L’orizzonte perduto – Giorno 7 : “la Città ove gli uomini incontrano gli dei”

Un esercizio mentale piuttosto ricorrente è quello di dirci come sia cambiato un posto quando vi facciamo ritorno : mai nessuna volta questa circostanza mi è sembrata più vera come nel caso di Siem Reap. Essa è la città di riferimento per chi voglia vivere l’incanto di una visita all’Angkor Wat, in Cambogia ovviamente. Ero stato qui una prima volta nel 2006, ben felice di poter visitare quella che è considerata a buona ragione una delle sette meraviglie del mondo; avevo finito per apprezzare molto anche la cittadina di Siem Reap, un paesino allora in via di edificazione dove si affacciavano i primi turisti dopo gli anni burrascosi e le tragedie della guerra civile. Si notavano ancora tutti i segni della guerra e soprattutto della miseria, quella più nera, e di fianco stava prendendo piede un turismo bohémien anche se un po’ festaiolo e caciarone. Diciamo che il secondo aspetto ha prevalso e nettamente schiacciato il primo : dodici anni fa dormivano tutti o quasi in malandate guesthouse con acqua calda solo poche ore al giorno, mangiavamo in un unico ristorantino che offriva un delizioso pesce del lago avvolto in foglie di tamarindo ( è il piatto nazionale cambogiano chiamato Amok), rimbalzavamo tra due pub, il “Molly Malone”e l’ “Angkor What” sulle note di “Holiday in Cambodia” dei Dead Kennedys, colonna sonora della buonanotte e persino del risveglio tra i fumi delle tante birre locali. Ovunque un’atmosfera rilassata e quasi pionieristica. Oggi il Molly Malone, gestito da un australiano che aveva sposato una cambogiana, ha chiuso i battenti alla morte dello stesso; resiste l’Ankgor What? ma circondato da una miriade di nuovi bar e discoteche, tanto che esiste ormai un intero nuovo quartiere consacrato ai divertimenti notturni dall’inequivocabile nome di Pub Street, ove i tanti club si producono in una gara sonora a chi spara più a palla la musica più tamarra sul mercato, in una profanazione acustica che rende impossible in un’area di due-tre isolati anche chiedere al tuo vicino che ore sono. Per non parlare di alberghi e ristoranti: il delizioso Amok è diventato una sorta di catena di ristorazione dove il pesce del lago Tonle Sap avvolto nel tamarindo ha la stessa freschezza di un cheeseburger da Macdonald, ovunque poi albergoni e resort per ogni tasca ed esigenza. Quasi inevitabile che finisca così, vista la massa di gente interessata a visitare una meraviglia come l’Angkor What e sta comunque da aggiungere che Siem Reap ha saputo reinventarsi come capitale turistica della intera area, pur sacrificando la sua vecchia aurea da posto hippie sull’altare del marketing turistico e degli enormi profitti. Detto questo, forse possiamo passare oltre un posto che a molto di voi dirà poco o nulla come Siem Reap e guardare al motivo prevalente di una visita in questa parte di mondo ovvero l’Angkor Wat. Che dire mai di un posto del genere? Non saprei neanche da come cominciare. Diciamo che non vi è foto, video o altro strumento di riproduzione tecnologica che ne può rendere la magnificenza o la bellezza. Si tratta del sito archeologico più vasto al mondo, esteso per decine di km quadrati, una delle edificazioni più ispirate che la mente umana abbia mai concepito.

È qualcosa che riesce a unire le proporzioni epiche della Grande Muraglia cinese, la raffinatezza e la cura dei particolari del Taj Mahal ed il simbolismo e la simmetria delle piramidi egizie e Maya.

I re Khmer letteralmente fecero a gara nel costruire ognuno un proprio tempio (ma è riduttivo definirli templi) al fine di ricreare una rappresentazione del Monte Meru, l’Olimpo dell’hindusmo. La magnificenza di una tale edificazione è qualcosa in grado di incenerire ipso facto la convinzione, tanto miope quanto radicata in noi europei, di vedere nell’Occidente il faro eterno della cultura dell’intero pianeta, di essere i depositari di un sapere dominante urbis te orbis rispetto al quale le altre culture assumerebbero una valenza solo periferica e marginale. La denominazione “Angkor Wat”, con cui è universalmente conosciuta è tra l’altro riferibile in verità solo ad uno, il più maestoso degli oltre 4.500 (si, proprio così quattromilacinquecento) templi qui edificati, alcuni dei quali ammantati in una fitta giungla che ne finisce per amplificare la bellezza

In particolare il Ta Phrom pare davvero uscito da un film di Indiana Jones, con gli stipiti ricoperti di liane e alberi alti decine di metri che fissano le proprie radici nei marmi dei templi .

Non sono da meno siti come il Bayon, il Prae Palilay e il Baphuon, con riferimento forse al clima caldo umido che diviene torrido nelle ore più calde. Il sito è perennemente invaso da masse sciamanti di turisti, a molti dei quali nessuno pare aver mai spiegato che un sito archeologico andrebbe visitato in silenzio senza schiamazzi e suonerie dei cellulari a volumi da discoteca di Ibiza. Tanta bellezza finisce per disorientare e almeno a me è capitato di cercare una via di interpretazione nella visita più lateral, che partisse dai dettagli per salire alle stelle, come ad esempio l’osservazione dei centinaia di migliaia di bassorilievi (ancora una volta il numero non è foriero di alcuna esagerazione) che ricostruiscono le vicende della storia khmer e dell’ascesa dei loro re, su tutti Javavarman II, nome che gli appassionati di cacce al tesoro palillesche faranno bene a ricordare….

Angkor Wat significa letteralmente “il tempio che diviene città”, una città celeste dove agli umani è concesso di incontrare gli dei e viverne la grandezza. In conclusione mi sento di ricavarne proprio questa ultima certezza: a chiunque visiti questa immensa “Città celeste” è dato di vivere e respirare la grandezza degli Dei, a prescindere da quale cultura o zona di mondo si provenga. Non credo sia ancora nato un essere umano che non rimanga dinanzi a questi templi dominato da una avvolgente e quasi impotente sensazione di stupore. Personalmente non riesco a credere, come altre religioni fanno, che noi umani siamo destinati a reincarnarci in altre essenze e a vivere altre vite; per quanto mi riguarda ci è stata data solo una vita: non fatela trascorrere senza aver mai visto l’Angkor Wat

L’orizzonte perduto – Giorno 6 : an amazing boat-trip

La giornata odierna segna una tappa molto attesa del mio itinerario ideale, quella di un viaggio in battello lungo fiumi, laghi e canali da Battambang fino a Siem Reap, città di riferimento per visitare i templi dell’Angkor Wat. Per la verità credevo che il battello risalisse il Mekong ma mi sbagliavo , giacche il Grande Fiume scorre qualche centinaio di km più ad est. La Cambogia ad ogni modo, con l’eccezione di un anello di montagne situato in maniera assai curiosa circolarmente lungo tutto il perimetro del paese, è per il resto al centro un’enorme pianura alluvionale percorsa da una miriade di fiumi e canali. La civiltà stessa khmer, quella a cui si deve l’edificazione dell’Angkor Wat, è nata e prosperata su queste acque, vivendo di pesca e irrigazione, una sorta di civiltà anfibia tuttora intuibile osservando intere comunità di indigeni vivere su barche e palafitte.

Il battello prende le mosse poco dopo l’alba da un disadorno molo ingombro di rifiuti a nord di Battambang.

La prima fase della navigazione scorre via tranquilla sotto coperta per così dire, su questa bella lancia in legno un tempo adibita al trasporto di bambù. Incrociamo pescatori in piedi su minuscole barche in legno e attraversiamo comunità molto primitive.

Dopo un paio di ore la navigazione entra in una nuova fase, assai più wild: la vegetazione si infittisce ed il capitano, coadiuvato da un ragazzino che agita un remo a prua come timone, infila la lancia in una serie di canali strettissimi dove il natante fatica assai a passare. La consistente novità per noi passeggeri è che passeremo le successive due-tre ore nello schivare i rami e i rovi che strisciano e sbattono contro il battello, esercizio vi assicuro piuttosto faticoso e doloroso, anche perché protratto per un lasso di tempo enorme. I rami e i giunchi si infilano dalle murate del battello colpendo a volte di sciabola e altre di fioretto, inarcandosi e assestando cioè delle frustate o colpendo con la punta.

Ne fa le spese un ragazzino tedesco che piglia una botta secca sul naso e comincia a sanguinare, senza tuttavia fare una piega o un lamento. Non vorrei perdemi in qualche polemica da “nazimamma” anche perché mi mancano le basi per farlo cioè una prole ma ho l’impressione che gli altri europei nordici per così dire siano assai più disinvolti di noi italiani nel coinvolgere i propri figli in avventure del genere. E quando la trovi una famiglia italiana con bambini a bordo di un battello in bambù che risale il fiume in mezzo ad una giungla in Cambogia? Magari però quei bambini inglesi, tedeschi o scandinavi che a 10 anni vivono esperienze del genere, a 25 o 30 avranno aspettative diverse da un viaggio che giacere in una merda di resort di Mykonos o Formentera a fare a gara col proprio vicino di lettino a chi ha 50€ in più in tasca dell’altro….non saprei, me ne vado per un’idea. Ad ogni modo io i miei nipotini in questa palude non ce li vorrei vedere, anche perché dai rami-catapulta si paracadutano giù anche insetti e animali strani tipo sanguisughe e formiche giganti che mi combinano la schiena come una carta geografica. Ad un tratto poi la giungla svanisce e di colpo si manifesta la “civiltà” o almeno una sua via ibrida una città galleggiante che porta in qualche modo le stigmate del progresso nei suoi aspetti deteriori, ad esempio l’inquinamento presente in quintali di plastica galleggiante e un’acqua putrida in cui incredibilmente i locali si lavano e fanno il bagno. La successiva fase di navigazione si apre ad uno scenario diverso, più tipicamente fluviale su ampi canali, siamo ormai sul lago Tonle Sap, culla della civiltà khmer, pietra angolare liquida di questa cultura che da queste acque seppe ricavare prosperità e fulgore. Proprio sulla parete d’entrata dell’Angkor Wat è scolpito un lunghissimo bassorilievo che narra di una battaglia cruciale tra i khmer e i loro eterni rivali Cham (gli attuali vietnamiti) con esito favorevole ai primi ma di questo parleremo semmai domani. Schivato che è il rischio dei rami fendenti, sul battello possiamo rilassarci e salire sul tetto panoramico ci resta ancora tempo per l’attraversamento della palude in cui ha sede la eccezionale riserva avio-faunistica del Prek Toalun paesaggio forse un po’ spettrale ma davvero un paradiso per gli appassionati di birdwatching che qui possono avvistare specie ormai quasi estinte come il mitologico Ibis gigante o l’avvoltoio testarossa. Giungiamo a destinazione dopo circa 9 ore, in un ennesimo villaggio galleggiante alle porte di Siem Reap, la capitale turistica della Cambogia per la sua vicinanza ai templi dell’Angkor Wat. Un bellissimo viaggio in battello, e domani si visita una delle sette meraviglie del mondo, l’Angkor Wat. Non male, direi

L’orizzonte perduto – Giorno 4 : Palillo’s adventures

Ieri sera, in un locale di freakkettoni che suonavano Bob Marley, ho letto una interessante massima, esposta sopra una specie di edicoletta votiva a Eric Clapton. In sostanza diceva : ” Se vuoi essere felice per tre ore, ubriacati. Se vuoi essere felice per tre giorni, uccidi un maiale e mangialo. Se vuoi essere felice per tre mesi, sposati. Se vuoi essere felice per tutta la vita, diventa un giardiniere.”

Sulle prime la frase che incuriosisce è quella relativa al matrimonio ed ai tre mesi di felicità che l’istituto sembrerebbe assicurare ma mi permetterei di dissentire perché in fin dei conti tre mesi fanno circa 90 giorni e mi sembra una cifra astronomica perché la felicità possa continuare a propagarsi in tali condizioni ….Più che altro mi incuriosiva la massima finale, quella relativa alla felicità assicurata all life long solo dalla professione di giardiniere, da leggere visto il contesto come ingentilita metafora di chi cerca la gioia nelle cura e la crescita delle piantine di canapa indiana. Io invece quella frase la voglio prendere alla lettera come indicativa di una felicità che sgorga eterna dal contatto con la natura. E qui a Koh Chang di natura ce ne è un bel po in effetti, piuttosto selvaggia e impetuosa anche, non certo facile ad essere ammansita in un giardino ma piuttosto da vivere a contatto diretto tuffandocisi dentro. Ecco, appunto il tuffo esprime il concetto più calzante giacché l’attrattiva primaria dal punto di visto naturistico è data da una roboante cascata che sgorga fuori dalla cima di una montagna. Il suo nome è Khlong Phlu e per raggiungerla bisogna prima arrivare all’ingresso di un’area protetta un paio di km più in basso. La risalita del fiume fino ad essa è da farsi in un bellissimo paesaggio tropicale, dove avviene un incontro sorprendente: mentre mi intrattengo con delle trote che mi ricordavano le caprette di Villa jovis nel loro aver maturato una abitudine alla presenza umana e nell’attendere da essa offerte di cibo, appare proprio sotto lo scoglio sul quale sono appollaiato una tartaruga di fiume di dimensioni considerevoli

Nuota da qua e da la, facendo ogni tanto capolino con la sua testa aguzza dall’acqua

familiarizzo con lei per quasi un’oretta, poi proseguo.

Ed ecco al fine la tonitruante Khlong Phlu , cascata a due balze, in cui l’acqua sembra disegnare come delle curve paraboliche o più artisticamente delle prospettive alla Eschere nel cui “sagrato” è possibile anche nuotare, se avete lo stomaco di attraversare prima la corrente attaccati ad una malferma corda nei pressi di una rapida e inerpicarvi poi su una roccia scivolosissima. Ovviamente non riesco a resistere proprio alla tentazione…..

Esperienza bellissima. Al ritorno mi imbatto anche in un ospedale per elefanti, in omaggio forse al nome del luogo : “Koh” significa infatti isola e Chang vuo dire appunto elefante (che é un animale chiave qui in Thailandia perché usato anche come forza lavoro in edilizia a mo’ di caterpillar, gru e trasporto contemporaneamente). In un discreto pasto in un ristorante molto rustico chiamato “Mik Mak” (che oltre ad essere il contranome di una famiglia di Anacapri è anche un popolo di nativi americani), socializzo con una famiglia di russi siberiani, consumatori di alcol in proporzioni bibliche e che avevo già ammirato sbivaccati nei pressi della cascata con bottiglie di whisky e vodka alle dieci del mattino…Il capo-famiglia, una sorta di orso della taig, pare assai intenzionato a suggellare un’unione in quel vincolo che darebbe la felicità per tre mesi soltanto tra me e la sua figlioccia (gran bella snacchera devo dire) ma ho un altro progetto imminente e li lascio alle loro interminabili libagioni. Si, perché per il pomeriggio ho deciso di raggiungere in kayak i disabitati isolotti ubicati a un miglio poco più da Lonely Beach, proprio dinanzi al mio resort. La corrente e certi “colli di mare” belli grossi ci si mettono di impegno a guastarmi la festa ma alla fine approdo, sentendomi un po’ come il mitico Gennarino Carunchio in ” Travolti da un insolito destino…etc” alla ricerca della sua Mariangela Melato “bottana industriale “. Scherzi a parte, il paesaggio è davvero paradisiaco

e la sensazione di essere l’unico uomo su un’isola deserta, anche se fittizia e legata a pochi istanti, avevo sempre desiderato provarla. E che dire poi di questo tramonto …..

Insomma domani si riprende la strada destinazione Cambogia, con ritmi e situazioni decisamente più hard. Per oggi mi godo ancora la infinita bellezza di Koh Chang, isola che mi è davvero entrata nel cuore

L’orizzonte perduto – Giorno 3: running against the monsoon

La titolazione data a questa giornata, dal suono inglese molto cool e che potrebbe forse fungere da nome per una canzone di Battito o di qualche gruppo rock sofisticato di quelli che piacciono a noi radical chic tipo Afghan Whigs o King Crimson, in realtà rimanda un po’ faticosamente ad un concetto forse molto più immediato a esprimersi n napoletano: ho acchiappato ‘ncuoll il pata-pata dell’acqua. Si, davvero un ruppatone compatto e indistinto come un muro d’acqua che ci accompagna nel lungo spostamento dall’isola di Koh Samet alla terraferma e per i duecento km seguenti in direzione sud fino al punto di imbarco per un’altra isola, Koh Chang. Il monsone è un fenomeno atmosferico tipico di queste latitudini, un vento portante che soffia per un lungo periodo in maniera costante dalla terra verso il mare e per un altro nella direzione opposta, quella attuale: ecco quindi salire dal golfo del Siam una montagna grigia talmente gonfia d’acqua da far sembrare il cielo stesso come un’immensa onda; è come se il mare si fosse spostato nel cielo in un’enorme bolla galleggiante, sforacchiata proprio sopra le nostre teste a inondarci . Tanta acqua dona ovviamente vita e colore anche al paesaggio, che appare di un verde fecondo con queste belle colline ammantate di fotta vegetazione tropicale situate parallelamente alla nostra strada. A bordo del camioncino sta sugli scudi un tizio espertissimo di immersioni e coralli: e finlandese ma di origine bosniaca, circostanza che mi gli fa affibbiare il nickname di “Ibrahimovic degli abissi”, anche per il suo incessante girare il mondo alla ricerca del corallo o della cernia perfetta. Ma la spendita dell’inepgnativo paragone con il fuoriclasse svedese lo fa salire assai di pressione e di euforia, tanto che comincia a tenere praticamente un comizio a reti unificate sul diving e gli annessi e connessi. E se sulle prime il discorso può sembrare interessante, dopo un’ora abbondante a parlare di coralli, cernie maculate, sea bass, alghe, spugne e cazzimbocchi marini, finisce ovviamente per diventare uno scartavetramento di uallera fragoroso che nessuno degli occupanti il pulmino riesce ad arginare pur lanciando chiari segnali di disappunto. Ah quanto come vorrei che fosse qui ora il mio amico Sergio Megna, il quale anni orsono in quel dell’Oceanarium di Lisbona, in una situazione analoga con un tizio peraltro assai competente che teneva una lezione sui pinguini (presenti lì in una vasca), sul loro habitat che era lì ricostruito, sulle loro abitudini riproduttive , sulla loro alimentazione, sul loro fabbisogno calorico sullo spessore del piumaggio etc etc……gli si avvicinò e con una pacca sulla spalla lo stoppó dicendogli: ” stai tutto ingrippato tu e sti cazzo di pinguini….”, lasciandolo in un misto di sconcerto e rassegnazione.

Ad ogni modo svanita che non è la tormenta (tanto atmosferica quanto dialettica), arriviamo a destinazione, in pratica l’estremità meridionale della Thailandia nel versante in cui incontra la Cambogia: da qui una davvero malmessa chiatta per il trasporto merci percorrerà il braccio di mare fino all’isola di Koh Chang.

Per la verità sembra di solcare un lago, il cui fondale limaccioso fa assumere all’acqua un colore verde pastello su cui baluginano riflessi biancastri.

Ed appare Koh Chang, aspra e selvaggia, irta di montagne informi e quasi priva di centri abitati. In pratica la presenza dell’uomo a Koh Chang è avviluppata tutta intorno ad una bizzarra strada che corre lungo tutti il perimetro dell’isola, tra balze e dossi più simili a quelli di montagne russe al luna park che a quelli di una via di collegamento. L’intero territorio dell’isola è parco naturale, la cui attrattiva principale è offerta dalle tante cascate da cui sgorga la tanta acqua che cade dal cielo; ad ogni modo la mano umana ha fatto sentire la sua presenza anche qui, con tanti resort di recente edificazione che spesso monopolizzano in maniera brutale le tante spiagge dell’isola. Il turismo di massa in ogni caso è a Koh Chang scongiurato per via delle già citate frequentissime piogge di , che la rendono un posto ostile ai fanatici della tintarella.

Il territorio dell’isola è quantomai esteso ed all’arrivo ho quindi il problema di scegliere verso quale insediamento dirigermi, attese le grosse distanze tra uno e l’altro; come spesso mi capita, mi lascio catturare dal nome: Lonely Beach, con questa sua musicalità che riporta a Battiato e la sua fama di località hippie. La scelta si rivela azzeccata : è il posto più suggestivo dell’isola ma, rimanga tra noi, all’arrivo lascio perdere gli hippie e vengo rapito da un resort ubicato dietro una collina, ove la strada precipita su una spiaggia incantata di fronte a diversi isolotti.

Dalle mangrovie pendono romantiche altalena da cui stare con i piedi in ammollo o sulla sabbia a seconda della alta o bassa marea; a ben vedere la stessa linea di marea funge da linea di trincea tra due eserciti che si combattono, quello dei granchi è quello delle formiche. Ma alzando gli occhi lo spettacolo è tutto davanti a te con il mare verdognolo che sembra baciarti, i cormorani intenti in una perigliosa pesca, gli isolotti sullo sfondo e poi palme, mangrovie, camelie in fiore alle spalle. E allora non resta che intonare ancora Battiato (vediamo chi becca le due citazioni): “🎶mare mare mare, voglio annegareee 🎶 , portami lontano a naufragareee 🎶 🎶 ” https://youtu.be/ntw-_5PVDOc

L’orizzonte perduto – Giorno 1: la città più brutta del mondo

Beh, diciamo che un titolo del genere obbliga subito il narratore a rivelare quale sia mai la città tanto brutta da meritare un si poco meritoria palma. Allora correggo leggermente il tiro, nel senso che non sarà forse la più brutta in assoluto al mondo, ma unicamente la più brutta tra le località di vacanza, ben esistendo sul pianeta luoghi genericamente intesi di maggiore bruttezza . Nondimeno rincaro tuttavia subito la dose e senza perdermi in parafrasi e generose litoti, individuo una classificazione snella e definitiva: è davvero un cesso. Sto parlando di Pattaya un centinaio di km a sud di Bangkok lungo la costa orientale del paese, quella che degrada verso le pianure alluvionali del Mekong e verso la Cambogia e il Vietnam. Parlare di pianure alluvionali o quel che sia di qualsivoglia elemento naturistico, montagne, fiumi etc, è a Pattaya del tutto ultroneo e superfluo, giacche si distinguono ivi due unici elementi: cemento e asfalto, amalgamati da un’atmosfera talmente pregna di smog che vi sembrerà dopo una mezz’oretta di aver limonato con la marmitta di un camion. Figurarsi che persino la Lonely Planet , che in un ecumenismo sospinto da motivazioni commerciali riesce a trovare di qualche interesse urbanistico persino luoghi come il Centro direzionale di Napoli o la casa di un topo, a proposito di Pattaya esordisce così: “se siete diretti a Pattaya con l’intenzione di risiedere in un tranquillo resort adagiato su una placida spiaggia tropicale, fate immediatamente inversione a U e allontanatevi il più possibile”. Il motivo che spinge una fetta di umanità a scegliere Pattaya come destinazione per le proprie vacanze è presto detto: il mestiere più antico del mondo, che qui si produce in un’offerta ampia e diversificata più del menu a tendina delle categories di un sito porno. A fianco, è possibile qui esercitarsi in una vasta gamma di activities pescate tra le più sgraziate e tamarre che gusto umano possa conoscere : si può giocare alla guerra finta con armi automatiche e mitragliatori giocattolo, visitare uno zoo dove stanno stipate in mangiatoie rarissime tigri siberiane in via d’estinzione, assistere a match di mixed martial arts (dove è mai l’arte?) tra strani ircocervi in perizoma, offrire prebende di cibo vivo a squali in gabbia e molte altre. A dire il vero sembra sia in atto una riconversione turistica del luogo per tramutarlo da market della prostituzione a polo di attrattiva di grossi centri commerciali….wow. In sintonia con il main stream “pattayense”, mi scelgo un bell’albergone tamarro di quelli che a centinaia affollano il lungomare, tale hotel Grand Palazzo, che potrà forse vantare la pregiata consulenza architettonica di Genny Savastano per lo stile sobrio ed eseenziale nonché per questi eleganti scaloni in finto marmo che con moltissima fantasia potrebbero ricordare le prospettive vanvitelliane di qualche palazzo reale italiano Resta pure da dire che la suite, pur non eccellendo in vista sulle perenni cantieri in costruzione, ha dimensioni tali da permettere agli occupanti una partita a bocce mentre il letto è talmente grande da risultare idoneo ad un saggio ginnico con il proprio partner e se non ne si ha uno, a fianco al ricevitore telefonico è allegata una rubrica corredata di foto anch’essa aggiornata più del già citato menu di Pornohub. È tutto qui talmente appiattito e finalizzato alla prostituzione che persino la più scontata e frequente delle domande che un ospite pone ai portieri di un albergo, quale ristorante tipico consiglierebbero per una buona cena, ha come risultato quello di lasciare gli addetti alla reception interdetti e muti, come se il cibo fosse una mera attività di sostentamento a mo’di animali da batteria indirizzati alla riproduzione. Nondimeno la sera mi pongo con animo aperto all’osservazione della enorme folla che riempie la sequela infinita di locali e go go club: atteso il peccato originario, vi sono poi mille ragioni che spingono persone da ogni angolo del globo a scegliere un posto del genere. Sorseggiando una birra, con un karaoke infernale in sottofondo, contemplo una turba composita di turisti di sesso esclusivamente maschile lanciarsi ardimentosi su ammiccanti ragazze: ci vedo l’impiegato inglese in pensione che ha lavorato una vita onestamente in banca o in un ministero e ora è costretto a pagare dissanguanti alimenti alla ex moglie ed ai figli che ingrassano davanti ad una PlayStation, il medio orientale che al suo paese ha avuto in moglie una castigata donna ricoperta di veli fino alle caviglia (qui la comprensione con tutta l buona volontà è assai minore) o il ragazzo occidentale nato di aspetto assai poco gradevole e magari di scarso reddito, a cui risulta estremamente difficile invitare al suo paese una ragazza carina a cena o a bere un drink. Mah, sono tutte considerazioni che lasciano il tempo che trovano .

Ad ogni modo ció che mi ha spinto qui come prima tappa del mio viaggio è ben altro: nella baia di fronte Pattaya so che sorge un’isoletta ammantata di verde e belle spiagge solitarie; ci sta anche un tempio, ed una signora che cucina il miglior riso fritto della Thailandia. È un luogo assai più appartato e difficile a concepirsi attesa la vicinanza a Pattaya. Ci metto un po’ a identificarlo sulla mappa ma poi risolvo l’enigma e mi reco a Koh Larnè un luogo ove riporto a casa gli affetti di una persona a me estremamente cara, che amava restare qui a contemplare il mare. In un certo qual modo son venuto qui a far si che ciò succeda ancora, ma sono cose che tengo per me

Ad ogni modo di mio oggi ho capito per davvero il senso di questo viaggio, e ho capito pure che fin sotto il K2 ci arriveremo .

L’orizzonte perduto – Prologo

Il viaggio per il quale sono appena partito racchiude in se qualcosa di oggettivamente eccezionale. Ciò traspare anche solo a volerne tracciare il percorso desumibile dalla foto-copertina, che però suggerisce con le guide Lonely Planet solo i paesi che ho in mente di attraversare, nulla dicendo circa la meta finale, per la quale nessuna guida turistica è stata ancora scritta e dubito lo verrà fatto, atteso lo scarsissimo numero di viaggiatori che si avventura fin li. Si tratta invero di un posto assai remoto situato in un angolo del mondo assai bizzarro, dove pure dovrò andarmi a infilare a cercare questo “orizzonte perduto” che da nome al diario di viaggio, e non unicamente per questo motivo.

Insomma aleggiano parecchi misteri, parrebbe di capire. Io direi comunque di andare con ordine, e disvelare gli orizzonti visibili, ciò che dovrebbe andare a farsi al netto di sorprese e imprevisti. Per la verità, almeno per ora, non ci sta troppo da atteggiarsi a grandi esploratori e scopritori di mondi inusitati, giacche al momento mi trovo a compiere quella che è forse la rotta più coatta e sputtanata di tutto il turismo dei giorni nostri: sto parlando del fantomatico volo “da Roma fino a Bangkok” che ha stregato artisti del calibro di Giusy Ferreri e Ugo Canfora aka Hugh and the Grezzlies. La platea umana stipata entro la carlinga di questo quadrimotore della Thai Airways non è di quelle che troveresti ad un seminario sul flusso di coscienza di Joyce o ad un vernissage sulle avanguardie russe, ma assai più probabilmente in qualche postribolo di Patong o su qualche ex paradiso tropicale “abbellito” da sale Bingo e grattacieli in vetrocemento con le fondamenta impiantate a mare o meglio ancora direttamente sulla barriera corallina, così che si possa fare snorkeling e dare una controllatina al locale caldaie contemporaneamente, l’utile e il dilettevole in estrema sintesi. Niente di così terribile ad ogni modo, purché non mi salti in testa di parlare di robe come Salvini, che qualcosa mi dice qua a bordo sia un idolo incontrastato, ma meglio lasciarsi alle spalle certe miserie quando si vola così lontano. Proprio in questo momento, a metà percorso di volo grossomodo, stiamo sorvolando una terra che nelle mie bizzarrie sogno di visitare, il Turkmenistan: riconosco dal finestrino le luci della capitale Ashgabat, che significa “.regno di luce” ed dicono sia una sorta di allucinata Las Vegas asiatica nel bel mezzo del nulla, e più avanti quelle di una città chiamata Mary e fondata da Alessandro Magno. Ma il pezzo da novanta che mi tiene incatenato al finestrino sarebbe quello di riconoscere da qua su un luogo chiamato ” Hell’s Gate”, la Porta dell’inferno insomma, un gigantesco cratere residuo di una miniera di gas che sprofonda per kilometri nella terra: un bel giorno si incendió per mano dell’uomo e nessuno sa più spegnerlo. Prima o poi ci andrò. Piuttosto però direi che se mi metto a descrivere pure i posti che vedo dal finestrino dell’aereo qua facciamo notte e allora torniamo a quello che è il programma di viaggio, che già di suo è bello corposo. Dunque domattina atterro a Bangkok ma vado subito via verso un luogo che riassume forse il peggio di tutto ciò che la Thailandia possa offrire, un postaccio chiamato Pattaya, ma da lì devo prendere un battello per raggiungere un’isola assai bella situata poco più a sud, di cui so poche e molte cose insieme. Non so ad esempio quale sia il nome dell’isola , ma so invece di una spiaggia sovrastata da una collina, su cui dovrebbe stare un tempio e persino signora a detta di qualcuno la cuoca più brava di tutta la Thailandia. Dopo aver organizzato una quarantina abbondante di cacce al tesoro a Capri, mi tocca dunque ora di risolverne una in un’isola thailandese, sfida accettata! Il tesoro però qui non devo trovarlo, ma semmai in qualche modo perderlo…..ma sono cose personali. Ad ogni modo proseguendo, credo che scenderò la costa orientale fino ad una delle poche mete non ancora squarciate dal turismo di massa in Thailandia, ovvero l’isola di Koh Chang, che in lingua locale significa “elefante” ed è un parco naturale. Sulla vicina terraferma raggiungerò poi la polverosa città interna di Chantaburi, dove avidi uomini di affari commerciano e contrabbandano pietre preziose e zaffiri: da qui non dovrebbe essere difficile varcare il confine con la Cambogia e proseguire in direzione della città coloniale di Battabang, dove al tramonto pare che da una grotta situata vicino ad un tempio milioni di pipistrelli saltino fuori ad oscurare il sole. La città è sede di un porto fluviale sul Mekong, da cui parte un romantico e lentissimo battello un tempo usato per il trasporto di bambù, che risale in un giorno circa il grande fiume e poi il lago Tonle Sap sino a Siem Reap, ove ha sede l’Ankwor Wat, una delle meraviglie della terra: una sorta di Pompei della cultura locale Khmer sepolta dalla giungla, templi e guglie che saltano fuori a centinaia tra le liane e le mangrovie. Risalendo ancora il Mekong in direzione est dovrò poi arrivare al confine con il Laos, paese da cui mi aspetto moltissimo, per varcare la frontiera in un punto in cui il Grande fiume si allarga fino a sembrare un mare e dare luogo ad uno scenario detto “le 4000 isole sul Mekong”: pare che diverse di queste siano abitate dalle ultime comunità di hippie, mentre tra le onde del fiume che sembra talmente un mare nuotano persino i delfini, quelli di acqua dolce e che sono di colore rosa. Proseguirò poi per una delle mete più belle di tutta l’Asia, la città religiosa e capitale spirituale del Laos Luang Prabang, un posto che dicono magnifico con cascate e decine di templi buddisti, da cui all’alba fuoriescono piccoli monaci in tunica arancione a chiedere l’elemosina in una appassionante processione. Da qui dovrò poi spingermi a est atttaverso il selvaggio altopiano del Bolaven e varcare da qualche parte nella giungla il confine col Vietnam, per raggiungere una regione di grotte carsiche e torrenti sotterranei di grande fascino, poi scendere nella storica cittadina di Hoi An e la sua gemella Hue, prima di risalire il Fiume dei Profumi alla ricerca del generale Kurz di Apocalypse now. Sará poi la volta delle risaie del nord e della magnifica Halong bay, prima di tuffarmi nella caotica capitale Hanoi e cercare di rimediare il visto (l’unica cosa che mi spaventa di tutto sto ambaradan: la burocrazia) per la successiva tappa: la Cina. Del gigantesco paese credo che ricaverò una sezione interna, lontano dalle infinite megalopoli della costa. Dovrei visitare la bella Guilin con quelle bizzarre montagne gialle specchiate sul lago, poi Fenshuan con le palafitte sul fiume ed una lontana località di montagna, dove i picchi assumono forme così strane e appuntati da essere stata la location del film Avatar . Forse riesco a passare pure da Xian dove risiede sottoterra l’esercito di terracotta a eterno presidio del suo imperatore morto, ma dovrò assai presto indirizzare la bussola verso il Sichuan dove vivono i panda e provare di montare su questo incredibile treno che si inerpica fino ai quasi 5000 metri del Tibet e della capitale Lhasa. Si , il Tibet, cosa dire prima di esserci stato non saprei. Mi limito a dire che non lontano da qui sorge quel luogo chiamato Shangri-la, il paradiso di cui si parla appunto nel libro “l’orizzonte perduto” che ricorre ancora dunque . Da qui in avanti la storia dovrebbe diventare un’avventura di quelle che ricorderò tutta la vita: proseguirò ora in direzione ovest, attraversando l’Himalalaya lungo l’unica valle che lo percorre da Est e Ovest, l’antico Regno di U: si chiama proprio così, Regno di U con una sola lettera. Alla fine dovrei arrivare dalle parti dello Xiinjang , la “nuova frontiera” regione annessa alla Cina da ultimo ma a maggioranza musulmana. In particolare qui sorge la mitica città di Kashgar, caravanserraglio già noto a Marco Polo. Più avanti, un torrido deserto evitato dalle rotte carovaniere e dallo stesso Marco Polo detto Taklimakan, letteralmente in lingua cinese “se entri, non esci”. Non vi sono strade, unico mezzo di locomozione possibile il cammello. Ad un certo punto, come per via di rarissime condizioni geografiche registrate solo qui , le sabbie del deserto cominceranno a confondersi con la neve perenne dei ghiacciai e una strada detta “Karakoroum Highway” dovrebbe saltar fuori….alla fine di essa pare ci sia un altro caravanserraglio propio al confine col Pakistan: a svariate migliaia di metri di quota, da questo punto ma solo in alcune giornate assai rare invero, appare all’orizzonte la vetta di un monte, il secondo per altitudine al mondo dopo l’Everest ma secondo alcuni criteri di misurazione persino più alto di qualche decina di metri: è quella la mia meta di arrivo, l’orizzonte perduto e nebuloso da ritrovare, il maledettissimo K2.

Dove nascono i giganti- giorni 7 e 8: il villaggio dei giganti

Inizio l’ultimo capitolo di questa emozionante storia con un’altra fiaba, quella di due giganti, fratelli tra loro e che un tempo vivevano qui uno difronte all’altro, il primo sull’isola di Mykines ed il secondo sul remoto promontorio ove oggi sorge il villaggio di Gasaldur. Essi placavano il loro insaziabile appetito cibandosi delle pecore e degli umani, che terrorizzati provavano a sfuggire loro vivendo nelle grotte; o meglio provavano a saziarsi, giacché uno dei due un giorno, avendo terminato il cibo a sua disposizione, prese a chiedere a gran voce al fratello sul promontorio di lanciargli del cibo. La risposta del fratello non si fece attendere: non cibo bensì massi, enormi massi prese a lanciare verso il mare come un nordico Polifemo verso la galea di Ulisse in fuga. La scorbutica risposta dovette adirare non poco l’altro ciclope che, accecato dalla fame, con un lungo balzo atterró sul promontorio e prese a lottare sanguinosamente col fratello. Combatterono per sei giorni e sei notti fin quando fu il primo, quello saltato da Mykines a prevalere e uccidere l’altro, il cui sangue prese a sgorgare copioso ed inarrestabile originando questa straordinaria cascata Il villaggio di Gasaldur, situato appena sopra di essa, era fino a solo quindici anni fa il più irraggiungibile di tutte le Far Oer: situato all’estremità di una lunga striscia di terra che si perde nell’oceano dell’isola di Vagar, distava dal porto di Sorvagur 13 interminabili chilometri di sentieri esposti alle intemperie e che dovevano scavalcare altissime montagne. La leggenda della lotta dei giganti offre un riscontro del tutto reale e ancor oggi tangibile, che con commozione apprendo da una donna locale: l’irraggiungibile villaggio di Gasaldur fu fondato da un gruppo di balenieri della frontaliera isola di Mykines (il gigante che balza spinto dalla fame) e ancora oggi esiste un accordo tra le due piccolissime comunità per la spartizione del pescato nei terribili mesi invernali. Solo nel 2004, dopo l’agonia di un bambino, costretto col padre ad attraversare l’altissima montagna che sovrasta il villaggio per ricevere soccorso e morendo lungo il cammino nella tormenta ci si risolse alla costruzione di una strada con il più sicuro porto di Sorbagur e soprattutto allo scavo di un tunnel che bucasse quella montagna della morte. Io nondimeno, sprovvisto di automobile e a corto di generosi sostenitori dell’autostop, non ho altra alternativa che sobbarcarmi il cammino a piedi

ma sulle prime va bene: il percorso è di una bellezza ammaliante e poco importa se piove e fa freddo
l’unica preoccupazione è questo famigerato tunnel finale di tre km da fare al buio che potenzialmente potrebbe accendere il mai sedato demone della claustrofobia, oltre ad essere piuttosto pericoloso. Ma col solito mio culo becco un passaggio proprio all’imbocco di esso. Ed ecco sotto di me Gasaldur, gemma nascosta e finale delle Far Oer con la sua cascata Mulaffosur

La bellezza è davvero senza uguali, lascio parlare le immagini

La cascata che sgorga dal sangue dei giganti, i massi scaraventati nel mare nella pugna, una squisita fetta di torta alle bacche silvestri come ristoro. E poi…e poi lui: lo stronzo autostoppista polacco beccato due giorni prima dall’altro capo delle Far Oer, con cui condivido la fatica e la difficoltà a rimediare passaggi su strade deserte!!!!! Non so se lo ricordate, era quello che sosteneva una sorta di diritto di prelazione sui posti dove fare Autostop e si era inquartato perché non osservavo le sue balorde prescrizioni. Naturalmente non risponde al mio saluto e stavolta me la lego al dito : si sta facendo tardi, stanno da percorrere i 13km del ritorno, tra cui i tre sotto il famigerato tunnel e nel paese sono rimaste pochissime automobili che faranno ritorno. Lui si apposta tutto arcigno e bellicoso com’è Lewandowski in area di rigore all’imbocco del tunnel, motivato a “difendere” la sua zona di pesca con ampi gestacci. Io agisco di astuzia: faccio il vago e non replico alle sue volgari provocazioni, mi dirigo nella direzione opposta all’unico spaccio del paese dove servono la squisita torta di bacche e prendo a leccare sfacciatamente il culo ad una famiglia di texani che portano in viaggio premio la figlia appena graduata alla high school di Dallas, dispenso preziosi consiglio circa lo studio della giurisprudenza che la giovane vorrà intraprendere al ritorno negli States….e a sto punto un passaggio per il Palillo ci scatta matematico. E quando ci avviamo e raggiungiamo la sua zona di “pesca” distratto Tim il texano al volante indicando un uccello che vola alto dall’altra parte, in modo da distoglierlo dall’idea di caricare sto gaglioffo da due soldi a bordo. Eccolo qua me lo immagino ancora la bello solo soletto, lui i suoi teleobiettivi a fotografare le pecore sotto la pioggia. Ahahhha, fattela a piedi, pirlaaaaaaaa!!!!!!! La sera la trascorro in una meravigliosa casetta in legno col tetto in erba ma tutto qui è dolce e incantato il giorno dopo avrei l’aereo ad ora di pranzo ma sento di non poter andare via senza aver ancora solcato l’erba di queste isole incantate. Così sveglia in piena notte, anche se c’è luce ovunque

e a rotta di collo verso un’ultima gita in montagna.immerso nella bellezza senza tempo e spazio delle Far Oer. Nel pomeriggio volo a Copenaghen e faccio pure in tempo, nello scalo, ad attraversare il ponte sull’Oresund e mettere piede in Svezia, nella città di Malmoema è nulla confronto alla bellezza selvaggia e primordiale delle isole. Ricordo ogni istante di questo viaggio magnifico; ormai sono in Italia e dopo tanti giorni riassaporo qualcosa di mai visto in questi giorni, il buio. Ma la luce delle Far Oer si irradia nel mio animo, oltre l’orizzonte,oltre questo mare che ammiro dalla mia isola e oltre mille mari ancora, verso quelle terre lontane e arcadiche, ove nascono, vivono e muoiono i Giganti

Dove nascono i giganti- giorno 6: le Far Oer da un capo all’altro

È giunto il momento di lasciare la splendida guesthouse con vista sull’infinito e cambiare isola anzi gruppo di isole, ovvero di passare dal gruppo occidentale costituito principalmente da Vágar a quelle centrali ove ha sede la capitale Tórshavn e poi settentrionali, le selvagge e remote isole più isole di tutte di Kalsoy e Kunoy.

La chiave di tutti questi spostamenti si rivelerà una pratica in cui, nonostante la non proprio più verdissima età, ancora mi diletto, anche perché oltre a costituire un bizzarro modo di conoscere persone quasi sempre simpatiche, unisce al dilettevole anche l’utile perché è spesso la via più breve per l’attraversamento di territori così poco battuti e non urbanizzati: sto parlando dell’hitch-hiking o come viene chiamato in Italia “autostop”. Il viaggio dunque di circa 40 km dalla baia di Sandavagur alla capitale Torshavn, con passi di montagna e tunnel sottomarini, sarà affrontato con un simpatico ragazzo israeliano anche lui intento a fare hitch-hiking , e con l’autista una ancora più simpatica donnona locale, la quale ci carica a bordo dicendo che potrà condurci fino ad un punto intermedio e posto lungo una via secondaria, dal quale il suo collega a cui sta per dare il cambio ci condurrà poi avanti verso la capitale. La cosa simpatica è scoprire che lavoro svolgono lei e il suo collega oltre a essere i nostri gentili “driver”: sono le guardie carcerarie della prigione delle Far Oer! Quindi stiamo tecnicamente andando in carcere ora. L’immediata confidenza, quasi come se già si conoscessero, del ragazzo israeliano con la sig.ra secondina sulle prime mi fa balenare anche qualche strano film per la testa: sono il bersaglio di un’operazione del Mossad ed ora sono stato adescato per essere condotto in carcere e torturato per confessare. Qualche scambio di persona, un file sbagliato nel database e ti ritrovi in una cosa tra “Munich” di Spielberg e “Misery non deve morire” di Stephen King (la sig.ra guardia ha una somiglianza spiccata con la tizia del film…)…

Ma ovviamente ogni timore viene fugato ben presto: lei è simpaticissima e ci fa persino fare un giro panoramico del carcere delle Far Oer, dove sono detenuti 6 individui tra cui un italiano (e sarà l’unico connazionale che incontrerò lungo tutto il viaggio); inoltre scopriamo come persino il carcere qui alle Far Oer sorga in un posto bellissimo nondimeno isolatissimo

Scoprirò nei giorni successivi, perdendomi su queste montagne, che non lontano da qui sorge la chiesa più antica di tutte le Far Oer, quella dal impossibile a pronunciarsi nome di Kiorkubur . Ad ogni modo anche il ragazzo israeliano mostra un profilo colto e intelligente: di idee progressiste, considera il governo del suo paese poco meno che una banda di criminali assassini e quello attuato a Gaza poche settimane fa con l’uccisione di oltre sessanta palestinesi un crimine contro l’umanità. Si vergogna profondamente di ciò e intende in autunno trasferirsi definitivamente in Olanda dalla fidanzata. Insomma vedi un po’ che storie capitano a fare autostop…

Giungiamo a Torshavn e le strade inevitabilmente si separano; io sistemo velocemente le cose alla rinfusa da una coppia di sciroccati che mi ha affittato casa e proseguo in bus verso le isole del Nord, con l’intento di raggiungere il punto più settentrionale delle Far Oer, ubicato nell’isola di Kalsoy ad oltre due ore di pullman e battello. Il fatto è che anche un semplice viaggio in bus alle Far Oer ti diventa un’emozione enorme

La strada si snoda come un serpente impazzito su costoni di roccia che sovrastano canali e pendii aspri che paiono le montagne di un pianeta alieno e poi, per passare da un’isola all’altra, non ci sono ponti, che non reggerebbero al mare in tempesta e al vento, ma tunnel: si, lunghissimi tunnel entro i quali la strada si caccia di improvviso come un animale che si infila in una tana, tunnel che scavano sotto il mare come quello della Manica ma che restano grezzi e in pietra viva, senza troppi fronzoli. Il primo lo abbiamo già passato ed è quello che attraversa il Vestmanna Sound, lo stretto che separa le isole occidentali da quelle orientali, altre due-tre volte scendiamo e risaliamo dagli abissi fino alla meta di destinazione Klaksvík.

Ecco, Klaksvík sorge nel classico luogo dove un giocatore di quei giochi di strategia on line tipo Civilization e similari deciderebbe subito di edificare una città: è una lingua sottilissima di terra tra due mari circondata dalle solite montagne lunari, che qui in verità assumono una conformazione ancora più cupa e minacciosa.

E da qui in battello verso la frontaliera Kalsoy, altra assurdità geografica: lunga una trentina di km, con montagne che si drizzano alte verso il cielo, è larga solo poche centinaia di metri, in pratica una sorta di lancia di terra e rocce protesa verso l’Atlantico. Non sempre le terre vulcaniche infatti assumono quella conformazione circolare che consociamo, spesso prendono anche questa forma puntuta e bizzarra, credo succeda proprio in corrispondenza della faglia, insomma della frattura oblunga da cui fuoriesce la lava: ricordo una isola dalla conformazione pressoché analoga, anche essa vulcanica, Sao Jorge alle isole Azzore, che gli abitanti paragonano ad una schiena di balena saltata fuori dall’oceano e pietrificata in un’isola.

ecco come potete notare, al netto delle differenze climatiche e della mia faccia da scemo , la somiglianza è impressionante

Ad ogni modo tale conformazione rende ovviamente disagevole la vita qui e anche i soli spostamenti, con strade che si inerpicano lungo pendii impossibili verso villaggi abbarbicati sulle ripe scoscese, non sono per niente facili. Si ripresenta dunque esigenza di un ricco autostop non appena sceso dalla nave, momento migliore per pescare qualche “bel tonno di passaggio” con l’auto imbarcata sul battello. Ma qui mi imbatto in un’altro autostoppista, figura del tutto diversa rispetto al simpatico israeliano della mattina: costui è un tizio polacco assai scorbutico e pretenzioso che comincia a sostenere che debbo farmi a debita distanza da lui perché quello è il suo posto di “pesca”, scelto prima di me che sarei quindi costretto a retrocedere o avanzare non ho capito di quanti metri. Da una rapida scorsa non mi sovviene un diritto degli autostoppisti che annoveri una sorta di prelazione nella “posta” ai conducenti, quindi me ne sbatto altamente e mi metto un paio di metri prima di lui che comincia a murmuliare e fare gestacci. Con mio sorriso magico alla Mandrake becco pure subito un passaggio ma ho poi pure l’enorme magnanimità di spirito di chiedere alla autista di far salire pure sto fesso: le perle ai porci, quello invece di ringraziare monta su e continua a sbraitarmi contro e bubbu bubba. Vabbè sticazzi: si arriva a destinazione dopo aver percorso tutta l’isola lungo un suo fianco tra gole e tunnel. Quasi in cima sta il villaggio di Miskoldur, quella della sirena Kopakonan di cui vi parlavo ieri; poi dopo un lungo e buio tunnel eccoci a Trøllanesi il villaggio più settentrionale delle Far Oer e perciò conosciuto come la “fine del mondo”: in effetti dopo c’è solo mare e poi ghiaccio fino al Polo Nord. Anzi per la verità oltre la collina si stende in direzione nord un altopiano erboso di circa 3km, al termine del quale è situato un altro, bellissimo faro. Ho i minuti contati, perdere l’unico autobus della giornata significherebbe perdere ogni coincidenza col battello e la successiva corriera per rientrare nella capitale, ma parto al gran galoppo. Mi fiondo su sto enorme tappeto verde abitato solo da pecore e uccelli, e che uccelli scoprirò più tardi. Sullo sfondo lo scenario inquietante degli alti promontori delle isole limitrofe

Alla fine, tra mille belati di pecore e pecoroni appare il faro, e con lui fa capolino il coglione polacco dell’autostop, già ad affannarsi sulla via del ritorno. Gli chiedo se secondo lui sono in tempo Utile a percorrere la via che manca per il faro e rientrare e lui ovviamente dice di sì, rendendomi un vile tranello. “Al ritorno- mi dice -” accorcia per il sentiero che sale più a monte, è più breve e poi asciutto della via che corre a valle, ridotta ad un pantano”. Mah, mi fido, giunto al faro, il tempo di fare conoscenza con il farista e sua figlia, gli immancabili caproni con cui socializzare e giù, a rotta di collo verso Trøllanesi. Anzi non giu, ma su, seguendo il consiglio del mio “amico” autostoppista mancato: un tranello diabolico la via a monte è più volte interrotta da massi, estremamente accidentata e, dulcis in fundo, sito di riproduzione delle sule marine, certe bestiacce piovute giu dall’Artico e dall’apertura alare di uno pterodattilo:

Prendono a volteggiarmi sulla testa e a lanciarsi in picchiate semi-suicide sulla mia testa degne del miglior pilota di Zero giapponese, quelli che si lanciavano sulle corazzate americane con tutto l’aereo per capirci. Le poverine ovviamente difendono i loro nidi e davvero è impressionante il coraggio con cui mi si lanciano sulla testa dalla quota a cui volano. ….Passa anche questa e rientro senza ulteriori problemi nella capitale Torshavn, l’unico luogo nelle isole ad avere dei ristoranti degni di nota ed una discreta vita notturna mei week end . Anche se la notte qui è un concetto astratto, nel senso che non fa mai buio. Figurarsi che qui in foto erano le tre di “notte”

Dove nascono i giganti- giorno 5: Nordic Syren

Esiste anche qui nel lontano Nord delle Isole Far Oer un mito delle sirene, e come da noi nell’Odissea è una storia che unisce Amore e Morte.Le Sirene (o qualcosa che assai vi somiglia) qui prendono il bizzarro nome di “Kopakonan”, che viene mutato poi in quello di “Selkie” un migliaio di km più a sud sulle coste irlandesi e scozzesi dove si celebra lo stesso mito, quasi come a credere che questo nordiche creature mitiche riuscissero a nuotare come balene da una costa all’altro di questo tempestoso tratto di oceano. Ad ogni modo le Kopakonan avevano le sembianze di una foche: questi animali erano considerato dagli abitanti come esseri umani che avessero deciso di porre fine volontariamente alla loro vita gettandosi nel mare. Costrette a vagare senza pace negli oceani, le Kopakonan erano ammesse poi solo una notte all’anno a tornare sulla terra ed era essa la tredicesima notte dell’anno (che nel calendario runico vichingo dovrebbe essere la tredicesima partendo dal solstizio di inverno quindi intorno al 4-5 gennaio, periodo qui di buio totale e tempeste). Quella notte le Kopakonan potevano svestire le loro pelli di foche e sostare poche ore sulla spiaggia per rivedere da lontano il mondo che avevano scelto di lasciare.

Ma un giorno anzi una notte, la tredicesima appunto, un contadino del piccolo villaggio di Mikladur, sull’isola di Kalsoy, attese sulla spiaggia che le Kopakonan salissero dall’oceano e, vedendole svestite delle loro pelli di foca, ne ammirò in particolare una, giovane e di assai bell’aspetto. Decise così di rubare la sua pelle di foca e di non restituirla, sebbene la giovane e tutte le altre Kopakonan lo supplicassero di restituire la sua pelle e lasciarla andare. Ma lui non cedette e la giovane fu costretta a seguirlo nuda alla sua fattoria. Qui la povera Sirena fu rinchiusa in cattività ed il malvagio contadino fu custode gelosissimo della sua pelle da sirena, perché perfettamente conscio che lei non appena reindossata quella pelle sarebbe di nuovo fuggita negli abissi. Divenne presto sua moglie ed ebbero un figlio , ma il contadino continuava a non poter liberare la donna ne a mostrarla agli altri abitanti del villaggio, tra cui si diffusero dicerie e leggende . Un giorno finalmente il contadino si recò a pescare coi suoi amici, dimenticando la chiave della cesta ove teneva chiusa la pelle di foca. Rendendosene conto, esclamò ai compagni :” Oggi perderò mia moglie” e raccontando loro finalmente tutta la verità. In effetti al ritorno la moglie- Kopakonan non era più in casa ma già sulla spiaggia, ove indossò la veste da foca si lanciò tra i flutti. Qui subitò incontrò un esemplare di foca maschio che era stato ad attenderla per tutti questi anni e che non aveva mai smesso di amarla. Prima di accettare l’amore del suo nuovo compagno, la Kopakonan volle riemergere una ultima volta ad ammirare il suo figlio che nel frattempo era accorso sulla spiaggia. In quel momento tutto gli abitanti riconobbero nella foca la madre del ragazzo, che un giorno sarebbe diventato il capo di questo villaggio situato in capo al mondo, a creare una discendenza di uomini- foca, di uomini figli delle Kopakonan, le struggenti sirene di questo angolo remoto del pianeta

Dove nascono i giganti – giorno 4: Mykines, solitaria regina

” Non si trovava mai riposo quando si era se stessi, ma solo quando si era un nucleo di buio. Perdendo la propria personalità, si perdevano anche le preoccupazioni, la fretta, l’agitazione” Virginia Woolf- Gita al faro

Il fatto è che un faro sulla cima di un promontorio di un isola deserta sul mare in tempesta è qualcosa che evoca da se citazioni letterarie, è come un pungolo a cercare nella propria fantasia , nelle proprie letture. Ho aperto con questa frase di Virginia Woolf” che per la verità non sento completamente mia, nel senso che la sentirei appropriate per altre persone ma non per me stesso, ma andiamo oltre. Il luogo in questione, nella sua remotezza e devastante bellezza, mi ha sulle prime suggerito un’altra immagine letteraria, che si lega ad un ricordo molto bello, quello di una rappresentazione teatrale che mi affascinò e commosse. L’opera in questione si intitola “Le variazioni enigmatiche” , dell’autore Eric- Emmanuel Schmitt, composta solo nel 1995 e rappresentata finora poche volte in Italia. Il titolo prende spunto da una opera sinfonica del compositore Edward Elgar https://youtu.be/SvA6FtN8-n0 e fanno in effetti, più che da colonna sonora, quasi da voce narrante al testo, nel senso che ne accompagnano e danno continuamente incipit alla trama. Il racconto narra di Abel Znorko, immaginario scrittore vincitore del premio Nobel che, stufo del mondo e delle sue beghe, si rifugia su un’isola deserta vicina al Polo Nord, continuando solo ad intrattenere una corrispondenza con una donna di cui è perdutamente innamorato ma che non ha mai conosciuto se non attraverso le parole delle sue leggere. Un giorno un noto reporter si sobbarca il faticoso viaggio per andare ad intervistare lo scrittore nella sua casa in fondo al mondo e dopo una serie di falliti tentativi di bucare la corazza di introversione che pervade lo scrittore , è lui stesso a rivelare il suo segreto all’altro ovvero che la donna con cui intrattiene un rapporto epistolare da 15 anni, unico contatto col mondo esterno, è lui stesso. Lo scrittore, che aveva idealizzato questa figura nella sua mente per tanti anni, dapprima sbalordisce e si infuria, poi ne conviene che la sua idealizzazione e fantasia ormai possono perdurare anche oltre questa circostanza e si congeda dal reporter, annunciando che continuerà a scriverlo. Si accetti a questo punto la suggestione, non chiarita dal testo: l’isola ove ha svolgimento la trama è Mykines, la più remota e occidentale delle Isole Far Oer, il che significa che si protende verso l’Atlantico con questa sua forma aguzza e oblunga col il faro all’estremità che pare il corno di un insetto, di una mantide religiosa verde come una foglia. A Mykines vive una piccolissima comunità di persone, forse una ventina in condizioni non certo semplici, visto l’isolamento e le condizioni meteo nei mesi invernali proibitive. L’isola non ha porti naturali, presenta scogliere a picco del tutto inaccessibili per gran parte del suo territorio. Il molo di attracco del battello, ricavato alla meno peggio in fondo ad un canalone esposto alle correnti, funziona regolarmente solo nella stagione estiva mentre in quella invernale è spesso reso inservibile dalle alte onde oceaniche per intere settimane. Da non confondere per nessuno motivo con la quasi assonnante Mykonos, sito di passaggio e riproduzione di una massa indistinta di coatti, Mykines è sito di riproduzione di molti uccelli, tra cui la parte del leone la fanno i sea puffin, i bellissimi e un po’ buffi pulcinella di mare che nei mesi da aprile a novembre colonizzano l’isola in numero impressionante

all’arrivo in paese una mappa spiega ai visitatori i possibili sentieri di marcia ma tutti si fiondano verso quello che conduce al faro, tra l’altro bello non solo nel suo epilogo finale ma anche nel percorso tracciato come una gincana per le asperità rocciose dell’isola
tra coste scoscese e promontori a picco sul mare

E E si arriva alfine al faro, preceduta da una casa solitaria ormai abbandonata dove vivevano gli addetti alla manutenzione del segnatore luminoso in metallo di bianco verniciato, che giace come una sorta di mostro dantesco, condannato dalla sua natura a dover restare in eterno in un posto così remoto e tempestoso, nondimeno magnifico.

Aggiungo una nota personale: Mykines coi suoi percorsi mozzafiato è il posto più bello del mondo per fare una caccia al tesoro e mi ha dato ispirazione per la prossima che però si svolgerà, bisogna pure accontentarsi, solo a Capri. Non dimenticherò mai Mykines, luogo che già conservo nell’anima