Una certa curiosità in Vietnam continuano a destarla i nomi: lo sapete ad esempio che il principale sito archeologico di questo paese, antica capitale del popolo Cham, prende il nome di My Son, letteralmente “mio figlio” casomai fosse stato un villaggio americano?
A dirla tutto però proprio qui gli yankee hanno scritto una delle pagine più ingloriose della loro storia, riuscendo nell’impresa di bombardare per più volte e distruggere i tre quarti degli oltre sessanta templi un tempo presenti, si che ora se ne contano solo venti peraltro in malandate condizioni. E purtroppo non è manco la cosa peggiore fatta dall’esercito a stelle e striscie in questa zona di mondo : a poca distanza sorge l’altro villaggio dal nome simile di My Lai, dove i soldati americani si macchiarono di una carneficina nelle modalità e nei numeri vicina alle stragi naziste di Marzabotto o le Fosse Ardeatine, per pescarne un paio nel orrido mucchio.
Il 16 marzo del ’68 un battaglione della 13esima divisione di fanteria americana, in gran parte composto da soldati ubriachi e sotto effetto di droghe, entró in questo remoto villaggio alla ricerca di guerriglieri vietcong e, per motivi mai chiariti, si dedicò per ore alla Barbara uccisione e addirittura mutilazione dei cadaveri di un numero impressionate di civili completamente disarmati: 514 secondo le autorità vietnamite, 347 le vittime ammesse dagli americani. Un numero piuttosto esiguo di soldati americani fu condotto a processo, terminato con la peraltro tenue condanna di un solo individuo, tale maggiore William Calley Jr.
La nuova Sand Creek americana finì come è ovvio per far deflagrare ancor più le proteste in patria contro la assurda avventura neo-coloniale, accelerando il processo di dismissione .
Ma io come ci arrivo a My Son, distante circa 50 km dalla cittadina di Hoi An ? Se c’è una cosa che in viaggio non tollero è quella di essere trattato da turista babbeo, di quelli a cui rifilare pacchetti all-inclusive dove ti vengono a prendere in albergo e ti smollano a far vedere tutto ciò che dicono, compresi negozi di cianfrusaglie e ammennicoli inutili uguali a tutte le latitudini del pianeta. Bene l’escursione a My Son è pubblicizzata in ogni angolo di Hoi An dagli abilissimi mercanti locali secondo questa modalità, in particolare le addette al desk dell’albergo si spendono in parole melliflue per rifilarti sto pacchetto omni-comprensivo. Non è per i soldi (che sperpero per decine di altre cazzate) ma D un tratto mi ribello e mi sovviene che ho una carta magica da giocare
un personaggio sulla sessantina suonata sempre della gamma del Grande Lebowsky che il pomeriggio mi ha dato uno strappo in moto fino alla spiaggia : lo contatto, concordo un prezzo e via !
born to be wild !!!!
La visita è bellissima ma assai breve perché ho già nel carniere la prossima meta:
da queste parti, nella regione collinare di Ba Na, sorge una vecchia “Hill station” edificata negli anni ’20 dai francesi per scappare dal caldo asfissiante della pianura. Sul sito ormai abbandonato pare che i vietnamiti abbiano edificato uno spettacolare ponte sospeso di recentissima inaugurazione, luglio 2018 addirittura, di cui parla tutto il mondo ….Mantengo un mio scetticismo perché dalle foto mi pareva una mezza tamarrata ma intanto mi avvio, chiedendo al mitico easy rider Mr Thai di dare una acceleratina al gas. Giunti a piedi delle colline, mi congedo da lui e mi precipito a prendere questa mastodontica funivia con cui scalare i duemila metri di dislivello e raggiungere il ponte
Si tratta di una cabinovia entrata già per ben tre volte nel Guinness dei primati, per essere la più lunga (6,5 km), la più veloce (sembra di stare su un aereo) e la più complessa, con le sue articolazioni su 12 diversi settori collegati. La montagna invasa da questa ragnatela di cavi di acciaio rivela ad ogni modo ancora un paesaggio quasi vergine sotto la navicella spaziale
sullo sfondo Da Nang con il suo skyline e il mare ma eccomi ormai alla prima stazione, questo benedetto ponte sospeso dall’altisonante nome di “Golden Bridge”
due gigantesche mani di pietra levigata sembrano sospenderlo sull’abisso mentre una passerella sospesa nel vuoto è battuta da migliaia di persone per lo più vietnamiti venuti a contemplare l’ultimo disegno di una smisurata voglia di grandeur
devo dire che l’impressione di qualcosa di decisamente tamarro non è smentita ma ad ogni modo serve a rendermi l’idea meglio di tutto di cosa voglia essere una certa parte di Asia oggi
una intera città-lunapark che è riproduzione di una città francese medievale. Sulla scia di Las Vegas e Macao, dove sono riprodotte Venezia a Pompei, qui sull'”agora ” c’è la copia di Notre Dame e del pont Neuf mentre tutto intorno sciamano bande musicali e bambini su slittini e montagne russe
un posto di una pacchianaggine sconfortante e demenziale ma che alla fine, in un viaggio così lungo e variegato, sono contento di aver visto
Detto questo Hoi An è davvero bellissima: adagiata su un ansa dell’omonimo fiume, si compone di due parti su diverse isolette fluviali unite da ponti. Già i ponti
i ponti sono la migliore chiave d’interpretazione per capire Hoi An. Questo bellissimo in foto è il famoso “Ponte coperto giapponese”, una sorta di Ponte Vecchio in salsa nipponica nel senso che come quello fiorentino ospita al suo interno spazi coperti e alloggi che erano la dimora dei mercanti giapponesi. Altri mercanti venuti dalla Cina provvidero invece ad edificare il più grande Ponte Cinese
nei cui dintorni decine di barchette si agitano in antichi traffici e più recenti giri turistici. La città è storicamente infatti sede di mercanti sin dai tempi di Marco Polo: i venditori di seta venivano qui da ogni angolo dell’Asia per scambiarla con spezie o venderla a qualche intrepido mercante europeo. Molte infatti le abitazioni in stile francese
Ma le case più belle di mercanti sono quelle che appartenevano alle ricche corporazioni di mercanti cinesi, simili quasi a dei templi
Erano le sedi di gilde di mercanti divisi per regione di provenienza: quelli del Fujan, dell’isola di Hainan, del Guanzhou e fungevano anche da sacrari religiosi e tribunali. Il per la casa-bottega più bella va comunque ad un mercante locale, un certo Tan Ky
di famiglia poverissima e rimasto orfano in giovane età, Tan Ky riuscì a mettere su un’enorme fortuna col commercio di seta, oltre a rivelarsi un benefattore ed un mecenate per la sua comunità. Alla sua morte migliaia di persone da ogni angolo del Vietnam portarono doni nella sua bellissima casa in legno pregiato. 
E poi sta la ricca cucina locale, una tradizione secolare che inventó secoli orsono il genere cd fusion. Specialità della casa ?
nientedimeno il “totano abbuttunato”! Qui però lo guarniscono con carne di maiale, che con 35 gradi anche di notte e umidità vicina al 100% non se ne scende proprio easy ma va bene lo stesso.



Piacevole il clima a bordo,
dove capito in cuccetta con due vietnamiti e un italiano grosso esperto di storia Cham, l’etnia fondatrice del Vietnam antico. Si trattó di un popolo dal passato fulgido, in perenne conflitto con i khmer dell’attuale Cambogia, gli edificatori dell’Angkor wat per capirci. I Cham (o Champa) non furono da meno nel costruire templi che facessero tremare le ginocchia per la loro magnificenza ma gran parte di quel patrimonio è andato perduto, anche per via degli sciagurati bombardamenti americani durante il conflitto. Certo bisogna avere davvero la merda nel cervello per bombardare un sito archeologico ma purtroppo scoprirò non essere stata nemmeno la peggiore delle nefandezze compiuta quaggiù dagli yankee.












Ad ogni modo, l’isola è sufficientemente grande per trovare migliaia di posti incantati. 

meta tra l’altro assurta agli onori della cronaca cinese perché a quanto pare qui si sono consumate le gesta di una sorta di “Grande Fratello” coreano o cinese (non ho ben capito). Insomma qua hanno girato qualcuna di quelle troiate tipo “Isola dei famosi” in salsa cinese
ed è questa la ragione precipua se non esclusiva che ha attratto sull’isolotto l’ultima coppia di ospiti che manca all’appello, per distacco i campionissimi della brigata. Lui “business man” di Shangai come ama ripetere un secondo dopo aver detto il suo nome, ciuffo alla Elvis Presley e look alla Alex Amitrano per dimenticare le primavere che saranno state già una quarantina, lei una sorta di geisha 2.0 che vive riprendendosi al cellulare anche quando mangia. Diventano subito i mattatori della serata offrendo una sorta di gin coreano e provando a rivivere i luoghi dove nel programma tv si erano consumate le gesta dei protagonisti. In particolare pare che una soubrette della tv cinese sia stata castigata una sera su quella stessa spiaggia alle mie spalle
da un campione coreano di short track (quello sconclusionato sport consistente in una sorta di girotondo su ghiaccio e noto per aver una volta assegnato una medaglia d’oro ad una pippa assurda che ebbe come unico merito di essere l’unico a non cadere pur essendo staccato di km dai primi. Pare pure che il nostro campione coreano avesse di short solo il track mentre tutto il resto sia stato di dimensioni ragguardevoli, e la cosa allieta molto il discorso tra coreani e cinesi a tavola, per quel che mi è dato di capire.
La mattina, mentre diluvia, il discorso ripiglia la stessa falsariga della sera, con il luogo ove si sarebbe consumato l’idillio tra la soubrette e il girotondista siffrediano coreano eletto a tempio votivo dai due cinesi
i quali entrano piutosto in rotta di collisione coi due tedeschi perché loro in quei due unici lettini intravedono il modo d’amore perfetto per le loro eruttazioni eterne contemplando il mare a mo di tricheci nella fase della riproduzione. Sopraffatto da tanto trash provo una fuga sulla montagna a vedere le agognate scimmie di Monkey Island (per adesso solo sentite in un frastuono assordante) ma la vegetazione è talmente fitta che non mi raccapezzo
Nel frattempo sulla spiaggia dei famosi diluvia un nevischio di acqua e minchiate che mi fa prendere la decisione di uscire dal reality, comunicando alla “Simona ventura” alla reception la mia volontà di lasciare lo show.
per una serena giornata di mare, lontano dalle melliflue atmosfere di Monkey Island, un posto che a suo modo mi ha shoccato.
siamo in effetti nella famosa Halong Bay, cento km a sud di Hanoi, e parliamo di un isolotto nei pressi della più estesa Cat ba. Un posto magnifico, si tratta di arrivarci ora.
C’è tempo prima per una mattina di scoperta della tutto sommato bella Hanoi, al netto del traffico assassino. Assaporo un bel tempietto su un piccolo lago situato proprio nel mezzo della città.
il lago (meglio dire lo stagno) prende il nome di Hoam Kiem, che in vietnamita significa la bellezza di “Lago della spada restituita” ed allude ad una vittoria ottenuta contro gli invasori cinesi da un re locale, per intercessione pure di una tartaruga sacra , ora onorata in una bella scultura di giada, che viveva nel lago
Immaginare quella fetida pozza urbana popolata di tartarughe appare difficile oggi quando al massimo potrà essere popolata di ratti e colibatteri fecali appare improbabile oggi ma tant’è, il dato che appare, anche dalla successiva visita al museo archeologico è un altro: il popolo vietnamita, un tempo identificato nei progenitori Champa, ha una lunga storia di battaglie contro superpotenze invasori. Assai prima del colonialismo yankee, i vietnamiti hanno dovuto per secoli tenere a bada le mire espansionistiche del gigante cinese e pure di quello mongolo, riuscendo sempre egregiamente a far tenere il culo fuori dalla loro terra a pretenziosi conquistatori.
La cultura Champa vanta in effetti tesori inestimabile valore artistico ma non altrettanti siti originari ove conservarli come la vicina Cambogia: i più belli sono andati perduti nel conflitto con gli americani a cui è riuscita l’impresa barbara di bombardare persino dei siti archeologici , si che le opere sono ora conservate nel bellissimo museo di storia
La scena museale di Hanoi è sorprendentemente vasta e di livello, compendiando a fianco al già citato museo di storia anche un originale museo dedicato alla figura della donna nella cultura vietnamita
il plesso è tenuto e organizzato in misura davvero eccellente, con sezioni che spaziano dalla figura nella donna nel matrimonio passando per l’arte culinaria fino all’omaggio ad eroine locale come tale Chan Kin, una contadina di una minoranza del sud capace di accoppare in battaglia la bellezza di 155 nemici americani e persino un aereo da trasporto con la sua mitragliatrice.
Per me significa essere arrivato dall’altra parte, su un altro mare dopo essere partito dal golfo del Siam. Per chi mangia pane e geografia come me so soddisfazioni! Siamo nella celeberrima Halong Bay, divenuta nota recentemente in tutto il mondo per la “scoperta” degli scenari naturali con picchi calcarei che paiono spuntare come ghiaccioli verdi dal mare anche esso verde ma più chiaro. La prima tappa è Cat ba, che si manifesta subito magnifica
eccezion fatta per il centro abitato principale irto di inspiegabili grattacieli e palazzacci, mentre tutto intorno pernla vasta superficie dell’isola regna una natura piuttosto incontaminata e lussuriosa. Ma non è questa la mia meta finale: devo arrivare a Monkey Island e quindi sciropparmi un’altra attaverdamento Marino dal secondario molo di Ben-Beo, ubicato giusto alla fine di un fiordo pervaso da una bellezza fuori dal comune come quello della baia di Han La
fa buio e quindi molta della bellezza viene mangiata dalle tenebre e rimessa alla nostra immaginazione ma poco male: solcare acque magiche sul far della sera nel bel mezzo di un mare un tempo popolato da mercanti e pirati è un’emozione che riempie il cuore a noi tutti.



e a sorseggiare la Bia Hoi , una birretta light importata dai cecoslovacchi negli anni allucinanti del comunismo, che viene spillata direttamente per strada da venditori ambulanti a cifre ridicole 







o immergetevi nel paesaggio di colline impenetrabili intervallata solo da risaie che assumono in questa stagione una tonalità di verde quasi psichedelico:
vicino in queste montagne molte minoranze etniche tra chi gli Akha e gli Hmong dalla storia tormentata. Giungerete alla Kuang si falls, dove potrete anche nuotare. È un posto che a chiamarlo Eden non gli si rende giustizia per quanto è bello


Già, in un effetti Luang Prabang significa in laotiano proprio questo: “Immagine del regale Buddha” ed è un regno antichissimo incastonato in un fondovalle di una remota regione di monti altissimi, una città-stato dalla storia millenaria.
Ripeto il nome del posto perché credo che, a meno che non siate forti in geografia, non vi dirà molto: Luang Prabang. Siamo nel Laos settentrionale, su una penisola disegnata dall’onnipresente Mekong che qui si incontra o meglio dire assorbe, fagocita dentro se un fiume minore, il Nam Kam.
In linea d’aria non siamo lontani come latitudine dal nord della Thailandia e dal Chang Mai, che disterà forse un 200 km, fatti però di montagne impenetrabili e strade tortuose. Chang Mai è assai pubblicizzata dalle agenzie turistiche thailandesi come una “romantica città d’arte” ma diciamo che in tal senso può giocarsela con una Luang Prabang come il Centro commerciale “Porte della Campania” se la vede con una Siena o una Verona. A proposito della città scaligera, capiterà nei miei diversi giorni di soggiorno qui una coincidenza francamente assai singolare ma ne parleremo magari più avanti: per adesso voglio continuare nell’introduzione alla bellissima Luang Prabang. 

In mezzo, il resto della giornata ci penserà la storia millenaria di Luang Prabang a riempirvelo. Nata come regno in un’epoca in cui la storia si fonde inevitabilmente con la leggenda, Luang Prabang pare debba la sua fondazione ad un essere mitologico asessuato dal viso rossastro ed il corpo filamentoso. chiamato Phunheu Nhaheu, e raffigurato sopra i frontoni di molti templi. La prima fase della sua storia parla di Re dalle sembianze di scimmie e cervi magici e si interseca con le vicende del popolo tibetano e della zona himalahiana, che in questi monti trova la sua estrema propaggine meridionale. Luang Prabang si è poi conservata come , regno a se stante nelle varie fasi storiche, giungendo all’apice verso fine ottocento con un re tuttora venerato dalla personalità ascetica e meditativa, tale Viseoun. Anche la Francia che colonizzava tutta o quasi l’Indocina francese garantii una sua indipendenza al Regno di Luang Prabang e persino la successiva terribile occupazione giapponese nel conflitto mondiale fece salvi i templi e la storia della città. Un regno ascetico in Indocina incastrato tra le montagne e poggiato su due fiumi già di suo fa sognare la mente e scatena la fantasia: le cronache dei viaggiatori francesi di inizio secolo descrivono con vibrante passione questo regno remoto e mistico in cui chi non volesse avere più niente a che fare con la Francia veniva a trovare rifugio . Figurarsi che ancora nel 1930 ci voleva più tempo a risalire il fiume da Saigon a Luang Prabang che dalla stessa Saigon a Marsiglia . La presenza francese è infatti molto ben testimoniata dalle tante case perfettamente conservate in stile coloniale. Lo stesso istituto di cultura francese è un gioiello in tal senso.


l’impatto ormai è inevitabile: memore della esperienza del giorno prima (quando per schivare i rami ci siamo sbilanciati tutti verso un lato facendo rovesciare il kayak) , prendo a urlare a tutti di stare a terra e non buttarsi in un lato. Non saprei dire se mi abbiamo ascoltato o meno, fatto sta che con molta buona sorte evitamo un ribaltamento della barca che davvero avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche. Una tempesta di rami e rovi ci passa sopra le teste come il fuoco di una mitragliatrice, ci graffia braccia, schiena, gambe. Siamo fortunati da non sbattere contro masso o ostacolo rigido che a quella velocità sarebbe stato bruttarello, poi un ragazzino locale davvero con un gesto allaTarzan prende con le gambe in orizzontale a fare al volo leva contro un tronco allontanando di quel mezzo metro la barca per permetterci di passare oltre. Siamo passati, qualche graffio per tutti ma nulla più. Ora peró qualcuno dovrà venire a prenderci, perché siamo ancora alla deriva: con una difficile manovra una seconda piroga ci aggancia e ci fa accostare in un punto dell’isolotto risparmiato dalla corrente. Trasbordiamo e siamo in salvo. Questa davvero me la ricordo finché campo
Vorrei arrisicarmi in qualche modo ma è piuttosto difficile la visita nella stagione delle piogge per vie dei torrenti rigonfi d’acqua. Mi limito così a prendere un banale aereo per volare a nord del Laos verso una città che si annuncia bellissima chiamata Luang Prabang. In verità avrei un mio codice interno per cui dovrei giungere alla meta finale via terra: con l’aereo so’boni tutti e mi ammazza il gusto. Ma un piccolo volo interno al Laos con la compagnia di bandiera locale possiede quel margine di brivido e avventura utile a indorare la pillola. 
