Esercito con il suo pollice verde aveva inconsapevolmente eretto una sorta di piccolo obelisco trafugato al nemico, una palma non certo del vincitore ma la cui regale possanza ricorda quello di una danzatrice della natia Nubia, donne della cui bellezza esile e robusta parlano Erodoto e i frammentari resoconti dei pochi coraggiosi che nel mondo classico osarono spingersi in quelle terre ostili a rinvenire le sorgenti del Sacro Nilo.

Troppa storia e troppa gloria si paravano dunque innanzi all’infido Punteruolo invasore, le cui brame di conquista e sterminio naufragarono ben presto sulle inoppugnabili sponde di un Piave di bellezza e salubrità secolari. La Palma etiopica, e prima ancora abissina e forse prima ancora nubiana, troneggia ancora li, al centro del mio giardino sopra la mimosa e la jacaranda, con i Faraglioni a osservarla e il maestrale dolcemente a brandirla, altera e vanesia come Cassiopea moglie di Cefeo, prima regina di Etiopia.

Vade retro, Punteruolo rosso!”

Insomma nel paragonarla a Cassiopea, avevo pure sorvolato sulla fine infame che spetta al personaggio mitologico conosciuto col suo nome. Però, dopotutto, come capita a chi è caro agli dei, Cassiopea fu poi trasformata da Zeus in una stella, anzi in una costellazione intera, tra le più brillanti del cielo

Il vaso di Pandora- giorni 7, 8 e 9 -fine : Armenia, l’altro Tibet

L’Armenia è il Tibet d’Europa: l’analogia è forte ed è avallata in primis dal suo territorio, incastonato tra impenetrabili montagne come il regno del Dalai Lama;

poi dal discorso religioso, ove entrambi sono espressione di un credo a se stante e identificativo, rispettivamente la chiesa apostolica armena e il buddismo ascetico tibetano. Ancora l’Armenia condivide purtroppo col Tibet una tragica e tormentata storia di persecuzioni e sopraffazioni, dovute in parte proprio all’aspetto religioso.

Già, gli Armeni, primo popolo a riconoscere formalmente il cristianesimo come propria religione già nel 301 d.C,

non hanno avuto certo vita facile nei secoli, attorniati da popoli di credo religioso differente, pagano prima e musulmano poi. L’Armenia in effetti si colloca territorialmente come un’enclave cristiana in una zona di mondo fortemente islamizzata, circostanza che ha causato più di un problema a questo popolo, la cui fede tuttavia è sempre rimasta incrollabile e scampata a processi di islamizzazione forzata.

È una premessa necessaria non perché sia particolarmente interessato all’argomento religioso ma perché, nel caso di specie appare imprescindibile per una comprensione di questo bellissimo e insanguinato paese. Eccomi ad esempio nel monastero di Geghard, uno dei simboli culturali del paese, così chiamato perché si ritiene che ivi sia stata portata da San Bartolomeo la lancia che trafisse Cristo (la religione armena di differenzia leggermente da quella Cristiana di Roma proprio per un particolare risalto dato alla figura di San Bartolomeo, che non saprei meglio approfondire, quindi evito di dire fregnacce. Il monastero, sito Unesco, è di una bellezza sovrannaturale, quasi come scolpito nella montagna

Ed in parte è appunto ricavato entro una grotta da cui sgorga anche una sorgente.

Chiari anche i richiami all’arte mesopotamica- babilonese fiorita non lontano da qui (siamo vicini alla frontiera con l’Iran),abbastanza chiari in quel portale con quei due bellissimi leoni in bassorilievo. La stessa Armenia condivide una storia antichissima con la Mesopotamia di insediamenti e fioriture di culture ormai dimenticate, come il mitico regno Urartu, a cui è ispirata tutta la mitologia locale, un po’ come il quasi omonimo Artù è di ispirazione a quella sassone- celtica. Ecco, a proposito questa è la Stone edge armena e si chiama Noratus:

Novecento tombe di guerrieri allineate contro la direzione da cui provenne l’invasore, i feroci Mongoli, come se fossero ancora lì a combattere e a perenne monito per i vivi a non arrendersi mai. Tra tutte, quella che più colpisce è questa cui è legata una storia disegnata come un fumetto

Si riconoscono due sposi in alto a sinistra, una tavola nuziale a destra circondata da ospiti e doni. Ma ahimè, anche un soldato mongolo a cavallo in basso sotto gli sposi, venuto a rovinare il giorno delle nozze a quanto pare. E se questa è una tomba….

La cosa più bella di questa terra restano comunque i monasteri, per la cui ubicazione in luoghi speciali gli armeni hanno un talento tutto loro.

Questo si chiama Sevanank, sul lago di Sevan, che in armeno vuole dire lago nero, mentre ank significa monastero. Il lago coi suoi 2.399 metri è tra i più alti al mondo e d’inverno gela completamente.

Non mancano anche testimonianze di arte classica, greca de periodo ellenistico in particolare, come il bellissimo tempio di Garni

Mentre meno affascinante appare la capitale Yerevan, che paga un pesante dazio allo stalinismo e all’architettura di regime, addolcita solo in parte dal bel tufo color porpora con cui è costruita tanto da meritarsi il soprannome di “pink city”

Città comunque vivace con un numero impressionante di caffè uno dietro l’altro sugli enormi viali prospettici dove la gente pare oziare in eterno, mentre sui vari anelli concentrici di circonvallazione ideati dagli architetti di Stalin, maschi ringalluzziti si esibiscono in quella sorta di danza di corteggiamento very ciammurro style che consiste nello sfrecciare in circolo all’impazzata col proprio mezzo di locomozione ed ai semafori far sentire forte il ringhio del motore in folle alle pupe in eccitazione ai lati della strada. Bella comunque la parte museale con la gemma del neonato museo del genocidio armeno, collocato appena fuori città su una collina, dove è posto anche il monumento al genocidio stesso operato dall’agonizzante impero ottomano nel 1915 ai danni del popolo armeno.

davvero toccante la visita a questo luogo di dolore, dove si percepisce con emozione intensa quanto la ferita sua ancora aperta e visibile in questo popolo costretto dalla storia a fuggire e sparpagliarsi per il mondo per scampare, quando è stato possibile, alla barbarie più assoluta. Figurarsi che all’acme dello sterminio perpetrato, ovvero nel mezzo della prima guerra mondiale, l’impero ottomano (divenuto poi Turchia) era alleato della Germania: è documentario che reparti scelti dell’esercito tedesco studiarono le modalità di sterminio attuate per avvalersene, metterle in pratica e correggerne eventuali errori nel genocidio su più vasta scala operato poi venti anni dopo sotto il terzo Reich.

Nel viale che conduce al monumento commemorativo, sta un bosco di alberi piantati dai vari capi di stato venuti qui a rendere omaggio e soprattutto a riconoscere l’esistenza di un genocidio del popolo armeno (la cui esistenza era fino a pochi anni fa controversa). Leggo le targhe poste sotto ogni albero, presidenti indiani, islandesi, giapponesi, africani, associazioni umanitarie nord-europee o sudamericane, ma manco per il cazzo trovo la targa di un politico italiano: riconoscere il genocidio armeno significa farsi nemica la potente Turchia, che ancora oggi considera menzognera e mistificatoria la presa d’atto di un genocidio operato dal suo progenitore ottomano, minacciando sanzioni a chi si reca in questo luogo, descritto dalla propaganda turca come una sorta di parco giochi tematico della fantasia armena….e questo sarebbe un paese democratico con ambizioni di entrare in Europa!!

Ma il Caucaso è una terra di dolore, ove raccogliere tutti i cocci del vaso di Pandora. Quante ne abbiamo viste: Stalin, le guerre etniche, le feroci montagne e i terremoti, Prometeo incatenato ala rupe, il genocidio armeno. Già, ma quando il vaso di ruppe e fuoriuscirono tutti i mali del mondo, esso fu richiuso prima che dal vaso uscisse un’ultima cosa, un ultimo elemento per così dire: la Speranza. Essa infatti uscirà solo in un secondo momento dal vaso, su ordine dello stesso Zeus, a salvare il mondo dai mali o almeno a donarsi agli uomini per trovare la forza di combattere contro di essi. E infatti…

Quello alle mie spalle non è il Vesuvio, bensì il monte Ararat, simbolo nazionale dell’identità armena anche se dopo la guerra ormai giace in territorio turco, come i tre quarti del territorio della Armenia storica. Non è un monte qualunque, è il luogo ove secondo la leggenda si fermò l’Arca di Noè alla fine del Diluvio Universale, un luogo ove appunto si affacciò agli uomini e a tutte le specie viventi la Speranza uscita dal Vaso di Pandora. Forse stiamo confondendo leggende diverse ma a me piace tanto così. La Fantasia al potere! È stato un viaggio bellissimo

Il vaso di Pandora – giorno 6: a wonderful city

Adesso vi presento una città bellissima che, immagino, pochi di voi abbiano mai considerato quale meta per un week end o un soggiorno più lungo. La città in questione è Tblisi

ed è la capitale della Georgia, situata 2000 e più km ad est di Istanbul ed appena a ridosso dell’Iran. Eppure siamo in Europa, in una sua estrema propaggine incastonata tra montagne e valli. Sgomberiamo subito il campo da un dubbio: la città è assolutamente sicura e al momento non è interessata da alcuna delle piaghe che affliggono una zona di mondo limitrofa (islamismo radicale, guerre religiose etc), e pare centrarci davvero poco pure con lo spettrale grigiore di parecchie capitali ex sovietiche. Tblisi rivela subito un volto ed un’anima piuttosto occidentali, con un suo cosmopolitismo ed una sua spensieratezza ; in certi momenti ricorda Roma con quei vetusti palazzi color ocra e le chiese che spuntano come funghi sui tanti colli, in altri angoli ricorda Parigi, con quel suo cullarsi sul fiume come una bella donna sull’orlo di una vasca da bagno.

Ovviamente il paragone con due “supernove” di magnitudo di bellezza così alta è troppo arduo a tenersi ma Tbilisi irradia comunque una luce propria di bellezza che non può non cogliersi. Singolare anche il suo cosmopolitismo, che pesca in un’area geografica diversa da quella europea e forse per questo ancor più eterogenea: qui si affacciano ragazze iraniane col velo insieme a spilungoni russi e Kazaki, mercanti bizantini e business man della penisola arabica, azeri, armeni, circassi e parecchi europei del nord Europa. Zero italiani, decidete voi se è una fortuna o meno, io sarei per la prima ipotesi. Questo week end la città è presa d’assalto da uno sciame sterminato di irlandesi spinti fin qui dalla passione per la loro squadra di calcio, impegnata in un match che dubito passerà alla storia del calcio contro la nazionale georgiana.

A vederli bene appare subito più plausibile che a spingerli fin qui in massa sia stata un’altra passione ovvero quella assai più autentica per la bottiglia, così come la prospettiva di un week end senza mogli e fidanzate tra i piedi, ma vabbè fatti loro. Resta da dire che, se sulle prime appare simpatico e vitale il loro folklore, dopo un po’ stufa e risulta provinciale alquanto questa idea di trasformare qualsiasi angolo del mondo in un pub ove attaccare con la solita solfa da sbronzi di canzonette sulla verde Irlanda e contro i loro nemici scozzesi e gallesi…Vabbe, lo ammetto, sto un po’ col dente avvelenato perché ad un karaoke bar dove appunto gli Irish avevano monopolizzato il microfono con i loro canti da tifosi, io mi sono fatto avanti, sospinto da supporter locali, a interpretare un pezzo del divo Celentano, ma loro, per sti 3 minuti di astinenza da ste loro canzonette di merda da stadio, hanno preso a subissarmi di fischi e pernacchie, facendomi andare col le pive nel sacco…sob sob. Anni dopo anno il mio rapporto con questo mondo delle curve calcistiche si incancrenisce ulteriormente e sono sempre più “impossibilitato” a relazionarmi con esso.

Ma torniamo alla bella Tblisi, alle sue milli chiese in posizioni indovinate, al suo verde Mktari che la taglia in due

, ap suo centro storico così esteso e preservato allo scempio comunista (un po’ meno a quello capitalista dei giorni nostri in verità), alla fortezza di Narikala che la domina, ove l’esercito georgiano di Bagrat il grande, coi suoi famosi arcieri, riuscì per un tempo lunghissimo a resistere all’assedio del terribile Tamerlano e alla furia devastatrice delle sue truppe, prima di cadere con un escamotage simile al cavallo di Troia. Mirabili la cattedrale di Sioni e il Tempio del Fuoco, testimonianza del culto zoroastriano ivi diffuso, meno affascinanti francamente le opere moderne dell’ingegno quali la cabinovia e il ponte della pace progettato da un archistar italiano, già ribattezzato ponte “always” per la sua somiglianza agli assorbenti femminili così chiamati….

Eppoi c’è la cucina georgiana, squisita e variegata; per non parlare poi della tradizione enologica: lo sapete che il vino è nato proprio qui in Georgia?

Vi lascio con un think palillians di livello mediocre, quindi opposto a questo vino di livello eccelso e chiamato….come un posto che stava un tempo ad Aversa (ma non solo) e dove chissà forse dovrei finire io un giorno:

Tso li curi….il manicomio insomma

Visitate Tbilisi!

Il vaso di Pandora – giorno 5: Trota vs tracina

La cortesia della padrona della guesthouse ove alloggio è comparabile al piacere di una passeggiata su un litorale sabbioso culminante con la puntura di una tracina,

specie marina con la quale ha un’evidente affinità anche estetica. E d’altra parte i Romani insegnano, nomen-omen: faceva già luce il suo nome di battesimo, Nazi, scritto proprio così. Non sono da meno le sue due figlie che, in ossequio all’altro detto secondo cui la mela non cade mai lontano dall’albero, riservano attenzione solo al verro Piotr,

un maiale che gironzola per il giardino e che loro allevano e riempiono di coccole manco fosse un York shire, nella piuttosto fatua e malriposta convinzione che il suino sia un animale domestico equiparabile al gatto e al canarino….Poi, se un malcapitato ospite osa spingersi a chiedergli una saponetta o come mai non ci sia acqua (mica champagne e caviale) nel bagno , scendono madonne dal cielo in cirillico con San Metodio, San Basilio e tutti i patriarchi della chiesa ortodossa moscovita. Vabbè sticazzi, al diavolo la Nazi-mamma e le sorellastre di Cenerentola : stamane si cambia alloggio e trovo infatti una troika simile, ossia composta da una madre e due figlie ma di cortesia elevata all’ennesima potenza rispetto alle precedenti. Funziona un po’ così in queste valli: le donne sono preposte al governo della casa e quindi all’accoglienza degli ospiti, a cui affittano porzioni delle loro baite di montagna; gli uomini locali vengono per lo più reputati troppo rozzi per relazionarsi ad ospiti stranieri, soprattutto se di sesso femminile, e vengono destinati a lavori lontano dalle abitazioni, come tagliare la legna per l’inverno o andare a pesca nei fiumi di squisite trote da fare alla griglia.

Il contesto è rustico bello forte e in effetti capita di assistere sovente a scene di rattusiamiento abbastanza evidenti nei confronti di turiste occidentali: insomma , pur non essendo edotti sul singolare dialetto di derivazione turcomanna-osseta in uso in queste valli, si arriva a intuire che quel gesto della mano portata all’altezza del pacco, con il basso ventre che prende a ciondolare e le gambe ad inarcarsi, il tutto accompagnato da un fischio a fonemi spezzati a simulare un pistone in stile Alvaro Vitali, stia a significare qualcosa di meno galante di un invito a teatro.

Il tutto comunque sempre con molta allegria . Ad ogni modo le mie nuove gentilissime osti gestiscono anche una pasticceria a Tblisi e mi deliziano con le loro creazioni, una scuola pasticciera a metà tra quella araba e quella di tradizione russo-europea.

Giusto quello che ci vuole per rifocillarsi in vista di una nuova avventura: una spedizione nella Dareli gorge,

la gola scavata dal fiume Tvifilkaz che scorre giù impetuoso tra cascate e salti, fino al confine russo di Vladikavz, prima del quale sorge una famoso monastero.

I fiumi del Caucaso hanno una bellezza particolare, perché paiono creature animate, demoni. Ribollono di acqua schiumante come fossero di lava, caderci dentro può essere mortale anzi lo è senz’altro, attesa la forza della corrente e la pendenza con cui precipitano giù, trascinando con se pietre e detriti. Dall’altura di Tsdo, su cui mi inerpico per un sentiero pieno di rovi, ho una prospettiva del magnifico scenario sottostante e sovrastante, perché nel Caucaso ci si può anche arrampicare su una cima altissima ma ne troverai sempre un’altra sulla tua testa. Qui trovo invece questa inquietante e magnifica scultura in pietra, con evidenti segni esoterici.

Il Caucaso nei suoi anfratti più imperi custodisce ancora i segreti di culti sciamanici e riti che grossolanamente potremo definire di “magia nera” : il caprone, simbolo del dio Pan e poi di Satana, reca sul volto, disegnata col ferro filata, una sorta di croce che è la stessa incisa sulle chiese e tombe armene e che simboleggia il circolo della vita e la continuazione della vita dopo la morte, come scoprirò più avanti.

Appunto meglio andare avanti, che la cosa un po’ inquietante è: più a valle, dopo una ventina di km di Nulla, appena prima del confine russo sta un bel monastero.

Davvero singolare la geografia del luogo con il fiume che pare risucchiare in un vortice le postazioni doganali: oltre esse si apre una regione segnata da conflitti etnici e guerre sanguinosissime, ove è altamente sconsigliato recarsi.

Poco prima invece, lungo un canalone tracciato da un affluente laterale, ecco una magnifica cascata,

dove farei anche un bel bagno a pesce da fuori, se non fosse per due facce di cazzo cecoslovacche che trovo in loco e che, anch’essi con inaudita cortesia, si rifiutano persino di scattarmi una foto, come gli avevano gentilmente chiesto, mai capitato in tanti anni che viaggio da solo:

“exscuse me, can you take a picture of me under the waterfall? Thank you!”

“No”

“Why no? It takes just a second”

“I say no and no means no! Fuck you”

La giornata mondiale della simpatia proprio. E vabbè, facimmoce sto selfie, che aggia fa!

Il vaso di Pandora – giorno 4: ai piedi di Prometeo

L’alba soleggiata e il vento che spazza via le nubi, appalesano una cosa che il giorno prima mi era sfuggita: che sono in un posto incredibile, straordinariamente bello.

Oddio, è un tipo di bellezza che non può essere universalmente condiviso, fatto di spazi, silenzi e la percezione di una Natura assoluta sovrana. E risiede in essa la chiave di lettura per partire ad un’osservazione dei luoghi.

Siamo in una valle stretta e infilata tra due catene montuose di altezza inverosimile, quasi si trattasse di montagne marziane. Ecco, consiglierei il Caucaso a chi è appassionato dei film di fantascienza ma ritiene plausibilmente, secondo le sue previsioni biologiche, di non riuscire a prendere parte ad una spedizione spaziale di colonizzazione di un pianeta alieno: in questa vita può accontentarsi del Caucaso, una sorta di lama orizzontale con punte aguzze conficcata tra il Mar Nero e il Mar Caspio, pressoché invalicabile se non nelle poche ferite aperte sulla sua ghiaia da fiumi di origine glaciale. Quello che scorre qui corre ormai in direzione del confine russo, situato 15 km a nord, il che vuol dire che abbiamo già passato lo spartiacque, ovvero il punto oltre il quale i fiumi scendono a valle in direzione opposta. Infatti noi, salendo da sud ,abbiamo attraversato diversi fiumi che andavano in quella direzione, poi oltre il passo di Gudauri la marcia dell’acqua ha cambiato corso. E non è l’unico elemento in movimento qui nel Kazbeg: si, perché poi ci sono i ghiacciai, che scendono a valle , rompono la materia col loro peso, la triturano. Pensate che il centro abitato, chiamato Stepantsminda, l’unico nel raggio di decine di km, è in sostanza poggiato sulla morena di un ghiacciaio, sul suo sedime ghiaioso come un castello di sabbia, e le sue costruzioni (che non eccellono per bellezza) paiono destinate ad una vita assai precaria con fondamenta così inquiete.

L’idea è quella di risalire per un canalone roccioso per arrivare fino al bellissimo monastero di Tsminda Sameda, conosciuta anche col nome più facile della chiesa della Trinità di Gergeti, in una magica posizione, uno degli spot più belli di tutta l’area. Ma dovrò conquistarmela, perché mica ci si arriva tanto comodamente…

E poi qui c’è Prometeo, il povero eroe figlio di Giapeto, che osó rubare il fuoco agli dei per donarlo agli uomini e fu per questo incatenato da Zeus, proprio qui, su questa montagna feroce che a metà cammino mi appare

Si tratta di una montagna altissima, ben oltre i 5000 metri e ammantata da ghiacciai perenni

Li al povero Prometeo (“colui che pensa prima” fu pure inviata un’aquila divorare il fegato che la notte ricresceva. Incredibilmente, quando ho quasi terminato la scalata di questo arduo canalone pietroso, vedo un’aquila volteggiare proprio sopra la mia testa, come un presagio divino o un avvertimento di essere nel posto giusto.

Il luogo si appalesa in una sua bellezza che forse la macchina fotografica mortifica

con l’apparizione del monastero da un lato e il Kazbeg dall’altro. Anche la visita al monastero si rivela interessante, con icone di arte paleocristiana e barbuti monaci assorti in preghiera. Anche se, ovviamente a rapire lo sguardo, è la incredibile posizione

Ricordo di aver trangugiato un semplice panino al formaggio, impacchettato alla meno peggio in un fazzoletto, ma essermi sembrato un pasto divino immerso in tanta bellezza.

È tempo di ridiscendere, nella vastità di spazi che il nostro pensiero occidentale fatica a comprendere e il silenzio interrotto solo dal gracchiare dei grilli. Tutto sommato a Prometeo è toccato un bel posto ..

Il Caucaso è un luogo ove ritorna prepotente alla mente un concetto ineliminabile del pensiero ma che l’Uomo contemporaneo ha per tanti motivi eliminato dalla sua contemplazione: la percezione del Nulla

Il vaso di Pandora – giorno 3: la strada

Già la strada, lo sapevate voi che i più bravi a costruirle siamo noi italiani? Almeno questo di noi pensano gli altri abbastanza diffusamente ed è l’opinione che casualmente riscontro da un georgiano e da un simpatico australiano conosciuto in marschutka. In effetti si potrebbe tracciare un albero genealogico illustre facendolo risalire ai Romani ed alle mille arterie di collegamento da essi tracciate sul territorio, la Salaria, la Egnatia, l’Appia etc ma è probabile che gli estimatori di noi italiani costruttori di strade non abbiano mai preso la Salerno- Reggio Calabria!

Ad ogni modo quella da percorrere oggi non l’hanno fatta gli italiani bensì un esercito, quello russo, durante una guerra del XIX secolo, e prende il nome di “strada militare georgiana”. Ed è bellissima. Lasciata Tblisi

La strada si infila in una profonda gola tracciata dal fiume Aragvi, fino ad un enorme diga costruita sullo stesso.

Li, in un lago artificiale creatosi è appoggiata la splendida Ananuri

dove girano tutti in apecar truccati per via dell’assonanza Ananuri- Anacapri ahahah. No, scherzo, dove semmai si sono consumate una serie di vicende shakesperiano della storia georgiana, con decapitazioni di principi da parte di fratelli minori pretendenti al trono.

Subito dopo la strada prende a salire in modo brusco e inesorabile, con decine di tornanti fino alla stazione sciistica di Gudauri e poi all’impressionante passo Jvari (croce), intorno ai 2.500 metri. Da lì la strada scende in una vallata pietrosa creata dall’erosione dei ghiacciai e continua fino al confine russo di Vladikavaz, in Inguscezia, repubblica della Federazione Russa da cui è meglio stare alla larga. Infatti ci fermiamo prima nella bellissima Stepanminda,

da tutti però conosciuta come Kazbeg, in omaggio alla montagna, quasi una divinità, che sovrasta la valle

Fa decisamente freddo e piove, anzi grandina, l’ambiente è rustico bello forte, per usare un estremo eufemismo, e nella guesthouse dove alloggio sono costretto a fare amicizia con un vicino piuttosto ingombrante….

Si chiama Piotr ed è tutto sommato meno invadente e indiscreto di come la genia possa far immaginare, appisolato tutto il tempo a pancia in giù. Le figlie della proprietaria lo trattano come un pet domestico ma prima o poi gli toccherà diventare prosciutto, atteso che non mi paiono tra queste valli molto sensibili alla causa animalista….guardate ad esempio sto ristorante incontrato a metà via

Sulle prime volevo uscirmene ma era l’unica opzione possibile in quel posto e fuori diluviava. E poi qui ho fatto amicizia con quella bellissima famiglia iraniana che si vede in foto, in particolare col capo-famiglia Mohammed

business-man della bellissima città di Yazd , il quale, dopo una lunga conversazione , mi ha chiesto ufficialmente se fossi interessato a prendere in sposa una delle sue sei figlie femmine, che per inciso vedevano in me una sorta di rockstar (non per mie particolari virtù estetiche ma per la loro enorme attrazione per l’Occidente). L’offerta, con suo rammarico declinata, è avvenuta tuttavia non così frettolosamente en passant ma al termine di un lungo colloquio, in cui mi ha valutato uomo probo, solido e valido sposo….spero davvero che Mohammed abbia per il suo business un fiuto maggiore di quello adoperato per scegliersi la parentela

Il vaso di Pandora – Giorno 2: ‘Adda venì Baffone!

Cominciamo a semplificarci la vita, perché in viaggio serve farlo: così ad una usuale domanda postami, ho preso a rispondere direttamente “Adriano Celentano”. La domanda precedente è ovviamente: “where are you from?”, e visto che tipo 30 volte su 30 alla mia risposta ” Italy”, seguiva sempre ma dico sempre la battuta “ohhh, italiano Celentano!!!”, ho preso come dicevo a farla semplice ed ecco qua. Si, sta da dire che Celentano è più che un ambasciatore dell’Italia in certe zone di mondo, è una sorta di pontefice, di entità sovrannaturale. Un georgiano assai colto conosciuto in marschutka (i minivan che scorrazzano su e giù per queste strade fungendo autobus) ne rintracciava il motivo nel fatto che i suoi film erano gli unici che sfuggivano alla rigida censura anti-occidentale: probabile che i miopi preposti alla programmazione cultuale di regime lo giudicassero troppo frivolo e inconsistente per poter scalfire il credo socialista ma su questa come si mille altre cose evidentemente si sbagliavano, perché intere generazioni di georgiani sono cresciute sognando la frivola e poco coerente dolce vita intravista in quei filmetti, quelle spiagge, quegli amori spensierati,quel mondo, altro che Marx ed Engels!

A proposito, restiamo in tema “comunismo” per così dire, perché la giornata odierna prevede la visita alla città-natale di una delle eminenze storiche di questo modello nonché uno dei personaggi più influenti della storia del Novecento. “Adda venì Baffone!” diceva qualcuno un tempo, auspicando improbabili scenari di sovietizzazione dell’Italia o perlmoneno una vittoria del locale partito comunista. Ma Baffone per fortuna non è venuto e a sto punto non verrà più, aspettarlo ancora sarebbe un po’ come aspettare Godot; così se Baffone non va alla montagna, la montagna o almeno il Palillo va da Baffone….. Non tutti sanno forse che Josip Vissarionovic Dzugasvili, in arte Baffone ma ancora prima noto come Stalin, era figlio di un umile calzolaio di una cittadina della Georgia nella regione dell’Ossezia del Sud, chiamata Gori, a metà strada tra Kutaisi e la capitale Tblisi, dunque la meta ideale per una breve visita. Premetto che per quanto mi riguarda Stalin è stato un esecrabile dittatore e un responsabile di atroci crimini contro l’umanità, quindi la mia visita, lungi dall’isciversi a quel becero turismo della morte (sul genere di quei disadattati che vanno ad omaggiare la tomba di Mussolini a Predappio ad esempio), assume solo una valenza culturale, perché qui ha sere uno dei migliori musei della Georgia, dedicato ovviamente al più celebre cittadino di Gori. Nel giungervi, mi soffermo a guardare la città, piuttosto anonima e il paesaggio circostante, tutto sommato gradevole fatto di colline riarse da sole quasi adagiate in modo deferente verso le altissime sorelle maggiori del Caucaso sullo sfondo, dove inizia la sedicente repubblica separatista dell’Ossezia del Sud, in pratica uno stato satellite di Mosca.

Mi spinge a guardare il paesaggio con maggiore attenzione la mia convinzione che esso incide molto sul carattere delle persone, nella formazione, nel gusto: nel mio piccolo mi chiedo spesso,ad esempio, come sia possibile essere nati a Capri con difronte i faraglioni e tanta bellezza e potersi dire fascisti ed inneggiare a campi di sterminio e varie atrocità, ma vabbè. Ad ogni modo, qui a Gori, nell’Ossezia del Sud, è nato uno degli uomini più crudeli del Novecento, nonché uno dei più potenti , che ha dominato su tutta una parte di mondo per oltre un ventennio, sconfitto Hitler e minacciato l’equilibrio dell’intero pianeta. Il museo a lui dedicato è davvero ben allestito con documenti inediti e fotografie singolari, se non fosse per le didascalie solo in russo e in alfabeto georgiano, bellissimo a vedersi ma impossibile a capirsi anche solo per una lettera.

Nel parco sta pure la littorina, la carrozza ferroviaria insomma con cui Stalin scese a Yalta in Crimea per il famoso vertice (non amava volare).

Mi colpisce la circostanza che a visitare il museo ci sia un nutrito gruppo di ragazze della vicina Cecenia, vestito col il niqab, il velo nero che lascia scoperti solo gli occhi:

in pratica visitano la casa-natale del primo degli sterminatori del loro popolo (alla lista si sono iscritti di recente anche Eltsin e soprattutto Putin, autore di crimini infernali in questa zona di mondo posta anch’essa poco oltre queste montagne). I Ceceni sono i discendenti degli antichi e più noti Cosacchi, pastori nomadi e famosi guerrieri a cavallo fedeli un tempo allo zar Nicola. Poco inclini alla vita sedentaria , entrarono subito in urto frontale col regime socialista che aveva rovesciato lo zar e pretendeva di inquadrarli in un processo di urbanizzazione. Cosi, quando Hitler nel ’41 lanció l’operazione Barbarossa e invase la Russia sulle prime con esiti favorevoli, i Cosacchi fiutarono l’occasione e passarono in blocco alla causa nazista contro il governo centrale di Mosca. Ben duecentomila guerrieri a cavallo piovuti da un’altra epoca sfilano ora al passo dell’oca insieme ad ufficiali della Vermacht. Per Hitler è un acquisto fondamentale perché con quei abili conoscitori della montagna può forse scavalcare l’invalicabile Caucaso e spingersi verso i giacimenti petroliferi del Mar Caspio, di cui ha bisogno come dell’ossigeno. Ma l’Armata rossa guidata da Stalin, nella città ad lui intitolata non cede e il Generale Inverno fa il resto: la Germania va incontro ad un disastro e con essa i Cosacchi, che hanno puntato sul cavallo sbagliato ….A fine guerra, chiaro che l’aria nei loro confronti non sia delle migliori e che Stalin sia un pochino incazzatello coi traditori: lo sterminio è feroce, i Cosacchi vengono o trucidati o nella migliore delle ipotesi internati nei gulag, nell’odio indistinto dei russi nei loro confronti. Qualche decennio dopo, nel ’97, Putin solleverà lo stesso artifizio retorico per giustificare una nuova invasione della Cecenia e un nuovo sterminio, nel sostanziale silenzio dell’Occidente e delle organizzazioni internazionali. Un decennio dopo, nel 2008, il “nuovo zar delle Russie” ha chiuso definitivamente la morsa intorno alla Cecenia, invadendo la già citata Ossezia de l sud, appartenente formalmente alla Georgia. Una guerra lampo che aveva come obiettivo finale proprio Gori, la cui conquista avrebbe davvero spezzato in due la Georgia, interrompendo la sua principale arteria di comunicazione tra sud e nord. Ma Gori, bombardata e sotto assedio, forse in omaggio al suo più celebre cittadino e alla città a lui intitolata, la famosa Stalingrado, resistette ed è ancora parte della Georgia.

Da qui proseguo per la capitale Tblisi, che dista ormai solo un’ora. La città si presenta subito bellissima con un centro storico gioiello e una bellissima posizione sul verde fiume Mtkvari.

Catturo solo una prima impressione per ora e per la verità direi che, fuori dalla parte storica, concede troppo in alcuni punti ad una idea di progresso pacchiana e sciocca in stile Dubai per capirci. Ecco ad esempio, lo sfavillante ponte “della pace ” realizzato da un archistar italiano, tal Michele Lucchi, ed inaugurato nel 2010:

è stato già ribattezzato il “ponte always” e non perché debba durare per sempre (si spera) bensì per la nota somiglianza con la marca di assorbenti.

Ah, e per chiudere il cerchio vi dico pure che la sera, dopo la cena col menù fantasma di cui parlavo su Facebook, mi sono pure esibito al karaoke in una hit di chi? Ovviamente di lui, il Pontefice Adriano Celentano. Un’ovazione di pubblico che manco Joe Cocker a Woodstock. Appena mi mandano il video lo pubblico e convinco gli scettici….

Il vaso di Pandora – Giorno 1: Good morning Medea!

Fossi rimasto ancora un po’ a Capri, poco ci sarebbe mancato che mi sarei fatto immortalare in qualche locale cool con una bottiglia di Belvedere o qualche altro distillato di nobile lignaggio, per poi postarla sui social con la raccapricciante didascalia-slogan “Ciao povery!”…….Ovviamente chi mi conosce sa che è un genere di cose che non mi appartiene per nulla ma lo dico per rendere l’idea di come l’estate caprese possa essere abbacinante, specie in quest’acme finale che vede usualmente il massiccio dispiego sul campo di tutta la soldataglia chiattilla ripiegante a Capri da altri fronti per il gran finale agostano e con tutto l’immancabile stupidario di rituali e stereotipi. Vabbè comunque alla fine è un genere di cose in cui ci sguazzo e mi diverto, l’importante è capire quando bisogna darci un taglio. E diciamo che in tal senso, sto posto con sto nome impronunciabile, Kutaisi, nel bel mezzo della mitologica Colchide in Georgia, nel Caucaso, già al momento della prenotazione mi era apparsa come la best choice possibile per darci un taglio. Anche il nome Kutaisi che sembra iniziare con qualcosa di simile all’inglese “cut” ovvero “”taglio, tagliare” mi piaceva come idea di base: io questo mio sbariare con le parole conosciuto come “think palillians” lo tengo sempre in debita considerazione Già, solo che a quel momento dovevo avere ancora una forma mentis o perlomeno un fuso orario sintonizzato sui ritmi dell’estate caprese, e poca o nessuna importanza avevo riservato al particolare che l’aereo atterrasse in Georgia alle 3:30 del mattino, ora in cui a Capri non so, ci si sposta dalla taverna al Number One…..Qui nella Colchide selvaggia la tempistica è un po’ diversa e, appena fuori dall’aeroporto che sta per chiudere i battenti, vengo preso in ostaggio da poco edulcorati tassisti abusivi alle cui lusinghe non ho altra alternativa che cedere, visto che la città dista 25 km. Quello che mi carica a bordo, somigliante ad un irsuto esemplare di orso caucasico (specie ahimè a rischio estinzione) e che non vede una doccia dai tempi in cui noi tifosi napoletani non festeggiamo uno scudetto, comincia col classico repertorio di trucchetti del mestiere incluso il tour di alberghi di quart’ordine di amici suoi da propinarmi a prezzi maggiorati. Insomma, non ho altra alternativa che mandarlo a fanculo e piantarlo, proseguendo a piedi verso il centro cittadino, che alla fine si appalesa con un faraonico teatro dell’opera è una strana scultura di motivo mitologico è rara bruttezza.

Attendo li l’alba, quando la città si risveglia con un bellissimo mercato di frutta, ove donne provenienti da remote alture del Caucaso recano gerle di ortaggi sulla testa. Il problema è che ancora non ho trovato dove dormire e comincia a piovere. Ma niente paura: arriva Medea, ovvero una delle venditrici di ortaggi del mercato che di nome fa proprio Medea Anna Vania un po’come la celebre regina figlia del re Eete nativa di qui, e mi affitta una camera a casa sua. Conoscendo la mitologia e la storia di Medea, si direbbe che sto rischiando di finire tagliato a pezzetti nel frigorifero, ma niente paura: il clima è ovviamente sereno e la famiglia gentilissima. Al risveglio, la prima tappa è culinaria a degustare la ottima cucina georgiana, anche essa dominata dal “fattore K”: kachapuri, kinklali, kurjomi, boniiii!!!

Poi si parte per un bel monastero ubicato su una collina vicina, con quasi mille anni di storia e un nome simpatico, Gelati, ma dove in spregio al nome fa nu sfaccimm i caldo.

Al rientro in città programmo una visita alla cattedrale di Bagrati, una sorta di San Pietro della autoctona chiesa ortodossa georgiana. Per arrivarci, ci si può servire di una teleferica residuato del socialismo reale che davvero traballa e scavalca il bel fiume Rioni che taglia in due la città.

Non appena a bordo tuttavia mi rendo conto dell’imprudenza. Non che abbia paura o non mi fidi della rinomata tecnologia sovietico-georgiana figuriamoci, ma il problema è un altro: il sottostante fiume Rioni al tempo di Giasone e degli Argonauti si chiamava Fase, e quindi sto catorcio di cabinovia che vi passa sopra non può che essere “fuori fase” e può precipitare!!!!

Insomma mi sono perso il think palillians. la punizione divina di Zeus si appalesa non con la caduta del trabiccolo bensì in maniera più sottile: sulla collina poco oltre un fatiscente luna park,

per giungere alla cattedrale sta da attraversare un enorme campo rom, dove si appalesa la mia paura principale, che non è quella di essere rapinato bensì quella per i cani, specie di grossa taglia che a decine abitano qui e mi abbaiano appresso. Non mi resta che farmi scortare fino alla cattedrale da una simpatica famiglia di abitanti del campo, che farebbe felice quei dittatori di un tempo che invitavano il popolo a donare più figli alla patria: la ragazza tredicenne è già madre e la bisnonna avrà qualche anno meno di me, tutti insieme al capofamiglia ci avviamo alla bellissima cattedrale di Bagrati che domina la vallata.

La sera altra scorpacciata di kinklali, “arricchita” dall’incontro con dei tizi russi che prima cominciano simpaticamente a offrirmi della grappa locale, poi cominciano a sfracassare le palle loro, il calcio e Maradona, e una volta ciucchi, appalesano un bagaglio culturale analogo a quelli che in Italia gridano “Boldrini troia”: cominciano a chiedersi perché non sia con mia moglie e perché viaggi da solo, insomma cominciano a fissarsi che io sia gay (in Russia l’omosessualità è un tabù assoluto e anche qui in Caucaso dubito che la situazione sia diversa) e assumono modi bruschi e provocatori. Alla fine, non mi resta che finire la giornata come la avevo iniziata col tassista, ovvero con una mandata a fanculo.

Ma d’altra parte era tutto scritto nel nome Kutaisi, no? Kut ovvero Cut ai si, taglio ai si: non bisogna mai assecondare nessuno qui insomma o ci ficca nei guai!……E perché forse vogliamo fare finta di non vedere che la signora che mi ha salvato la mattina dandomi alloggio,ovvero Medea Anna Vania, sia l’anagramma di “vieni a nanna da me”??? Ma di che stiamo parlando? Qualsiasi cosa farò, ovunque nel mondo andrò, il think palillians sarà sempre con me!