Come molti di voi già sapranno, questo è il verso iniziale di un celebre epitaffio, un’iscrizione funebre apposta su un tomba esposta peraltro proprio a Napoli. Parliamo ovviamente del poeta latino Virgilio.
Secondo la leggenda, essa fu dettata dallo stesso Virgilio in punto di morte, circostanza a rigor di logica piuttosto dubbia scorrendo poi il testo (un breve componimento poetico nella forma del distico elegiaco) perché, se è pur vero che il Sommo al momento di tirare le cuoia potesse certo ricordare il luogo ove è nato (“Mantua me genuit”) e intuire quello dove stesso morendo (“Calabri rapuere” ad indicare il Salento, all’epoca chiamato Calabria), appare oggettivamente improbabile che potesse poi conoscere il luogo della sua futura sepoltura (“tenet Parthènope” ovvero Napoli). Ad ogni modo, possiamo per ora considerare l’incontestabile dato iniziale: Virgilio era nato a Mantova, ad Andes per l’esattezza sobborgo rurale alle porte della città. 
Della cittadina secondo la geografia dell’epoca “cisalpina”, Virgilio è certamente il figlio più celebre ma, venendo qui, ho presto scoperto che un numero sorprendente di persone e cose celebri sono nate a Mantova: un po’ tutti i Gonzaga come era facile intuire ma anche il pilota Nuvolari e il centravanti “Bonimba” Boninsegna, il buffone di corte Rigoletto cantato poi da Verdi, la torta “sbrisolona” che ultimamente fa furore un po’ ovunque
e pure il vecchio zabaione ,un tempo usato come ricostituente d’amore prima dell’avvento della pillola blu. Finanche il Capilupi che da nome al discusso nosocomio caprese dovrebbe aver avuto natali mantovani, ma andiamo avanti.
Mantova si presenta subito benissimo dall’albergo intitolato ai Gonzaga er affacciato proprio su piazza Sordello. Sto Sordello pare fosse un troubadour del 13esimo secolo, nato da queste parti e poi seppellito a Napoli, esattamente come Virgilio. Insomma, se a Mantova fate poesia poi vi atterrano a Napoli…non male! Per la verità mi piace già il viaggio in treno per arrivarci a Mantova, con una sgangherata linea regionale (anzi interregionale) che si dirama a Modena dalla via Emilia per addentrarsi nella Padania più profonda, quella di casolari dediti all’allevamento di maiali (è la zona con la più alta concentrazione di zootecnia al mondo) e tanta tanta nebbia. Si passa il po e alcuni luoghi di battaglia più volte ripetute nella storia, come Curtatone da cui passarono i Lanzechenecchi per andare a saccheggiare Roma su “soffiata” del Gonzaga ma dove secoli dopo anche l’esercito piemontese prese una bella scoppola dagli austriaci nei primi tentativi di fare l’Italia. E alla fine di un pianoro che più piatto non si può appare Mantova, utopia rinascimentale. Sarà la nebbia che va e viene o il Mincio che la cinge come un pitone ma si respira un’aria sospesa ipnotica in queste vie umidissime 
L’attenzione viene subito polarizzata dal Palazzo Ducale che appare e scompare dalle nebbie, testa macrocefala di una piccola signoria che seppe regalarsi onori e splendori degni di un satrapo orientale. Il primo dei Gonzaga, Ludovico, aveva infatti ben chiaro che il prestigio di una famiglia dell’epoca passasse dalla fama dei pittori capaci di arruolare alla propria corte, e così tentó e riuscì nel “colpaccio” di quello che all’epoca era l’artista più in voga presso i suoi coetanei: più ancora che Leonardo o Michelangelo, nel Rinascimento splendeva la stella di Andrea Mantegna
Il Palazzo risulta poi adornato di altre bellissime stanze, tante e tutte decorate con stucchi di pregevole fattura, ove splende la “stellina” di Bartolomeo Fetti, genio mancato per via della salute cagionevole che lo stroncó a soli 32 anni
ecco la bellissima sala dello Zodiaco.
Attraversando poi tutto il corso principale si arriva a quella che fu la Versailles mantovana dei Gonzaga, Palazzo Te, reggia del nipote di Ludovico, l’eccentrico Federico che ivi seppe far forma alle sue pulsioni e la sua frenesia sessuale che si dice smodata; o per meglio dire, trovó in Giulio Romano un architetto capace di dar forma ad esse
sarebbe meglio vedere Palazzo Te in un giorno di sole vista la sottesa esuberanza che lo domina e lo fece apprezzare anche a D’Annunzio, uno “porcellino” quanto il Gonzaga. Figurarsi che l’animale simbolo del palazzo è il ramarro, visto come simbolo di imperturbabilità dinanzi alle passioni, l’esatto opposto del Gonzaga che infatti vicino al lucertolome fece scrivere “quod huic deest me torquet” (ciò che a lui manca a me tormenta) con allusione alla sua favorita Federica Boschetti con cui pare che trombavano in ognuna delle 300 stanze
E poi sta la cucina mantovana: imperdibili i ravioli alla zucca direi,
e anche la polenta in abbinamento ai funghi e lo stracotto . Il posto suggerito è ovviamente questo
che da essere esattamente ciò che il nome lascia immaginare: un posto carnale.
Insomma mi è piaciuta molto Mantova, scrigno di utopie nascoste e delicate 


nonché del tradimento del Duca di Mantova, Federico II di Gonzaga, che per evitare una guerra sui suoi territori lascia transitare sul Po l’armata lanzechenecca attraverso la cd “porta di Curtatone”, permettendo così l’aggiramento delle truppe pontificie e aprendo ad esse la strada verso Roma, che verrà difatti messa a ferro e fuoco dai nuovi Vandali germanici.
Il film col suo ritmo lento e introspettivo si concentra per tutta la seconda parte sulla malattia di Giovanni, ferito e costretto ad accettare il ricovero presso la corte del suo principale traditore, il Gonzaga, fino alla morte sopraggiunta per gangrena. Le lunghe scene girate tra Palazzo Ducale e quello cd Te, immerse in una nebbia ipnotica, somigliano, nella cura dei dettagli come i volti e i costumi o le scale cromatiche, a degli affreschi del Mantegna o tele del Tiziano
e da molto tempo mi fanno sognare di visitare questa città, Mantova, sede di una dinastia tra le più magnificenti e al tempo stesso discusse del Rinascimento: i Gonzaga. È giunto dunque il tempo di colmare questa lacuna, indicando come tappa di partenza del viaggio la splendida Mantova.





Oggi il cielo è coperto e le montagne non si vedono ma prima o poi si aprirà , e l’Orizzonte perduto finirà per ritrovarsi, per andarsi a scolpire su quelle montagne eterne che ci guardano e proteggono 
Cioè, non “giocano” nell’Annapurna i due Top player veri e propri, i Ronaldo e Messi dell’altitudine ovvero l’Everest e il K2, ubicati rispettivamente poco più a est il primo e parecchio più a ovest nel Karakorum il secondo, ma stanno ad ogni modo qui un “ottomila”, 8 cime sopra i settemila e ben tredici sopra i seimila.
Se si considera che la cima più alta d’Europa è il Monte Bianco coi suoi 4810m, ci si rende subito conto che la “cantera” dell’Himalaya è di un altro livello proprio. Ed in questa “superligue”, come dicevano, l’Annapurna sta messo bene.
sono stanco, sporco e sfinito coi piedi martoriati dalle sanguisughe ma cazzo, sto risalendo dalla giungla su fino ai piedi dell’Annapurna: “come on , Palillo enjoy, qua una o due volta nella vita ci capiti” continuo a ripetermi.
dopo il bivio a Mugling la strada devia verso ovest in maniera secca mentre verso est corre l’unica via di accesso a Katmandu. Ma io sono diretto a Pokhara quindi ovest! Il paesaggio muta e torna a essere più tipicamente himalayano con risaie che si inerpicano fin dove è possibile, verso l’infinito di cime che paiono stare sulla Luna per quanto sono alte
ed ecco alla fine Pokhara col suo famoso lago, uno degli spot turistici più famosi del Nepal: in esso e nelle sue acque cristalline si riflettono tutte le cime dell’Annapurna nelle giornate terse. Eh appunto, le giornate terse ….
“if my grandpa had five balls, then i was supposed to be a flipper” – come dicono a Kensington. Non smettere di piovere un minuto che sia uno e la presenza delle sovrastanti come resta solo intuibile ma non visibile. Sembra di stare a scuola nel cambio di ora quando gli alunni si agitano e sbattono un po’ ma sapendo che da un momento all’altro può arrivare. Ecco, il prof. in questione si chiama Machapuchari
che è della squadra dell’Annapurna ed è la magica cima che sovrasta proprio Pokhara. Ricordo di essere riuscito a vederlo un attimo la mia prima volta qui tredici anni fa, poco prima del tramonto, mentre ero con mio zio, che salutó l’apparizione con un’imprecazione assai colorita di rimando ai Santi Penati protettori “Ma chillo è o’Machapuchari, all’anema i chi te stramuo…!!!” In effetti lo spettacolo era straordinario. Ricordo anche una città diversa quella di Pokhara: allora era una romantica cittadina in riva al lago gravata tuttavia dalla guerra civile e che la rendeva un bersaglio sensibile ai mortai dei ribelli maoisti per via del palazzo reale (attuale non antico) posto proprio in riva al lago. Oggi ha conosciuto la pace ma anche uno sviluppo edilizio eccessivo che hanno alterato troppo l’impianto originario e lo spirito. Riesco tuttavia a ritrovare uno squisito ristorante tibetano, gestito da un signore rifugiato qui attraverso le montagne per via delle persecuzioni cinesi contro questo popolo inerme. Non voglio nemmeno soffermarmi sulla miseria del dibattito che in Italia ha assunto la parola “rifugiato”, mi limito a far presente che anche il Nepal è pieno di rifugiati tibetani ed al ricordo ancora di mio zio che diceva di come quell’uomo forte gli incutesse reverenza e rispetto, di come ce lo vedesse su una montagna innevata a farti da sherpa. Tredici anni dopo è un po’ invecchiato ma ancora lì con i suoi calzari tipici
a servire la specialità tibetana per eccellenza, quei ravioli detti “momo ” da poter guarnire con carne di bufalo o erbe e formaggio di yak
mi ritiro nel mio albergo che in teoria riserverebbe una splendida visuale sulle montagne e fiducioso attendo un segnale dal cielo
che nel dormiveglia dell’alba in verità arriva: mi appare per un secondo il Machapuchari e anche se non faccio in tempo ad acchiapparlo in foto, mi scaravento giù dal letto e a rotta di collo salgo sul Sarangkot a provare di rimirare l’alba. Lungo il cammino la situazione meteo pare migliorare
Ma è un bluff ….
giunto in cima, sta una nebbia tale che non riuscirei a vedermi il cazzo mentre piscio, figuriamoci l’Annapurna. E poi il freddo, la pioggia: sto per rassegnarmi a trascorrere gli ultimi giorni a fondovalle nella tranquillità ma sento di dover esaudire una missione. E mi sovviene che ho da giocare una carta, una brasilianata diciamo. Non per fare il buffone ma la mia conoscenza della geografia è considerevole e allora una giocata posso farla, un posto c’è ma per raggiungerlo devo giocare il bonus…..Diciamo che il mio “amico da casa” come in qualche fortunato show televisivo ha un nome che incute timore, c’è chi dice che non esiste o se dovesse esistere è meglio non andarlo a scocciare. Ma io sono il Palillo: non ho mica paura dello Yeti!
e andiamo va, alea iacta est!










Già, proprio così, senza neanche bene capire dove e come (anzi senza capirlo per niente), alla partenza del bus ho sentito parlare di sto rafting da farsi a metà percorso, scendendo un pezzo di fiume e poi proseguendo il percorso verso il Chitwan o Pokhara all’arrivo del gommone (su un altro autobus?è quello che mi domando) Mah, per adesso la vivo con disinvoltura, so già che sarà una di quelle cose a cui ripenserò una volta a casa fuori dalla mistura di incoscienza e adrenalina che mi pervade durante i viaggi: su un pullman da Katmandu alla giungla del Chitwan ed ad un certo punto peraltro ignoto del percorso scendi a fare rafting su un fiume himalayano in piena. E a chi sto aspettando? In effetti ad un certo momento, con il Trishugli a fianco alla strada che si agita come un demonio, il conducente prende a urlare in una cadenza difficile a distinguersi “Roooftaaang”. È la nostra ora, ci ritroviamo in sei ed è uno di quegli equipaggi che ti rimangono proprio nell’anima:
c’è un timoniere locale cicciotello sui diciotto anni, io e due ragazzi spagnoli, e fin qui nulla di troppo strano; poi arriva un ragazzo israeliano e due che sembrano Stanlio e Olio…..dell’Arabia Saudita. Israeliani e arabi intrattengono notoriamente relazioni tutt’altro che amichevoli anzi si odiano reciprocamente e ora devono scendere un fiume in piena in una gola dell’Himalaya.

















la vita dei locali pare organizzata secondo schemi completamente diversi, dove in un contesto di base rurale avere una influenza enorme l’impostazione religiosa e l’aspetto meditativo. Non esiste la grande distribuzione e non esistono supermercati in Nepal: i generi alimentari arrivano da piccolissimi fornitori, nello specifico contadini, allevatori, fattori. Le banche esistono ma hanno una gittata estremante limitata, pensata più per gli occidentali turisti che per i locali, i quali si fermano davanti agli sportelli bancomat a capire cosa mai siano quegli aggeggi che sputano fuori soldi. Anche la moda occidentale pare lambire assai poco il Nepal: gli uomini vestono più o meno alla occidentale ma le donne girano ancora avvolte in magnifici “sari” colorati








ben 13 anni fa nel 2005, in compagnia della cara amica Annalisa e di mio zio Umberto, finimmo per legare con una esperta guida tibetana locale, Shiva Simkhada. Il Nepal è uno dei pochi posti della terra dove ha un senso a mio avviso affidarsi ad una guida: non stiamo mica parlando di una scontata guida turistica, qui il ruolo riveste uno spessore culturale, ci sono gli “sherpa”, coloro che sanno condurti negli anfratti e per i sentieri accidentati di questo paese a buon titolo definito “il tetto del mondo”. Lo sherpa è qualcosa a metà tra una guida ed un maestro dell’anima. Se vuoi capirci qualcosa di questo pezzo di mondo insinuato su montagne 4 volte più alte delle Alpi, dove si fondono le divinità hindu e quelle buddiste, dove Buddha è fisicamente nato e ogni villaggio pare un mondo a se stante, non leggere internet: trovati uno sherpa. 
Quindi ora ho davanti una settimana poco meno per godermi la magnifica Katmandu, uno dei posti piu belli della terra
con la sua Durbar square che è forse la piazza più bella del mondo
ma sarà alla fine mio amico sherpa Shiva a condurmi tra le montagne eterne,
di fronte al tetto del mondo, dove potrò dare un senso finale a questo magnifico viaggio e portare finalmente a casa qualcun’altro che è con me sin dalla prima tappa, dalla Thailandia. Pare essere passato un secolo .
Avanti così, solo le montagne non si incontrano mai più. Lassù sulle nevi eterne dell’Everest, l’orizzonte perduto comincia a dipanarsi
e riassume tutto sommato bene due parti distinte ed assai diverse della stessa giornata legato tra loro da un aereo, quello che mi conduce da Hue in Vietnam a Bangcock in Thailandia , da cui l’indomani ripartiró con un nuovo aereo verso una nuova tappa.
dunque il risveglio avviene nella città di Hue, luogo che non ha alcun altro motivo di visita se non la magnifica cittadella reale che sorge vicina l’insignificante paesone, nel quale ho il piacere di subire non uno ma due tentativi di furto nella stessa sera, uno solo dei quali andato parzialmente a segno, nel senso che il primo l’ho schivato con la sensibilità di pacca alla Tiziano Ferro che mi ritrovo mentre stava sfilando il portafoglio, per il secondo dove erano in due in una strada buia mi sono accordato per la consegna ai due furfanti di una somma ragionevole per così dire (una 60€ con cui compreranno tante medicine per la propria cura e quella dei loro familiari). Ma tant’è, capita e non è che qua uno può girare il mondo con la forma mentis di un drappano che vota Salvini e trarne odiose conseguenze. Capita, come dicevo.
si tratta di un sito bellissimo, una sorta di reggia di Versailles di un imperatore locale,che provó a spostare la capitale da Hanoi, qui a Hue ed operare una prima riunificazione del Vietnam intorno alla fine del Settecento
secondo uno schema abbastanza ricorrente nei templi e nei palazzi reali di questa area di mondo, la Cittadella è fatta a livelli concentrici uno dentro l’altro,
passando da quelli esterni dove stanno i cortigiani per arrivare poi a quelli dei mandarini e dignitari di corte,
fino alla corte più interna, dove siede il re e e gli altri unici uomini oltre lui ammessi sono gli eunuchi preposti alla cura dell’harem. Si tratta di un luogo dal magico nome di Città Purpurea Proibita 
E se al posto dei raffinati eunuchi di corte ci mettiamo i famigerati kathoi thailandesi dalla proboscide basso-ventrale talvolta poco intuibile, forse può tentassi questa strana equazione tra la cittadella reale di Hue in Vietnam e la capitale Thai. Dovendo stare solo una notte, scelgo la via definita con eccessiva enfasi “the centre of backpacking universe” nel fortunato film “The beach” con Leonardo Di Caprio. Beh, diciamo che per dover essere il centro dell’universo dei viaggiatori zaino in spalla, Khaosan Road è un luogo un po’ troppo turistico e banale, con ristoranti dozzinali, venditori di ogni cianfrusaglie, discoteche con musica a palla, bancarelle che vendono scorpioni e tarantole fritte e gli immancabili ircocerci thailandesi metà donna e metà pomo di Adamo che adescano turisti ubriachi obnubilati dal non vedere le troppe protuberanze del loro partner per una notte.