Di Valentino o del mio borgo natio

Oggi 16 Luglio, in un caldo pomeriggio di mezza estate, si celebra nella contrada di Valentino la festa della Madonna del Carmine, onorata nel quartiere con una piccola edicola votiva situata proprio alla fine della via che taglia in due il quartiere e le conferisce il nome, nel punto in cui essa interseca perpendicolarmente la strada che dal Castiglione precipita giù verso gli orti della Certosa, intitolata quest’ultima allo sfortunato asso dell’aviazione Dalmazio Birago perito gloriosamente sui cieli d’Etiopia. Il meteo assegna per l’evento quella tipologia climatica definita a queste latitudini inequivocabilmente col vocabolo di “bafuogno”, un caldo umido e appiccicoso corroborato da massicce dosi di vento Africo, ma riserva un’ulteriore sorpresa, quella di un inatteso scroscio d’acqua giusto all’ora della funzione religiosa tenuta all’aperto, funestandola di ombrelli che oscurano ancor più la già scarna visuale sulla statua che offre l’angusto vicolo, per l’occasione ingombro anche di sedie di fortuna occupate dai molti anziani presenti.valentino messa.jpg

La celebrazione è ora limitata appunto ad una funzione religiosa, della quale non riesco ad essere troppo partecipe per attitudine personale; ad ogni modo l’omelia del sacerdote, unita al vociare in preghiera di antiche signore del quartiere che odo distinte dalla mia finestra, è condizione sufficiente per innescare una babele di ricordi invero assai nitidi di quei pomeriggi estivi di un’età ormai lontana, quando noi bambini del quartiere attendevamo con giubilo ed eccitazione questa festa, smettendo per qualche ora di esecrare il chiostro della Certosa adibito a campo da calcio per correre a confrontarci nelle gare e nei giochi di strada che facevano da contorno alla messa. Ricordo in particolare un anno in cui mi avviavo, dopo brillanti turni di qualifiche, a disputare la finale della prova di corsa nei sacchi, anelando assai al primo premio costituito da un materassino gonfiabile da mare, giacché proprio qualche giorno prima avevo fracassato sugli scogli di Palazzo a mare il mio nuovo di zecca rimediando un sonoro cazziatone materno. Ricordo come fossi nettamente in vantaggio sul rettilineo di arrivo avviato verso il trionfo, ma una davvero scarsa “cattiveria agonistica” unita ad una congenita dose di coglionaggine mi spinse a dare credito ad una voce levatasi dal pubblico, la quale rimarcava come non avessi toccato il muro posto a metà percorso prima di volgermi sulla via del ritorno. Sottigliezze oggi forse delegabili all’ausilio del VAR, ma incredibilmente io mi volsi sui miei passi per tornare indietro a toccare quel dannato muro, abbandonando la vittoria ed il sospirato materassino al mio avversario, un mio amico di infanzia. A tutt’oggi quella avrebbe costituito la mia più alta affermazione sportiva, sigh.

C’era sempre tutto il quartiere a quella festa, anziani e nipoti, famiglie identificate col soprannome conferito per stirpe, c’erano tutti i miei nonni, quelli materni assai legati alla santa protettrice del quartiere, ed il mio nonno paterno, uomo dal carattere solare e gioviale nonché affermato imprenditore alberghiero, la qual cosa credo gli conferisse una posizione sociale di lustro che, unita ad una spiccata passione per la bellezza del gentil sesso, gli faceva meritare il non certo sprecato soprannome di “Don Giovanni”. Unica assente giustificata in famiglia era la mia nonna paterna , donna dal carattere estremamente riservato nonchè “ciammurra” trapiantata nella città di sotto, un binomio che suppongo la rendesse legata ad un vincolo di fedeltà eterna a Sant’Antonio piuttosto che ai frivoli culti dei “chiazzieri”. Il “mastro di festa” era poi indiscutibilmente un signore italo-americano dal carattere estroverso e gioviale, sbarcato in Italia da liberatore col suo corpo di marines nel secondo conflitto mondiale ma fatto poi “prigioniero” da una donna che aveva sposato: vivevano in un piccolo appartamento ubicato proprio di fronte al mio cancello, e ancora oggi se esco di casa mi pare strano di non sentirli discutere in uno strano slang Brooklyn- napoletano dinanzi alla tv accesa in sottofondo.

Mi viene da chiedermi quanto sia cambiato il mio quartiere in tutti questi anni: certo lo è, come è cambiato il mondo, ma non poi così tanto. A Valentino si va un po più lenti, lo dice la parola: va- lentino! Attaccati alla piazza e alla roboante via Camerelle, eppure a nostro modo distanti, in un limbo dove a decine i turisti si perdono smarrendo la via per i Giardini di Augusto e le boutique, che sono li ad un passo ma nel dedalo di viuzze non vi è GPS o Google maps che li riesca a far orientare. Di certo non è cambiato l’impianto urbanistico medievale che disegna come una sacca esterna rispetto al centro, una cavità che fungeva da contado per il sovrastante convento delle Teresiane. Figuriamoci che il giardino di casa mia, magicamente affacciato sui Faraglioni, fungeva un tempo da cimitero del suddetto convento e come suo “limes” prima delle terre appartenenti all’altro Ordine, quello dei Certosini.giardino casa

La appena sovrastante casa di carissimi amici ha la chiara struttura di una chiesa, probabile cappella funeraria, e la gran parte degli edifici ricalca un’architettura religiosa. teresiane

E’ cambiata certo l’economia di base di questa piccola contrada, coi suoi manufatti a schiena d’asino divenuti in buona parte appartamenti alla moda, studi di professionisti o molto più spesso depositi dei lussuosi negozi della vicina via Camerelle, una sorta di retrovia di guerra dell’artiglieria pesante schierata sulla main street. Era solo venti anni fa una via che pullulava di botteghe artigiane, che ricordo anch’esse tutte una ad una: dall’orologiaio, mestiere pressoché estinto, che giaceva appena dopo il sagrato dell Chiesa ove oggi sorge un ristorante alla moda, al mastro ceramicaio che scalpellava poco dopo la porta carraia, incredibile scudo sonoro nel quartiere dei rintocchi del campanile, passando per il falegname corniciao che aveva assai in odio le nostre disfide pallonare e ci sequestrava arbitrariamente il pallone, fino alle botteghe dei sarti che sono ancora li a cucire bellissimi vestiti per i ricchi signori che risalgono da Quisisana lungo Li Campi. Qualcosa è cambiato, molto altro per fortuna no. Di certo non sono mutati i veri padroni del borgo, coloro che a Valentino sono sempre stati i despoti capaci di informare le vie del loro odore e delle loro cibarie, i notai che tracciano i confini delle proprietà al di la delle determine catastali rimbalzando a loro piacimento da una particella all’altra: i gatti. carbonello.jpgA Valentino hanno sempre comandato i gatti: li troverete ancora li, affacciarsi tutti incredibilmente sincronizzati da Madre Natura, a salutare sornioni ma affettuosi i bambini che ad ora di pranzo escono vocianti e spensierati da scuola

Dove nascono i giganti- giorni 7 e 8: il villaggio dei giganti

Inizio l’ultimo capitolo di questa emozionante storia con un’altra fiaba, quella di due giganti, fratelli tra loro e che un tempo vivevano qui uno difronte all’altro, il primo sull’isola di Mykines ed il secondo sul remoto promontorio ove oggi sorge il villaggio di Gasaldur. Essi placavano il loro insaziabile appetito cibandosi delle pecore e degli umani, che terrorizzati provavano a sfuggire loro vivendo nelle grotte; o meglio provavano a saziarsi, giacché uno dei due un giorno, avendo terminato il cibo a sua disposizione, prese a chiedere a gran voce al fratello sul promontorio di lanciargli del cibo. La risposta del fratello non si fece attendere: non cibo bensì massi, enormi massi prese a lanciare verso il mare come un nordico Polifemo verso la galea di Ulisse in fuga. La scorbutica risposta dovette adirare non poco l’altro ciclope che, accecato dalla fame, con un lungo balzo atterró sul promontorio e prese a lottare sanguinosamente col fratello. Combatterono per sei giorni e sei notti fin quando fu il primo, quello saltato da Mykines a prevalere e uccidere l’altro, il cui sangue prese a sgorgare copioso ed inarrestabile originando questa straordinaria cascata Il villaggio di Gasaldur, situato appena sopra di essa, era fino a solo quindici anni fa il più irraggiungibile di tutte le Far Oer: situato all’estremità di una lunga striscia di terra che si perde nell’oceano dell’isola di Vagar, distava dal porto di Sorvagur 13 interminabili chilometri di sentieri esposti alle intemperie e che dovevano scavalcare altissime montagne. La leggenda della lotta dei giganti offre un riscontro del tutto reale e ancor oggi tangibile, che con commozione apprendo da una donna locale: l’irraggiungibile villaggio di Gasaldur fu fondato da un gruppo di balenieri della frontaliera isola di Mykines (il gigante che balza spinto dalla fame) e ancora oggi esiste un accordo tra le due piccolissime comunità per la spartizione del pescato nei terribili mesi invernali. Solo nel 2004, dopo l’agonia di un bambino, costretto col padre ad attraversare l’altissima montagna che sovrasta il villaggio per ricevere soccorso e morendo lungo il cammino nella tormenta ci si risolse alla costruzione di una strada con il più sicuro porto di Sorbagur e soprattutto allo scavo di un tunnel che bucasse quella montagna della morte. Io nondimeno, sprovvisto di automobile e a corto di generosi sostenitori dell’autostop, non ho altra alternativa che sobbarcarmi il cammino a piedi

ma sulle prime va bene: il percorso è di una bellezza ammaliante e poco importa se piove e fa freddo
l’unica preoccupazione è questo famigerato tunnel finale di tre km da fare al buio che potenzialmente potrebbe accendere il mai sedato demone della claustrofobia, oltre ad essere piuttosto pericoloso. Ma col solito mio culo becco un passaggio proprio all’imbocco di esso. Ed ecco sotto di me Gasaldur, gemma nascosta e finale delle Far Oer con la sua cascata Mulaffosur

La bellezza è davvero senza uguali, lascio parlare le immagini

La cascata che sgorga dal sangue dei giganti, i massi scaraventati nel mare nella pugna, una squisita fetta di torta alle bacche silvestri come ristoro. E poi…e poi lui: lo stronzo autostoppista polacco beccato due giorni prima dall’altro capo delle Far Oer, con cui condivido la fatica e la difficoltà a rimediare passaggi su strade deserte!!!!! Non so se lo ricordate, era quello che sosteneva una sorta di diritto di prelazione sui posti dove fare Autostop e si era inquartato perché non osservavo le sue balorde prescrizioni. Naturalmente non risponde al mio saluto e stavolta me la lego al dito : si sta facendo tardi, stanno da percorrere i 13km del ritorno, tra cui i tre sotto il famigerato tunnel e nel paese sono rimaste pochissime automobili che faranno ritorno. Lui si apposta tutto arcigno e bellicoso com’è Lewandowski in area di rigore all’imbocco del tunnel, motivato a “difendere” la sua zona di pesca con ampi gestacci. Io agisco di astuzia: faccio il vago e non replico alle sue volgari provocazioni, mi dirigo nella direzione opposta all’unico spaccio del paese dove servono la squisita torta di bacche e prendo a leccare sfacciatamente il culo ad una famiglia di texani che portano in viaggio premio la figlia appena graduata alla high school di Dallas, dispenso preziosi consiglio circa lo studio della giurisprudenza che la giovane vorrà intraprendere al ritorno negli States….e a sto punto un passaggio per il Palillo ci scatta matematico. E quando ci avviamo e raggiungiamo la sua zona di “pesca” distratto Tim il texano al volante indicando un uccello che vola alto dall’altra parte, in modo da distoglierlo dall’idea di caricare sto gaglioffo da due soldi a bordo. Eccolo qua me lo immagino ancora la bello solo soletto, lui i suoi teleobiettivi a fotografare le pecore sotto la pioggia. Ahahhha, fattela a piedi, pirlaaaaaaaa!!!!!!! La sera la trascorro in una meravigliosa casetta in legno col tetto in erba ma tutto qui è dolce e incantato il giorno dopo avrei l’aereo ad ora di pranzo ma sento di non poter andare via senza aver ancora solcato l’erba di queste isole incantate. Così sveglia in piena notte, anche se c’è luce ovunque

e a rotta di collo verso un’ultima gita in montagna.immerso nella bellezza senza tempo e spazio delle Far Oer. Nel pomeriggio volo a Copenaghen e faccio pure in tempo, nello scalo, ad attraversare il ponte sull’Oresund e mettere piede in Svezia, nella città di Malmoema è nulla confronto alla bellezza selvaggia e primordiale delle isole. Ricordo ogni istante di questo viaggio magnifico; ormai sono in Italia e dopo tanti giorni riassaporo qualcosa di mai visto in questi giorni, il buio. Ma la luce delle Far Oer si irradia nel mio animo, oltre l’orizzonte,oltre questo mare che ammiro dalla mia isola e oltre mille mari ancora, verso quelle terre lontane e arcadiche, ove nascono, vivono e muoiono i Giganti

Dove nascono i giganti- giorno 6: le Far Oer da un capo all’altro

È giunto il momento di lasciare la splendida guesthouse con vista sull’infinito e cambiare isola anzi gruppo di isole, ovvero di passare dal gruppo occidentale costituito principalmente da Vágar a quelle centrali ove ha sede la capitale Tórshavn e poi settentrionali, le selvagge e remote isole più isole di tutte di Kalsoy e Kunoy.

La chiave di tutti questi spostamenti si rivelerà una pratica in cui, nonostante la non proprio più verdissima età, ancora mi diletto, anche perché oltre a costituire un bizzarro modo di conoscere persone quasi sempre simpatiche, unisce al dilettevole anche l’utile perché è spesso la via più breve per l’attraversamento di territori così poco battuti e non urbanizzati: sto parlando dell’hitch-hiking o come viene chiamato in Italia “autostop”. Il viaggio dunque di circa 40 km dalla baia di Sandavagur alla capitale Torshavn, con passi di montagna e tunnel sottomarini, sarà affrontato con un simpatico ragazzo israeliano anche lui intento a fare hitch-hiking , e con l’autista una ancora più simpatica donnona locale, la quale ci carica a bordo dicendo che potrà condurci fino ad un punto intermedio e posto lungo una via secondaria, dal quale il suo collega a cui sta per dare il cambio ci condurrà poi avanti verso la capitale. La cosa simpatica è scoprire che lavoro svolgono lei e il suo collega oltre a essere i nostri gentili “driver”: sono le guardie carcerarie della prigione delle Far Oer! Quindi stiamo tecnicamente andando in carcere ora. L’immediata confidenza, quasi come se già si conoscessero, del ragazzo israeliano con la sig.ra secondina sulle prime mi fa balenare anche qualche strano film per la testa: sono il bersaglio di un’operazione del Mossad ed ora sono stato adescato per essere condotto in carcere e torturato per confessare. Qualche scambio di persona, un file sbagliato nel database e ti ritrovi in una cosa tra “Munich” di Spielberg e “Misery non deve morire” di Stephen King (la sig.ra guardia ha una somiglianza spiccata con la tizia del film…)…

Ma ovviamente ogni timore viene fugato ben presto: lei è simpaticissima e ci fa persino fare un giro panoramico del carcere delle Far Oer, dove sono detenuti 6 individui tra cui un italiano (e sarà l’unico connazionale che incontrerò lungo tutto il viaggio); inoltre scopriamo come persino il carcere qui alle Far Oer sorga in un posto bellissimo nondimeno isolatissimo

Scoprirò nei giorni successivi, perdendomi su queste montagne, che non lontano da qui sorge la chiesa più antica di tutte le Far Oer, quella dal impossibile a pronunciarsi nome di Kiorkubur . Ad ogni modo anche il ragazzo israeliano mostra un profilo colto e intelligente: di idee progressiste, considera il governo del suo paese poco meno che una banda di criminali assassini e quello attuato a Gaza poche settimane fa con l’uccisione di oltre sessanta palestinesi un crimine contro l’umanità. Si vergogna profondamente di ciò e intende in autunno trasferirsi definitivamente in Olanda dalla fidanzata. Insomma vedi un po’ che storie capitano a fare autostop…

Giungiamo a Torshavn e le strade inevitabilmente si separano; io sistemo velocemente le cose alla rinfusa da una coppia di sciroccati che mi ha affittato casa e proseguo in bus verso le isole del Nord, con l’intento di raggiungere il punto più settentrionale delle Far Oer, ubicato nell’isola di Kalsoy ad oltre due ore di pullman e battello. Il fatto è che anche un semplice viaggio in bus alle Far Oer ti diventa un’emozione enorme

La strada si snoda come un serpente impazzito su costoni di roccia che sovrastano canali e pendii aspri che paiono le montagne di un pianeta alieno e poi, per passare da un’isola all’altra, non ci sono ponti, che non reggerebbero al mare in tempesta e al vento, ma tunnel: si, lunghissimi tunnel entro i quali la strada si caccia di improvviso come un animale che si infila in una tana, tunnel che scavano sotto il mare come quello della Manica ma che restano grezzi e in pietra viva, senza troppi fronzoli. Il primo lo abbiamo già passato ed è quello che attraversa il Vestmanna Sound, lo stretto che separa le isole occidentali da quelle orientali, altre due-tre volte scendiamo e risaliamo dagli abissi fino alla meta di destinazione Klaksvík.

Ecco, Klaksvík sorge nel classico luogo dove un giocatore di quei giochi di strategia on line tipo Civilization e similari deciderebbe subito di edificare una città: è una lingua sottilissima di terra tra due mari circondata dalle solite montagne lunari, che qui in verità assumono una conformazione ancora più cupa e minacciosa.

E da qui in battello verso la frontaliera Kalsoy, altra assurdità geografica: lunga una trentina di km, con montagne che si drizzano alte verso il cielo, è larga solo poche centinaia di metri, in pratica una sorta di lancia di terra e rocce protesa verso l’Atlantico. Non sempre le terre vulcaniche infatti assumono quella conformazione circolare che consociamo, spesso prendono anche questa forma puntuta e bizzarra, credo succeda proprio in corrispondenza della faglia, insomma della frattura oblunga da cui fuoriesce la lava: ricordo una isola dalla conformazione pressoché analoga, anche essa vulcanica, Sao Jorge alle isole Azzore, che gli abitanti paragonano ad una schiena di balena saltata fuori dall’oceano e pietrificata in un’isola.

ecco come potete notare, al netto delle differenze climatiche e della mia faccia da scemo , la somiglianza è impressionante

Ad ogni modo tale conformazione rende ovviamente disagevole la vita qui e anche i soli spostamenti, con strade che si inerpicano lungo pendii impossibili verso villaggi abbarbicati sulle ripe scoscese, non sono per niente facili. Si ripresenta dunque esigenza di un ricco autostop non appena sceso dalla nave, momento migliore per pescare qualche “bel tonno di passaggio” con l’auto imbarcata sul battello. Ma qui mi imbatto in un’altro autostoppista, figura del tutto diversa rispetto al simpatico israeliano della mattina: costui è un tizio polacco assai scorbutico e pretenzioso che comincia a sostenere che debbo farmi a debita distanza da lui perché quello è il suo posto di “pesca”, scelto prima di me che sarei quindi costretto a retrocedere o avanzare non ho capito di quanti metri. Da una rapida scorsa non mi sovviene un diritto degli autostoppisti che annoveri una sorta di prelazione nella “posta” ai conducenti, quindi me ne sbatto altamente e mi metto un paio di metri prima di lui che comincia a murmuliare e fare gestacci. Con mio sorriso magico alla Mandrake becco pure subito un passaggio ma ho poi pure l’enorme magnanimità di spirito di chiedere alla autista di far salire pure sto fesso: le perle ai porci, quello invece di ringraziare monta su e continua a sbraitarmi contro e bubbu bubba. Vabbè sticazzi: si arriva a destinazione dopo aver percorso tutta l’isola lungo un suo fianco tra gole e tunnel. Quasi in cima sta il villaggio di Miskoldur, quella della sirena Kopakonan di cui vi parlavo ieri; poi dopo un lungo e buio tunnel eccoci a Trøllanesi il villaggio più settentrionale delle Far Oer e perciò conosciuto come la “fine del mondo”: in effetti dopo c’è solo mare e poi ghiaccio fino al Polo Nord. Anzi per la verità oltre la collina si stende in direzione nord un altopiano erboso di circa 3km, al termine del quale è situato un altro, bellissimo faro. Ho i minuti contati, perdere l’unico autobus della giornata significherebbe perdere ogni coincidenza col battello e la successiva corriera per rientrare nella capitale, ma parto al gran galoppo. Mi fiondo su sto enorme tappeto verde abitato solo da pecore e uccelli, e che uccelli scoprirò più tardi. Sullo sfondo lo scenario inquietante degli alti promontori delle isole limitrofe

Alla fine, tra mille belati di pecore e pecoroni appare il faro, e con lui fa capolino il coglione polacco dell’autostop, già ad affannarsi sulla via del ritorno. Gli chiedo se secondo lui sono in tempo Utile a percorrere la via che manca per il faro e rientrare e lui ovviamente dice di sì, rendendomi un vile tranello. “Al ritorno- mi dice -” accorcia per il sentiero che sale più a monte, è più breve e poi asciutto della via che corre a valle, ridotta ad un pantano”. Mah, mi fido, giunto al faro, il tempo di fare conoscenza con il farista e sua figlia, gli immancabili caproni con cui socializzare e giù, a rotta di collo verso Trøllanesi. Anzi non giu, ma su, seguendo il consiglio del mio “amico” autostoppista mancato: un tranello diabolico la via a monte è più volte interrotta da massi, estremamente accidentata e, dulcis in fundo, sito di riproduzione delle sule marine, certe bestiacce piovute giu dall’Artico e dall’apertura alare di uno pterodattilo:

Prendono a volteggiarmi sulla testa e a lanciarsi in picchiate semi-suicide sulla mia testa degne del miglior pilota di Zero giapponese, quelli che si lanciavano sulle corazzate americane con tutto l’aereo per capirci. Le poverine ovviamente difendono i loro nidi e davvero è impressionante il coraggio con cui mi si lanciano sulla testa dalla quota a cui volano. ….Passa anche questa e rientro senza ulteriori problemi nella capitale Torshavn, l’unico luogo nelle isole ad avere dei ristoranti degni di nota ed una discreta vita notturna mei week end . Anche se la notte qui è un concetto astratto, nel senso che non fa mai buio. Figurarsi che qui in foto erano le tre di “notte”

Dove nascono i giganti- giorno 5: Nordic Syren

Esiste anche qui nel lontano Nord delle Isole Far Oer un mito delle sirene, e come da noi nell’Odissea è una storia che unisce Amore e Morte.Le Sirene (o qualcosa che assai vi somiglia) qui prendono il bizzarro nome di “Kopakonan”, che viene mutato poi in quello di “Selkie” un migliaio di km più a sud sulle coste irlandesi e scozzesi dove si celebra lo stesso mito, quasi come a credere che questo nordiche creature mitiche riuscissero a nuotare come balene da una costa all’altro di questo tempestoso tratto di oceano. Ad ogni modo le Kopakonan avevano le sembianze di una foche: questi animali erano considerato dagli abitanti come esseri umani che avessero deciso di porre fine volontariamente alla loro vita gettandosi nel mare. Costrette a vagare senza pace negli oceani, le Kopakonan erano ammesse poi solo una notte all’anno a tornare sulla terra ed era essa la tredicesima notte dell’anno (che nel calendario runico vichingo dovrebbe essere la tredicesima partendo dal solstizio di inverno quindi intorno al 4-5 gennaio, periodo qui di buio totale e tempeste). Quella notte le Kopakonan potevano svestire le loro pelli di foche e sostare poche ore sulla spiaggia per rivedere da lontano il mondo che avevano scelto di lasciare.

Ma un giorno anzi una notte, la tredicesima appunto, un contadino del piccolo villaggio di Mikladur, sull’isola di Kalsoy, attese sulla spiaggia che le Kopakonan salissero dall’oceano e, vedendole svestite delle loro pelli di foca, ne ammirò in particolare una, giovane e di assai bell’aspetto. Decise così di rubare la sua pelle di foca e di non restituirla, sebbene la giovane e tutte le altre Kopakonan lo supplicassero di restituire la sua pelle e lasciarla andare. Ma lui non cedette e la giovane fu costretta a seguirlo nuda alla sua fattoria. Qui la povera Sirena fu rinchiusa in cattività ed il malvagio contadino fu custode gelosissimo della sua pelle da sirena, perché perfettamente conscio che lei non appena reindossata quella pelle sarebbe di nuovo fuggita negli abissi. Divenne presto sua moglie ed ebbero un figlio , ma il contadino continuava a non poter liberare la donna ne a mostrarla agli altri abitanti del villaggio, tra cui si diffusero dicerie e leggende . Un giorno finalmente il contadino si recò a pescare coi suoi amici, dimenticando la chiave della cesta ove teneva chiusa la pelle di foca. Rendendosene conto, esclamò ai compagni :” Oggi perderò mia moglie” e raccontando loro finalmente tutta la verità. In effetti al ritorno la moglie- Kopakonan non era più in casa ma già sulla spiaggia, ove indossò la veste da foca si lanciò tra i flutti. Qui subitò incontrò un esemplare di foca maschio che era stato ad attenderla per tutti questi anni e che non aveva mai smesso di amarla. Prima di accettare l’amore del suo nuovo compagno, la Kopakonan volle riemergere una ultima volta ad ammirare il suo figlio che nel frattempo era accorso sulla spiaggia. In quel momento tutto gli abitanti riconobbero nella foca la madre del ragazzo, che un giorno sarebbe diventato il capo di questo villaggio situato in capo al mondo, a creare una discendenza di uomini- foca, di uomini figli delle Kopakonan, le struggenti sirene di questo angolo remoto del pianeta

Dove nascono i giganti – giorno 4: Mykines, solitaria regina

” Non si trovava mai riposo quando si era se stessi, ma solo quando si era un nucleo di buio. Perdendo la propria personalità, si perdevano anche le preoccupazioni, la fretta, l’agitazione” Virginia Woolf- Gita al faro

Il fatto è che un faro sulla cima di un promontorio di un isola deserta sul mare in tempesta è qualcosa che evoca da se citazioni letterarie, è come un pungolo a cercare nella propria fantasia , nelle proprie letture. Ho aperto con questa frase di Virginia Woolf” che per la verità non sento completamente mia, nel senso che la sentirei appropriate per altre persone ma non per me stesso, ma andiamo oltre. Il luogo in questione, nella sua remotezza e devastante bellezza, mi ha sulle prime suggerito un’altra immagine letteraria, che si lega ad un ricordo molto bello, quello di una rappresentazione teatrale che mi affascinò e commosse. L’opera in questione si intitola “Le variazioni enigmatiche” , dell’autore Eric- Emmanuel Schmitt, composta solo nel 1995 e rappresentata finora poche volte in Italia. Il titolo prende spunto da una opera sinfonica del compositore Edward Elgar https://youtu.be/SvA6FtN8-n0 e fanno in effetti, più che da colonna sonora, quasi da voce narrante al testo, nel senso che ne accompagnano e danno continuamente incipit alla trama. Il racconto narra di Abel Znorko, immaginario scrittore vincitore del premio Nobel che, stufo del mondo e delle sue beghe, si rifugia su un’isola deserta vicina al Polo Nord, continuando solo ad intrattenere una corrispondenza con una donna di cui è perdutamente innamorato ma che non ha mai conosciuto se non attraverso le parole delle sue leggere. Un giorno un noto reporter si sobbarca il faticoso viaggio per andare ad intervistare lo scrittore nella sua casa in fondo al mondo e dopo una serie di falliti tentativi di bucare la corazza di introversione che pervade lo scrittore , è lui stesso a rivelare il suo segreto all’altro ovvero che la donna con cui intrattiene un rapporto epistolare da 15 anni, unico contatto col mondo esterno, è lui stesso. Lo scrittore, che aveva idealizzato questa figura nella sua mente per tanti anni, dapprima sbalordisce e si infuria, poi ne conviene che la sua idealizzazione e fantasia ormai possono perdurare anche oltre questa circostanza e si congeda dal reporter, annunciando che continuerà a scriverlo. Si accetti a questo punto la suggestione, non chiarita dal testo: l’isola ove ha svolgimento la trama è Mykines, la più remota e occidentale delle Isole Far Oer, il che significa che si protende verso l’Atlantico con questa sua forma aguzza e oblunga col il faro all’estremità che pare il corno di un insetto, di una mantide religiosa verde come una foglia. A Mykines vive una piccolissima comunità di persone, forse una ventina in condizioni non certo semplici, visto l’isolamento e le condizioni meteo nei mesi invernali proibitive. L’isola non ha porti naturali, presenta scogliere a picco del tutto inaccessibili per gran parte del suo territorio. Il molo di attracco del battello, ricavato alla meno peggio in fondo ad un canalone esposto alle correnti, funziona regolarmente solo nella stagione estiva mentre in quella invernale è spesso reso inservibile dalle alte onde oceaniche per intere settimane. Da non confondere per nessuno motivo con la quasi assonnante Mykonos, sito di passaggio e riproduzione di una massa indistinta di coatti, Mykines è sito di riproduzione di molti uccelli, tra cui la parte del leone la fanno i sea puffin, i bellissimi e un po’ buffi pulcinella di mare che nei mesi da aprile a novembre colonizzano l’isola in numero impressionante

all’arrivo in paese una mappa spiega ai visitatori i possibili sentieri di marcia ma tutti si fiondano verso quello che conduce al faro, tra l’altro bello non solo nel suo epilogo finale ma anche nel percorso tracciato come una gincana per le asperità rocciose dell’isola
tra coste scoscese e promontori a picco sul mare

E E si arriva alfine al faro, preceduta da una casa solitaria ormai abbandonata dove vivevano gli addetti alla manutenzione del segnatore luminoso in metallo di bianco verniciato, che giace come una sorta di mostro dantesco, condannato dalla sua natura a dover restare in eterno in un posto così remoto e tempestoso, nondimeno magnifico.

Aggiungo una nota personale: Mykines coi suoi percorsi mozzafiato è il posto più bello del mondo per fare una caccia al tesoro e mi ha dato ispirazione per la prossima che però si svolgerà, bisogna pure accontentarsi, solo a Capri. Non dimenticherò mai Mykines, luogo che già conservo nell’anima

Dove nascono i giganti- giorno 3: Far oer, ultima Thule o ultimo paradiso?

Già , come direbbe Marzullo, la domanda NON nasce spontanea, perché quello delle Far Oer identicate come la mitologica “Ultima Thule” è un punto di domanda cui non so dare ancora una risposta e spero di riuscirvi strada facendo; tuttavia l’interrogativo iniziale si arricchisce di un nuovo fattore messo a fuoco non appena sbarcato dall’aereoanzi ancora prima, nel corso di un assai suggestivo volo di avvicinamento a questo remoto arcipelago

Insomma viene da domandarsi subito : “ma queste Far Oer sono o non sono il Paradiso?” La bellezza divampa subito agli occhi prepotente, un senso di smarrimento coglie lo straniero che tocca terra qui, pervaso dalla sensazione di essere giunto alla fine del mondo o forse su un altro pianeta inesplorato.

Ecco, dovendo rispondere alla domanda se questo sia o meno il paradiso, direi di no: il paradiso è da sempre descritto come un luogo accogliente, dalla natura dolce e radiosa. Le Far Oer sono sin da subito tutto tranne che questo. Muraglie aguzze di roccia vulcanica si ergono dinanzi al visitatore come strati di un golgota infernale o meglio come balze di un inferno dantesco , ammantate solo di un verde indistinto manto d’erba che le copre in ogni centimetro. Un tappeto universale ma anche unico, nel senso che alle Far Oer cresce solo e soltanto erba. Non una pianta, non un solo albero in nessuna delle 18 isole: il vento che le sferza prepotente, la pioggia che si riversa copiosissima per 300 giorni all’anno, la salsedine delle mille tempeste che qui si scatenano, non rendono possibile la crescita di alcuna altra forma di vita. Anche tra le specie animali, non vi è alcun mammifero autoctono delle Far Oer, persino le pecore che brucano l’erba a milioni non sono originarie di qui

A proposito di mammiferi, le balene nelle acque circostanti si agitano in gran numero, dando il pretesto agli indigeni per un caccia fusa con una sorta di ritualità religiosa che per secoli ha costituito la unica base di nutrimento

Ecco un’altro punto di rottura col Paradiso: li la vita è immaginata come serena e dolce, come in un soleggiato giardino ricolmo di frutti; alle Far Oer la vita è sfida. I villaggi sparuti siedono in fondo a profondi fiordi ove provare a ripararsi dalle mille tempeste che la depressione nord-atlantica qui scatena . Le case , persino le case hanno i tetti ricoperti di uno strato di erba spesso, che da un lato inumidisce il tetto ma dall’altro evita guai peggiori

in quanto che l’erba fa scivolare via la gran parte della massa d’acqua che vien giu dal cielo e che la Corrente del golfo gentilente recapita qui. In tale fenomeno risiede tra l’altro la possibilità che queste isole, situata ad una manciata di miglia dal circolo polare artico possano essere, seppure a fatica, abitabili dall’uomo: senza la Corrente del golfo che risale calda dal mar dei Caraibi, posti come le Far Oer o l’Islanda situati a latitudini così alte sarebbero del tutto inabitabili. Immaginatevi che alla stessa latitudine in Nord America, dove detta corrente calda non arriva, giacciono in Canada luoghi come la Terra di Baffin o il Nunavut, abitati solo da orsi polari e da qualche coraggioso eschimese.

No, non è questo il Paradiso almeno per come siamo abituati a rappresentarcelo noi occidentali. Ma di certo siamo in un luogo dalla sconvolgente bellezza, un luogo che atterrisce lo spettatore il quale, nel contemplare queste montagne che si ergono come a strati dall’oceano, crede di essere giunto alla fine del mondo o su un altro pianeta. Le Far Oer sembrano uscite in effetti dalla penna di uno scrittore o un regista di fantascienza, mi hanno ricordato sulle prime le ambientazioni di quel film di Nolan “Interstellar” o ancora meglio quelle di una fortunata serie tv di cui non sono un appassionato ma che riscuote enorme successo, quel “Game of Trones” con le sue atmosfere da saga norrena. Ecco appunto le saghe e la mitologia norrena costituisco forse la chiave di volta per capire queste isole. Chissà, magari in quella cosmogonia il paradiso corrisponde ad un posto così. Lo scopriremo strada facendo . Per adesso di strada ne faccio non poca io bordeggiando il lago di Miovagur fino al punto in cui incontra il mare , separato solo da un segmento di roccia. Le isole intorno circondano la visuale come i denti di una balena, gli uccelli volano tutto intorno con versi del tutto diversi da quelli del bacino del Mediterraneo, e non potrebbe essere altrimenti visto l’ecosistema del tutto differente e di influenza sub-artico. Ci sono sterne polari,sule artiche e pulcinella di mare, che vedrò domani in gran numero in un’isola vicina.

Per adesso me ne ritorno coi piedi gonfi nel vicino villaggio di Sandavagur, dove col mio solito culo ho beccato una guesthouse divina con una stanza che pare affacciata sul Paradiso.

Anzi no, quello abbiamo detto di no: se non possiamo chiamarlo Paradiso, diciamo che è la fine del mondo, che anche geograficamente non è proprio inesatto. Qualcosa mi dice che questo sarà un viaggio che ricorderò per tutta la vita

Dove nascono i giganti- giorno 2: la Palilletta di Andersen

Che debba essere una giornata bizzarra lo si intuisce già dal mattino, quando nella sala colazioni del piuttosto anonimo albergone ove alloggio, litigo con due esponenti di un categoria a queste latitudini numericamente molto consistente: i metallari. Certo non si può dire che non me le vado a cercare quando, a loro che siedono arcigni e bisunti al mio stesso tavolo, mi viene in testa di far notare che non sia tanto il caso di continuare a consumare il desco con la bocca aperta come un otre. I due, ormai sulla cinquantina e piuttosto malandati nondimeno fieri ed impettiti nelle loro casacche inneggianti agli Iron Maiden e a qualcosa ricollegabile ad una prole di Satana, nell’udire le mie parole dapprima sgranano gli occhi fissandosi l’un l’altro, poi sempre con un rapido e reciproco consulto visivo credo che decidano chi dei due debba incaricarsi di rispondermi: lo fa il figlio putativo di Satana per così dire, il quale prende a far librare un cucchiaio da cucina nell’aria a mo’di scimitarra turca per poi ammonirmi in un inglese metallico con parole che Google translate riporta così: ” Gentile messere dignitario esponente della stimata comunità Lgbt, al sol proferire di un altro vocabolo mi vedrò costretto mio malgrado ad espettorare la preziosa infusione arabica che sorseggio sul suo viso ameno nonché sulle sue vesti, la cui foggia pregiata disvela ancor più la sua già rimarcata posizione di eminenza all’interno della stessa comunità Lbgt. Quanto all’argenteo arnese da desco che or brandisco tra le mani, esso ben potrà rivelarsi idoneo ad un esame coloniscopico della sua persona” …….L’amico fan della Vergine di acciaio gioca a fare un po’ la parte del poliziotto buono, osservando con aria più morbida e conciliante la scena, per poi chiosare sul finale con un bel sonoro innescato dalla birra che sta sorseggiando con cupidigia (sono le 8 di mattina…): “buuuurp”, spara un rutto a chiusura della sparata del suo amico che assomiglia a quel brocardo latino “Roma locuta, causa finita”. Sulle prime penso che forse possa essere una buona idea il rammentare i miei trascorsi come radio dj di un programma rock tendente al sacro metallo, ribattezzato “Sunset cafe” e che sul finire degli anni ’90 mi valse un posto provvisorio nell’Olimpo dei metallari, ma soprassiedo. A stemperare la tensione, o forse ad amplificarla ci pensa un impiegato dell’albergo di origine orientale, lui si membro eminente della comunità Lbgt, il quale è incaricato di riscuotere le somme per tutte le pietanze extra non incluse nel buffet (la maggior parte invero); e visto che a queste latitudini hanno pressoché abolito il contante, lui passa all’incasso direttamente col post tra le mani, certificando ad ogni yogurt o frittata il charge di un extra con la frase “pin-pin-pin-pin”, quello da digitare sul Pos appunto. La cosa infastidisce ulteriormente i metallozzi che prendono ad apostrofar anche il poverino in malo modo.

Direi che è abbastanza e si è fatta ora per passare alla visita della splendida Copenaghen. E si va: in bici si attraversano le vie del centro storico e monumentale col Palazzo Reale

Il bellissimo lungo mare con quella perfetta simbiosi tra vecchio e nuovo, fino ad arrivare al Kastellet con l’immancabile visita alla Sirenetta: quel che mi colpisce, al di là della folla di turisti orientali chiassosa e indisciplinata, è la visuale di una sorta di inceneritore giusto lungo la prospettiva. Ma anche esso riesce ad inserirsi in quel connubio di antico e moderno cui è informata la città è paradossalmente non stona, anche perché è da supporre funzioni benissimo . È tempo di un ottimo “smorrenbrod”sul canale di Nyhavn

Il pomeriggio è invece dedicato a due attrazioni in qualche modo simili: il parco-giochi ribattezzato Tivoli’s garden, proprio nel centro cittadino, e il quartiere- comunità Hippy di Christiania, a suo modo un parco-giochi anch’esso.

Il Tivoli’s garden esprime in un certo senso a pieno la filosofia di vita scandinava, quel welfare per cui si lavora in efficienza e ci si concede poi del sano ristoro all’aria aperta, quando il clima lo consente. Tra giostre e montagne russe tutte costruite in legno e con gusto retró che concede poco alla tecnologia e alla finzione degli effetti speciali , si alternano concerti ed esibizioni d’arte, e tutti paiono stare bene

Per arrivare a Christiania si deve attraversare il ponte e costeggiare la reggia di Cristianborg; ed accanto a tanta eleganza ecco apparire un altro segno distintivo del welfare scandinavo: un quartiere di tolleranza, dove agli aderenti è consentito vivere a regole diverse e assai più permissive: a Christiania si consumano liberamente droghe leggere e vive una nutrita comunità di hippy da ogni angolo del globo.

Ma attenti che come la foto par suggerire ci si può lasciar la Pelle! Eccedo con la birra e altri gadget e ci metto un’ora a trovare l’uscita dove ho messo la bici, quella che reca questa scritta

“Ora state rientrando nell’Unione Europea”, lasciano Christiania e la sua scanzonata licenziosità. Sarà una critica all’Europa delle troppe regole . Per inciso stavo pure per abbuscare da un hippy perché, ignaro di una regola che vieta le foto qui, ne stavo scattando una proprio a “pusher street”, la avenue principale di questo posto bizzarro e francamente un po’ malandato

La sera mi consolo con altri ottimi (anzi discreti dai) pasticci di gamberi e aringhe in salse al rafano su questo pane di segale e poi finisco a bere al tavolo di una banda di simpaticoni norvegesi cui è andato bene un grosso affare con l’importo del parmigiano italiano e sono in vena di festeggiamenti. Concludo con una annotazione piuttosto maschilista circa la Sirenetta, anzi la Palilletta giacchè dalla foto si può chiaramente percepire come la piccola non abbia saputo resistere al fascino del vecchio Palillo: l’annotazione è che a tette sto messo meglio io

Dove nascono i giganti- giorno 1: Kissing Copenaghen

Credo che sia possibile identificare una categoria di persone, piuttosto trasversale e ben rappresentata, nella quale mi sono sovente imbattuto: parlo di coloro che considerano la propria automobile non già un necessario mezzo di trasporto o strumento di lavoro ma qualcosa di ulteriore, una sorta di prolungamento del proprio corpo o anche del proprio spirito, un ingombrante ammennicolo attraverso cui estrinsecare l propria personalità. È gente che instaura col proprio veicolo un rapporto osmotico che prescinde dal lavoro o dalla necessità effettiva, qualcosa di analogo a quello che ormai succede ahimè sovente coi nostri smartphone ma un’automobile è qualcosa di evidentemente più ingombrante . E’ chiaro che non avendo io mai guidato nemmeno una Fiat 126, riesco in modo più nitido a tratteggiarne un ritratto. Cominciano col farti notare come un’automobile sia uno stato potenziale di libertà, qualcosa che conferisca la libertà di fare ciò che vuoi, proprio in viaggio quando essa attribuisce una teorica possibilità di spostamenti illimitati. E detta così, può apparire una considerazione tutto sommato condivisibile: il problema è che ben presto ci si rende conto di come l’automobile sia per essi esattamente il contrario ovvero un fardello mentale da cui non riescono mai a liberarsi,’un cordone ombelicale cucito in qualche concessionaria o qualche mercatino dell’usato sicuro ormai impossibile a recidersi. Conosco persone che pur apprezzando Capri anzi amandone alla follia la sua bellezza, arrivano al paradosso di non preferirla come meta di vacanza per la inutilità sul suo territorio di una automobile, per quel “dovermela fare a piedi” che li fa sentire inappropriati e osservati. Il punto più alto ad ogni modo ritengo lo si tocchi nel capitolo dei corteggiamenti amorosi, quando , probabilmente in eterno ossequio alla fortunata serie tv “Fonzie” ,apparirebbe imprescindibile un bolide con cui andare ad aspettare e caricare la tua pupa, che a sua volta mai uscirebbe con un “appiedato”, locuzione equipollente a sfigato. Mah, se qualcuno tra voi ritiene di poter essere affetto dalla patologia testè descritta, allora vi consiglio con urgenza una bella terapia disintossicante qui a Copenhagen.

Una grande città, una capitale europea dove il traffico veicolare è un problema ormai ascritto al passato e le automobili sono ridotte ad assai esigua minoranza nei confronti del mezzo di trasporto nettamente predominante: la bicicletta. In tutta la città (e se ho ben capito in tutta la Danimarca) non esiste un solo metro di strada asfaltata non adibito a pista ciclabile, e il dato appare stridente con le città italiane, dove le prime timide aperture di piste ciclabili urbane da parte di amministrazioni più coraggiose vengono lette come pericolose e improvvide sottrazioni di spazio alla razza padrona degli “automuniti”.

Ma Copenaghen costituisce un modello avanzato e progressista sotto tanti punti di vista: basterà trascorrervi poche ore per intuire la alta qualità della vita che bagna i suoi abitanti, dai servizi efficienti alle mille opportunità culturali garantite a costi e possibilità sostenibili, come nel caso del “Black diamond”,

futuristico edificio appoggiato sulle acque che ingloba la antica biblioteca reale ed è aperto alla fruizione libera con computer e collegamenti multimediali che permettono la consultazione e persino la traduzione di antichi testi.

Un modello di “welfare” quello danese direi ben funzionante e perfettamente amalgamato ai suoi abitanti, nonché in continua evoluzione: molto meglio che altrove, Copenaghen appare un modello di un’integrazione con altre culture e dove “i nuovi arrivati” appaiono perfettamente inseriti nel tessuto sociale.

Se poi c’è pure il sole (ed in questa stagione splende e bagna i bei palazzi settecenteschi e i tanti prati fino circa alle undici di sera), beh allora non montare sulla bici e partire senza sosta ad assaggiare questa bellissima città, che vi sembrerà di baciare per quanto è dolce ed ospitale

Dove nascono i giganti- Prologo

Diario di viaggio nelle remote Isole Far Oer

Quando Virgilio nelle sue “Georgiche” dedicò un verso alla mitologica “Thule”, chissà se avesse mai immaginato il mito senza tempo e latitudine che avrebbe ingenerato nei secoli a venire. Già, perché quello di “spes nostra ultima Thule” era il motto, il grido di speranza più che altro che i marinai dell’antica Roma urlavano allorquando le triremi dai loro bicipiti sospinte varcavamo le Colonne d’Ercole, collocabili geograficamente con l’attuale stretto di Gibilterra. La “ultima Thule” doveva appunto nell’immaginario marinaresco rappresentare una terra situata a nord, molto più a nord di tutte le terre conosciute, quindi oltre la terra di Albione e le coste dei Caledoni (odierna Scozia). E cosa c’è più a nord, in grado di offrire un ipotetico riparo dalle onde oceaniche e dai venti gelide a marinai alla deriva? Non molto, a guardare una carta geografica (che da quei tempi ad oggi non deve poi essere cambiata molto): Groenlandia, Islanda e…e poi ci sono questi aguzzi sassi lanciati in mezzo al mare, che a metterci molta buona volontà possono essere considerati pure un arcipelago e che costituiscono la meta del mio viaggio appena iniziato. Per voi che leggete, se ne avrete già intuito il nome vorrà dire allora che siete dei fenomeni in geografia e/o dei fanatici del calcio, giacché la rappresentativa nazionale di questo micropaese concorre sempre alle qualificazioni europee con risultati talmente risibili da suscitare solo simpatia e curiosità.

Insomma mi sto andando a cacciare alle Isole Far Oer, 18 schegge di roccia vulcanica saltati fuori nel nulla del mare del Nord, tra Islanda e Norvegia, appena a ridosso del circolo polare artico. Sono state un possedimento danese e difatti sono alla Danimarca tutt’ora collegate amministrativamente anche se sorgono lontanissime da questo paese, come la Groenlandia del resto, entrambe reminiscenze del glorioso passato da navigatori vichinghi dei figli di Re Cristiano.

Ma le Far Oer, coi loro sbalorditivi paesaggi che si schiudono ai naviganti nel bel mezzo di uno dei tratti più flagellato da venti e tempeste dell’Oceano, hanno da sempre alimentato una serie di miti e leggende in quelli (non molti in verità) che sono riusciti fin qui a giungere. Tutto fieno in cascina per me che amo sempre legare i miei viaggi ad un tema mitologico: in pratica qui ho l’imbarazzo della scelta. Le Far Oer potrebbero essere certo la “ultima Thule” di Virgilio e dei poveri marinari romani infreddoliti su triremi alla deriva; potrebbe altresì essere la Terra Iperborea dei Greci ove si irradia una perenne luce e vive un popolo di uomini altissimi dotati di forza e saggezza sovraumana (si tratta di un mito ripreso e distorto in chiave “ariana” all’epoca dai nazisti e tutt’ora dai babbei di Casapound).

Ma ad avventurarsi in queste terre semi-inesplorate e volerne scegliere la mitologia aderente e caratterizzante, non si può che pescare in quella di coloro che sicuramente vi sono arrivati e di esse hanno segnato la frammentaria storia che si interseca appunto col mito. Sto parlando appunto dei Vichinghi e della mitologia norrena, che qui alle sperdute Far Oer trova ancoraggio per decine e decine di pagine di quelle saghe e quei culti. Figuriamoci che la capitale delle Far Oer, che conta non più di 4000 anime in verità, è intitolata a Thor, Thorshavn, che significa appunto il porto di Thor, perché pare che da queste parti il biondone col martello sia passato spesso nelle sue peripezie da Ulisse dei mari del nord. A proposito di Odissea, qui alle Far Oer abita anche il mito delle Kopakonan, le donne dalle sembianze di sirene note più a sud sulle coste scozzesi e irlandesi anche col nome di Selkie. Ma soprattutto, avuto riguardo ai luoghi e alle descrizioni, da queste parti pare che sia avvenuto il Ginnugagap, il “Big Bang” primordiale della mitologia norrena da cui nasce il primo essere vivente, Ymir: un nome che significa “mormorio” o forse “doppio”. Durante un suo sonno nascono da una sua ascella due figli, che accoppiandosi poi incestuosamente danno luogo alle razze dei Ymbrusar, giganti delle nebbie e delle brume, e dei Ayutamana giganti del fuoco, che si combattono incendiando con lava e disseminando di bruma una terra perennemente avvolta tra le nebbie. Quando Odino, padre di Thor, uccide Ymir e la sua turoe discendenza incestuosa, il mare si colora di sangue e resta tale per tre settimane, ma chi beve quel sangue darà alla luce una nuova progenie che ripopolerà quelle terre ostili……Ogni dato coincide: le Isole Far Oer sono la terra dove nascono i giganti.

Anime morte – Giorno 3: Across Galicia

Comprendere una città è per quanto mi riguarda impensabile senza aver visto anche il territorio che la circonda. La regola conosce forse l’eccezione delle metropoli, che il territorio circostante finiscono per fagocitarlo e per diventare qualcosa di avulso e a se stante rispetto allo stesso. Ma la bellissima Leopoli, per fortuna direi, una metropoli non è e così appare visceralmente legata al territorio che la circonda, che va sotto il nome di Galizia. Esiste una regione dal nome analogo anche nel nord della Spagna (dove tra l’altro conto di andare a breve) ma qui siamo in Ucraina, nella zona lungo il confine nord-occidentale con Polonia e Bielorussia. La Galizia è molto più che una suddivisione amministrativa ed è qualcosa di ulteriore anche rispetto ad una semplice regione: è una micro-nazione dall’identità assai accentuata e confortata dalla storia, nel senso che per lungo tratti è stato un regno indipendente e solo in un passato assai recente annessa all’Urss e poi all’Ucraina. Quello galiziano era un regno che conobbe la sua massima prosperità nel medioevo, talmente florido da riuscire nell’impresa, sconosciuta a tutti i territori circostanti, di riuscire a respingere l’invasione mongola. Ma minor fortuna ebbero i galiziani contro un altro invasore, il vicino regno di Polonia che intorno al 500 riuscì ad annettere questa regione. Ma ben presto la Galizia insorse e recuperó la sua indipendenza, in un’ epica assai celebrata nella letteratura e nei monumenti locai. Fu parte poi dell’impero asburgico e meta assai amata dall’imperatore Francesco Giuseppe, che sovente si recava a Leopoli anche per gustare il suo piatto preferito, una sorta di bollito di vitello cotto in due diferenti zuppe, una al sedano e un’altra speziata con cipolla. La mia opinione su sta zuppa Francesco Giuseppe? Fa schifo al kaiser, è proprio il caso di dirlo. Ad ogni modo Leopoli conobbe sotto la casa di Asburgo un nuovo fulgore e a quell’epoca risalgono gran parte dei bellissimi palazzi di cui è adornata, in numero esponenziale, la città. Alla dissoluzione dell’Impero Austro-ungarico, la Galizia conosce vicende alterne, finendo prima di nuovo entro i confini polacchi, poi andando incontro ad un’effimera indipendenza ed essendo poi occupata dalla Germania nazista, che impose qui un regime collaborazionista assai feroce e guidato da un personaggio estremamente controverso, un certo Stefan Bandera la cui vita, al netto degli orrori di guerra di cui fu capace, potrebbe ispirare una Spy-story alla James Bond. Con la caduta del nazismo, la Galizia viene fagocitata nell’Urss per giungere fino alla storia dei giorni nostri.

Mi risolvo dunque ad un veloce sguardo d’insieme sulla Galizia, provando a raggiungere un sito chiamato Kamianets-Podilsky situato a sud, ove sorge un bellissimo castello popolato da fantasmi, dicono. Ma commetto un banale errore: fidarmi degli altri. Viaggiare in campagne sperdute a bordo di pulmini sgangherati è un must che negli anni ho fatto mio e cominciato ad amare, ma so perfettamente che bisogna fare tutto da se, verificare sul posto di persona, mai delegare. In tal senso l’ultima cosa da farsi era chiedere alla zelante receptionist dell’albergo gli orari della corriera per questo posto, ed infatti me li fornisce sbagliati e arrivo all’autostazione un minuto dopo la partenza dell’ultimo bus utile per questo luogo dal nome quasi impronunciabile . E allora? Si cambia, verso un’altra meta che pure avevo messo nel mirino, in direzione opposta andando a nord, quasi al confine con la Bielorussia, ove sorge la storica città di Lutsk. Quattro ore di bus in una campagna poverissima fino a destinazione: una città sovietica di orribile impatto sulle prime, ma con un ben conservato centro storico medievale zeppo di imponenti chiese, e soprattutto un bellissimo castello.

Bello davvero perché sviluppato con un’architettura da vero accampamento militare, con un’enorme piazza d’armi adornata da possenti bastioni. Qui nel 1429 fu incoronato un sovrano lituano dal nome bizzarro, Vytauto, ed alla cerimonia furono invitati i sovrani di mezza Europa che diedero vita ad un memorabile banchetto che andò avanti per una settimana. Forse perciò, con una punta di ironia, quella assemblea fu ribattezzata la Dieta di Lutsk, che governó sull’area per qualche secolo, conferendo in effetti una certa influenza lituana alla città, che pare assai più nordica e algida rispetto alla non lontana Leopoli.

La Dieta, per così dire, continua nel castello ancora oggi, nel senso che al mio arrivo vi trovo in pieno svolgimento il Lutsk food festival, e vai con mangiate a strafottere e carne alla brace come se non ci fosse un domani.

La rassegna culinaria pare davvero un banchetto medievale con animali quasi interi infilzati su spiedini e autentici contadini che portano prodotti assolutamente autentici dalle campagne circostanti.

E devo dire, circa la gastronomia locale, che la scelta migliore da farsi è appunto quella di puntare su pietanze e locali rustici: una abbondante grigliata di carne con verdure o un piatto di gustosi ravioli locali sono a mio avviso il meglio che la cucina locale possa offrire. La moda assai in evoluzione anche qui di ristoranti con menu sofisticati che pescano nella tradizione aristocratica e la rivisitano con trovate bizzarre dello chef non da luogo a risultati apprezzabili da queste parti. Parlavo di tradizione aristocratica perchè anche qui, dopo la abbuffata del pranzo, finisco la sera in un posto chic dove servono il piatto preferito, a sentir loro, da un altro regnante. Qua gli chef si ingroppano con sta cosa, sentita anche dalle parti nostre, del “piatto che deve andare annanz’ o Re” Così dopo la sbobba di Francesco Giuseppe, mi tocca il piatto preferito da un tizio chiamato Sigismondo, re lituano anche lui prima di finire nel tauto ed abdicare appunto in favore suo figlio Vytauto. A Sigismondo piaceva mangiare l’anatra in una zuppa di patate e mele, aromatizzate col timo e abbuffata di burro…… A Sigismo’, a prossima vot’ cucino io…