Dove nascono i giganti- giorno 3: Far oer, ultima Thule o ultimo paradiso?

Già , come direbbe Marzullo, la domanda NON nasce spontanea, perché quello delle Far Oer identicate come la mitologica “Ultima Thule” è un punto di domanda cui non so dare ancora una risposta e spero di riuscirvi strada facendo; tuttavia l’interrogativo iniziale si arricchisce di un nuovo fattore messo a fuoco non appena sbarcato dall’aereoanzi ancora prima, nel corso di un assai suggestivo volo di avvicinamento a questo remoto arcipelago

Insomma viene da domandarsi subito : “ma queste Far Oer sono o non sono il Paradiso?” La bellezza divampa subito agli occhi prepotente, un senso di smarrimento coglie lo straniero che tocca terra qui, pervaso dalla sensazione di essere giunto alla fine del mondo o forse su un altro pianeta inesplorato.

Ecco, dovendo rispondere alla domanda se questo sia o meno il paradiso, direi di no: il paradiso è da sempre descritto come un luogo accogliente, dalla natura dolce e radiosa. Le Far Oer sono sin da subito tutto tranne che questo. Muraglie aguzze di roccia vulcanica si ergono dinanzi al visitatore come strati di un golgota infernale o meglio come balze di un inferno dantesco , ammantate solo di un verde indistinto manto d’erba che le copre in ogni centimetro. Un tappeto universale ma anche unico, nel senso che alle Far Oer cresce solo e soltanto erba. Non una pianta, non un solo albero in nessuna delle 18 isole: il vento che le sferza prepotente, la pioggia che si riversa copiosissima per 300 giorni all’anno, la salsedine delle mille tempeste che qui si scatenano, non rendono possibile la crescita di alcuna altra forma di vita. Anche tra le specie animali, non vi è alcun mammifero autoctono delle Far Oer, persino le pecore che brucano l’erba a milioni non sono originarie di qui

A proposito di mammiferi, le balene nelle acque circostanti si agitano in gran numero, dando il pretesto agli indigeni per un caccia fusa con una sorta di ritualità religiosa che per secoli ha costituito la unica base di nutrimento

Ecco un’altro punto di rottura col Paradiso: li la vita è immaginata come serena e dolce, come in un soleggiato giardino ricolmo di frutti; alle Far Oer la vita è sfida. I villaggi sparuti siedono in fondo a profondi fiordi ove provare a ripararsi dalle mille tempeste che la depressione nord-atlantica qui scatena . Le case , persino le case hanno i tetti ricoperti di uno strato di erba spesso, che da un lato inumidisce il tetto ma dall’altro evita guai peggiori

in quanto che l’erba fa scivolare via la gran parte della massa d’acqua che vien giu dal cielo e che la Corrente del golfo gentilente recapita qui. In tale fenomeno risiede tra l’altro la possibilità che queste isole, situata ad una manciata di miglia dal circolo polare artico possano essere, seppure a fatica, abitabili dall’uomo: senza la Corrente del golfo che risale calda dal mar dei Caraibi, posti come le Far Oer o l’Islanda situati a latitudini così alte sarebbero del tutto inabitabili. Immaginatevi che alla stessa latitudine in Nord America, dove detta corrente calda non arriva, giacciono in Canada luoghi come la Terra di Baffin o il Nunavut, abitati solo da orsi polari e da qualche coraggioso eschimese.

No, non è questo il Paradiso almeno per come siamo abituati a rappresentarcelo noi occidentali. Ma di certo siamo in un luogo dalla sconvolgente bellezza, un luogo che atterrisce lo spettatore il quale, nel contemplare queste montagne che si ergono come a strati dall’oceano, crede di essere giunto alla fine del mondo o su un altro pianeta. Le Far Oer sembrano uscite in effetti dalla penna di uno scrittore o un regista di fantascienza, mi hanno ricordato sulle prime le ambientazioni di quel film di Nolan “Interstellar” o ancora meglio quelle di una fortunata serie tv di cui non sono un appassionato ma che riscuote enorme successo, quel “Game of Trones” con le sue atmosfere da saga norrena. Ecco appunto le saghe e la mitologia norrena costituisco forse la chiave di volta per capire queste isole. Chissà, magari in quella cosmogonia il paradiso corrisponde ad un posto così. Lo scopriremo strada facendo . Per adesso di strada ne faccio non poca io bordeggiando il lago di Miovagur fino al punto in cui incontra il mare , separato solo da un segmento di roccia. Le isole intorno circondano la visuale come i denti di una balena, gli uccelli volano tutto intorno con versi del tutto diversi da quelli del bacino del Mediterraneo, e non potrebbe essere altrimenti visto l’ecosistema del tutto differente e di influenza sub-artico. Ci sono sterne polari,sule artiche e pulcinella di mare, che vedrò domani in gran numero in un’isola vicina.

Per adesso me ne ritorno coi piedi gonfi nel vicino villaggio di Sandavagur, dove col mio solito culo ho beccato una guesthouse divina con una stanza che pare affacciata sul Paradiso.

Anzi no, quello abbiamo detto di no: se non possiamo chiamarlo Paradiso, diciamo che è la fine del mondo, che anche geograficamente non è proprio inesatto. Qualcosa mi dice che questo sarà un viaggio che ricorderò per tutta la vita

Dove nascono i giganti- giorno 2: la Palilletta di Andersen

Che debba essere una giornata bizzarra lo si intuisce già dal mattino, quando nella sala colazioni del piuttosto anonimo albergone ove alloggio, litigo con due esponenti di un categoria a queste latitudini numericamente molto consistente: i metallari. Certo non si può dire che non me le vado a cercare quando, a loro che siedono arcigni e bisunti al mio stesso tavolo, mi viene in testa di far notare che non sia tanto il caso di continuare a consumare il desco con la bocca aperta come un otre. I due, ormai sulla cinquantina e piuttosto malandati nondimeno fieri ed impettiti nelle loro casacche inneggianti agli Iron Maiden e a qualcosa ricollegabile ad una prole di Satana, nell’udire le mie parole dapprima sgranano gli occhi fissandosi l’un l’altro, poi sempre con un rapido e reciproco consulto visivo credo che decidano chi dei due debba incaricarsi di rispondermi: lo fa il figlio putativo di Satana per così dire, il quale prende a far librare un cucchiaio da cucina nell’aria a mo’di scimitarra turca per poi ammonirmi in un inglese metallico con parole che Google translate riporta così: ” Gentile messere dignitario esponente della stimata comunità Lgbt, al sol proferire di un altro vocabolo mi vedrò costretto mio malgrado ad espettorare la preziosa infusione arabica che sorseggio sul suo viso ameno nonché sulle sue vesti, la cui foggia pregiata disvela ancor più la sua già rimarcata posizione di eminenza all’interno della stessa comunità Lbgt. Quanto all’argenteo arnese da desco che or brandisco tra le mani, esso ben potrà rivelarsi idoneo ad un esame coloniscopico della sua persona” …….L’amico fan della Vergine di acciaio gioca a fare un po’ la parte del poliziotto buono, osservando con aria più morbida e conciliante la scena, per poi chiosare sul finale con un bel sonoro innescato dalla birra che sta sorseggiando con cupidigia (sono le 8 di mattina…): “buuuurp”, spara un rutto a chiusura della sparata del suo amico che assomiglia a quel brocardo latino “Roma locuta, causa finita”. Sulle prime penso che forse possa essere una buona idea il rammentare i miei trascorsi come radio dj di un programma rock tendente al sacro metallo, ribattezzato “Sunset cafe” e che sul finire degli anni ’90 mi valse un posto provvisorio nell’Olimpo dei metallari, ma soprassiedo. A stemperare la tensione, o forse ad amplificarla ci pensa un impiegato dell’albergo di origine orientale, lui si membro eminente della comunità Lbgt, il quale è incaricato di riscuotere le somme per tutte le pietanze extra non incluse nel buffet (la maggior parte invero); e visto che a queste latitudini hanno pressoché abolito il contante, lui passa all’incasso direttamente col post tra le mani, certificando ad ogni yogurt o frittata il charge di un extra con la frase “pin-pin-pin-pin”, quello da digitare sul Pos appunto. La cosa infastidisce ulteriormente i metallozzi che prendono ad apostrofar anche il poverino in malo modo.

Direi che è abbastanza e si è fatta ora per passare alla visita della splendida Copenaghen. E si va: in bici si attraversano le vie del centro storico e monumentale col Palazzo Reale

Il bellissimo lungo mare con quella perfetta simbiosi tra vecchio e nuovo, fino ad arrivare al Kastellet con l’immancabile visita alla Sirenetta: quel che mi colpisce, al di là della folla di turisti orientali chiassosa e indisciplinata, è la visuale di una sorta di inceneritore giusto lungo la prospettiva. Ma anche esso riesce ad inserirsi in quel connubio di antico e moderno cui è informata la città è paradossalmente non stona, anche perché è da supporre funzioni benissimo . È tempo di un ottimo “smorrenbrod”sul canale di Nyhavn

Il pomeriggio è invece dedicato a due attrazioni in qualche modo simili: il parco-giochi ribattezzato Tivoli’s garden, proprio nel centro cittadino, e il quartiere- comunità Hippy di Christiania, a suo modo un parco-giochi anch’esso.

Il Tivoli’s garden esprime in un certo senso a pieno la filosofia di vita scandinava, quel welfare per cui si lavora in efficienza e ci si concede poi del sano ristoro all’aria aperta, quando il clima lo consente. Tra giostre e montagne russe tutte costruite in legno e con gusto retró che concede poco alla tecnologia e alla finzione degli effetti speciali , si alternano concerti ed esibizioni d’arte, e tutti paiono stare bene

Per arrivare a Christiania si deve attraversare il ponte e costeggiare la reggia di Cristianborg; ed accanto a tanta eleganza ecco apparire un altro segno distintivo del welfare scandinavo: un quartiere di tolleranza, dove agli aderenti è consentito vivere a regole diverse e assai più permissive: a Christiania si consumano liberamente droghe leggere e vive una nutrita comunità di hippy da ogni angolo del globo.

Ma attenti che come la foto par suggerire ci si può lasciar la Pelle! Eccedo con la birra e altri gadget e ci metto un’ora a trovare l’uscita dove ho messo la bici, quella che reca questa scritta

“Ora state rientrando nell’Unione Europea”, lasciano Christiania e la sua scanzonata licenziosità. Sarà una critica all’Europa delle troppe regole . Per inciso stavo pure per abbuscare da un hippy perché, ignaro di una regola che vieta le foto qui, ne stavo scattando una proprio a “pusher street”, la avenue principale di questo posto bizzarro e francamente un po’ malandato

La sera mi consolo con altri ottimi (anzi discreti dai) pasticci di gamberi e aringhe in salse al rafano su questo pane di segale e poi finisco a bere al tavolo di una banda di simpaticoni norvegesi cui è andato bene un grosso affare con l’importo del parmigiano italiano e sono in vena di festeggiamenti. Concludo con una annotazione piuttosto maschilista circa la Sirenetta, anzi la Palilletta giacchè dalla foto si può chiaramente percepire come la piccola non abbia saputo resistere al fascino del vecchio Palillo: l’annotazione è che a tette sto messo meglio io

Dove nascono i giganti- giorno 1: Kissing Copenaghen

Credo che sia possibile identificare una categoria di persone, piuttosto trasversale e ben rappresentata, nella quale mi sono sovente imbattuto: parlo di coloro che considerano la propria automobile non già un necessario mezzo di trasporto o strumento di lavoro ma qualcosa di ulteriore, una sorta di prolungamento del proprio corpo o anche del proprio spirito, un ingombrante ammennicolo attraverso cui estrinsecare l propria personalità. È gente che instaura col proprio veicolo un rapporto osmotico che prescinde dal lavoro o dalla necessità effettiva, qualcosa di analogo a quello che ormai succede ahimè sovente coi nostri smartphone ma un’automobile è qualcosa di evidentemente più ingombrante . E’ chiaro che non avendo io mai guidato nemmeno una Fiat 126, riesco in modo più nitido a tratteggiarne un ritratto. Cominciano col farti notare come un’automobile sia uno stato potenziale di libertà, qualcosa che conferisca la libertà di fare ciò che vuoi, proprio in viaggio quando essa attribuisce una teorica possibilità di spostamenti illimitati. E detta così, può apparire una considerazione tutto sommato condivisibile: il problema è che ben presto ci si rende conto di come l’automobile sia per essi esattamente il contrario ovvero un fardello mentale da cui non riescono mai a liberarsi,’un cordone ombelicale cucito in qualche concessionaria o qualche mercatino dell’usato sicuro ormai impossibile a recidersi. Conosco persone che pur apprezzando Capri anzi amandone alla follia la sua bellezza, arrivano al paradosso di non preferirla come meta di vacanza per la inutilità sul suo territorio di una automobile, per quel “dovermela fare a piedi” che li fa sentire inappropriati e osservati. Il punto più alto ad ogni modo ritengo lo si tocchi nel capitolo dei corteggiamenti amorosi, quando , probabilmente in eterno ossequio alla fortunata serie tv “Fonzie” ,apparirebbe imprescindibile un bolide con cui andare ad aspettare e caricare la tua pupa, che a sua volta mai uscirebbe con un “appiedato”, locuzione equipollente a sfigato. Mah, se qualcuno tra voi ritiene di poter essere affetto dalla patologia testè descritta, allora vi consiglio con urgenza una bella terapia disintossicante qui a Copenhagen.

Una grande città, una capitale europea dove il traffico veicolare è un problema ormai ascritto al passato e le automobili sono ridotte ad assai esigua minoranza nei confronti del mezzo di trasporto nettamente predominante: la bicicletta. In tutta la città (e se ho ben capito in tutta la Danimarca) non esiste un solo metro di strada asfaltata non adibito a pista ciclabile, e il dato appare stridente con le città italiane, dove le prime timide aperture di piste ciclabili urbane da parte di amministrazioni più coraggiose vengono lette come pericolose e improvvide sottrazioni di spazio alla razza padrona degli “automuniti”.

Ma Copenaghen costituisce un modello avanzato e progressista sotto tanti punti di vista: basterà trascorrervi poche ore per intuire la alta qualità della vita che bagna i suoi abitanti, dai servizi efficienti alle mille opportunità culturali garantite a costi e possibilità sostenibili, come nel caso del “Black diamond”,

futuristico edificio appoggiato sulle acque che ingloba la antica biblioteca reale ed è aperto alla fruizione libera con computer e collegamenti multimediali che permettono la consultazione e persino la traduzione di antichi testi.

Un modello di “welfare” quello danese direi ben funzionante e perfettamente amalgamato ai suoi abitanti, nonché in continua evoluzione: molto meglio che altrove, Copenaghen appare un modello di un’integrazione con altre culture e dove “i nuovi arrivati” appaiono perfettamente inseriti nel tessuto sociale.

Se poi c’è pure il sole (ed in questa stagione splende e bagna i bei palazzi settecenteschi e i tanti prati fino circa alle undici di sera), beh allora non montare sulla bici e partire senza sosta ad assaggiare questa bellissima città, che vi sembrerà di baciare per quanto è dolce ed ospitale

Dove nascono i giganti- Prologo

Diario di viaggio nelle remote Isole Far Oer

Quando Virgilio nelle sue “Georgiche” dedicò un verso alla mitologica “Thule”, chissà se avesse mai immaginato il mito senza tempo e latitudine che avrebbe ingenerato nei secoli a venire. Già, perché quello di “spes nostra ultima Thule” era il motto, il grido di speranza più che altro che i marinai dell’antica Roma urlavano allorquando le triremi dai loro bicipiti sospinte varcavamo le Colonne d’Ercole, collocabili geograficamente con l’attuale stretto di Gibilterra. La “ultima Thule” doveva appunto nell’immaginario marinaresco rappresentare una terra situata a nord, molto più a nord di tutte le terre conosciute, quindi oltre la terra di Albione e le coste dei Caledoni (odierna Scozia). E cosa c’è più a nord, in grado di offrire un ipotetico riparo dalle onde oceaniche e dai venti gelide a marinai alla deriva? Non molto, a guardare una carta geografica (che da quei tempi ad oggi non deve poi essere cambiata molto): Groenlandia, Islanda e…e poi ci sono questi aguzzi sassi lanciati in mezzo al mare, che a metterci molta buona volontà possono essere considerati pure un arcipelago e che costituiscono la meta del mio viaggio appena iniziato. Per voi che leggete, se ne avrete già intuito il nome vorrà dire allora che siete dei fenomeni in geografia e/o dei fanatici del calcio, giacché la rappresentativa nazionale di questo micropaese concorre sempre alle qualificazioni europee con risultati talmente risibili da suscitare solo simpatia e curiosità.

Insomma mi sto andando a cacciare alle Isole Far Oer, 18 schegge di roccia vulcanica saltati fuori nel nulla del mare del Nord, tra Islanda e Norvegia, appena a ridosso del circolo polare artico. Sono state un possedimento danese e difatti sono alla Danimarca tutt’ora collegate amministrativamente anche se sorgono lontanissime da questo paese, come la Groenlandia del resto, entrambe reminiscenze del glorioso passato da navigatori vichinghi dei figli di Re Cristiano.

Ma le Far Oer, coi loro sbalorditivi paesaggi che si schiudono ai naviganti nel bel mezzo di uno dei tratti più flagellato da venti e tempeste dell’Oceano, hanno da sempre alimentato una serie di miti e leggende in quelli (non molti in verità) che sono riusciti fin qui a giungere. Tutto fieno in cascina per me che amo sempre legare i miei viaggi ad un tema mitologico: in pratica qui ho l’imbarazzo della scelta. Le Far Oer potrebbero essere certo la “ultima Thule” di Virgilio e dei poveri marinari romani infreddoliti su triremi alla deriva; potrebbe altresì essere la Terra Iperborea dei Greci ove si irradia una perenne luce e vive un popolo di uomini altissimi dotati di forza e saggezza sovraumana (si tratta di un mito ripreso e distorto in chiave “ariana” all’epoca dai nazisti e tutt’ora dai babbei di Casapound).

Ma ad avventurarsi in queste terre semi-inesplorate e volerne scegliere la mitologia aderente e caratterizzante, non si può che pescare in quella di coloro che sicuramente vi sono arrivati e di esse hanno segnato la frammentaria storia che si interseca appunto col mito. Sto parlando appunto dei Vichinghi e della mitologia norrena, che qui alle sperdute Far Oer trova ancoraggio per decine e decine di pagine di quelle saghe e quei culti. Figuriamoci che la capitale delle Far Oer, che conta non più di 4000 anime in verità, è intitolata a Thor, Thorshavn, che significa appunto il porto di Thor, perché pare che da queste parti il biondone col martello sia passato spesso nelle sue peripezie da Ulisse dei mari del nord. A proposito di Odissea, qui alle Far Oer abita anche il mito delle Kopakonan, le donne dalle sembianze di sirene note più a sud sulle coste scozzesi e irlandesi anche col nome di Selkie. Ma soprattutto, avuto riguardo ai luoghi e alle descrizioni, da queste parti pare che sia avvenuto il Ginnugagap, il “Big Bang” primordiale della mitologia norrena da cui nasce il primo essere vivente, Ymir: un nome che significa “mormorio” o forse “doppio”. Durante un suo sonno nascono da una sua ascella due figli, che accoppiandosi poi incestuosamente danno luogo alle razze dei Ymbrusar, giganti delle nebbie e delle brume, e dei Ayutamana giganti del fuoco, che si combattono incendiando con lava e disseminando di bruma una terra perennemente avvolta tra le nebbie. Quando Odino, padre di Thor, uccide Ymir e la sua turoe discendenza incestuosa, il mare si colora di sangue e resta tale per tre settimane, ma chi beve quel sangue darà alla luce una nuova progenie che ripopolerà quelle terre ostili……Ogni dato coincide: le Isole Far Oer sono la terra dove nascono i giganti.

Anime morte – Giorno 3: Across Galicia

Comprendere una città è per quanto mi riguarda impensabile senza aver visto anche il territorio che la circonda. La regola conosce forse l’eccezione delle metropoli, che il territorio circostante finiscono per fagocitarlo e per diventare qualcosa di avulso e a se stante rispetto allo stesso. Ma la bellissima Leopoli, per fortuna direi, una metropoli non è e così appare visceralmente legata al territorio che la circonda, che va sotto il nome di Galizia. Esiste una regione dal nome analogo anche nel nord della Spagna (dove tra l’altro conto di andare a breve) ma qui siamo in Ucraina, nella zona lungo il confine nord-occidentale con Polonia e Bielorussia. La Galizia è molto più che una suddivisione amministrativa ed è qualcosa di ulteriore anche rispetto ad una semplice regione: è una micro-nazione dall’identità assai accentuata e confortata dalla storia, nel senso che per lungo tratti è stato un regno indipendente e solo in un passato assai recente annessa all’Urss e poi all’Ucraina. Quello galiziano era un regno che conobbe la sua massima prosperità nel medioevo, talmente florido da riuscire nell’impresa, sconosciuta a tutti i territori circostanti, di riuscire a respingere l’invasione mongola. Ma minor fortuna ebbero i galiziani contro un altro invasore, il vicino regno di Polonia che intorno al 500 riuscì ad annettere questa regione. Ma ben presto la Galizia insorse e recuperó la sua indipendenza, in un’ epica assai celebrata nella letteratura e nei monumenti locai. Fu parte poi dell’impero asburgico e meta assai amata dall’imperatore Francesco Giuseppe, che sovente si recava a Leopoli anche per gustare il suo piatto preferito, una sorta di bollito di vitello cotto in due diferenti zuppe, una al sedano e un’altra speziata con cipolla. La mia opinione su sta zuppa Francesco Giuseppe? Fa schifo al kaiser, è proprio il caso di dirlo. Ad ogni modo Leopoli conobbe sotto la casa di Asburgo un nuovo fulgore e a quell’epoca risalgono gran parte dei bellissimi palazzi di cui è adornata, in numero esponenziale, la città. Alla dissoluzione dell’Impero Austro-ungarico, la Galizia conosce vicende alterne, finendo prima di nuovo entro i confini polacchi, poi andando incontro ad un’effimera indipendenza ed essendo poi occupata dalla Germania nazista, che impose qui un regime collaborazionista assai feroce e guidato da un personaggio estremamente controverso, un certo Stefan Bandera la cui vita, al netto degli orrori di guerra di cui fu capace, potrebbe ispirare una Spy-story alla James Bond. Con la caduta del nazismo, la Galizia viene fagocitata nell’Urss per giungere fino alla storia dei giorni nostri.

Mi risolvo dunque ad un veloce sguardo d’insieme sulla Galizia, provando a raggiungere un sito chiamato Kamianets-Podilsky situato a sud, ove sorge un bellissimo castello popolato da fantasmi, dicono. Ma commetto un banale errore: fidarmi degli altri. Viaggiare in campagne sperdute a bordo di pulmini sgangherati è un must che negli anni ho fatto mio e cominciato ad amare, ma so perfettamente che bisogna fare tutto da se, verificare sul posto di persona, mai delegare. In tal senso l’ultima cosa da farsi era chiedere alla zelante receptionist dell’albergo gli orari della corriera per questo posto, ed infatti me li fornisce sbagliati e arrivo all’autostazione un minuto dopo la partenza dell’ultimo bus utile per questo luogo dal nome quasi impronunciabile . E allora? Si cambia, verso un’altra meta che pure avevo messo nel mirino, in direzione opposta andando a nord, quasi al confine con la Bielorussia, ove sorge la storica città di Lutsk. Quattro ore di bus in una campagna poverissima fino a destinazione: una città sovietica di orribile impatto sulle prime, ma con un ben conservato centro storico medievale zeppo di imponenti chiese, e soprattutto un bellissimo castello.

Bello davvero perché sviluppato con un’architettura da vero accampamento militare, con un’enorme piazza d’armi adornata da possenti bastioni. Qui nel 1429 fu incoronato un sovrano lituano dal nome bizzarro, Vytauto, ed alla cerimonia furono invitati i sovrani di mezza Europa che diedero vita ad un memorabile banchetto che andò avanti per una settimana. Forse perciò, con una punta di ironia, quella assemblea fu ribattezzata la Dieta di Lutsk, che governó sull’area per qualche secolo, conferendo in effetti una certa influenza lituana alla città, che pare assai più nordica e algida rispetto alla non lontana Leopoli.

La Dieta, per così dire, continua nel castello ancora oggi, nel senso che al mio arrivo vi trovo in pieno svolgimento il Lutsk food festival, e vai con mangiate a strafottere e carne alla brace come se non ci fosse un domani.

La rassegna culinaria pare davvero un banchetto medievale con animali quasi interi infilzati su spiedini e autentici contadini che portano prodotti assolutamente autentici dalle campagne circostanti.

E devo dire, circa la gastronomia locale, che la scelta migliore da farsi è appunto quella di puntare su pietanze e locali rustici: una abbondante grigliata di carne con verdure o un piatto di gustosi ravioli locali sono a mio avviso il meglio che la cucina locale possa offrire. La moda assai in evoluzione anche qui di ristoranti con menu sofisticati che pescano nella tradizione aristocratica e la rivisitano con trovate bizzarre dello chef non da luogo a risultati apprezzabili da queste parti. Parlavo di tradizione aristocratica perchè anche qui, dopo la abbuffata del pranzo, finisco la sera in un posto chic dove servono il piatto preferito, a sentir loro, da un altro regnante. Qua gli chef si ingroppano con sta cosa, sentita anche dalle parti nostre, del “piatto che deve andare annanz’ o Re” Così dopo la sbobba di Francesco Giuseppe, mi tocca il piatto preferito da un tizio chiamato Sigismondo, re lituano anche lui prima di finire nel tauto ed abdicare appunto in favore suo figlio Vytauto. A Sigismondo piaceva mangiare l’anatra in una zuppa di patate e mele, aromatizzate col timo e abbuffata di burro…… A Sigismo’, a prossima vot’ cucino io…

Anime morte – Giorno 2: Venere in pelliccia

Se siete tra coloro che dal loro partner amano essere picchiati, schiaffeggiati, fustigati, scudisciati, scamazzati come un cracker, avviluppati in mille legacci al letto a mo’di braciola……beh allora prima o poi dovrete venire in pellegrinaggio a Leopoli! Già, perché qui nel 1836, quando la città si chiamava Lemberg ed apparteneva all’impero asburgico, nacque da nobile famiglia austriaca Sua Eminenza il conte Leopold von Sacher-Masoch, più brevemente noto per essere il conte Masoch e per le sue mille porcellonerie da cui trae origine appunto il “masochismo”. Per la verità appare improprio definirlo un porcellone giacche pare si sia trattato di un fine esteta, ricercatore del piacere in una sua chiave artistica oltre che sensoriale. La sua vasta ma non troppo nota produzione letteraria tra l’altro è incentrata in gran parte su testi filosofici e politici, da assertore del panslavismo e filo-semita. Ma ciò a cui deve la sua fama è senz’altro la sua eccentrica ma non troppo lunga vita (morì a 60 anni) di giramondo, un po’ intellettuale un po’ libertino, a zonzo per le corti europee, inclusa quella italiana a cui lega la sua vicenda più celebre, quella poi narrata nel romanzo “Venere in pelliccia”, (divenuto poi anche il titolo di una canzone dei “viziosi Velvet Underground ed anche di un film di Roman Polanski) Si, perché il nostro bel conte stipulò un vero e proprio contratto scritto con la sua amante, un’altra nobilastra chiamata Fanny Pistor: l’accordo prevedeva per una durata di mesi sei la sua riduzione in schiavitù nei confronti della baronessa, che lo avrebbe sottoposto ad ogni sorta di umiliazioni e chiamato non Leopold von Sacher, che faceva troppo signorotto con la puzza sotto al naso, ma Gregor, tipico nome da maggiordomo-schiavetto. E la saga della baronessa e del suo Gregor cominció proprio su un treno che da Graz, in Austria, li conduceva a Venezia, dove lei viaggiava in una cabina signorile è il povero Gregor in terza classe insieme agli emigranti, per poi andare a dare ogni tanto una botta alla baronessa a suo comando quando il treno entrava in galleria…..Insomma un personaggio alternativo e a suo modo di rottura nel mondo cattolico e bacchettone assai del tardo Impero austro-ungarico. Una vita che pare uscita da un quadro di Klimt!

Tra l’altro il conte è fatto oggetto di un culto ancora assai attuale, soprattutto tra le donne sebbene non sia un mistero la sua patologica e dichiarata misoginia, e la sua statua è visitata e omaggiata da centinaia di visitatori ogni giorno. Dinanzi ai miei occhi ho visto ad esempio un bel femminone suppongo tedesco sfilarsi le calze ed apporle come dono al collo e poi ai piedi della scultura.

Il caso tra l’altro ha voluto che la statua di Masoch andasse a stare giusto giusto sotto la finestra della camera dell’albergo, peraltro bellissimo, dove soggiorno . Si, il Vintage Hotel, un luogo arredato con cura e gusto rari ma non proprio la location ideale se siete tra quelli che sobbalzano al minimo rumore, perchè qua tra curiosi, amanti del sado-maso che inneggiano e declamano versi a Masoch e musicisti di strada, non si azzecca palpebra fino a notte fonda. Ah già, i musicisti di strada: ieri ne avevo tratteggiato con paroloni gonfi di romanticismo l’emozione del vederli suonare…..oggi diciamo che già la percezione è un po’ mutata e dal cuore ci si sposta un po’ più in basso, dalle parti della uallera, abbastanza scartavetrata da questi che latrano ininterrottamente sotto la finestra, con lui che non azzecca nota e lei che pretende di cantare le hit di Adele e dei Cranberries con sta voce da vajassa che litiga con la vicina mentre stende il bucato. Vabbè, orsù dai, non è che sia venuto qui per dormire né per impelagarmi in ste polemiche da settantenne tedesco in camping sul lago di Bolsena, e quindi vado anche io a lanciarmi nella misteriosa notte di Leopoli, pervaso dallo spirito del conte che abitava proprio sotto la mia finestra, Leopold von Sacher- Palilloch!!!!!

La Testa mora – giorno 3: il Deserto delle Agriate

Cominciamo col mettere in chiaro una cosa: stiamo parlando di un luogo dalla bellezza mirabolante, forse tra i luoghi più affascinanti dove sia mai stato.

Quello di “Deserto delle Agriate” è il nome dato ad una vasta area costiera della Corsica appena ad ovest del Cap Corse, in un’area che va dalla cittadina di Saint Florent alla Ile Rousse. Ecco considerando la Corsica come una mano e il Cap Corse come il suo dito indice

Il porto di Saint Florent ed il Deserto stanno proprio all'”attaccatura” del dito alla mano, ed è li che arriviamo attraverso una strada panoramica che costeggia tutto il Cap Corse da est a ovest attraverso una processione di tornanti da far girare la testa

Soffia un libeccio impossibile che spezza i rami e smuove le pietre: qui quel vento che in Francia chiamano “mistral” arriva con più forza che mai, partendo dall’Atlantico e incuneandosi tra i Pirenei e il Massiccio Centrale in quella che viene definita la “porta di Carcassone”. In effetti questa funge a mo di galleria del vento naturale, canalizzando il vento e sparandolo poi fuori sul Mediterraneo a velocità doppia

La punta nord della Corsica è la prima fermata, il primo bersaglio di ogni perturbazione atlantica che entra dalla porta di Carcassonne e il paesaggio non può che risentirne: qui attecchisce un tipo di macchia mediterranea peculiare, conosciuta col nome di “Gariga”, fatta di arbusti bassi e assai folti, in cui la fanno da padrone mirto e lentisco. Attecchisce su superfici calcaree come questa e trova corrriaspondenti in Provenza e nella Maremma italiana .

Il Deserto delle Agriate deve il suo nome alla circostanza che si tratta di un’area priva di strade ed edificazioni, non certo all’assenza di vegetazione o corsi d’acqua, questi ultimi assai numerosi .

Per la sua natura isolata, negli anni’ 60 il governo francese aveva individuato questo addirittura questo come sito per gli esperimenti nucleari, poi per fortuna hanno ripiegato su altri luoghi del mondo da appestare, tipo sfortunati atolli polinesiani frammenti dell’antica grandeur francese come Mururoa .

Il Deserto è davvero un luogo magico, da percorrere su sentieri immersi in una natura dal profumo inebriante intervallata da corsi d’acqua che si gettano in baie cristalline. In alcune di esse si riproducono persino le tartarughe marine

Un consiglio: visitatelo in primavera quando non fa caldo e la Gariga in fiore: ritengo che d’estate il caldo possa essere torrido e la vegetazione troppo secca

Le Desert des Agriates, un posto magico

La Testa mora- giorno 1: la città di Modigliani

“La città di Modigliani” è Livorno, che diede i natali ad uno dei miei artisti preferiti nel 1884

ed è oggi la tappa di partenza di un breve viaggio, della durata di un week end o poco più, ancora in Francia, questa volta nella sua propaggine insulare meridionale: la Corsica, che per la verità di francese ha a mio avviso molto poco o per lo meno ha così tanto di proprio da elidere la condivisione con ingombranti vicini. Ad ogni modo dicevano di Livorno, da cui si parte

Si tratta di una città che desideravo vedere da tempo, attratto dalla sua “alterità”, dall’essere cioè qualcosa di diverso e anomalo in una regione tempestata dalla bellezza come la Toscana. In effetti se ci si ferma solo alla regione di appartenenza, Livorno difficilmente può catturare lo sguardo se paragonata a Firenze o Siena, Lucca o San Giminiano, la campagna del Chianti o la eterna rivale Pisa. Nondimeno, nel suo essere fuori dalle principali rotte turistiche, Livorno conserva una sua originalità ed un suo carattere, una sua forza primigenia direi, che gli deriva dall’impronta di città portuale e a vocazione operaia. Figurarsi che qui nel 1921 è nato, ovviamente da una scissione, il Partito Comunista italiano

non in una metropoli come Roma o Milano dunque, e nemmeno in un polo culturale di riferimento come non so Bologna, ma in una piccola città a vocazione operaia come Livorno. Ed a ben vedere, forse, è l’unico momento o quasi in cui la sinistra in Italia è stata espressione appunto di istanze operaie, rimanendo per il resto ingabbiata in un ribaltamento di prospettiva tutto italiano, quello per cui la sinistra appunto attragga i radical chic della classe borghese (come me per esempio), mentre i ceti sociali più deboli finiscano sempre per propendere per idee reazionarie e di destra, tipo Mussolini, Berlusconi ed oggi la Lega. Ad ogni modo stop con sta politica, mica sono venuto qua per questo!

Son giunto qui altresì per perdermi nel centro storico di questa città, che sorge sui canali come Venezia ed infatti ne mutua il nome, nel senso che appunto il borgo antico di Livorno, il suo insediamento medievale viene chiamato “La Venezia”. È la seconda volta in meno di un mese che mi ritrovo in luoghi che rievocano o perlomeno vengono paragonati alla Serenissima: a marzo nelle Alpi francesi dell’Alta Savoia visitai la bellissima Annecy, e se quella era detta “la Venezia delle Alpi”, Livorno allora potrebbe essere “la Venezia dei poveri”, senza che la definizione assuma una connotazione negativa, anzi. Qui non regnano certo lo splendore e la magnificenza di Rialto o del Canal Grande, anzi è un incrociarsi di canali melmosi dal nome più crudo di “fossi”solcati da piccoli barchini da diporto, ma è un luogo assai più autentico e pulsante della algida ed asettica Venezia, a cui non è stato risparmiato certo il destino toccato a tutti i centri storici di città così belle: quello di diventare dei luoghi del tutto svuotati da quella che era la funzione originaria, abitati solo da facoltosi turisti che non vi vivono stanzialmente e soprattutto non vi lavorano, deprivando i luoghi di quella che era la sua funzione originaria, la sua ossatura. Nei centri storici di Roma, Firenze , Parigi trovi piazze del mercato dove non esiste nessun mercato, vie che rimandano a professioni che nessuno si sognerebbe di svolgere: dei “non-luoghi”, come li ha definiti Marc Auge. Qui a Livorno invece tutto “puzza” di vivo

La gente in questo centro storico vive e si questi canali ci lavora, ci pesca….e poi magari rincasa e cucina delizie come quelle dell’immagine di copertina, che ripropongo qui casomai ve la foste scordata

Questa roba qua si chiama “il caciucco”, nome che dovrebbe derivare dal turco “kucuk “, vale a dire “piccolo”. Quello mangiato in questa osteria era ad essere estremamente riduttivi eccellente: era qualcosa di afrodisiaco, inebriante, un viagra naturale. E lo stesso direi del crudo di mare e dello stoccafisso di questa eccellente osteria, il cui recapito sarò ben lieto di fornirvi se vi interessa . Ottimo anche l’hotel dove ho dormito

appena a ridosso del centro storico è affacciato sui canali, di ottimo gusto e prezzi contenuti, come anche il ristorante e tutto ciò che ho incontrato a Livorno, una meta dove tornerei volentieri.

Le nozze in Savoia – giorno 2 : la Venezia delle Alpi

Non brillerà per originalità il soprannome conferitole ma indubbiamente non appare inappropriato ne immeritato, giacché la piccola Annecy è davvero uno scrigno di bellezza raccolto intorno ai suoi canali come la Serenissima

Sorge annidata in un angolo di un magnifico lago alpino, nello spicchio dove il fiume Thiou ne fuoriesce dividendosi in molti rivoli e canali. Il paese sorge proprio tutto sui lembi di terra e le intercapedini di terra lasciate dal fiume, dando luogo a una urbanistica così singolare e deliziosa. È da ipotizzare che tale collocazione sia dovuta al fatto che li l’acqua del fiume, già dotata di una sua forza permettesse alle ruote dei mulini di girare e azionare i telai. In via del tutto teorica infatti ad Annecy sono ancora molto pubblicizzati prodotti di sartoria locale. Dico “teorica” perché francamente, a voler trovare un difetto al luogo, diciamo subito che ha un’impronta un po’ troppo turistica per garantire la genuinità di prodotti tipici e lavorati in loco, e la gran parte dei prodotti esposti, dai vestiti si cappelli per finire agli onnipresenti formaggi, “puzzano” un po’ troppo di cianfrusaglia per turisti scemi.Un passato di fervido artigianato e professioni antiche è comunque individuabile ad Annecy, nelle testimonianze dei suoi ben conservati palazzi.

Ma l’attrattiva che cattura lo sguardo e incanta rimane pur sempre la vieux ville con la sua disposizione fiabesca sui canali, tra i quali girare a zonzo

per ore fermandosi a bere un calice di vino o gustare una crêpes savoiarda (un’orgia di formaggio, come d’altra parte la fondue, la raclette e altre specialità locali).

Poi se proprio si riesce ad essere stanchi della città vecchia, si può sempre ripiegare sul bellissimo lago a poche decine di metri, incastonato tra le Alpi d dal colore verde smeraldo.

Estremamente gradevole anche l’albergo dove ho soggiornato, in un palazzo un po’ malandato ma dove trovano ubicazione una serie di stanze tutte arredate, ognuna a suo modo, con un gusto estremamente singolare dalla proprietaria giramondo, che serve la colazione nella cucina di casa piena di monili recuperati a diverse latitudini del pianeta

Insomma, decisamente un bel posto questa Annecy

Le nozze in Savoia – giorno 1: Lione, elegante ed algida signora

Lo sapevate che il fiume che scorre qui maestoso dando una conformazione quasi marina alla città, il Rodano, prende nome dal luogo di origine dei suoi primi colonizzatori ovvero la lontana isola di Rodi? Si, pare infatti che in un tempo mitico di Ulissi ed Argonauti erranti, anche da queste parti abbiamo avuto la loro versione della genesi eroica- classicheggiante, con una nave di coloni arrivare dal Medio Oriente (Rodi è si in Grecia ma praticamente di fronte alle coste turche) e porre le basi di una arcaica civiltà dalla parti della foce di questo gigantesco fiume, nella regione del Delta della Camargue presumibilmente.

Questa almeno l’opinione di Plinio il Vecchio, lo stesso che dalle nostre parti ci racconta della eruzione del Vesuvio che seppellì Pompei e dove anch’egli se non erro ci rimise le penne.

Bene, cosa c’entra questo con la Lione di cui vorrei parlarvi oggi? Non molto in effetti, ma ho una passionaccia per ste cose, e poi quando non si sa come attaccare un pezzo, un buon modo è sempre quella di pescare nel mondo classico, con la sua infinita e variegata aneddotica

La Lione odierna è una città che del passato classico presenta ancora qualche flebile traccia, riconducibile in massima parte alle rovine di un anfiteatro romano, del tempo in cui si chiamava Lugdunum ed era un villaggio dei Galli assai indomiti e ostili alla presenza romana.

L’impronta prevalente della città pesca in un altro passato, di epoca medievale, se è vero che non si contano tra chiese e conventi le edificazioni in stile gotico, con le caratteristiche guglie aguzze e le inquietanti gargolle (o gargoyle se preferite) fare capolino dai tetti

Ecco, quella alle mie spalle è la basilica di Notre Dame, meno celebre della sua “collega” parigina ma non meno bella. Qui siamo a Vieux Lyon, la vecchia Lione, cuore pulsante della città sulla rive droite della Saona, cui si accede dalla Presqu’ile con una serie di ponti e bellissime passerelle in ferro battuto

Come si vede, per capire Lione non si può prescindere dai suoi due fiumi che la attraversano per poi unirsi poco più a valle e disegnare una geografia bizzarra alla città, che sorge in gran parte su una penisola, laPresqu’ile appunto. E se a Vieux Lyon domina il gotico con le sue chiese aguzze e i suoi vicoletti acciottolati, la Presqu’ile risponde con un magnificente stile rinascimentale, organizzato in radiose piazze ornate di fontane ed edifici in marmo bianco

Nel complesso si tratta di una città davvero bellla, con una serie davvero imponente di piazze suggestive ed edifici storici da ammirare. Quella sovrastante è appunto la Place des Jacobins ma non è da meno la bellissima Place des Terraux

O la gigantesca Place Bellecoer, per dimensioni tra le più grandi di Europa e che in effetti potrebbe ospitare per quanto è vasta le partite della forte squadra locale di calcio, l’Olimpique

Tanta maestosità conferisca alla città un’aria estremamente elegante e a volte un po’ distaccata, tanto è che una delle caratteristiche celebrate di Lione è la “froideur”, la freddezza da intendersi non in senso negativo come algida distanza ma come elegante e rispettoso distacco. Certo se siete tra i pasdaran di Napoli e della “napoletanita” tout court, Lione non è proprio il posto che vi rapirà il cuore, perché proprio rispetto a Napoli pare agli antipodi, per diversi aspetti. E pare diversa pure da Parigi, non ricalcandone certo l’aspetto da metropoli ma esprimendo rispetto alla cosmopolita capitale un’essenza più genuinamente francese. Diciamo che Parigi e Lione possono stare in un rapporto analogo a quello che in Italia sono Roma e Firenze, capitale la prima, gemma d’arte la seconda.

Ad ogni modo l’anima più intima di Lione la si percepisce nei suoi tipici locali, dai dehors alle splendide case a pianterreno tramutate in deliziose pasticcerie

Per finire ai brulicanti “bouchon”, termine che letteralmente significa “tappo” ma che – Lione indica un tipo essenziale di taverna dove si familiarizza ai tavoli e si mangia a più non posso. Qui, tra bottiglie di vino dalla strana dimensione di una pinta e sostanziose portate della rinomata cucina locale, la “froideur” lionnese svanisce assai in fretta, stipati come si sta in panche di legno strettissime che paiono obbligare alla socializzazioni col vicino di companatico. Sta da dire che, visto forse il successo della formula, vi è un pullulare un po’ eccessivo di bouchon, la gran parte dei quali si rivelano trappole per turisti con una proposizione di cibo piuttosto dozzinale. Ma con un po’ di ingegno lo si trova il bouchon su misura per i propri gusti, come successo a me che la prima sera mi sono fatto incastagnare in uno turistico, poi il giorno dopo me ne sono scelto uno con cura dove lavorano giovani chef emergenti assai legati alla fervida tradizione gastronomica locale, in una bella location costituita da un dehors sul fiume con begli arredi in stile art nouveau…..e difatti pure quando arriva il conto, ti fanno bello nouveau nouveau, ma vabbè ne è valsa la pena. Ah, qua mi arrisico a sconsigliare la cosa a un’altra categoria di persone, i vegani: in effetti la rinomata cucina lionnese pare poco calibrata sulle loro esigenze. Pensate che il piatto tipico si chiama “andouilette” ed è sta porcata letteralmente di salsiccia ripiena di interiora di maiale appunto. Per smaltirla vi consiglio dopo una bella camminata sulla ripida collina della Croix Rousse,

dalla cui sommità si ammira un magnifico panorama della bellissima Lione, una dama elegante e aristocratica da corteggiare con educazione e un po’ per volta al fine di amarla.