L’orizzonte perduto – Giorno 18 : Hoi An, un anagramma di storia e bellezza

Bene, cominciamo subito col rivelare quale potrebbe essere mai quest’anagramma: semplice Hoi An, mia meta di arrivo, è l’anagramma della mia meta di partenza Hanoi. Simpatico no? Poi sarebbero possibili pure altri anagramma, il più criptico dei quali potrebbe avere come frase introduttiva ” la prima aspirazione del Califfo” (inteso come Franco Califano”: dunque come prima aspirazione avremo non ciò a cui state pensando ma la lettera aspirata H……e tutto il resto è noia (restano le lettere OI AN). Think palillians! Detto questo Hoi An è davvero bellissima: adagiata su un ansa dell’omonimo fiume, si compone di due parti su diverse isolette fluviali unite da ponti. Già i ponti i ponti sono la migliore chiave d’interpretazione per capire Hoi An. Questo bellissimo in foto è il famoso “Ponte coperto giapponese”, una sorta di Ponte Vecchio in salsa nipponica nel senso che come quello fiorentino ospita al suo interno spazi coperti e alloggi che erano la dimora dei mercanti giapponesi. Altri mercanti venuti dalla Cina provvidero invece ad edificare il più grande Ponte Cinese nei cui dintorni decine di barchette si agitano in antichi traffici e più recenti giri turistici. La città è storicamente infatti sede di mercanti sin dai tempi di Marco Polo: i venditori di seta venivano qui da ogni angolo dell’Asia per scambiarla con spezie o venderla a qualche intrepido mercante europeo. Molte infatti le abitazioni in stile francese Ma le case più belle di mercanti sono quelle che appartenevano alle ricche corporazioni di mercanti cinesi, simili quasi a dei templi Erano le sedi di gilde di mercanti divisi per regione di provenienza: quelli del Fujan, dell’isola di Hainan, del Guanzhou e fungevano anche da sacrari religiosi e tribunali. Il per la casa-bottega più bella va comunque ad un mercante locale, un certo Tan Kydi famiglia poverissima e rimasto orfano in giovane età, Tan Ky riuscì a mettere su un’enorme fortuna col commercio di seta, oltre a rivelarsi un benefattore ed un mecenate per la sua comunità. Alla sua morte migliaia di persone da ogni angolo del Vietnam portarono doni nella sua bellissima casa in legno pregiato.

Hoi An è davvero bella e come tutti i posti belli paga un dazio all’enorme sviluppo turistico ma ha saputo ad ogni modo mantenere la sua identità . Poi se il caldo opprimente diventa insopportabile, potete fare sempre un salto sulla bellissima spiaggia di An Bang, di fronte alle remote isole Cham paradiso dei sub per i fondali ricchi di coralli e pesci tropicali. Sorge nei pressi anche il bellissimo sito di My Son, antica capitale del regno ChamE poi sta la ricca cucina locale, una tradizione secolare che inventó secoli orsono il genere cd fusion. Specialità della casa ?nientedimeno il “totano abbuttunato”! Qui però lo guarniscono con carne di maiale, che con 35 gradi anche di notte e umidità vicina al 100% non se ne scende proprio easy ma va bene lo stesso.

Visitate Hoi An!

L’orizzonte perduto – Giorno 17 : i treni per Da Nang

Una cosa fondamentale di un viaggio credo sia l’atteggiamento, intendo quello di fondo con cui ci si relaziona alle cose, lo spirito con cui si vive ciò che sta accadendo e ci si prepara a ciò che accadrà. Solitamente per mio conto, anche se forse la carta d’identità e credo anche l’aspetto esteriore suggeriscano ormai altri profili , cerco di avere sempre lo spirito del backpacker, quello da viaggiatore giramondo zaino in spalla molto easy going che vive il viaggio un minuto alla volta e prende con un sorriso anche eventuali contrattempi e mancanze altrui, includendole quali spunti dell’avventura che si sta vivendo. Questo è quello che di fondo mi ripropongo, quasi come un credo ideologico, ma non sempre vi riesco. Capita anche a me a volte di svegliarmi in viaggiocon un altro atteggiamento di fondo: quello della pereta/tracina in vacanza. Ho unificato i due concetti all’apparenza affini ma credo sia possibile una distinzione e, senza dilungarsi troppo in analisi antropologiche, direi che potremo fare una sorta di bird-watching: per osservare un esemplare di pereta in vacanza non dovete fare altro che recarvi in questi giorni ad una qualsiasi ora del giorno ad un tavolino di un bar della piazzetta di Capri, che a fine estate ne è affollata come uno stagno della Camargue lo è di fenicotteri prima della migrazione invernale. Stanno li quasi tutto il giorno, persino il mare è considerata un’attività ingombrante e che sottrae energie preziose al fulcro della loro vacanza, che è quello di rivendicare il proprio status di Signora. Laddove ciò gli viene sottratto o non riconosciuto con la giusta dovizia, la Pereta pardon la Signora parte con la lamentela: contro “la Capri di una volta che non c’è più” così come contro “la Capri vecchia che non si evolve verso nuovi nuovi modelli” tipo Ibiza, due aspetti non proprio collimanti anzi antitetici ma vabbè. Più difficile e meno scontato invece il bird-watching della tracina vacanziera, che nidifica un po’ ovunque ma con minori versi di richiamo. La sua forte tendenza a scambiare attacchi di bile e isterie patologiche per crociate sante in nome della Moralità e della Giustizia, vorrebbe che le masse dormienti la seguissero in roghi pubblici e lapidazioni contro la casta di corrotti che fa partire i treni sempre in ritardo, le compagnie aeree con quella aria condizionata a palla che fa venire la polmonite ai bambini, i tassisti che fregano la povera gente sul tassamentro e l’albergatore che ha la piscina con troppo cloro: la sua vacanza è una sorta di class action perpetua, una battaglia nevrotica contro le ingiustizie del mondo.

Ecco, tornando a noi stamattina mi sono svegliato con in testa un cocktail delle due situazioni descritte e quindi con questo gradevole status of mind mi tiro prima una bella questione con la tipa della reception per via dell’aria condizionata scassata o meglio dire non regolabile; conosce solo due funzioni : On e ti ricostruisce in pochi istanti il microclima di Vladivostok a Gennaio, Off e in pochi istanti ti ritrovi nel bel mezzo del deserto della Dancalia a confine tra Etiopia ed Eritrea pur non essendoti mai mosso dal tuo letto. La notte di alternanza tra la taiga siberiana e il “deserto dei deserti” ha influito parecchio sull’umore, così continuo a colazione a tirarmi la questione con due cinesi, cui faccio notare due delle cose che mi danno più fastidio quando sono in modalità pereta/tracina: il parlare a voce troppo alta ed il mangiare a bocca aperta. Passi il primo ma sta da dire che il secondo aspetto costituisce una prassi piuttosto diffusa e certo poco gradevole a tutti i paesi asiatici: sono giorni che mi siedo a tavola a gustare le prelibatezze del cibo vietnamita ma mi trovo sempre di fronte qualcuno con la bocca aperta come una betoniera che impasta il cemento (anche a livello sonoro credo che il paragone sia calzante). Ed a tal proposito non vi dico quando prendono a degustare alcune delle specialità locali quali zuppe o noodles: i picchi in microfrequenze raggiungono livelli improponibili, a meno che con molta fantasia non si riesca a chiudere gli occhi e riportare quello squittio sonoro con l’immaginazione da un’altra parte con altra gente, sotto la scrivania di Clinton per fare un esempio.

Farei bene tuttavia a dismettere subito questo atteggiamento per non appestarmi la giornata odierna, che tra l’altro è una di quelle più on the road di tutto il viaggio, contemplando un magnifico viaggio in treno dal nord al sud del paese.

Il viaggio si fa subito magnifico con il trenino che sferraglia lento in un paesaggio davvero singolare: a sinistra il mare, a destra altissime montagne e in mezzo un esile binario come a fare da spartiacque. Piacevole il clima a bordo, dove capito in cuccetta con due vietnamiti e un italiano grosso esperto di storia Cham, l’etnia fondatrice del Vietnam antico. Si trattó di un popolo dal passato fulgido, in perenne conflitto con i khmer dell’attuale Cambogia, gli edificatori dell’Angkor wat per capirci. I Cham (o Champa) non furono da meno nel costruire templi che facessero tremare le ginocchia per la loro magnificenza ma gran parte di quel patrimonio è andato perduto, anche per via degli sciagurati bombardamenti americani durante il conflitto. Certo bisogna avere davvero la merda nel cervello per bombardare un sito archeologico ma purtroppo scoprirò non essere stata nemmeno la peggiore delle nefandezze compiuta quaggiù dagli yankee.

Valichiamo uno spettacolare passo di montagna detto di Hai Van che in pratica divide il nord dal sud del paese, proteggendo quest’ultimo dai freddi “venti cinesi”, ed entriamo in quello che anche politicamente era il Vietnam del Sud prima della riunificazione di Ho Chi Minh.All’ arrivo di questo fantastico viaggio in treno, una sorta di Oriente Express sfuggito al Progresso, giungiamo a Da Nang, quello che era il porto di sbarco dell’esercito americano in Vietnam. Una certa influenza americana è in effetti tangibile con la città che ha assunto uno skyline alla Miami

Ed un ponte cd del Drago che la sera si illumina in mille giochi colorati. La città ospita un eccezionale museo della cultura Cham, visto che questi capolavori all’aperto diventavano bersaglio per i Rambo dell’aviazione a stelle e strisce

Per il resto Da Nang non offre molto ed in infatti è base di partenza per la mia prossima destinazione:

Oltre queste bizzarre montagne dette “di marmo” perché effettivamente vi si estrae esso, sta la magnifica Hoi An, su un ansa del fiume omonimo, fiabesca città di mercanti sin dai tempi di Marco Polo.

Ma di ciò parleremo nella prossima tappa di questo incredibile viaggio

L’orizzonte perduto – Giorno 16 : Cat Ba is always a good idea

Sono nato e vivo ancora in una casa sita di fronte ai faraglioni di Capri, posti in una prospettiva talmente frontale e nitida che la mattina sembrano entrarti in casa dalla finestra.

Sarà questo forse il motivo che ha fatto maturare in me una certa esigenza di avere dinanzi ai miei occhi qualcosa di bello al risveglio: non che debba per forza trattarsi dei Faraglioni di Capri, per carità ma mi piace assai poco l’idea la prima cosa che vedano i miei occhi al risveglio debba essere un palazzaccio o uno svincolo autostrade. Beh, ad ogni modo se esiste un posto al mondo dove giammai si potrà avvertire la saudade dei faraglioni di Capri. quello è Cat Ba e la Halong Bay.

Come già saprete infatti, il termine “faraglioni” in italiano indica in senso generico degli scogli di una considerevole altezza e dimensione ubicati in mezzo al mare . In Italia sono noti i faraglioni di Capri, quelli di Scopello, quelli di un posto nel Gargano e altri . Nella Halong Bay si conteranno migliaia di faraglioni anzi è una successione quasi senza soluzione di continuità di essi

Una sorta di Via Lattea di faraglioni immersi in un mare smeraldo, con Cat Ba che potrebbe essere una nebulosa di faraglioni addensati tra loro a formare un volume

Per la verità il verde del mare non è proprio smeraldino: piuttosto di un verde bottiglia direi, anche se va schiarendosi parecchio col sole…

Ah già il sole, me ne ero quasi dimenticato dell’esistenza ! Finalmente si concede per una mezza giornata e posso concedermi in pomeriggio di relax al mare con bellissimo tramonto al Cannon fort, una postazione dismessa di artiglieria dell’esercito nord-vietnamita.

In effetti la Halong Bay col suo muro di speroni calcarei fa da scudo proprio alla capitale del nord Hanoi, dove nel conflitto gli americani hanno provato tante volte ad entrare senza mai riuscire a metterci piede. Merito forse degli amici qui

Cat Ba è un’isola magnifica, come è dato di percepire già all’arrivo in una zona paludosa dove tra foreste di mangrovie pescatori tengono in gabbia grossi pesci pescati in alto mare.

Comincia poi la processione di faraglioni che culmina nella Lan Ha Bay, da cui si parte pure per la già nota Monkey Island

Una sola brutta e inspiegabile sorpresa: in un paradiso naturale, l’insediamento urbano di Cat Ba ha assunto un’aria decisamente inappropriato con grattacieli o qualcosa che vorrebbe somigliargli proprio a ridosso di una baia incantevole. Una sorta di brutta copia di Montecarlo o Miami (già assai brutte di loro per quel che mi riguarda) che non ha ragione di essere ne di divenire luogo di sosta, a meno che non si abbia la fortuna di trovare una stanza da cui ammirare questo tramonto Ad ogni modo, l’isola è sufficientemente grande per trovare migliaia di posti incantati.

Cat Ba is always a good idea!

L’orizzonte perduto – Giorno 15: shock the Monkey

La citazione non è scontatissima ma nemmeno di quelle più impossibili e dovrebbe tutto sommato suggerire immediatamente qualcosa a quelli della mia generazione, diciamo dai 34-35 in su. Parlo del “pezzaccio” di Peter Gabriel del 1982 che ovviamente rimanda nel titolo al luogo ove sono arrivato, ribattezzato appunto Monkey Island. Ma incredibilmente anche il senso recondito del testo di quel geniaccio di Gabriel disvela alcuni dei segreti più intriganti di questo sputo di terra gettato nel mare del Tonchino ed ammantato da una giungla assai difficile a penetrarsi. Ad ogni modo tutto a suo tempo e per prima cosa vi inoltro il link della canzone https://youtu.be/CnVf1ZoCJSo

Quando sei su un’isola con altre sole otto persone passi necessariamente ad osservarle e, se riesce, a socializzare un minimo. Faccio subito amicizia con tre simpatici ragazzi sud-coreani, brillanti ingegneri nel sviluppatissimo comparto elettronico del loro paese. Educati e colti, stanno facendo una sorta di last trip insieme, giacchè al ritorno due su tre convoleranno a nozze e sarebbe mio piacere ospitarli in honeymoon con le rispettive consorti in albergo a Capri se, come i mariti sognano di fare, potranno trascorrere la luna di miele in Europa. Il problema è che però le mogli sognano di andare a Cancun e, visto il modo di fare ormai completamente occidentalizzato di questo popolo, qualcosa mi dice che il prossimo visto sul loro passaporto sarà quello messicano. Sta poi una coppia di tedeschi di quelli imbruttiti assai, che non contempla altra idea di viaggio che lo stare sbivaccati su un lettino a bere birra e mangiare würstel e crauti indipendentemente dal fatto che non si trovino proprio su un lago della Baviera. È un’idea di viaggio che portano avanti sin da giovanissimi quando la applicano a posti come Lido di Jesolo o Gabicce mare, poi quando diventano adulti e fanno più soldi (perché li fanno) la estendono a varie latitudini del globo come in questo caso. Ed il caso di specie contempla questa Monkey Island, meta tra l’altro assurta agli onori della cronaca cinese perché a quanto pare qui si sono consumate le gesta di una sorta di “Grande Fratello” coreano o cinese (non ho ben capito). Insomma qua hanno girato qualcuna di quelle troiate tipo “Isola dei famosi” in salsa cinese ed è questa la ragione precipua se non esclusiva che ha attratto sull’isolotto l’ultima coppia di ospiti che manca all’appello, per distacco i campionissimi della brigata. Lui “business man” di Shangai come ama ripetere un secondo dopo aver detto il suo nome, ciuffo alla Elvis Presley e look alla Alex Amitrano per dimenticare le primavere che saranno state già una quarantina, lei una sorta di geisha 2.0 che vive riprendendosi al cellulare anche quando mangia. Diventano subito i mattatori della serata offrendo una sorta di gin coreano e provando a rivivere i luoghi dove nel programma tv si erano consumate le gesta dei protagonisti. In particolare pare che una soubrette della tv cinese sia stata castigata una sera su quella stessa spiaggia alle mie spalle da un campione coreano di short track (quello sconclusionato sport consistente in una sorta di girotondo su ghiaccio e noto per aver una volta assegnato una medaglia d’oro ad una pippa assurda che ebbe come unico merito di essere l’unico a non cadere pur essendo staccato di km dai primi. Pare pure che il nostro campione coreano avesse di short solo il track mentre tutto il resto sia stato di dimensioni ragguardevoli, e la cosa allieta molto il discorso tra coreani e cinesi a tavola, per quel che mi è dato di capire. La mattina, mentre diluvia, il discorso ripiglia la stessa falsariga della sera, con il luogo ove si sarebbe consumato l’idillio tra la soubrette e il girotondista siffrediano coreano eletto a tempio votivo dai due cinesi i quali entrano piutosto in rotta di collisione coi due tedeschi perché loro in quei due unici lettini intravedono il modo d’amore perfetto per le loro eruttazioni eterne contemplando il mare a mo di tricheci nella fase della riproduzione. Sopraffatto da tanto trash provo una fuga sulla montagna a vedere le agognate scimmie di Monkey Island (per adesso solo sentite in un frastuono assordante) ma la vegetazione è talmente fitta che non mi raccapezzo Nel frattempo sulla spiaggia dei famosi diluvia un nevischio di acqua e minchiate che mi fa prendere la decisione di uscire dal reality, comunicando alla “Simona ventura” alla reception la mia volontà di lasciare lo show.

Torno sull’isola principale, la bellissima Cat Ba, dove per la prima volta forse in due settimane vedo un bel soleper una serena giornata di mare, lontano dalle melliflue atmosfere di Monkey Island, un posto che a suo modo mi ha shoccato.

L’orizzonte perduto – Giorno 14 : the road to Monkey island

Monkey island è il nome di un fortunato videogioco che faceva furore su per giù negli anni’90 al quale francamente non credo di aver mai giocato ma che ricordo trastullava parecchi miei amici: era una sorta di caccia al tesoro con indizi disseminati qua e là e come tale teoricamente congeniale ai miei gusti ma devo dire che ho sempre avuto una certa ritrosia verso questi passatempi, anche perché mi è sembrato sempre piuttosto evidente la velocità con cui provocano uno scollamento dalla realtà in che ne abusa. Ad ogni modo un posto chiamato “isole delle scimmie” in Vietnam ci mette poco a rapirti la fantasia se hai voglia di avventura e così mi dirigo la, non capendo manco bene dove sia ubicata.

siamo in effetti nella famosa Halong Bay, cento km a sud di Hanoi, e parliamo di un isolotto nei pressi della più estesa Cat ba. Un posto magnifico, si tratta di arrivarci ora. C’è tempo prima per una mattina di scoperta della tutto sommato bella Hanoi, al netto del traffico assassino. Assaporo un bel tempietto su un piccolo lago situato proprio nel mezzo della città. il lago (meglio dire lo stagno) prende il nome di Hoam Kiem, che in vietnamita significa la bellezza di “Lago della spada restituita” ed allude ad una vittoria ottenuta contro gli invasori cinesi da un re locale, per intercessione pure di una tartaruga sacra , ora onorata in una bella scultura di giada, che viveva nel lago Immaginare quella fetida pozza urbana popolata di tartarughe appare difficile oggi quando al massimo potrà essere popolata di ratti e colibatteri fecali appare improbabile oggi ma tant’è, il dato che appare, anche dalla successiva visita al museo archeologico è un altro: il popolo vietnamita, un tempo identificato nei progenitori Champa, ha una lunga storia di battaglie contro superpotenze invasori. Assai prima del colonialismo yankee, i vietnamiti hanno dovuto per secoli tenere a bada le mire espansionistiche del gigante cinese e pure di quello mongolo, riuscendo sempre egregiamente a far tenere il culo fuori dalla loro terra a pretenziosi conquistatori. La cultura Champa vanta in effetti tesori inestimabile valore artistico ma non altrettanti siti originari ove conservarli come la vicina Cambogia: i più belli sono andati perduti nel conflitto con gli americani a cui è riuscita l’impresa barbara di bombardare persino dei siti archeologici , si che le opere sono ora conservate nel bellissimo museo di storia La scena museale di Hanoi è sorprendentemente vasta e di livello, compendiando a fianco al già citato museo di storia anche un originale museo dedicato alla figura della donna nella cultura vietnamitail plesso è tenuto e organizzato in misura davvero eccellente, con sezioni che spaziano dalla figura nella donna nel matrimonio passando per l’arte culinaria fino all’omaggio ad eroine locale come tale Chan Kin, una contadina di una minoranza del sud capace di accoppare in battaglia la bellezza di 155 nemici americani e persino un aereo da trasporto con la sua mitragliatrice.

Ma ormai è ora di partire, rotta a sud verso il golfo del Tonchino che si appalesa dopo un paio di ore di busPer me significa essere arrivato dall’altra parte, su un altro mare dopo essere partito dal golfo del Siam. Per chi mangia pane e geografia come me so soddisfazioni! Siamo nella celeberrima Halong Bay, divenuta nota recentemente in tutto il mondo per la “scoperta” degli scenari naturali con picchi calcarei che paiono spuntare come ghiaccioli verdi dal mare anche esso verde ma più chiaro. La prima tappa è Cat ba, che si manifesta subito magnifica eccezion fatta per il centro abitato principale irto di inspiegabili grattacieli e palazzacci, mentre tutto intorno pernla vasta superficie dell’isola regna una natura piuttosto incontaminata e lussuriosa. Ma non è questa la mia meta finale: devo arrivare a Monkey Island e quindi sciropparmi un’altra attaverdamento Marino dal secondario molo di Ben-Beo, ubicato giusto alla fine di un fiordo pervaso da una bellezza fuori dal comune come quello della baia di Han La fa buio e quindi molta della bellezza viene mangiata dalle tenebre e rimessa alla nostra immaginazione ma poco male: solcare acque magiche sul far della sera nel bel mezzo di un mare un tempo popolato da mercanti e pirati è un’emozione che riempie il cuore a noi tutti.

Oddio “tutti” è un parolone: nove siamo in totale le persone che dormiranno stasera a Monkey Island: io, una coppia di tedeschi, una coppia di cinesi e tre ragazzi coreani. Fossimo stati dieci, avrei pensato al romanzo di Aghata Christie, quello dei dieci piccoli indiani che si sterminano uno alla volta, ma siamo nove, a parte le scimmie che imperversano e si manifestano ovviamente ovunque, sia come fauna che come corti circuiti mentali (la “scimmia” che ti assale ogni tanto). Ma di questo semmai parleremo domani

L’orizzonte perduto – Giorno 13: le notti di Hanoi

Il congedo da Luang Prabang e dal Laos mi lascia con due mezze certezze. La prima è che il mondo è piccolo per davvero, se ti capita come nel mio caso di passare una divertente serata di baldoria con nuovi amici conosciuti in loco (in buona parte occidentali venuti a vivere qui e ben integrati nel tessuto della città), fare amicizia con un italiano così gentile da offrirti pure un passaggio in motorino e realizzare solo la mattina dopo che è proprio lui quella persona di cui ti aveva parlato un altro tuo carissimo amico dall’Italia anzi dalla Spagna, il quale quando aveva sentito dove mi trovavo aveva accennato al fatto che in questa Luang Prabang si fosse trasferito a vivere un suo ex collega. Insomma, “uscirne a parenti” come si dice a Napoli è una bella coincidenza se va a succedere in una cittadina del Laos, mica a Vico Equense ! La seconda certezza maturata invece riguarda una rubrica che tenevo nel mio programma- radio di una ventina di anni fa, il noto “Sunset cafe” sulle gloriose frequenze di Radio Capri. Ecco, nel corso del programma (dedito in gran parte alla musica rock per precipitare poi nel metal anche quello più brutale), mi ostinavo a tenere una rubrica piuttosto divagante rispetto alla linea editoriale, tale “Prospettica etnica” dove mi soffermavo ogni settimana su una diversa etnia dimenticata o minoranza minacciata. Ed eccomi cosi a parlare di hutu e tutsi, baschi e Hmong nell’interstizio tra un pezzo dei Metallica e uno dei Sepultura. Una cosa a metà tra l’eclettismo di un Peter Gabriel ed una pippa alla Marzullo, che incontrava poco gradimento tra i nostri radioascoltatori , metallari duri e puri che spesso chiamavano per invitarmi ad apporre il commuoglio del water close e sparare a palla il prossimo pezzo di gruppi chiamati tipo Kannibal Korpse, Pierced Genitalia o Capedimorto United, autori di hit tipo “Squartalabaradituamadreconlamotosega”. Insomma una platea poco attenta ai discorsi sensibili sulle etnie e le minoranze. Qui a Luang Prabang invece la mia magnifica e bistrattata rubrica “Prospettiva etnica” avrebbe sicuramente trovato un pubblico attento e sensibile all’argomento: un bellissimo museo fa da chiave di introduzione alle tante minoranze che vivono nelle montagne circostanti, alcuni a seguito di migrazioni dai posti più remoti dell’Asia

Akha, Khchu, Bao e gli Hmong dalla storia tormentata e perseguitata cui in parte accenna anche il bel film di Clint Eastwood “Gran Torino”: diciamo che ebbero la brillante idea di schierarsi con gli americani nel conflitto in Vietnam per poi ottenerne grande riconoscenza e smisurata simpatia, per così dire, dai vietnamiti stessi il giorno in cui gli americani se ne andarono con una mano avanti e l’altra dietro.

Ma ecco che abbiamo casualmente accennato alla mia prossima metà, il Vietnam! Già, la capitale del nord, la eroica Hanoi ormai mi aspetta per avvolgermi in un vortice di emozioni. Beh il vortice per la verità pare composto anche di altri fattori eterei tra le quali non ometterei certo lo smog, che si rivela subito a livelli altissimi appena messo piede. Per me di ritorno dal rurale Laos, la selva di grattacieli e asfalto assesta subito una botta che mi disorienta e innervosisce. Il titolo recita “le notti di Hanoi”: beh, diciamo che le notti ad Hanoi si dividono in due grandi categorie, quelle in cui non piove e la città tracima tutta sui marciapiedi fino a mangiare anche la sede stradale in una vitalità notevole; e poi ci sono quelle in cui piove è il caos è totale. La prima notte piove che Dio la manda. In tanti mi avevano parlato del traffico di Hanoi, talmente pazzesco a vedersi che finisce per divenire una sorta di atttazione turistica . Nella curiosità che mi prende, ho l’impressione, nel lungo vialone autostradale che conduce dall’aeroporto in città, che tutto sommato il traffico sia abbastanza disciplinato e non così trascendentale: è un’impressione del tutto fallace destinata ad eclissarsi ma mano che entriamo in città, quando una pletora di motorini comincia a sollevarsi come uno stormo di zanzare in una palude al tramonto. È qualcosa di davvero inimmaginabile a descriversi la turba di mezzi su due ruota che si attorciglia per queste strade riempendo di se ogni cm, strada o marciapiede non fa differenza, in tutte le direzioni e senza scontrarsi (o almeno non con la tragica frequenza che verrebbe da immaginare. Fermarsi a lasciare strada ad un pedone o una macchina che marcia in senso contrario è un qualcosa che dovrà essere tassativamente escluso dalla Costituzione del Vietnam o da qualche legge morale che getta il disonore eterno addosso a chi compie tale empia azione. Se considerate che siamo sotto un diluvio universale e non vi è un cm di marciapiede o strada al riparo, capirete che il gioco può diventare parecchio stressante. Quel turbinio inarrestabile e folle di scooter mi ricorda un po’ quelle immagini degli spermatozoi presi al microscopio che si agitano e muovono in ogni direzione alla ricerca di un qualche buco. Il clacson inoltre ritmicamente sincronizzato dai motociclisti con la rispettiva frequenza cardiaca: ogni battito una clacsonata su per giù…Verrebbe da pensare a Napoli e al suo traffico indisciplinato: ma vi dico, non so se siate mai stati allo stadio San Paolo e abbiate presente quel trambusto di motorini e macchine che si scatena per i viali di Fuorigrotta al termine della partita, magari accompagnato da quanti più clacson suonati all’unisono per salutare una bella vittoria: bene , Hanoi è così h24. .Nella mischia svolazzano persino ingombranti risciò a pedali, su uno dei quali monto pure sperso nella tormenta.

Non resta che lanciarsi in un’altra grande attrattiva di Hanoi dopo la danza degli spermatozoi a motore: lo steet food. In effetti il Vietnam è davvero una superpotenza culinaria ed il meglio dei suoi intingolo viene proprio dalla strada: la prima sera, sopraffatto dal rumore e il caos, faccio in tal senso una scelta proprio radical e mi accascio a mangiare per strada in un posto che richiede davvero coraggio per farlo

Poi stanno le notti di Hanoi senza pioggia in cui la città sprigiona una energia incredibile con il suo quartiere vecchio che pullula di locali e la gente che si riversa in massa sul lungo-lago del Quartiere Vecchio, cuore pulsante della città e a sorseggiare la Bia Hoi , una birretta light importata dai cecoslovacchi negli anni allucinanti del comunismo, che viene spillata direttamente per strada da venditori ambulanti a cifre ridicole

Che incomprensibile follia Hanoi!

L’orizzonte perduto – Giorno 12: Laos, l’ultima Asia

Oggi vorrei parlarvi del Laos e comincio facendo subito una cernita, individuando uno spartiacque: diciamo che se siete tra coloro che intravedono un luogo di idilliaca bellezza in posti come Dubai e le Canarie, se amate sorseggiare cocktail dall’alto di uno skybar sull’attico di un grattacielo e fare shopping in esclusive strade adornate di grandi firme del settore, beh allora il Laos potete pure tranquillamente cancellarlo dalla mappa geografica, sempre che vi foste mai domandati dove fosse. Questa è una terra che necessita di sue chiavi di lettura non scontate, che potrei in prima battuta individuare nella lentezza e nella riflessività. Impiegherete tempo in Laos per attraversare il fiume e spostarvi poi dalla riva al tempio (non vi dico da una città all’altra…), ci vorrà tempo per farvi servire o ottenere una risposta dai locali, ma sarà un tempo ben speso che passerete a riflettere, e ciò per giunta sarà inevitabile perché è ciò che vi circonda che vi spinge a farlo. La fretta di noi occidentali è agli occhi degli indigeni una sorellastra isterica di qualcosa da cui sembrano volersi tenere a margine o almeno bagnarsi gradualmente: il Progresso. Il Laos è fermo irrimediabilmente ad un momento della storia in cui il mondo stava per accelerare verso terribili disastri, quelli delle guerre mondiali e dei totalitarismi. Il Laos pare languire felicemente come un bambino nel letto prima che la sveglia suoni, cioè un minuto prima di tutto ciò. Vale a dire quando esisteva entro l’Indocina francese, la cui influenza si manifesta qui in misura tangibile e bella, trovando entro questo paesaggio e queste città la materia meglio caratterizzante per forgiare quella sua atmosfera da “vecchio mondo”.

Il Laos era per i francesi di allora, come lo è tutt’ora, una terra di oblio e di una lontananza cercata, qualcosa di simile a ciò che dovette spingere Gauguin ancora più giù nelle isole Marchesi. Ecco Gauguin:

i bellissimi volti dei locali, su tutti i bambini, paiono davvero disegnati dalla mano del pittore di Pont-Aven

Il Paese ha una forma oblunga simile un po’ all’Italia ma senza il mare: il suo mare è il Mekong, che lo attraversa da nord a sud per quasi tutto il suo territorio. Il paese sarebbe teoricamente una Repubblica socialista, al punto da esibire sempre in abbinamento alla bandiera nazionale anche il discusso vessillo con la canonica falce e martello.

Ma francamente non si intravede, nel bene o nel male, nessun impronta di collettivizzazione economica o di altri dogmi del socialismo reale; gli stessi laotiani, come era intuibili, paiono manifestare un interesse del tutto lontano per queste problematiche anzi paiono assai più devoti ai loro antichi re, come quello che regnava su Luang Prabang e tutto il nord del paese finì agli anni ’50.

Il suo regno illuminato fu tollerato, almeno nei confini della sua città o del suo bellissimo palazzo reale , anche dopo l’annessione del Laos ai colonialisti francesi e poi ai giapponesi. Un re che continua a regnare indisturbato mentre tutto il mondo fuori va verso un’altra direzione fa pensare solo e soltanto ad una cosa, un bellissimo film: “L’ultimo imperatore” di Bertolucci.

La cultura orientale ha un tratto distintivo nella venerazione sacrale per il sovrano: che sia esso un re, un monarca, un presidente o un dittatore il popolo tende a considerarlo tutt’oggi come promanazione di un potere divino e la sua parola è indefettibile, a meno che non si macchi di crimini particolarmente efferati. Persino nella sputtanatissima Thailandia, dove tutto è alla mercé del turista, da estensioni sconfinate di terra al corpo di minorenni purché si paghi, persino li accennare al Re di quel paese mette subito in guardia i locali, attenti a cogliere una sola parola non conforme alla qualità di un sovrano che possiate mai proferire: criticarlo può portare anche all’arresto pur in un paese vicino a standard occidentali su diversi aspetti. Pensate pure alla Corea del Nord, che teoricamente sarebbe una dittatura socialista ma il suo capo, figlio e nipote di altri “regnanti”, ha tutti gli attributi del sovrano teocratico, i cui poteri discendono da Dio. Non fa eccezione allo schema certo il Laos e l’ingresso al Palazzo Reale di King Visoun è fatto oggetto di controlli più rigorosi e scrupolosi di quelli, assai blandi in verità, visti alle frontiere e agli aeroporti.

In particolare sono bannate le foto dall’interno del bellissimo palazzo e piomberanno su di voi sole falchi a sequestravi il cellulare se osate trasgredire. Esso è ad ogni modo magnifico con un’atmosfera sospesa tra realtà e leggenda mai vista nei palazzi reali, che di solito non mi piacciono per niente. Qui, come già detto, pare davvero di essere in una storia di Corto Maltese, un libro di Salgari o un film di Bertolucci. O tutte e tre le cose insieme. E terminata la visita, salite al monte Phousi, una montagna sacra locale, a liberare dei beneagurati uccellini tenuti in gabbiette di vimini, o immergetevi nel paesaggio di colline impenetrabili intervallata solo da risaie che assumono in questa stagione una tonalità di verde quasi psichedelico: vicino in queste montagne molte minoranze etniche tra chi gli Akha e gli Hmong dalla storia tormentata. Giungerete alla Kuang si falls, dove potrete anche nuotare. È un posto che a chiamarlo Eden non gli si rende giustizia per quanto è bello

Alla base del parco vi è anche una fondazione che si occupa di preservare 30 bellissimi esemplari di orso tibetano, il parente più prossimo del panda con cui condivide il pericolo di estinzione : spietati bracconieri cinesi arrivano a sterminare questi magnifici animali per il solo strappargli la bile, il cui utilizzo nella farmacologia cinese è reputato miracoloso. Razza di bastardi!

E poi la cucina del Laos, uno scrigno di tesori della natura dosati con mani educate dalla maestria francese. Il gusto di ogni cosa è delicato, morbido

Questa è una terra non banale né banale è la scelta di chi ci viene, perché non si capita in Laos per caso. Lontano anni luce dalla frenesia che assale e consuma gran parte delle metropoli dell’Asia di oggi, lontano anche da certe storture economiche, il Laos è lo specchio di un’Asia ormai quasi perduta, una terra letteraria che dona oblio e dimenticanza a chi la cerca .

L’orizzonte perduto -Giorno 11: la Città dorata

Se vi piacciono le fiabe, conosco un posto dove non avrete bisogno di leggerne ne di scriverne alcuna, giacchè saranno i vostri occhi a disegnarne una da soli con lo sguardo. La fiaba potrebbe forse iniziare così: “Oltre alti monti lucenti e verdi colline, troverai, o Straniero, una città ricolma d’oro ove i templi risplendono come diamanti e sul cui trono siede un Re-Scimmia, posto a guardia del Sacro Buddha d’oro”. Già, in un effetti Luang Prabang significa in laotiano proprio questo: “Immagine del regale Buddha” ed è un regno antichissimo incastonato in un fondovalle di una remota regione di monti altissimi, una città-stato dalla storia millenaria. Ripeto il nome del posto perché credo che, a meno che non siate forti in geografia, non vi dirà molto: Luang Prabang. Siamo nel Laos settentrionale, su una penisola disegnata dall’onnipresente Mekong che qui si incontra o meglio dire assorbe, fagocita dentro se un fiume minore, il Nam Kam. In linea d’aria non siamo lontani come latitudine dal nord della Thailandia e dal Chang Mai, che disterà forse un 200 km, fatti però di montagne impenetrabili e strade tortuose. Chang Mai è assai pubblicizzata dalle agenzie turistiche thailandesi come una “romantica città d’arte” ma diciamo che in tal senso può giocarsela con una Luang Prabang come il Centro commerciale “Porte della Campania” se la vede con una Siena o una Verona. A proposito della città scaligera, capiterà nei miei diversi giorni di soggiorno qui una coincidenza francamente assai singolare ma ne parleremo magari più avanti: per adesso voglio continuare nell’introduzione alla bellissima Luang Prabang.

Diciamo che è una città che vi assorbe circolarmente dall’alba alla notte fonda, ma l’allusione non è a divertimenti notturni sfrenati, perché anzi il luogo mantiene un atteggiamento abbastanza sobria come si conviene ad una città pervasa da una forte spiritualità e che infatti reca un numero enorme di templi e pagode. All’alba potrete qui assistere al Tak Bat

la processione dei monaci in cerca di elemosina, un rito bello e antichissimo, mentre la notte potrete chiudere all’enorme mercato notturno in cerca di qualche pregiata stola di seta o dell’ottimo artigianato prodotti dalle comunità indigeni dei monti circostanti. In mezzo, il resto della giornata ci penserà la storia millenaria di Luang Prabang a riempirvelo. Nata come regno in un’epoca in cui la storia si fonde inevitabilmente con la leggenda, Luang Prabang pare debba la sua fondazione ad un essere mitologico asessuato dal viso rossastro ed il corpo filamentoso. chiamato Phunheu Nhaheu, e raffigurato sopra i frontoni di molti templi. La prima fase della sua storia parla di Re dalle sembianze di scimmie e cervi magici e si interseca con le vicende del popolo tibetano e della zona himalahiana, che in questi monti trova la sua estrema propaggine meridionale. Luang Prabang si è poi conservata come , regno a se stante nelle varie fasi storiche, giungendo all’apice verso fine ottocento con un re tuttora venerato dalla personalità ascetica e meditativa, tale Viseoun. Anche la Francia che colonizzava tutta o quasi l’Indocina francese garantii una sua indipendenza al Regno di Luang Prabang e persino la successiva terribile occupazione giapponese nel conflitto mondiale fece salvi i templi e la storia della città. Un regno ascetico in Indocina incastrato tra le montagne e poggiato su due fiumi già di suo fa sognare la mente e scatena la fantasia: le cronache dei viaggiatori francesi di inizio secolo descrivono con vibrante passione questo regno remoto e mistico in cui chi non volesse avere più niente a che fare con la Francia veniva a trovare rifugio . Figurarsi che ancora nel 1930 ci voleva più tempo a risalire il fiume da Saigon a Luang Prabang che dalla stessa Saigon a Marsiglia . La presenza francese è infatti molto ben testimoniata dalle tante case perfettamente conservate in stile coloniale. Lo stesso istituto di cultura francese è un gioiello in tal senso.

Passeggiando in bici su e giù per la penisola tra il quartieri coloniali e i templi, tra le anse del Mekong e del suo affluente Nam Kam, degustando tesori della natura ingentiliti da sapienti mani di influenza francese, vi sembrerà di stare in un libro di Salgari o un fumetto di Corto Maltese, “Corte sconta detta arcana” o metteteci voi quello che volete se di fantasia ne avete, perché il Regno di Luang Prabang è davvero il Regno della Fantasia.

L’orizzonte perduto – Giorno 10 : il Mekong comanda

L’addio a Don Det e alle 4000 isole sul Mekong mi riempie di commozione : so già che è uno di quei posti che porterò sempre nel cuore ma ove non tornerò mai più, anche perché farlo significa storpiare il ricordo e l’unicità di emozioni che non tornano uguali. E poi questo è uno di quei posti crepuscolari, destinati irrimediabilmente a mutare, a entrare in un mondo di convenzioni da cui finora sono stati in gran parte fuori La mattina sul molo o su qualcosa che vi somiglia, ci salutiamo tutti come fossimo amici di liceo all’ultimo giorno di scuola dopo anni trascorsi fianco a fianco, anche se dopotutto insieme abbiamo trascorso solo qualche giornata, una avventura in kayak, una sbronza o una folle partita a bowling sulla sabbia con le noci di cocco al posto delle bocce. Si socializza più in un contesto del genere in tre giorni che in condominio di una qualsiasi città occidentale in trent’anni, statene pur certi.

Ci sono tutti, un’umanità che pare una tela di Gauguin ai tropici su una cui metà è stato appiccicato il poster del “Grande Lebowsky”. Ognuno prosegue per la sua strada per chissà dove, l’unico a rimanere, oltre alla bellissima “river people” locale, è “Geremia il matto”, un lungagnone francese appassionato di Guccini e De Andre che lavorava come portaborse al parlamento europeo a diecimila euro al mese per il papà della fidanzata, senatore della Lega! Tuttavia la notizia di una dolce attesa di una bellissima indigena sulle rive del Mekong pare sia piaciuta all’Onorevole meno persino dei gusti musicali “da comunista” del papabile genero, la cui carriera di “assistente parlamentare” s’interuppe bruscamente quel giorno per evolvere in quella di gestore di un capanno-bar su una delle 4000 isole del Mekong .

Ma l’amarcord lascia presto campo ad un triller , esce “l’addio ai monti” di Renzo Tramaglino e Lucia Mondella ed entra una prima visione di Spielberg, con un’ennesima disavventura ed un’ennesimo scampato pericolo simile ad altri ma questa volta esponenzialmente più rischioso. La similitudine è data dal ricorrere di tragitti in fiume in cui finisco trascinato dalla corrente contro rami da schivare: era successo sul battello a motore in Cambogia da Battambang a Siem Reap, con un margine di rischio tutto sommato accettabile. Ero poi finito di nuovo nei rami assassini ieri mentre ero in kayak, capottandomi nel fiume che mi trascinava giù per un buon mezzo km, e diciamo che poteva andarmi molto peggio, perché la corrente era debole in quel punto ma il Mekong un bestione che si agita come un drago mitologico, sputando qua e là mulinelli e rapide infernali. Ora davvero rischiamo grosso: la stretta e lunga lancia in legno che ci deve condurre dall’isola alla terraferma, stipata di umani e valigie oltre ogni minimo margine di sicurezza, nel bel mezzo del Mekong si inceppa. Il motore, non ne vuole più di partire, il tizio prova diverse volte a tirare la cinghia di accensione ma il catorcio raglia come un asino che inchioda le zampe a terra senza volersi muovere. Anzi no, a muovere ci muoviamo eccome se ci muoviamo ma non verso dove vogliamo andare noi: verso dove lo decide il Mekong. Sulle prime la scena suscita ironie tra noi rilassati a bordo, tranne che in un milanese imbruttito, che mantiene un atteggiamento rigido stile ragioner Zampelli dei “Ragazzi della terza C” e pone questioni come se manco stesse alla fiera del Salone nautico di Brembacazzo sul naviglio piuttosto che su una piroga in bambù nella giungla del Laos: “ue cazzofigaaaaa, ma te l’hai fatta la revisione al motore o no?” La domanda sarebbe teoricamente indirizzata nientedimeno che al marinaio indigeno della piroga, che ovviamente non gli risponde nemmeno. Ad ogni modo nel giro di qualche minuto realizziamo tutti lo stato delle cose, che proprio buono non è: siamo alla deriva in un corrente fortissima e qualche decina di metri più a valle sta un isolotto ricoperto di alberi e rami, verso cui ci stiamo andando a schiantare. Una donna sale sulla prua e agita un enorme palo di bambù a mo di timone per schivare l’ostacolo ma è tardi: l’impatto ormai è inevitabile: memore della esperienza del giorno prima (quando per schivare i rami ci siamo sbilanciati tutti verso un lato facendo rovesciare il kayak) , prendo a urlare a tutti di stare a terra e non buttarsi in un lato. Non saprei dire se mi abbiamo ascoltato o meno, fatto sta che con molta buona sorte evitamo un ribaltamento della barca che davvero avrebbe potuto avere conseguenze drammatiche. Una tempesta di rami e rovi ci passa sopra le teste come il fuoco di una mitragliatrice, ci graffia braccia, schiena, gambe. Siamo fortunati da non sbattere contro masso o ostacolo rigido che a quella velocità sarebbe stato bruttarello, poi un ragazzino locale davvero con un gesto allaTarzan prende con le gambe in orizzontale a fare al volo leva contro un tronco allontanando di quel mezzo metro la barca per permetterci di passare oltre. Siamo passati, qualche graffio per tutti ma nulla più. Ora peró qualcuno dovrà venire a prenderci, perché siamo ancora alla deriva: con una difficile manovra una seconda piroga ci aggancia e ci fa accostare in un punto dell’isolotto risparmiato dalla corrente. Trasbordiamo e siamo in salvo. Questa davvero me la ricordo finché campo

Grazie Mekong!

Giunto in terraferma, mi dirigo a nord verso una cittadona chiamata Pakse, vicino tra l’altro ad un altro tesoro di architettura khmer, il magnifico tempio di Wat Phu, immerso davvero nella giungla impenetrabile di una montagna a cazzo, nel senso letterale che si chiama in lingua locale “il Monte Pene”. Vorrei arrisicarmi in qualche modo ma è piuttosto difficile la visita nella stagione delle piogge per vie dei torrenti rigonfi d’acqua. Mi limito così a prendere un banale aereo per volare a nord del Laos verso una città che si annuncia bellissima chiamata Luang Prabang. In verità avrei un mio codice interno per cui dovrei giungere alla meta finale via terra: con l’aereo so’boni tutti e mi ammazza il gusto. Ma un piccolo volo interno al Laos con la compagnia di bandiera locale possiede quel margine di brivido e avventura utile a indorare la pillola.

Ed eccomi nella splendida Luang Prabang di cui andrò domani alla scoperta. La città sorge adagiata alla confluenza di due fiumi, il Nam Kam e ovviamente ….

il Mekong, che qui scorre più placido e dolce, almeno fin che vuole: oggi ho capito che è molto più di un fiume, è qualcosa di simile al Nilo per gli antichi Egizi, un Dio che da la vita e può toglierla. Qualsiasi cosa succeda, qualsiasi vicenda umana abbia luogo sulle rive del Mekong, la decide il Mekong.

L’orizzonte perduto – Giorno 9 : le 4000 isole sul Mekong, ultima roccaforte freakkettona

Se un giorno arriverete a Don Det, scordatevi di parecchie delle cose che dominano la vostra vita nel paese di origine: scordatevi del lavoro, scordatevi delle tasse, scordatevi delle scarpe, dell’orologio, delle frasi d’occasione, del galateo e dell’ansia, degli avari e degli iracondi, e scordatevi soprattutto dei sorrisi di circostanza, quelli da abbozzare perché si deve farlo: lasciateli perdere perché qua sorridono già tutti sempre e lo fanno sinceramente. Se poi siete nativi del Laos, allora non avrete alcuna di quelle preoccupazioni da dimenticare perché la vostra vita ne sarà già priva. Dunque andiamo con ordine, cosa è Don Det? È il capoluogo spirituale delle cd 4000 isole sul Mekongin realtà poco più che un gettito di sabbia e fango compatto che il Mekong lascia per strada nella sua corsa verso sud, uno sputo solidificato che il Grande Fiume potrebbe ringhiottire con la facilità con cui un Polifemo si nutre dei compagni di Ulisse prima dell’accecamento. Il riferimento all’Odissea non è speso male, perché il contesto naturale è davvero “post-omerico”, mi si consenta il brevetto di questo affascinante concetto che mi piace proprio assai. Questa è la terra mitica dei mangiatori di loto, i fiori che danno l’oblio, sempre che di terra possa parlarsi atteso che si ha la sensazione di essere su qualche zattera semovente gettata nel Mekong. Qui il fiume arriva a misurare da una sponda all’altra la bellezza di 14 km (per capirci più del braccio di mare che separa Capri da Sorrento) e, prima di travolgere la Cambogia, si contorce un po’ nervosamente nel suo letto qui, disseminandolo di macchie alberate. La denominazione “4000 isole sul Mekong” che pare sulle prime un iperbole nel neonato stile “post-omerico” è invece tutto sommato realistico, a condizione di poter chiamare isole anche le più piccole striscie di sabbia emergenti dal gorgo. Don Det, insieme con Don Khong è una delle relativamente più estese, dove è possibile alla river people una vita di pesca e coltivazione del riso negli anfratti di terra non troppo sommersiDue delle cose che meno amo al mondo sono qui completamente assenti, parlo del cemento e dell’asfalto, mentre due sono le sole strade che esistono a Don Det e non sono certo intitolate ai Mazzini e Cavour locali, giacche si chiamano figuratevi Sunrise strip per quella che corre lungo la costa est e che assiste dunque all’alba, e poi sta Sunset strip sulla costa opposta, quella che vede il tramonto. Tra l’Alba e il Tramonto o viceversa (sono concetti arrotolati uno nell’altro da ste parti), vive entro palafitte di legno una comunità a suo modo variegata e unica, dove agli indigeni, fermi davvero ad un mondo di cento anni fa, si è andata ad unire e a ben amalgamare una umanità di occidentali in fuga dal proprio mondo, dai ritmi che non lasciano scampo alle emozioni e dalle mille responsabilità per ricostruirne una su basi più gracili come questi sedimenti sabbiosi ma più felice e fissata in belle massime di vita scolpite in pannelli in legno che pendono da tutti i soffitti delle casupole, in una singolare gara a chi espone la sentenza più originale

L’isola non vanta grosse tradizioni culinarie, eccezion fatta per la pasticceria di alto livello: sulle tavole di ogni locale di Don Det potrete assaggiare, se proprio ne avete voglia, i cd “happy cakes”, specialità della casa che compendia un impasto di pan di Spagna, mango, cioccolato e…..marjuana. La versione 2.0 dei mitologici fiori di loto insomma . A giudicare dagli effetti che noto sui suoi degustatori mi pare di capire sia buono. Ma come occupa poi la scanzonata gente di Don Det il suo tempo nell’arco della giornata? Partecipando per esempio alle magnifiche escursioni in kayak sulle rapide del Mekong organizzati da Mr. Mu (che non sta per mister Muscolo dal momento che ha una panza che io a confronto sono un pallanuotista). Il fiume qui si contorce in una serie di rapide e cascate dalla forza e gittata impressionante, inoltre più a valle, proprio nello spazio d’acqua dinanzi alla Cambogia vive uno sparuto gruppo di delfini di acqua dolce, il cui avvistamento pare garantito con un po’ di pazienza e occhio lungo. Io faccio squadra in kayak con il mitico Jason, un lungagnone australiano che pare uscito dal grande Lebowsky, le cui enormi potenzialità appaiono subito chiare nel contemplarlo fare colazione a whisky & cigarettes….

Altri due equipaggi sono occupati da quattro ragazze di differenti nazionalità e di aspetto così carino da monopolizzare l’attenzione della nostra guida, che sta appollaiato su una delle due canoe ma che non conosco altro strumento seduttivo che schizzare l’acqua addosso con la pagaia e fare a ripetizione il verso del gatto arrabbiato, tipo un “miahhhhao” che dubito proprio faccia bagnare le mutande delle canoiste. A quello ci pensa piuttosto il Mekong che ci inonda e sballottola tutti come fuscelli, in particolare io e Jason che lasciati a noi stessi troviamo il modo di finire travolti dalla corrente dento dei rovi e rovesciarci disastrosamente. Jason si fa prendere dal panico più assoluto comincia a urlare attaccato al kayak, io mi faccio buoni trecento metri a mollo nel Mekong prima di riuscire a riagganciare la canoa, dove il mio amico prende a pregare (mai immaginato fosse cattolico) e dire di aver bisogno urgente di una birra (questa circostanza appariva invero si più immaginabile). Da notare che poco prima avevamo a piedi raggiunto rapide di questa sbalorditiva potenza
e superato un magnifico ponte sospeso sull’isola di Don Khong

Il Mekong prende strade imprevedibili e strane, a volte calme e altre simili a balze infernali, in cui andiamo in uno strano zig zag fino ad arrivare ad un enorme “slargo” dinanzi alla Cambogia. Rientriamo in effetti con una piccola tassa in questo paese per appostarci a vedere i delfini, le rare orcelle del Mekong o anche Delfini dell’Irrawaddy, che concedono fugaci apparizioni lontane dalla nostra postazione. Ma quando stiamo già rientrano, ecco che a me e solo a me riesce di vederlo balzare proprio davanti alla prua a non più di due metri nella sua forma un po’ tozza e una testona deforme che francamente mi ha ricordato la forma di un pisello. Per capirci vi mostro una foto di repertorio non certo scattata da me vi e poi tempo per una faticosa risalita in kayak in territorio laotiano fino ad un’altra roboante cascata, la cd Khone Papheng in cui il Mekong davvero si mostra con la potenza di una divinità

e la giornata può dirsi conclusa col disappunto della guida corteggiatore-imitatore di gatti che torna a casa con le pive nel sacco. A proposito di gatti, qui sulle isole ne noto tanti ma davvero tanti senza codaSecondo me gliela tagliano ma sento dire che si tratti di una razza locale: il fatto è che lo sento dire ai consumatori dei pan di Spagna bagnati alla maria che certo non paiono dei campioni di attendibilità.

Gli hippie o freak volevano cambiare il mondo per provare a riscriverlo con poche e semplici ingenue regole di vita. Ad un certo punto della storia erano diventati tanti e gonfiarono le università e le piazze ma non era ovviamente che una stagione fugace. Furono presto sconfitti e dalle città arretrarono alle campagne, poi a posti sempre più remoti dove mettere su una vita rilassata e basata su poche convenzioni. Le 4000 isole sul Mekong restano la loro inespugnabile Stalingrado, con la loro ubicazione così impervia in un buco del culo dell’Atlante geografico e il Mekong gigante buono a proteggerli con le sue rapide e cascate dal Progresso, altro gigante a volte buono a volte no. È un luogo magico e crepuscolare che scomparirà da un giorno all’altro come queste isole che prima o poi il Grande Fiume inghiottirà . Sta da capire insomma quale dei due Giganti farà prima in una mitologica contesa. Per ora le 4000 isole vivono e sono la realizzazione di una vera e propria utopia, nel senso quasi scientifico del termine (sarebbe più corretto parlare di “ectopia” ma vabbè): queste isole sono la declinazione freakkettona del regno di Utopia