Il continente perduto – Azzorre, atterraggi per cuori intrepidi

Giorno 3
Le Azzorre. Alla fine di questa avventura di sicuro saprò dirvi molte cose magnifiche sulle Azzorre e sapere a chi consigliarle e per quale motivo. Per ora invece posso senz’altro dire a chi sconsigliare tassativamente: a chi ha paura dell’aereo. Intendo dire non solo a quelli fobici che hanno paura a prescindere ma anche a chi non si sente vagamente a suo agio su un aeroplano. Ne ho presi di aerei scrausi e trabiccoli tra Nepal, Africa, Cambogia , Ecuador e altro. Proprio in Cambogia mi capito’ una volta di viaggiare con dei polli a bordo, mentre in Nepal atterrai su una pista che finiva su un pendio in salita per far rallentare il veicolo, stile Willy il Coyote.Ma una roba come quella vissuta per atterrare qua, no non l’avevo ancora vista. Diciamo che tra la posizione geografica al centro dell’Atlantico, l’immancabile vento, le nebbie improvvise e pure le eruzioni vulcaniche, ste mezze striscie di bitume squagliato a terra a fungere da piste di atterraggio non verranno mai annoverate tra le più sicure al mondo; se poi va pure storto qualcosa, si mette male proprio. Il piano di volo in pratica contempla basicamente, per via dei salti di vento, una picchiata degna di uno Stuka della Luftwaffe durante la battaglia delle Ardenne, o forse il paragone più calzante e’ quello con gli Zero giapponesi sopra Pearl Harbour, dal momento che le Azzorre possono essere un po considerate le Hawaii dell’Atlantico. Segue una botta sulla pista che pare il tuffo a panzata di un ubriaco e una roba alla Chuck Norris con l’aereo che si intraversa sulla pista dove avanza di sguenzo, al fine di rallentare. Alla fine del parto, il capitano saluta uno a uno la platea terrorizzata con l’espressione di chi dice “hai visto come sono bucchinaro?” Ma all’anema i chi te suon’ e campane !!!!!!
Detto questo e baciato terra, si apre un mondo a se stante e che pare aver rubato un pezzo ad ogni continente: palme e orchidee tropicali in mezzo a conifere nord-europee, prati verdissimi che non rispettano le stagioni. Mentre attraversiamo un vasto altopiano che separa l’aeroporto dalla città, si alza dal mare una coltre di nebbia che la Padania a confronto pare un bel luogo per ammirare le stelle, vacche e pappagalli ai lati delle strade . E poi arriva la città, anzi la cittadella , dal nome già incantato, Angra de Heroismo, ma non c’entrano le spacconate del pilota: fu la prima capitale delle Azzorre al tempo della scoperta, nel 1470, ed è ferma nel tempo ad un Rinascimento architettonico mirabile. In fondo ad un’insenatura caraibica sta una cittadella che è un dedalo di viuzze acciottolate, chiese e case colorate, patrimonio UNESCO, un gioiello fuori dal tempo in cui prendo a girare come rapito fino all’alba. Ad un tale splendore umanista degli edifici non fa però da contraltare un grosso umanesimo degli abitanti, belli ruspantelli: ne becco un torma di giovinastri intenta a celebrare un addio al celibato e con loro faccio alba. Tutti dei gran simpaticoni tranne il nubendo a cui capisco subito di stare sul cazzo e che sta iper- nervoso. Ma quando la mattina avviene l’incontro con la futura Moglie Sofia e le amiche che festeggiano la medesima ricorrenza, appare tutto sommato comprensibile il nervosismo di lui.
Mi resterà sempre nel cuore Angra do Heroismo con le sue chiese cinquecentesche avvolte in una perenne nebbia in fondo ad una baia tropicale, un coacervo di componenti insolite come nelle ricette di uno chef stellato, ma senza quella presunzione che solitamente accompagna questi ultimi

Il continente perduto – Risalendo il magico Douro

Giorno 2
Il portoghese e’ una lingua bellissima, fortemente musicale e con una scelta lessicale che definirei creativa, già anche solo con questo singolare modo di dire grazie, “obrigado”. Talvolta ha un suono e una cadenza che ricordano un po proprio il napoletano, ma questa e’ una scoperta, un po triste direi che feci già una quindicina di anni fa, allorquando col mio amico Sergino per via di un misunderstanding fummo allontanati con veemenza dal bellissimo acquario di Lisbona, l’Oceanarium. A dirla tutta misunderstanding e’ l’impreciso neologismo inidoneo a identificare la ricca figura di merda che apparammo nel mentre che una gentilissima e preparatissima hostess mi illustrava le meraviglie dell’oceanarium e le migliori modalità di visita, e Sergino in napoletano appunto continuava a suggerirmi di fuggire alla svelta perché,a sua modesta opinione, la forte puzza di sterco che distintamente si odorava non sarebbe stata dovuta alla vicina vasca dei pinguini bensì alla scarsa igiene della maleodorante vagina della suddetta hostess……eravamo giovani e smidollati.
Oggi a Oporto una bruma umida risalita dall’oceano ha portato la pioggia, così decido di risalire in treno il corso del Douro e visitare le dolci colline ove si produce l’ancora più dolce vino Porto. Sono sempre stato appassionato di treni e trenini, questo e’ uno dei più belli mai presi. Risale lentamente senza mai allontanarvisi il corso del Douro, che dapprima è’ di una tinta verdino, poi più a monte cangia in un verde bottiglia più scuro. Non cambiano invece mai le dolci colline, tutte intagliate ad appezzamenti di vite, ed è così da duemila anni: il Porto e’ uno dei vitigni più antichi ad essere coltivato. Risalgo il fiume fino alla capitale di questa antica coltura, tale cittadina chiamata Pinhao, che a conferma della vetusta’ dei suoi vigneti, annovera anche resti romani. Vicino ad un bel ponte romano in pietra appunto mangio deliziosamente in una casa-ristorante, mentre poco lontano le imbarcazioni simili a gondole privilegiano il trasporto fluviale per portare a valle le botti. Un’attrattiva del posto sono le degustazioni di vino nelle cantine produttrici, che qui chiamano “quinte”. In una di queste nientedimeno cosa vado a beccare come ulteriore attrattiva??? La caccia al tesoro!!!!! Ne organizzano ogni giorno una, piuttosto semplice in verità e più simile a quella roba dei pokemon, solo che qui invece di quei mamozzi stronzi bisogna localizzare le casse di Porto tra i vigneti. Quel giorno vince un gruppo di tedeschi armati di computer e sistemi di geocatching sofisticatissimi, e che fanno durare la cassa di Porto vinta il tempo di una doccia o un bidet, entrambe cose che non fanno da molto tempo attesa la puzza di suramma che pare manco il concerto del primo maggio.
Oh comunque, vino & caccia al tesoro, ora me vengo qua a vivere

Il continente perduto – Sostiene Pereira

Giorno 1


“Sostiene Pereira che da principio si mise a leggere distrattamente l’articolo, che non aveva titolo, poi macchinalmente torno’ indietro e ne ricopio’ un pezzo. Perché lo fece? Questo Pereira non è in grado di dirlo. Forse perché quella rivista di avanguardia cattolica gli dava fastidio, forse perché quel giorno era stufe di avanguardie e di cattolicismi, o forse perché in quel momento, in quella estate sfavillante su Lisbona, con tutta quella mole che gli pesava addosso detestava l’idea della resurrezione della carne” (cit. “Sostiene Pereira”, Antonio Tabucchi)
Il Portogallo lo conosco un po per esserci già stato, una quindicina di anni da, ma la gran parte delle cose che su esso so o immagino (ma l’immaginario è’ a mio avviso una forma di conoscenza) e’ per via di romanzi letti e ivi ambientati. Mi viene in mente Saramago, che di questi posti e’ natio, ma soprattutto è’ un grande scrittore italiano ad avermi fatto conoscete e sognare tante volte questa terra : Antonio Tabucchi. La lettura dei suoi romanzi mi rimanda con la mente ad un tempo ormai passato (ma il Portogallo rimanda sempre ad un tempo passato), quello in cui studiavo all’università e il Portogallo di cui parlava Tabucchi costituiva una enorme evasione ad altri libri scritti da un suo quasi omonimo ma con una R in più, tale Trabucchi autore di certi mattoni di volumi sul diritto civile di un’amenità paragonabile ad una messa celebrata in sanscrito. Sarà forse allora che è nata la mia passione per i giochi di parole Tabucchi- Trabucchi, come dire “Medina” e pensi ad una bella cittadella araba, poi aggiungi una R ed esce…
Vabbe, cmq sempre a proposito di cose che mi piacciono più o meno, nella seconda categoria ci metto sicuramente gli aeroporti. Non li amo perché sono la sintesi opposta di ciò che amo fare quando viaggio: richiedono organizzazione preventiva, orari tassativi, necessità di doversi anticipare e tempi morti. Così, quando ci devo per forza di cose passare, maturo un atteggiamento da scolaretto discolo che si mette di proposito a disturbare la prof. A sto giro mi sono prodotto in un pezzo niente male: il volo era al mattino presto, così ero dovuto essere li nel bel mezzo della notte. Fatto accomodare, attraverso una serie di dritte e cortesie, nella comoda sala di attesa riservata alla prima classe e dotata di morbidi triclini post-moderni, mi sono subito sbivaccato a 4 di bastoni e ho preso a ronfare forte ma tanto forte da svuotare la sala, piena quando sono entrato e vuota al mattino, quando sono stato svegliato,a pochi minuti dalla partenza per fortuna, dai rudi commenti in romano strettissimo di un addetto alle pulizie, unico coraggioso rimasto ad affrontare il ciclone, il quale si chiedeva se avessero spostato il motore dell’aereo in quella sala o fosse la Fiat Panda ingolfata di suo suocero.
E poi il Portogallo, dove tutto rimanda al passato o per lo meno ad un tempo diverso. Il segno tangibile di questa sua alterita’ temporale si intuisce già dal fatto che e’ l’unica nazione dell’Europa continentale ad aver adottato un fuso orario a se. Ho scelto di partire da Oporto, città che desidero vedere da tempo eppoi il nome si presta ad essere punto iniziale di una “spedizione” oceanica. La città non tradisce le attese, struggentemente romantica come un gentiluomo d’altri tempi. Tutto è’ ammantato di un fascino retro’ ma che non definirei nostalgico: ai portoghesi piace il presente, ma il loro presente fatto di caffè rilassati e conversazioni. La città e’ tutta proiettata sul lungofiume della Ribeira; i lunghissimi viali ripidi in stile “San Francisco”,dopo serpentine tra chiese e monumenti, sbucano sempre tutti li sul fiume. Andrebbero percorsi sempre con scarpe comode, circostanza che dimentico troppo presto. Ma in fondo ad uno di questi carrugi, a tarda notte, ho il sentire che vi sia ancora aperto uno scalcinato bistro’ ,di quelli che impanano le francesinhe, con le sedie di legno e la tappezzeria ingiallita. Ne parlava Tabucchi di posti del genere e infatti gira e rigira la trovo proprio come e dove me la aspettavo. D’altra parte e’ forse vero che la filosofia sembra si occupi della verità, ma forse dice solo fantasie, e la letteratura sembra che si occupi di fantasia, forse dice la verità. Ma questa non è una mia idea: e’ appunto ciò che sostiene Pereira.

Il continente perduto- prologo

Prologo


Avevo passato molto tempo a pianificare un viaggio dall’idea ispiratrice estremamente ambiziosa e affascinante, forse anche troppo: si sarebbe trattato di partire alla volta della Macedonia, dalle parti di Salonicco identificata come casella di partenza di un folle Monopoly. La corsa sarebbe dovuta poi proseguire nella vicina repubblica del Monte Athos, il vaticano della religione ortodossa dove non sono ammesse le donne, poi l’isola di Samotracia da cui viene la Nike esposta al Louvre e poi il confine sullo Strimone dove combattevano i peltasti, per addivenire poi a Costantinopoli. E poi Mileto e Sardi che resistettero vanamente per essere poi punite; Gordio ove stava il nodo inestricabile che lui recise col ferro. Eppoi Isso e Gaugamela dove a centinaia di migliaia i fanti e gli arcieri di Persia furono travolti dalle sue falangi. E quindi Susa e il deserto fino alla tana del fiero rivale Dario, la lussuriosa Persepolis da distruggere e cospargere di sale affinché qui non cresca mai più il fiore di una civiltà nemica. Poi magari, con le forze residue attraversare il Caspio verso gli ozi di Samarcanda e Merv e risalire fino alle Montagne Celesti, da cui si vede in lontananza l’India. Insomma avevo progettato di ripercorrere il cammino di Alessandro Magno. Tutto studiato nel dettaglio, su mappe e toponomastica dell’epoca. C’era solo un piccolo problema: il tempo moderno. Nella geopolitica attuale i posti in questione si chiamano Turchia, Iran, Turkmenistan, Kyrghizistan etc. Diciamo che fra ste teste di cazzo di terroristi, dittatori in ascesa, pseudo-golpi falliti e sospensioni dei diritti civili, non tirava proprio una bella aria e il clima era ancora peggiore che ai tempo delle guerre di Alessandro Magno. Inoltre, due belle sfogliatelle recapitatemi a inizio estate dal duo hard Cassa forense& Equitalia hanno spento gli entusiasmi residui.
Ad ogni modo, su con la vita, non me me sto certo a “godermi” l’Agosto nostrano con spiagge che brulicano come termitai e con la consueta profondità lacerante di pseudo-drammi umani di chiattilli rimbalzati sulle porte dei locali, un mondo intero di convenzioni che si incenerisce sui bicipiti di un buttafuori.
Insomma se a Est non si può andare, si può sempre andare a Ovest. Ma se Occidente deve essere, voglio che lo sia fino alle sue conseguenze estreme,intese da un punto di vista geografico: me ne vado nell’ultimo spicchio di terra che possa essere considerato Europa, migliaia di km oltre le Colonne d’Ercole, nel bel mezzo dell’Atlantico ove sta un arcipelago di scogli anneriti e lembi di lava vulcanica miracolosamente emersi dagli abissi oceanici, le Azzorre. Furono scoperte poco prima dell’America e lo stesso Cristoforo Colombo vi fece scalo sulla via del ritorno ma pare che fu accolto malissimo.
Pare che la natura laggiù sia bellissima e incontaminata tra vulcani, orchidee e balene. Abbinerò il viaggio ad una visita del Portogallo, paese che si lascia amare, tra città medievali e vigne di vino Porto nel nord, prima di volare in mezzo all’Oceano. Le isole sono nove, alcune sprovviste di aeroporto, come il minuscolo isolotto di Corvo, limite estremo dell’Europa da cui dista quasi quanto dalle coste americane, identificato come meta finale del viaggio.
Ma c’è un altro motivo, assolutamente irrinunciabile, che mi spinge fin qui: e’ quella storia di cui parla Platone nei suoi Dialoghi;anzi, di cui ha cominciato a parlare Platone , perché poi lo hanno seguito in tanti fino ai giorni nostri. La storia e’ quella che narra di quel popolo di costruttori di piramidi venuto da una terra lontanissima posta oltre le Colonne d’Ercole. Una terra poi scomparsa, come sprofondata portando con se a fondo la florida Civilta’ che la abitava, tanto tempo prima degli Egiziani e dei Sumeri.
Si, perché, nella ridda di ipotesi e attribuzioni varie, la tesi meglio accreditata e’ quella che identifica proprio nelle Azzorre la mitica terra di Atlantide, il Continente Perduto.

Due loti sottozero – cap. 3 : i miei 5 consigli per visitare l’Islanda

1) IL FREDDO E’ UN PROBLEMA SOPRAVVALUTATO: varcherete l’uscita dell’aeroporto con lo spirito di chi sta uscendo da un modulo aerospaziale su un pianeta dalle proibitive condizioni per la razza umana, tipo “Interstellar” al cinema. Farete ritorno a quello stesso luogo vestiti come in una normale giornata invernale italiana. In realtà la regione costiera (quasi la sola abitata), mitigata dalla corrente del golfo e in generale dal mare, non ha mai temperature di molto sotto lo zero. Non siamo ovviamente in costiera amalfitana ma, per capirci, l’Europa centrale ha temperature più basse d’inverno: a Praga o Cracovia, dove il mare non c’è, fa più freddo.
2) NOLEGGIATE UN’AUTO: è il modo di gran lunga migliore e pressoché l’unico per apprezzare a pieno la natura incredibile di questo paese, che si dipana ad ogni km, ogni metro in un coacervo di vulcani, lava, spiagge, ghiacciai, cascate, getti d’acqua e tempeste, come se qualche gigante della mitologia norrena dall’alto si divertisse di continuo a mescolare in un pentolone tutti insieme gli elementi della Madre Natura.
3) SCEGLIETE LA VOSTRA CASCATA: nel guazzabuglio di elementi naturali di cui sopra, la parte principale la gioca l’acqua, che qui sgorga dal terreno ovunque, talvolta con violenza,per poi accucciarsi in alvei di fiumi prima placidi e poi impetuosi, costretti a continui salti tra le balze infernali create dalla lava nella sua corsa verso il mare. Conterete talmente tante cascate che potrete scegliere la vostra, quella più intimamente vicina al vostro spirito.
4) EVITATE DI FARE TROPPO GLI SPLENDIDI APPRESSO ALLE FEMMINE: la considerazione non nasce certo da motivi di pericolosità sociale o da ostacoli di natura culturale, anzi il clima è super easy e open mind mille volte più che alle nostre bigotte latitudini. Il consiglio nasce da una semplice analisi economica: a meno che di cognome non fate Agnelli, Rotschild o Zuckenberg, avventurarsi a fare i chiachielli con robe tipo: “Ragazze, ordinate quello che volete da bere” fa sanguinare tanto ma tanto il portafogli. Fidatevi
5)NON PRENOTATE UN CAZZO IN ANTICIPO: ma questo lo ripeterò sempre dovunque andiate.

Napoli violenta – part. 3 : un bilinguismo difficile

Trovo che se Eugene Ionesco stamattina fosse entrato nello stesso bar di via dei Mille dove ha fatto colazione il sottoscritto, la drammaturgia mondiale si sarebbe arricchita di una nuova pietra miliare dell’Arte dell’incomunicabilità: l’intero personale di un bar, dal cameriere alla cassiera al gestore, ai agita visibilmente contrariato perchè nessuno riesce a capire cosa diavolo mai voglia ordinare una coppia di origine asiatica seduta ad un tavolino, che parla “un’altra lingua”. I camerieri indispettiti e increduli ne riferiscono al gestore che appare il piu’ insofferente di tutti e che, con aria da buon padre di famiglia, rassicura i dipendenti sgomenti di non preoccuparsi più di tanto, perchè, inalberatosi con aria cattedratica, “qua stiamo in Italia e si deve parlare italiano!!”, buscando il plauso e i cenni di approvazione di una claquè compiacente di clienti, qualcuno dei quali a conforto della sua tesi è pronto a giurare, addirittura sulla vita della sua prole, di essere stato vittima all’estero di terribili angherie di altri camerieri in bar locali che dileggiavano la sua grossolana pronuncia italiana…Forse perchè mosso dal mio buonismo alla Cristina D’avena, forse per rompere l’impasse, mi offro volontario per provare a dirimere la spinosa questione e svelare l’arcano, in cuor mio in verità piuttosto scettico di poter fornire un concreto contributo, giacchè la lingua parlata dalla coppia di sicuro avrebbe esulato dalle mie conoscenze. Giunto a un di presso del tavolino e invitato i due a proferir parola, apprendo con un certo disappunto che l’incomprensibile “altra lingua” che aveva reso sgomento tutto il personale del bar e scatenato discussioni sullo scarso peso dell’Italia e degli italiani nello scacchiere geo-politico mondiale, non era qualche sotto-idioma hurdu delle valli dello Hindokush pakistano o uno dei 10.000 dialetti quechua delle popolazioni precolombiane dell’Amazzonia, ma trattavasi in realtà di un banalissimo inglese, lingua nella quale i due non stavano declamando un sonetto di Shakespeare o un testo arcaico ma facendo una banalissima ordinazione..oddio proprio banalissima no. “Bacon and eggs..o forse “scrambled egg”- ripetuto con insofferenza con un accento di provincia che cominciava ad insospettirmi e del tutto increduli che questa pietanza fosse irreperibile sulla piazza napoletana…Sempre in uno dei miei slanci di buonismo alla Paolo Limiti mi accingevo quasi a suggerire ai fratelli europei della terra d’Albione qualche tipica pietanza napoletana, una sfogliatella, un babbà, che avrebbe fatto di sicuro spegnere la nostalgia delle britanniche uova strapazzate….quando comincio a notare degli strani monili azzurri, di uno strano azzurro, e quotidiani sportivi inglesi con inequivocabili foto di beniamini locali, tipo quell’italiano di colore emigrato all’estero non certo per la cosiddetta fuga di cervelli (parte anatomica fuggita sì, ma dal suo corpo)….di colpo mi si eclissa tutto il buonismo alla Mariotto Segni, di colpo quel che mi erano sembrati due malcapitati viaggiatori vittime del provincialismo e dell’arretratezza culturale del Meridione mi si trasformano in due odiosi e saccenti plutocrati che nel tempo libero se ne vanno girando per l’Europa per sostenere una finta squadra di calcio creata dal nulla a suon di miliardi di sterline da uno sceicco che non sapeva che cazzo fare nella vita, e sbraitano e irridono poveri camerieri pagati in nero perchè non trovano le loro uova strapazzate buone come nel loro merdoso bistrò sotto casa a Manchester?!?!? Con un movimento lento della testa e sguardo che avrebbe voluto essere ispirato al John Sean H. Mallory di “Giù la testa” di Sergio Leone, mi rivolgo al cameriere e comunico la mia scoperta: “sono tifosi del Manchester….vogliono delle uova strapazzate”….mi allontano sempre imitando il passo di Sean H. Mallory dopo che ha piazzato la dinamite alla banca di Mesa Verde e immaginando alle mie spalle urla ed esplosioni

Due loti sottozero – cap.II – memorie dal sottosuolo

Quel che esiste intorno Reykjavik e notoriamente conosciuto Islanda pare racchiudere in se una ad una tutte le meraviglie della natura. Ma pare anche avere un modo a se per custodirle: non comunemente all’esterno, in bella vista come in una cristalleria, bensì in un luogo più sicuro e intimo, protetto forse dalle intemperie del clima, ovvero il suo ventre bollente sotterrano. Dal sottosuolo affiorano infatti prima o poi una ad una tutte le meraviglie di questo paese, ognuna con una sua epifania a volte dolce ed a volte brutale ma sempre decisamente strabiliante . La prima di queste meraviglie in cui ci imbattiamo affiora, se non proprio dal sottusuolo, perlomeno da qualcosa posto al di sotto la superficie in senso lato, e parlo infatti dei cetacei che affiorano dal mare . Li vediamo apparire il primo giorno da un battello che si allontana circa due ore dal sicuro porto di Reykjavik per andarsi ad inoltrare in una cappa lattiginosa di cielo da cui sembrano provenire onde contro il battello da tutte le direzioni. Quando già dopo ore di marosi cominciano a volare a bordo le buste per il mal di mare come le canne ad un concerto dei Pink Floyd ed i primi mugugni sulla validità dell’escursione non certo poco (come nulla in Islanda)…..eccole finalmente le balene, tante, addirittura tre insieme della specie detta humpack whale, evento così raro da spingere persino il comandante del vascello a immortalare l’evento. Sono nere come pneumatici ed hanno il dorso ricoperto di fossili, paiono quasi voler giocare con noi ad una distanza irrisoria dalla fiancata del vascello. Le avevo viste pure alle Azzorre, piu giu nell’Atlantico seguendo la stessa faglia terrestre e nelle lontane Galapagos ma mai così vicine al battello. Una escursione davvero indovinata ! Poi è la volta di una seconda meraviglia che vediamo apparire dal sottosuolo e non può che trattarsi dell’acqua, che da mille anfratti sgorga qui permeando l’aere di un odore sulfureo . Non sempre però viene alla luce nello stesso modo: a volte lo fa docilmente con Rivoli bollenti che paiono accarezzare questa terra gelata, altre volte con sbotti possenti simili ad eiaculazioni di un gigante sotterraneo come nel caso dei geysir. Gli islandesi hanno imparato ad addomesticare molto bene la preziosa linfa di questo gigante sepolto sfruttandola in mille modi : riscaldamento, energia geotermica in luogo del petrolio e, dulcis in fundo, hanno preso ad incanalare per benino quest acqua calda per andarla a far confluire in eleganti e sceniche “lagoon” dove si accoccola a centinaia ben felici turisti. La più celebre è la Cd Blue Lagoon, doppiata adesso dalla Sky Lagoon davvero bellissima, con vista e bar panoramico per sorseggiare un drink mentre si sta ammollo . In effetti questi luoghi funzionano anche meglio dei bar come luogo di incontro e di acchiappo se se ne ha voglia. Per i nostalgici e gli amanti dell’intimità vi è poi la Secret Lagoon, completamente naturale e che infatti sa a peste di zolfò e terra ma certo ha un fascino più autentico . Dal sottosuolo dell’Islanda emerge poi fuori di continuo anche la stessa Islanda ovvero il materiale unico che la compone e ricompone come un castello di DAS o plastichina agitato da un dio norreno : la lava. Ogni cm dell’Islanda è composto da una lava nera anzi nerissima che scomposta in mille formazioni delle dimensioni e forme più disparate . Ma il buco originario da cui salta fuori tutto questo magma, migliaia di km nel sottosuolo, dopo aver generato l’Islanda,’prima o poi la cancellerà o perlomeno la dividerà in due parti. Si perché questo è il punto più critico della faglia tra la placca tettonica Nord americana e quella euroasiatica, una sorta di vagina terrestre che allontana inesorabilmente le due gambe alla velocità di due cm l’anno e tra di esse si incunea il mare, sempre più possente ed impietoso ad allargare ciò che la vagina di Gea ha creato

Due loti sottozero – Cap. I – Reykjavik, terra di pionieri sull’acqua

La prima immagine che Reykjavik ci dona di se è un gigantesco battello arrugginito e malconcio, di quelli usati per la pesca oceanica e scafati per i mari più grossi è arrabbiati e forse pure per prendere a testate blocchi di ghiaccio imprevisti, attesa la prua simile alla testa di un ariete . Fu concepito tempo fa in un cantiere di Tallinn e reca nel nome un “italianismo” mal riuscito : si chiama infatti “Steffano”,’scritto così con due f. Tutto qui intorno al vecchio porto sembra rimandare ad un passato di arpioni, fiocine, vascelli pronti a lanciarsi in mari neri come la pece per mesi bui e fresi di pesca, ed anche un certo passato fatto di insediamento su una terra inizialmente ostile all’uomo è ricordato ovunque. Tutto ciò che proviene dal passato è insomma pervaso da uno spirito di settlement, colonizzazione, uno spirito appunto da pionieri. D’altra parte non poteva che essere così: questa terra non è abitata dalla notte dei tempi, sono stati i Vichinghi ad arrivarci intorno all’800 dopo Cristo, trasferendo quo in prevalenza schiavi adibiti al taglio delle foreste per ottenerne preziosa legna. Dovettero fare davvero un bel lavoro visto che di alberi ormai praticamente non ne vediamo manco più uno nella lunga e lunare strada he congiunge l’aeroporto alla città. Esiste poi un nuovo pionierismo che sembra aver pervaso ora la città: quello di agganciare questa città e questo che era un mondo a se all’Occidente.. Quello che doveva essere un piccolo insediamento di pescatori ha assunto alla velocità impressionante di un ventennio o poco più la tipica conformazione della città cosmopolita scandinava, un pezzo ben riuscito di Occidente dove decine di giovani di tante etnie diverse si muovono festanti ma tutto sommato ordinati. Tanti di loro sono emigrati qui a lavorare: a decine incontriamo ragazzi croati, polacchi, portoghesi ed ovviamente italiani. Facile tutto sommato distinguere chi è qui a vivere dai turisti: i secondi sono bardati con abbigliamento tecnico più adatto ad una spedizione polare che ad un venerdì sera cittadino, i residenti minimizzano sul freddo, che effettivamente per ora è sopportabile e vivibile. Ma la situazione cambia radicalmente se ci si sposta lontano dal mare nell’interno, ma queste sono storie che verranno. Per ora Reykjavik ci coccola con zuppe di aragoste o di agnello, locali con dj superfighi e cavallone indigene che sembrano però tutte vomitare di colpo lasciando la gente intorno piu che perplessa, per usare un eufemismo. E poi la natura intorno che sembra annoverare una ad una tutte le meraviglie del creato, ma di questo parleremo più avanti

I racconti antelucani – cap.I: il loglietto del bosco grande

Un mutuo gravoso ed una moglie ingrassata. Questa doveva essere la mistura di fattori o forse fardelli che Cino il giardiniere sembrava racchiudere in quel sospirato “beato a te”, con cui tutte le mattine, molto prima dell’alba, accoglieva il suo giovane collaboratore Spadino. E quella mattina, mentre si incamminavano alla volta di Tragara nella luce lattiginosa di certe albe di Aprile, quei “beato a te” si facevano più incessanti, quasi continui e simili ad una noiosa nenia, con quell’ultima vocale trascinata a dismisura quasi a rincarare l’ipotetico squilibrio della bilancia. Eppure Spadino invidiava o meglio dire ammirava del vecchio Cino proprio la sua normalità, quella sua forza tranquilla: di tutto ci si stanca prima o poi e Spadino si era stancato già da un bel po’ della sua supposta libertà. Poter partire un giorno qualunque e girare il mondo era un pensiero del tutto avulso da lui che vedeva nel Molo Beverello una sorta di invalicabili Colonne d’Ercole e non aveva mai lasciato l’isola; quanto poi alla possibilità di avere tutte le ragazze che voleva, beh non era cosa per lui: gli altri erano sempre più belli, più eleganti, più disinvolti di lui che era innamorato da tanti anni di una stessa ragazza, che però pareva ricambiare quella passione come un tronco di prugna con un innesto di albicocca fatto a novembre: con un rigetto insomma. Il vecchio Cino dunque era agli occhi di Spadino la pietra angolare di una casa di certezze che il giovane temeva di non saper costruire, quella casa da cui Cino sembrava, almeno a parole, voler saltare via dalla finestra. Cino e Spadino dunque sembravano possedere ognuno qualcosa che aveva l’altro, quella mattina molto prima dell’alba in cui si incamminavano a piantare il prato estivo a casa della Signora Cessy. Voltato che ebbero punta Tragara e quel lussuoso hotel ed inforcato il Pizzolungo, la foschia si fece più fitta e più intenso il profumo di salsedine che vi era racchiuso: era il segno inconfondibile che il mare si andava riscaldando ed evaporando in parte nelle prime ore del giorno bagnava del suo umore la collina sovrastante. La villa della Signora Cessy o meglio dire di suo marito, il possidente Cavalier Tubettony, sorgeva ad un dipresso: incastonata tra speroni di calcare pareva innalzarsi come un minareto di preghiera dinanzi ai giganti di roccia sottostanti e, sebbene posta su un terreno accidentato e ripido, per grazia ricevuta apriva attraverso un viale interno ad un inaspettato appezzamento di buona estensione, su cui la Signora Cessy amava per fortuna veder crescere un rigoglioso prato, l’introito principale delle sgangherate finanze di Cino e Spadino. Si, perchè su quel terreno sferzato dal ponente come dal levante in inverno, riarso dal Sole in estate e spugnato dalla salsedine in primavera era molto difficile, quasi impossibile far attecchire un prato: Cino lo aveva spiegato tante volte alla signora e le aveva paventato che ciò sarebbe stato possibile solo con una manutenzione continua ed accurata che loro per amore del loro lavoro si assumevano il fardello di sostenere e con interventi continui di piantumazione del prato, con specie diverse ad alternarsi a seconda delle stagioni. Per il freddo inverno Cino avrebbe piantato una coriacea gramigna, capace di resistere alle gelate come agli schiaffi del maestrale; per i mesi estivi il più esile e delicato Lollum italico, altresì conosciuto come Loglietto, una specie ricercata e costosa. Per Spadino il loglietto era una un’erba miracolosa: con i proventi di quella semina ci comprava i vestiti nuovi per l’estate, la birra per qualche bella sbronza e, perchè no, una bella spesa di un’altra erba, quella miracolosa davvero se fumata col tabacco il venerdì sera. Ad ogni modo la cosa che Spadino più dì ogni altra Spadino ammirava di Cino era quella sua versatilità, diciamo pure la sua intelligenza, una congerie di cose che Spadino chiamava semplicemente “il saper parlare”: pur non avendo istruzione, Cino era riuscito a blandire una donna capricciosa e piena di se come la proprietaria della villa, facendogli credere quella balla epocale della gramigna e del loglietto da alternare nelle stagioni e assicurandosi così un provento annuale ad un prezzo triplicato. Che grande, Cino! Era così, con quel suo saper parlare forse che era riuscito a sposare quella che dicono era una delle più belle ragazze di Capri da giovane, Donna Assunta, bella ancor oggi pur se un po’ ingrassata. ” Oggi è il giorno della fondazione di Roma, 2774 anni fa”- aggiunse ad un tratto Cino, al termine di quella cantilena di strascinati “beato a te”. Era il segno che si era giunti alla villa e bisognava mettersi al lavoro. La signora Cessy era ad attenderli sulla porta con ansia ed una serie di studiate raccomandazioni da fare, tutte farlocche: per le donne come la Signora Cessy l’aspettativa principale risiede in quel senso di soddisfazione che trovano nel dispensare ordini e premure, bastone e carota a quella che reputano la loro servitù: nulla la faceva sentire di più una realizzata donna borghese, e Cino e Spadino avevano imparato ad assecondarla annuendo con la testa alle sue demenziali nozioni di giardinaggio apprese su internet o a qualche the in città. Il campo da seminare sorgeva proprio sotto una parete calcarea bianca su cui pare appoggiata la sovrastante collina di Tuoro, con quella sua fitta macchia di pini e lecci ribattezzata il Bosco Grande. Si raccontava anche una leggenda su quel bosco, dove si diceva fosse scappato un tempo dalla stalla dell’imperatore Tiberio un toro dalle corna d’oro. Durante le operazioni di semina, Spadino decise di cogliere uno dei tanti momenti in cui Cino passava ad accendersi una delle sue mille sigarette e chiedere un consiglio su come trovare il coraggio per farsi avanti con quella ragazza, come lui aveva fatto anni addietro con sua moglie. “Regalale dei fiori”- rispose Cino mentre bruciava con le labbra l’ennesima sigaretta- “è il tuo lavoro e poi ancora non è nata una donna che non ami ricevere dei fiori”. ” e poi cosa dovrebbe succedere?” Domandò un perplesso Spadino. “Roma non è stata costruita in un giorno”- chiuse bruscamente Cino. A Spadino, memore dell’affermazione precedente sull’anniversario della nascita di quella città, non restò che tornare al lavoro più confuso di prima. Il prato doveva essere pronto per la terza decade di giugno quando il Sole arriva al punto massimo nel cielo prima di iniziare la sua parabola discendente, così il loglietto poteva crescere nella degradante luce estiva. Ma quell’anno a veder crescere il prato dinanzi ai Faraglioni non ci sarebbe stato Cino: una mattina molto prima dell’alba cominciò a tossire , sempre più forte, sempre più forte, come se i polmoni paressero voler sputare fuori tutte le sigarette digerite controvoglia. Un letto di ospedale, una fredda ed infuasta diagnosi, ed un letto di casa, ultimo e disperato giaciglio del capolinea della vita. Spadino non ebbe il coraggio di andare un sol giorno a visitare il suo maestro, sapeva di stare sbagliando ma sapeva anche che Cino avrebbe capito. Poi quel giorno, quello inesorabile del funerale, si fece alfine coraggio ed entrò a casa del suo vecchio amico. Trovò la bella e neanche poi troppo ingrassta moglie di lui ad attenderlo, con una sorta di strano legato testamentario: “ti ha lasciato questo”. Era un pacchetto di Marlboro rosse, con dentro un’ultima sigaretta. “dovrai fumarla il primo giorno della terza decade di Giugno, giorno del solstizio d’estate, su quel prato dove a quel punto sarà cresciuto il loglietto, questo mi ha detto di dirti” concluse Donna Assunta. Straziante fu l’attesa per Spadino ma alla fine quel giorno giunse: quella mattina molto prima dell’alba la nebbia era simile ad una caligine che rimontava su dalla baia, scoprendo solo ogni tanto la vista sui giganti di roccia. Spadino accese tremando quella sigaretta e distinse chiaramente dinanzi a se i ciuffetti di loglietto germinare a vista d’occhio da quel prato. Poi ad un tratto, un rumore di zoccoli dalla sovrastate collina: dal Bosco grande un enorme toro con delle corne rilucenti nella luce dell’alba si avviava giù lungo lo sperone di roccia e gli veniva incontro, una sorta di transumanza divina destinata a concludersi su quel prato. Spadino ma non sapeva che fare ma il toro non si mostrava aggressivo: anzi placido come un vitello, prese a brucare tutto il loglietto con un comportamento che denotava abitudine, come se quel prato dinanzi ai Faraglioni fosse da sempre il suo pascolo estivo. E forse si, era proprio così. Prima di riavvarsi verso il Bosco Grande il toro si rivolse al nascituro Sole, così che Spadino potette notare come l’estremità delle sue corna indicavano precisamente l’una il sole, l’altra il pianeta Venere o Lucifero che dir si voglia, visibile solo la mattina molto prima dell’alba

La saga dei chiattilli – cap.IV

I CHIATTILLI E LA LASAGNA DI CARNEVALE
Nella cosmogonia chiattilla un evento non sottovalutabile è la transizione in cielo dell’astro del Carnevale, che si manifesta secondo molteplici profili tra loro non sempre collimanti. Il primo è ritualmente gastronomico e consiste nella preparazione della tradizionale lasagna per il martedì grasso, opera laboriosa disegnata secondo uno schema di triangolazione che investe chiattila-madre o suocera-domestica extracomunitaria e che monopolizza le telefonate dei giorni precedenti: “Zizzy, tu non puoi capire come sto esaurita, devo ancora ordinare la spesa per fare la lasagna di Carnevale…”
“Cessy! Ma lascia stare, io quest’anno ho spiegato tutto a Zampy (la domestica).Perché non fai pure tu così con la tua, li Orangutanghy??”
“Ma sei pazza!!!! Quelle al paese loro si mangiano le cavallette, si bevono il sangue di serpente……quale lasagna??!!!!” (Nota bene: Le domestiche, generalmente straniere, provengono da molteplici paesi,spesso dal Sud-est asiatico, a volte sud-America o Est Europa, insomma paesi distanti migliaia di km gli uni dagli altri ma agli occhi delle chiattille provengono tutte da un unico indefinito posto del pianeta terra dove si pratica ancora il cannibalismo e i riti di sangue e da cui sono fuggite per trovare salvezza a casa loro ove essere educate, per quel che possibile, alla civiltà…).
Ma quest’anno il main event di Carnevale è tuttavia un altro: quella pazza di Commuogly ha organizzato a casa sua un grande party in maschera. “Chi non è travestito non viene proprio ehhh”- sembra abbia già annunciato, gettando l’estabilishment chiattillo nel panico… Va da se che in un mondo dove il vestiario è una parte consistente della persona ed avere pure un bottone fuori posto è uno scorno inaccettabile, sia assodato ora che il travestimento di Carnevale non potrà certo significare qualcosa di troppo estemporaneo e in grado di compromettere una immagine sanguinosamente conquistata con vestiti firmati e monili vari. Cosicché i chiattilli contemplano tre soli tipi di travestimento, per lo più limitati ad un trucco del viso e che non comporti una spoliazione dei vestiti canonici:
A) da gatta
B) da diavoletta
C) opzione valida solo per gli spiriti più ribelli e anticonformisti, si dà luogo al travestimento col proprio partner, dove lui si veste da donna e lei da uomo, roba da pazzi.
La cosa finisce ovviamente anche qui per investire i discorsi della vigilia e fanno: “Cessyyy, ma alla fine allora tu da che ti vesti per il party da Commuogly???”
“Zizzy!!! Mah io ho pensato una cosa un po’ strana, però non lo so……avevo pensato da GATTA!! “
“Ma sei una pereta!!!! Mi hai copiato l’idea mia dell’anno scorso!!!!!
“Uhihihhuhhuhh è vero non ci avevo pensato!!!! E tu?”
“Eh pure io ho pensato una cosa un po’ così…..pensa un po’……da DIAVOLETTA!!!!”
“Ma sei una lazzara!!!!! Hai copiato la mia idea dell’anno scorso!!!!!”
“ Uhihuhhhhuhh non ci avevo pensato!!!! E Bagascy, da che si traveste Bagascy????”
“No Bagascy, ha avuto un’idea troppo bella: pensa che lei e Boccalony (il fidanzato) si travestono uno da donna e lei da uomo!!!”
Le due tacciono un attimo, poi all’unisono: “ Ma è una lazzara-peretaaa, ci ha copiato l’idea di due anni faaaaaa!!!! Uhihuhuhhuhhh”.
Ma è ormai l’ora della festa, gli ospiti prendono posto in sala, ma non si vede ancora Commuogly. Ad un tratto, rullo di tamburi: compare da una scala il suo fidanzato Cazzimbokky con una maschera udite-udite…..da Pippo Baudo, e fa :”ora vi presento la mia valletta per questa edizione…..La magnifica Belen Commuoglyyyu!!!!” Ed appare appunto Commuogly in abito da gran sera, che fa : “benvenuti ad una nuova edizione del Festival di Sanremooooooo!!!”
Delirio e tripudio di risate in sala, Zizzy e Cessy quasi svengono dalle risate, Bagascy e Boccalony piegati in due, poi scatta automatico il coretto di incitamento: “Co-mmuo- glyyy, Co-mmuo-glyy, Co-mmuo-glyy!!!”