No, quando parlo del Salento non mi riferisco al bellissimo “tacco dello stivale” italiano, terra che per altro prediligo e dove ho due care e bellissime amiche
vi sto parlando altresì di un posto sulle Ande colombiane, non proprio la metà più facile a raggiungersi che si ricordi nondimeno bellissimo, estremamente affascinante.
il periglioso modo per accedervi passa necessariamente attraverso un viaggio nell’Eje Cafetero colombiano, una regione di fitte giungle sub-tropicali recentemente riconvertite alla fiorente industria del caffè. Tutta la regione, su cui l’uomo ha affermato in tempi piuttosto recenti il suo primato sulla natura indomita, appare ancora pervasa da uno spirito pionieristico di conquista, percepibile già solo al passaggio per il capoluogo della regione, la città di Pereira
. La sua stazione degli autobus è un formicaio di umani in viaggi per mete dai nomi insoliti e che rimandano inequivocabilmente al etnia o il paese di chi giunse qui per primo e dovette piantare una bandierina nel suolo, al fine di far sua la terra, come accadeva nel vecchio west o anche quando si è andati sulla luna. Così ci sono Portugal e Armenia
Finlandia e Circassia, Cartago e Vindobona (odierna Vienna), persino una Palestina e una Sion: ecco, dubito che il derby tra le rispettive rappresentative sportive di calcio si svolga in un clima decoubertiniano di serenità. E pure parecchi italiani, come sempre d’altra parte, devono essere partiti a fine Ottocento alla conquista di queste terre vergini, se abbiano da ste parti una Amalfi, una Toscana e pure una Viterbo
persino Capri compare sulla mappa geografica , sebbene solo come nome di un quartiere di Pereira e nome di un autolavaggio ma la mia meta, come già anticipato, è un’altra
la strada si inerpica abbastanza ripida su delle colline che diventano con un certo zelo montagne, con la pioggia e la nebbia che passano ad esigere il loro tributo fino alla destinazione finale, cui giungo giusto sul far della sera
vista dal “mirador” in alto, che da un lato contempla uno spettacolare paesaggio andino e dall’altro esattamente alle spalle la città,
si mostra non dissimile da una Spaccanapoli in rilettura andina, con questa via centrale che sega in due il paesello fino a confluire nella piazza centrale, epicentro di ogni attività.
E contemplo fra esse certo la ronda per le strade del paese con le jeeep willys del secondo conflitto mondiale , finite qui per qualche motivo a centinaia e ora impiegate per mansioni lavorative come per il corteggiamento alle signorine.
Diciamo che ste jeep svolgono a Salento una funzione analoga a quella che il trerrote assicura nella società ciammurra. Sarà su una di esse che l’indomani partirò alla volta di uno dei posti più incredibili mai visti, la valle del Cocora, ma andiamo con ordine. A Salento la dieta locale poggia, in maniera non disismile da quello che è l’albero di eucalipto per i koala, su un unico piatto che pare racchiudere tutta la gastronomia del creato
appare difficile immaginarlo ma sotto quello strato di formaggio, prosciutto, mais e altro è sepolta una squisita trota dalla carne rosa pescata in uno dei tanti fiumi che bagnano queste colline; quello strato superiore prende invece il nome di “pataccon” e rimanda, almeno per i conoscitori dell’idioma linguistico napoletano, all’altro aspetto basilare della società salentina andina, che è il reperimento del pataccone femminile nel fine settimana. Il corteggiamento inizia come dicevano a bordo delle jeep scampate al secondo conflitto mondiale ma prevede poi il suo D day finale nelle ore tarde della sera, quando si aprono le danze nei diversi saloon da vecchio west, ove si entra facendo sbattere sul pavimento gli speroni e mostrando in alcuni casi la pistola nel cinturone. Un giorno mi piacerebbe tornare a Salento e sfidare a biliardo qualche eminenza locale in questo posto
il caffè Danubio il cui interno pare davvero uscito da un film di Sergio Leone. Per ora mi è bastato bere qui un aguardiente per sentirmi come in un film, con i vecchi locali che ne tracannavano una bottiglia col cinturone con pistola e gli speroni, dicendo poi al barista di offrirne un altro al Gringo, che ero io. 
Categoria: viaggi, guerra,
El mundo perdido – giorno 6 : ”questa è Sparta!!”…..o Recanati?
Già, questa è Sparta, e non è una battuta gettata lì a caso ne un’allusione ad una presunta vigoria belluina dei residenti, i cui modi gentili, placidi e sonnolenti hanno davvero poco a che vedere con il rigore marziale dei Lacedemoni. Questa è Sparta da un punto di visto amministrativo, nel senso che la regione anzi lo stato federale in cui ricade la isla Margarita e altre piccole isole vicine prende appunto il nome di Nueva Esparta.
la cosa non può mancare di incuriosirmi e cerco sin dal primo giorno qualcuno in grado di placare la mia curiosità, trovandolo solo l’ultimo giorno in un consunto insegnante in pensione che sbarca il lunario con piccole spiegazioni di storia presso il castello spagnolo di Asuncion, che domina l’isola
qui insomma stavano gli spagnoli, piuttosto bene armati come si può notare. Ma i locali insorsero, decisi a rompere il giogo della tirannia, e costrinsero con un furbo espediente la legione spagnola ad una battaglia fuori dalle solide mura e alle pendici del monte che rimiro in foto, che da allora prese il nome di Matasiete, perché la sproporzione tra soldati spagnoli e truppe locali era di sette ad uno, quindi ad ogni partigiano locale fu impartito l’ordine o forse la preghiera di uccidere almeno sette spagnoli , matar siete, Matasiete. Siamo nel 1817, il reame spagnolo da qui a poco avrebbe perso la sovranità su tutto il territorio sudamericano ma Isla Margarita fu il primo territorio del continente liberato dagli spagnoli.
La battaglia del Matasiete, nell’epica locale, fu paragonata anche all’eroica resistenza degli Spartani alle Termopili ed ecco spiegato dunque il tonitruante epiteto di “Nueva Esparta”. 
A Leonida e gli Spartani, nonostante tutto il coraggio del mondo, toccó come ben sappiamo tuttavia di capitolare contro i Persiani, diversamente che dai Margariteni al Cerro Matasiete. E perché? Facciamo un passo indietro, al “furbo espediente” di cui sopra: al povero Leonida esso mancó, anzi furono i nemici a trovarlo corrompendo il turpe Efialte e spingendolo a rivelargli un passaggio segreto. Qui l’astuzia invece fu un fattore ad appannaggio dei locali, e quando parliamo di “furbo espediente” per far uscire fuori i soldati dal castello parliamo di uno dei prodotti locali maggiormente apprezzati e di altissima qualità da sempre: la pucchiacca.
quell’elegante ufficiale a cavallo, a sinistra nella stampa, dovrà presumibilmente essere quel manzo del comandante della legione spagnola, il quale adescato dalla bella eroina locale Luisa Arismendi ad un appuntamento di vrachetta stile “due cuori e una capanna” in un villaggio sperduto , per fare lo splendido come era solito, si mosse con tutto il seguito di cavalieri e soldati in alta uniforme. Era proprio quello che i partigiani locali aspettavano per fargli una bella festa.
Chissà, se il coraggioso Leonida ai 300 opliti avesse aggiunto anche qualche bella snacchera greca come sarebbe andata a finire .
il castello domina il bel paesino coloniale di Asuncion, nella cui piazza troneggia un tizio che da qui in avanti vedrò penso parecchie volte
Simon Bolivar, eroe combattente e liberatore di tutto il Sudamerica, ma di lui parleremo un’altra volta
Proseguo l’esplorazione dell’isola, assai grande e con una densità di popolazione enorme: circa 800 mila una quindicina di anni fa, con l’economia turistica alle stelle; scarsi 400mila attuali, con la crisi e la fuga di massa all’estero. Si stima che 5 milioni su di Venezuelani su 28 siamo emigrati all’estero negli ultimi dieci anni. Questa isola in 20 anni ha dimezzato la popolazione. I centri abitati principali, Pampatar e Juan Griego, per la verità lasciano piuttosto a desiderare con palazzacci e scorci da periferia degradata
ed un considerevole livello di criminalità. Scorgo alcune edificazioni che hanno una somiglianza spiccata con le Vele di Scampia. Nella periferia della gradevole Porlamar tuttavia, ho la possibilità e l’onore di essere accolto a casa di una straordinaria famiglia locale, con legami di parentela con una mia amica .
Hanno origine italiana, e che origine! Di cognome fanno Leopardi e vengono dalla provincia di Macerata: si, ho beccato seduti a quella tavola in Venezuela i parenti del sommo poeta Giacomo.
E vi è di più: sono tutti figli di una incredibile signora che troneggia a centro sala e che conta la bellezza di 105 primavere, cento-cinque!!!! È lucidissima ed in grado di ricordare episodi vissuti di infanzia con quelli che, mi pare di capire debbano essere stati i figli dei figli di secondo letto del padre di Leopardi. Il capofamiglia Silvio, detto Silvio Stone per la sua passionaccia giovanile per la formazione di Mick Jagger, intona pezzi napoletani con questa chitarra locale, detta il Cuatro, mentre le gentilissime sorelle mi servono un dolce di origine napoletana, appreso e tramandato tanti anni orsono da avi italiani appassionatissimi di Napoli e la sua gastronomia. …..Mi pare di sapere che Giacomino sia vissuto e amasse assai Napoli, come no! Loro preparano questo dolce ma non ne ricordano più il nome , avendolo appreso dalla madre . La povera senora Leopardi ultracentenaria, sola depositaria della antica ricetta di avi italiani, lo ha ora dimenticato. Li aiuto a risolvere così l’arcano, mi ci vuole molto poco 
Oggi in Venezuela sono stato tra gli artefici di una scoperta che potrebbe riscrivere la storia della letteratura italiana : Giacomo Leopardi amava gli strufoli!!!!
El mundo perdido – giorno 5: la cara al viento
Smaltiti che furono i bagordi dei 3 giorni e 3 notti di libagioni del matrimonio caraibico, il viaggio torna ad assumere ora una conformazione più consona al canovaccio, con destinazioni più inusuali e tanta tanta strada da percorrere
Per adesso siamo ancora sulla Isla Margarita, che è di dimensioni piuttosto estese e dalla formula simile ad un ameba o qualche microorganismo da cui ad un tratto germina un’altra cellula: ho sulla punta della lingua il nome di quel mamozietto ma al momento non mi sovviene, il Luciano Onder che è in me stamattina latita. Una roba del genere insomma
che messa su una carta geografica a voler per forza esaudire questa farraginosa metafora si tradurrebbe in questo
oggi me ne vado dunque nella “capocchia” di sinistra, pressoché inedifcata e disabitata per vie delle condizioni climatiche assai differenti. Giusto nel mezzo tra i due corpi dell’isola, come a tenerle insieme con la sputazza , si trova tuttavia un luogo molto singolare e per molti versi unico: la laguna della Restinga,
un ecosistema a se stante composto da un’area umida di oltre 18 ettari dove crescono a milioni queste mangrovie giganti e con esse tutta una serie conseguente di animali, animaletti e prodigi della natura . Si, si tratta di un albero davvero miracoloso, capace di una serie di serie di mirabilie degne di un’astronave di fantascienza, di quelle dove si sale a bordo e si prospera in un clima alieno .
cominciamo col dire che quella in foto sulla cima dell’albero, “in cabina di comando dell’astronave” è una magnifica aquila testa calva, intenta ad una facile pesca nelle acque da cui a decine pasciuti pasciuti pescioli saltano in continuazione. Sotto, poi l’arca magica dell’astronave, la mangrovia che incrocia le sue radici aeree e i suoi giunchi dando luogo a delle vere e proprie isole. Alla pianta riesce poi di filtrare l’acqua di mare meglio di un desalinizzatore, per restituire poi acqua dolce. È l’ecosistema perfetto per una serie di animali quali cavallucci marini e stelle marine , presenti in numero cospicuo a la Restinga
anche le ostriche si accoccolano ai terminali magici di questa pianta e vengono coltivate qui in gran numero per essere poi offerte dagli ambulanti sulle spiagge di Playa El Agua ed El Jaque.
il giro in battello prende le mosse da un traballante pontile da chi inoltrarsi nella fitta rete di canali, a cui qualcuno con una profusione d’animo shakespeariano ha donato nomi estremamente dolci e melensi quali “Canale del primo bacio”, “laguna degli amori perduti” etc
il sito è oggettivamente un posto magico, ove talvolta il forte sole viene coperto dai migliaia di pellicani in volo, venuti con aquile e altri rapaci a dividersi il facile bottino di pesca
tornati alla base, nel punto detto “Boca de rio”, perché ivi il fiume incontra il mare, riparto per la estremità dell’isolotto, in quella che viene definita la penisola di Macanao. Il paesaggio è davvero affascinante e degno del vecchio west, con migliaia di giganteschi cactus che spuntano dal suolo ora divenuto arido
in conformità all’aria da selvaggio Far west, la attempata guida mi dice che è pericoloso fermarmi in questa area per possibili assalti di banditi armati.
insisto per una sosta, sicuro che i luoghi pressoché deserti non possano poi nascondere decine di briganti armati ad ogni angolo, ma il povero signore mi racconta allora la sua esperienza di vita davvero triste, allorquando da queste parti fu travolto da un auto di banditi in fuga e vide la sua gamba maciullata, tanto è che ora cammina con una precaria protesi in legno. È davvero una persona dal grande spessore, el senor Gustavo, decano delle guide locali, dallo stile e l’eleganza di tempi antichi. Ora mi conduce all’estremità occidentale dell’isola,’ove sorge un minuscolo “pueblo” di pescatori per la verità ormai quasi tutti emigrati , Punta Arenas
In effetti il villaggio sembra memore di una prosperità che fu, come tutta l’isola d’altra parte, con decine di chiringuitos e capanni ormai chiusi per scarsa o ormai inesistente affluenza di turisti. La pastura di socialismo in salsa chavista all’equatore pare talvolta aver solo ridotto i luoghi a quei tristi tropici di cui parla Levi Strauss per altri motivi
detto questo, essere l’unico essere umano o quasi nel raggio di qualche km quadrato o quasi, in un posto de genere
è un piacere che non ha bisogno di ulteriori spiegazioni.
Dalla piccola imbarcazione salta giù, attorniato da famelici pellicani, anche un giovanissimo pescatore che intona con voce estremamente “suave” quella che pare hit impazzante a latitudine musicale raggaeton (una piaga sociale per quanto mi riguarda) ma che cela un testo gradevole e suggestivo, perché, come scopro ora, è in realtà una canzone della tradizione locale
“lento y contiento, la cara al viento” 
El mundo perdido – giorno 3: la boda del siglo
“Boda” è un vocabolo spagnolo che non si traduce nell’italiano “botta” bensì viene usato , in un linguaggio gergale e informale credo, per indicare il matrimonio.
Si, le nozze. Sono venuto in Venezuela a prender parte ad un bellissimo matrimonio. Ho trovato tuttavia tempo e modo di rendere il termine “boda” traducibile nel più assonante “botta”, nel senso che ho chiavato una capata pazzesca dentro una porta. Ma di questo parleremo poi, concentriamoci adesso sull’evento. Siamo in Venezuela, a Isla Margarita
nel punto in cui il Mar del Caribe incontra l’Oceano Atlantico dando luogo a marosi di consistente portata, gioia dei surfisti. L’isola viene decantata per le sue spiagge ma la mia prima personale impressione è che offra il meglio di se nell’interno, verso il quale mi volgo spesso a contemplare questa scenario davvero spettacolare di vulcani più o meno sopiti ammantanti di una natura rigogliosissima.
Dedicherò ad ogni modo i prossimi giorni alla scoperta di essa. Per ora mi sveglio, pervaso finalmente dalla piacevole sensazione di essere ai Caraibi e riesco a rubare qualche ora in spiaggia
dove mi concedo un piacevole massaggio, atteso che dopo quasi tre giorni di aerei e sale di attesa ho il corpo incriccato come un rotolo di filo spinato e mi gusto un delizioso ceviche cucinato al momento da un pescatore col suo ultimo bottino, un delizioso Dorado, una sorta di orata.
poi si parte per le nozze, che si terranno nella vicina è bellissima chiesetta coloniale di Paraguachi
molto gradevole anche l’interno in stile caraibico col tetto in legno 
Fa caldo, tanto caldo e poco dopo realizzo di essere l’unico fesso con la cravatta ma provo a resistere il tempo necessario per qualche foto, in modo da mettere a tacere anche varie amiche “tracine” use ad ironizzare sul mio rivedibile gusto in materia. 
Il posto del matrimonio è bellissimo e il cielo regala anche una luna quasi piena che con le palme e il mare disegna un quadretto niente male 
Molto belli anche gli sposi, cari ragazzi venezuelani molto legati alla loro terra martoriata.
La propensione alla fiesta dei sudamericani non si lascia attendere e la festa diventa subito incandescente, con una sequela di vari balli caraibici quali salsa, merengue e varianti talmente sensuali che ho l’impressione talvolta che da tutti quegli sfregamenti di bacino qualcuna sia rimasta incinta.
Ma mi rendo perfettamente conto che a sto punto voi che leggete state aspettando solo una cosa: di saperne di più su sta storia della capata. E vi accontento, diciamo che è stato un numero di alta scuola palilliana: inutile nascondere che avevo bevuto un bicchierino di troppo ma la colpa va rintracciata nel caporalato e nei massacranti turni di lavoro cui vengono sottoposti i giovani venezuelani assunti a fare gli extra ai matrimoni . Sì, perché la sala aveva un dentro e un fuori, separati da una porta a vetri di quelle scorrevoli automatiche. Il sistema doveva essere difettoso, così avevano adibito un volenteroso ragazzo a fungere da congegno azionante ovvero che aprisse e chiudesse la porta….vabbè avrete già capito; breve storia triste: il tizio ad un certo punto, dopo ore e ore poverino sarà andato a pisciare un attimo ed io, mentre, invitato alle danze da una donna molto avvenente, con troppa foga rientravo per lanciarmi in qualche ballo salsero. Sdeng. K.o tecnico, a terra con la fronte scassata e una bella mulignana che mi porterò dietro per tutto il viaggio, sai come sarò carino nelle foto. Una discreta figura di merda. Fine
El mundo perdido – giorno 2: i peggiori bar di Caracas
Al mitico allenatore giramondo Vujadin Boskov, maestro di calcio e di vita, è attribuita una massima bellissima: ” Se uomo preferisce stare con sua fidanzata invece che con birra ghiacciata davanti televisione quando gioca finale di Champions League….forse vero amore, ma non vero uomo”
Ecco provando a mutuare anzi ad emulare la saggezza di cui era depositario e quella arguzia da personaggio del Decamerone slavo quale era, mi verrebbe da dire ora, cambiando completamente contesto: “Comunismo è quel sistema politico che quando tu ti trovi , poi subito sogna donna con bigodini in testa davanti a televisione che trasmette Grande Fratello mentre figli obesi mangiano patatine Mac Donald e giocano PlayStation invece di andare scuola”
Si, il mio rapporto col socialismo reale, quello visto da vicino, non è dei migliori. Ma mi sentirei di sbilanciarmi e dire che per gran parte degli occidentali di ultima generazione, certe logiche e una certa cultura della privazione sottesa alle dinamiche, vale subito ad innestare una reazione di segno opposto che ti fa rimpiangere gli aspetti anche più stupidi e beceri del consumismo più schiattato e pacchiano. Oddio sinora ne avevo visto degli esemplari morti:tutti i paesi dell’ex area sovietica , la Cambogia, il Vietnam o qualche d’uno con qualche retaggio ancora permanente come il Laos. Ora mi trovo in un paese che almeno nelle intenzioni si dichiara “repubblica socialista” come il Venezuela, aggiungendovi vicino quel “bolivariana” che sa più di nazionalismo e sovranismo che di socialismo ma tant’è,’ certe storture finiscono per somigliarsi sempre . D’altra parte Maduro, nel suo agitarsi e argomentare terra-terra ricorda molto più un Salvini che un leader sovietico, e tutto l’onda ormai agonizzante di socialismo alla sudamericana degli ultimi venti anni è intriso di un forte nazionalismo populista. Ad ogni modo, senza perderci in un trattato di scienza politica, limitiamoci a dire che quella attuale pare una Babele anzi una spirale che ha di fatto sprofondato il paese nel caos. È un caos economico, civile e anche sociale, con la vecchia aristocrazia locale travolta da una nuova classe dirigente legata al presidente e antitetica alla precedente anche da un punto di vista etnico : bianca e di diretta estrazione europea la vecchia, nera e mulatta, legata agli apparati militari e di gestione del potere la nuova. 
L’aeroporto di Caracas è già di sua una finestra abbastanza triste e nitida della situazione del paese: nel lungo, infinito scalo che mi devo sciroppare provenendo d a Bogotà e con destino Isla Margarita, ho modo di assaporare tutto il difficile momento del paese, per usare un eufemismo. Più che altro il luogo, neanche troppo impermeabile rispetto all’esterno ove la situazione è comunque peggiore, appare informato ad una logica di contrappasso dantesco. Una sorta di Purgatorio dove, in attesa di voli verso altri destini che forse o molto spesso non partiranno mai, imperversa il supplizio cui è condannato il personaggio di Sisifo: vedere ma non toccare. Appena all’ingresso vi è una processione di bancomat con disegnati i loghi dei principali circuiti bancari mondiali ma nessuna di quelle macchinette emette da anni una sola delle svalutatissime banconote locali ne altra valuta; vi sono allora gli uffici di cambio, dove però avvenenti quanto ingenue signorine ti dicono che non hanno possibilità di cambiare manco 10 dollari, che corrisponderebbero in bolivar locali al corrispondente in dimensioni di un bagaglio di quelli non consentito da portare a mano; ci sono ovunque in vendita sigarette ma un editto a caratteri cubitali del Ministro del Potere Popolare proclama che ovunque il fumo è bandito nell’aeroporto (e posso capire in effetti). Ah, e poi stanno loro, i peggiori bar di Caracas: birra e whisky pubblicizzati ovunque, di quelli che ti farebbe davvero piacere sorseggiare per ingannare il tempo e lo sconforto di ore di ritardi e cancellazioni, ma…….non ne è possibile al momento la vendita al pubblico. Ah, parlavo di ritardi e cancellazioni: ad un tratto compare una bella scritta sul tabellone luminoso dei pochi, pochissimi voli previsti in giornata. Il nostro volo è cancellato, anzi no, anzi si di nuovo,’forse è spostato alla sera tardi,’forse al mattino dopo. Naturalmente vale anche qui il supplizio di Sisifo e ogni tanto passa qualche impegato o un’hostess della compagnia che, in mancanza di un ufficio o di una comunicazione, fornisce la sua versione dei fatti : “partiamo tra due ore, anzi tra 5, forse vi offriamo uno snack anzi no”…..Tutto difficile assai a immaginarsi secondo standard europei ma vale a farmi realizzare che sono all’equatore e non sono certo venuto quaggiù a fare il pensionato tedesco fuori porta che sta a reclamare sugli standard qualitativi della Lufthansa o della Swiss Air. Oddio,ad ogni modo, senza fare troppo gli scassacazzi, una risistematina dell’Ufficio controllo di volo locale, con annessa revisione degli aeromobili e controllatina delle licenze di volo concesse, la farei……Alle dieci di sera, dopo che il vulcanico pilota dell’unico velivolo al momento reperibile della mirabolante Avior Airlines ha deciso di andare prima ad un posto chiamato Barcellona, poi ad un altro in Amazzonia detto Puerto Ordaz e poi tornare indietro a prenderci, partiamo. Le ore di attesa in aeroporto ammontano a circa undici ma ad un certo punto si preventivava peggio.
A bordo tutto appare informato ad criterio del fare presto e dell’amichevole complicità che si innesta quando un amico ti da uno strappo a tre sulla vespa o in sei in una panda, avvertendoti: “se vedete una volante dei carabinieri o i vigili abbassatevi e fate finta di niente”. 
L’eleganza e la meticolosità nella cura dei dettagli all’interno mi ricorda quegli aliscafi scassati di fabbricazione russa degli anni ’80 in servizio sulla rotta Capri- Sorrento o meglio ancora un sottomarino sovietico anni’50. Non vado oltre nella descrizione. Ci si stipa alla meno peggio e si parte,’tempo di volo previsto la metà dell’ora da stima iniziale, si vola a quota molto bassa forse per fare presto, atterraggio che pare una panzata di un ippopotamo in una jacuzzi ma siamo fuori. Ecco, Isla Margarita. La musica, il mojito. Ora la festa può avere inizio
El mundo perdido – giorno 1: la febbre dell’oro Inca
Sogno un giorno di avere una fidanzata o perlomeno, non so, una trombamica terrapiattista; vabbe, andrebbe bene pure un caro amico esponente di questa filosofia con cui scambiarsi le idee. Insomma questa è la riflessione che mi si affaccia pigramente alla mente mentre nel corso di questa lunghissima giornata doppio una bella parte di globo. Già, quello insomma che per i succitati amici non sarebbe una sfera ma una linea dritta, come apparirebbe a prima vista dal finestrino del mio aereo da cui scorgo prima l’altopiano della Meseta madrileno, poi le città di Salamanca, Segovia e Avila, poi il confine col Portogallo dove il Duero spagnolo realizza delle “opere” e muta il suo nome in Douro (o-per-e think palillians!!!) . Stretto tra i monti, si lancia quindi in una serie di meandri inebrianti, sulle sponde dei quali annicchia la vite del pregiato porto, prima di perdersi nel mare all’altezza della città omonima. Un bel viaggio in cantiere di una settimana-dieci giorni polverizzato in una mezz’oretta scarsa visto dal cielo: l’aereo è così, una violenza ininterrotta alla geografia e la natura dei luoghi. E viene come dicevo la volta del mare, tanto mare quanto può esservene in un oceano che tagliamo tutto lungo una direttrice inclinata est-ovest nord-sud, fino a riveder la terra in prossimità delle Antille francesi. È l’isola della Martinica, con la sua capitale Fort de France, a farmi sussurrare “terra!”, anche se solo dal finestrino dell’aereo a circa 33mila piedi di altezza. Il fatto che la lettura che compio durante il viaggio mi asseconda un mai sopito e sempre vivissimo amore per le esplorazioni scientifiche e chi ha avuto il privilegio e il coraggio di compierle secoli addietro: si tratta infatti di un bel libro dedicato agli esploratori scientifici del Sudamerica nel Settecento, dal quale apprendo una succosa particolarità: la scoperta della Colombia è dovuta al fortissimo conflitto scientifico instauratosi in un’Accademia parigina tra sostenitori della sfericità della Terra o qualcosa di simile (per il momento si limitavano a dire che fosse un corpo oblungo di forma ellittica e si rifacevano al loro capo-stipite Cassini) e i loro rivali “terrapiattisti” che fornivano una loro rilettura dei calcoli di Newton e dicevano che il tutto andava appiattito. Alla fine il Chiarissimo Rettore dell’Accademia si ruppe le palle di sentire ste continue “iacuvelle” tra le due fazioni e decise di allestire una spedizione per la Colombo con i due più eminenti esponenti dell’una e l’altra fazione. Ma di questo parleremo più avanti nel viaggio magari; per adesso resto a crogiolarmi nel mio sogno erotico della trombamica terrapiattista mentre finalmente il volo Iberia atterra al mediaticamente famoso aeroporto El Dorado di Bogotà
in effetti si presenta come una struttura piuttosto efficiente, dove il numero di cani-poliziotto intenti ad annusare i bagagli alla ricerca di droga (quale droga cerchino è pleonastico dirlo visto che siamo in Colombia) eguaglia quello dei bagnanti a Mappatella beach una domenica di agosto.
Ed ecco allora Bogotà, uno sconfinato pianoro incastonato tra monti altissimi che pullula di stradoni e tangenziali a perdita d’occhio, per poi inclinarsi di colpo come una pista per bambini e schiudere la vista ad un centro storico coloniale molto bello. Assai simile alla ecuadoregna Quito come prima impressione e anche come altitudine: qui siamo a 2.600 circa e se ci si trova a salire una scala con un bagaglio in spalla si sentono tutti.
Con un discreto fiuto che mi vanto di avere su ste cose per DNA familiare, azzecco un bell’alberghetto in stile coloniale, tutto in legno dipinto e con un fantastico patio spagnolo su cui affaccia la mia stanza. Siamo nel quartiere storico della Candelaria, sede di quasi tutte le università e che pullula quindi di studenti squattrinati . Ha sede qui anche il luogo già da tempo individuato come must di questa prima giornata o forse dello spezzone che mi resta:
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parlo del fantastico Museo de l’Oro di Bogotà, un tesoro in tutti i sensi del termine attesa l’enorme quantità del metallo più pregiato che vi è custodito in un bellissimo edificio . Esso si trova qui nelle forme in cui lo lavorarono le sapienti mani delle tante culture andine pre-colombiane. Maschere funebri, ornamenti reali , oggetti votivi, arnesi per lavorare e fumare la coca. I Tayrona, i Narino, i Chicba, gli Incas e tanti altri realizzavano ogni cosa in oro e ciò costituì al tempo stesso il loro tesoro e la loro condanna: ove fosse mai possibile, la rilucenza dell’oro amplificó la bramosia e la crudeltà degli invasori europei, che accecati da essa, esitarono ancor meno a procedere allo sterminio dei proprietari del metallo come di quella terra da cui era estratto. Tra le tante raffigurazioni che mi hanno affascinato, il primato va a questa vista in diversi manufatti, appena dietro la mia faccia sfatta dal fuso orario 
Guardate bene, a mio avviso si tratta di una sorta di “uomo vitruviano” pre-colombiano. Qui si vede meglio mi sa…
per “uomo vitruviano” intendo quello di Leonardo, raffigurato anche sull’euro per capirci: simbolo umanistico e rinascimentale per eccellenza, si erge a simbolo delle facoltà dell’uomo ripotato al centro del mondo dopo l’oblio teocentrico medievale. 
Per le culture dell’oro pre-colombiano probabile che il quadro si sia dunque invertito : il Rinascimento lo stavano vivendo già, fin quando non siamo arrivati noi a precipitarli in un Medioevo senza via d’uscita
El mundo perdido – Prologo
Il continente sudamericano irrompe sulla scena europea (o meglio dire sulla scena umana) nel 1498, come mondo non nuovo ma “novissimo”. È ancora Cristoforo Colombo, grande ammiraglio del Mare Oceano, sei anni dopo la mitica prima traversata del ’92, che, veleggiato che ebbe all’umor del vento tra la miriade di luccicanti isole sottocosta in cui Orinoco riversa in mare il suo limo alluvionale fecondato dalla foresta, approda ora con le sue caravelle all’isola di Trinidad.
La scoperta di una nuova, enorme terra fu accolta con la massima gioia da parte di tutti i ceti sociali europei. Nella muraglia dell’ignoto s’era finalmente aperta una breccia: ecco dinanzi i forzieri di un nuovo Oriente, un Oriente ancor più favoloso dell’Asia. Nel rinascente spirito europeo, tutti, i ricchi come i poveri, i grandi come i piccoli, avvertirono l’empito. L’ultimo diaframma, l’ultima catena del Medioevo era stata spezzata: ci si era spinti e non di poco oltre la Rocca di Gibilterra, oltre i confini geografici e mentali del continente, mandando in frantumi una simbologia millenaria. Le Colonne d’Ercole erano crollate al suolo e con esse il sinistro motto che le accompagnava: “nec plus ultra”, non si vada oltre, ora risuonava come una frase che non aveva più ragione alcuna di esistere. 
Oppressa dal bisogno e dalla fame, l’Europa intera anelava da sempre al sogno del corno dell’abbondanza e dei frutti di un paradiso terrestre. Con i suoi campi avari di raccolti e gelati per molti mesi l’anno (pensate a paesi come la Germania o l’Olanda dell’epoca più che al Sud Italia) e la sua alimentazione insipida, piatta e monotona oltre ogni dire, era naturale che fosse lo stomaco a guidare la rivolta. Il desiderio di spezie, sete, damaschi fu quindi l’agitato preludio ai grandi sforzi e alle epiche iniziative degli esploratori. A questo si aggiunse la quasi contemporanea diffusione della carta stampata: villaggi e borghi remoti furono raggiunti da opuscoli che raccontavano di piante e alberi dai frutti miracolosi ai lati di strade lastricate d’oro . 
Una tale isteria di massa non si registrava in Europa dal tempo delle crociate. Diseredati, disoccupati, tagliaborse, tagliagole, nobili affogati nei debiti, prostitute e perdigiorni si riversarono nei porti alla ricerca di un vascello che salpasse per il Nuovo Mondo. Animati da uno spirito di crociata misto di pietà religiosa quanto di perfidia, i conquistatori spagnoli inviarono spedizioni ai quattro venti. L’occupazione del Messico nel 1520 ad opera di Hernan Cortes e la soppressione del regno azteco funsero da richiamo squillante per tutti gli spiriti avventurosi. Fu un succedersi rapido di spedizioni: a nord, la grande traversata dalla Florida alla California di un conquistador dal nome utile per le cacce al tesoro, Cabeza de Vaca; a sud, Pizzarro e i suoi s’inerpicavano sulle Ande per porre d’assedio i forzieri rigonfi d’oro dei regni Inca. Sebastian de Balcazar, conquistatore di Quito, discese le Ande fino in Colombia mentre Mendoza e Valdivia esplorarono le regioni della parte estrema del Cile, trapassando nel gelido purgatorio della Terra del Fuoco, dischiusa alla conoscenza del mondo dai fatali galeoni di Magellano. Entro il 1540 fu popolata la città di Asuncion, nell’odierno Paraguay, esplorato il Rio de la Plata, fondata Buenos Aieres, Travolta la Patagonia, ci si rivolse ad una vasta regione fitta di foreste che dalla cima delle Ande si scorgeva a perdita d’occhio distendersi verso Occidente e dominata da un fiume vasto come un mare: l’Amazzonia ovviamente. Con cinquecento spagnoli, quattromila Indios e mandrie di lama e maiali, Pizarro e Orellana discesero le Ande per inoltrarsi nella giungla da conquistare. Ma le cose questa volta non arrisero ai colori della casa di Spagna ne all’Uomo bianco in genere ….L’ultima frontiera dell’Ignoto non era ancora caduta ma questa è un’altra storia che affronteremo più avanti, si spera, se avrete la pazienza e la voglia di seguire le vicende di questo umile narratore . 
Questo mio viaggio si intitola “El Mundo Perdido” ed è volto alla scoperta non di uno ma dei tanti “mondi perduti”, ognuno a suo modo e per un motivo contingente, che mi troverò a lambire. Parlo di eventi e congiunture storiche o naturali diverse e lontane anche secoli: dai “mundi perduti” delle civiltà pre-colombiane a quello del Venezuela attuale perduto dentro un vortice di fame e caos. Dalle città coloniali abbandonate lungo la Sierra colombiana ai deserti incipienti che si dilatano sugli altipiani andini per via della deforestazione. Dalle balene che percorrono dall’Antartide 8000km per venire a librarsi dinanzi alle remote e irraggiungibili coste del Pacifico vomitando su di esse plastica ingerita all’altro capo del pianeta, a isole remote dove vivono animali impossibili a vedersi altrove per finire a quello che è un mondo forse non ancora perduto o forse si. Un luogo ove voglio tornare se ancora esso esiste e prima che si perda per sempre, come purtroppo avverrà: l’Amazzonia .
Ma questo non sarà che il capitolo finale di un viaggio che si preannuncia così ricco di cose diverse e bellissime, che faccio fatica anche solo a immaginarle..
La Sella Ronda
Con questo suo nome dal riecheggiare un po’ ottocentesco un po’ ipermoderno, a metà tra un libretto per un’opera di Verdi o una lirica di Alfieri e lo pseudonimo di una star per teenager del raeggaeton latino-americano, la Sella Ronda indica il percorso circolare intorno all’imponente gruppo montuoso del Sella appunto. La figata assoluta consiste nel farlo con gli sci a piedi, grazie ad una rete di impianti e collegamenti sciicistici che oggettivamente non ha eguali nel mondo e che consente lo scollinamento di 4 passi di montagna e l’attraversamento di altrettante valli una più bella dell’altra.
Per quest’ultima ragione è conosciuto anche come “giro dei 4 passi”, i quali sono da est verso ovest il Sella, il Pordoi, il Campolongo ed il Gardena mentre le valli attraversate sono la Val Gardena, la Val di Fassa, quella di Arabba con la Marmolada e la Val Badia. Nulla vieta di percorrere il Sella Ronda nel senso opposto ma avendoli fatti entrambi, vi consiglierei il primo dei due sensi di marcia, quello scelto da me in una assolata ma fredda giornata di Natale.
Soggiornando ad Ortisei, mi tocca prima risalire tutta la Val Gardena fino al paese più alto ovvero Selva ma niente paura: anche questo spostamento può essere eseguito con gli sci ai piedi : dal centro di Ortisei salite in cabinovia fino ai 2.500 metri del Seceda, che nelle giornate terse offre una visuale fantastica su tutte le Dolomiti ed in particolare sul Saslong
da qui scendete lungo un’ampia pista assolata fino alla stazione del Col Raiser, da cui parte una ipermoderna funicolare sotterranea che sbuca a Santa Cristina ai piedi della pista olimpica cd “Saslong”. Se avete tempo ed il” pelo” di provare il brivido di lanciarvi su una delle piste più tecniche del circuito della Coppa del mondo di sci, fatelo, ma attenti perché le pendenze sono pesantuccie e bisogna saper sciare 
Ad ogni modo, che decidiate o no di cimentarvi sulla Saslong, sta una comoda cabinovia che vi conduce sulla cima del Ciampinoi, incastrato tra la cima del Sassolungo ed il gruppo del Sella: da qui deviate seccamente a destra in direzione della cd “Città dei sassi” e sarete pronti per iniziare il Sella Ronda col superamento del primo passo
sono sicuro che il solo pronunciare di queste sei lettere evocherà negli appassionati di ciclismo l’immagine di epiche battaglie lungo quei tornanti insanguinati come l’erba di un campo di battaglia, duelli all’ultimo respiro tra i giganti della bicicletta. Ad ogni modo da questo Poggio di arrivo dell’impianto, appena più in alto del passo vero e proprio, la vista toglie il respiro ancor più dell’aria che quassù comincia a farsi rarefatta
ed il bello è che la panoramica è letteralmente a 360 gradi, nel senso che tutto intorno non vi è un cm di cielo che non sia tratteggiato da frastagliate vette di ineguagliata bellezza. Anche il versante orientale, quello opposto rispetto al passo, apre con uno squarcio sul gruppo della Marmolada, che si staglia dinanzi come un gigante omerico. Si, è questa la dimensione di queste montagne: sembrano giganti omerici nelle cui vene ci si infila come formichine con gli sci ai piedi. La Marmolada fa sentire davvero più piccolo di tutti
e incunearsi in una sorta di suo ventre aperto chiamata Porta Vescovo fa sentire davvero davvero minuscoli
tra l’altro la difficoltà delle piste che da qui precipitano giù verso Arabba è davvero consistente, anche perché l’unica pista più agevole è chiusa. e vi dico che scendere due “nere” di fila dalla Marmolada è bella tosta.
Ad ogni modo, si arriva ad Arabba vivi e vegeti. Anche questo paese sembra vivere come un animaletto domestico al cospetto di un mastodontico padrone, la Marmolada ovviamente ma procedendo nella direzione esattamente opposta si va verso il terzo passo di Giornata, il Campolongo, un ometto mito e tarchiato a confronto della Amazzone guerriera ed oblunga che era la Marmolada. In effetti gli scenari sono più morbidi qui al Campolongo che, come il nome stesso lascia intuire, ha un aspetto più pianeggiante per essere un passo. Ne guadagna la vista che anche qui si apre su montagne bianche a perdita d’occhio, mentre alle spalle colpisce come il gruppo del Sella ora sia in posizione esattamente diametralmente opposta a quella iniziale,
il che significa che siamo esattamente dall’altra parte rispetto al punto di partenza . Questo Campolongo, dove mi fermo a mangiare una schifezza di panino alla salsiccia tra l’altro) è il “dark side of the moon” della Val Gardena insomma. Le gambe sono ormai appesantite e il sole comincia a declinare, tirando giù con se anche le temperature. Resta da percorrere l’ultima valle, l’Alta Badia, con il suo capoluogo Corvara
col suo bel campanile che pare quasi riprendere la forma della cima in alto. È anche quella la direzione da prendere, verso il terribile Col Fosco e poi il passo Gardena, per tornare al punto di partenza. Definivo terribile il Col Fosco perché come il nome lascia intuire non è che di sole ne veda tanto, inoltre il vento in prossimità dei passi si fa sempre sentire e qui in particolar modo. Erano tristemente note tra gli sciatori le ascese da Corvara a Col Fosco con dei lunghissimi ed anacronistici ski-lift, flagellati da un vento gelido. Oggi per l verità esiste una moderna cabinovia che risolve in parte il problema
e conduce verso le assolate vette della Val Gardena ma l’ultimo tratto è comunque da risalire su due seggiovie dove la temperatura fa segnare un -8 che al vento fa ancora meno. Ma ormai ci siamo: eccoci al passo Gardena ed allo incantato scenario del Denter Cepies : sotto si apre la Val Gardena ed io sento un po’ come “a casa”
tanti chilometri con gli sci ai piedi in uno dei posti più belli del mondo, non certo a caso patrimonio Unesco
La fatal Verona, la rubiconda Bolzano
Un’ultima annotazione su Mantova colpevolmente omessa nella precedente “puntata”: se siete tra color che girano il mondo per cercare il sacro Graal, statv a casa, perlomeno nel senso di sovvermatevi meglio sul vostro paese di origine (supponendo che sia esso l’Italia). Si, perché pare che nella bellissima chiesa di Sant’Andrea in Mantova
sia custodito in un vasetto il terriccio umido del sangue di Cristo trafitto dal colpo di lancia assestato dal soldato romano deputato all’esecuzione, tale Longino poi amaramente pentitosi della “puncicata” inferta al figlio di Dio tanto da redimersi al cristianesimo e divenirne un martire. Ad oggi, al netto di tesi inconferenti che collocano sto Sacro Graal su e giù per il pianeta, è questa la tesi storica maggiormente accreditata per rintracciare sto benedetto arnese e per la soluzione dello spinoso “affaire”
Detto questo, passiamo subito all’introduzione della prossima tappa, la splendida Verona
Rispetto alla piccola Mantova, ha una connotazione più irrimediabilmente “metropolitana” , da intendersi tuttavia in senso non propriamente esteso. Da appassionato di geografia il primo dato che mi balza agli occhi è che la città sorga sulle rive dell’Adige, un fiume dal sapore irrimediabilmente alpino: insomma siamo ancora in pianura, in Padania, ma le montagne si intuiscono , si odorano già a Verona. Lo si annusa anche dagli effluvi dei suoi celebri vini dal gusto risulutamente più corposo di quelli di pianura. Marciando dalla stazione verso l’incantevole centro storico medievale, si balza subito di parecchi secoli indietro di fronte alla consistente Arena
e dall’incontro con una ben visibile lupac testimonianze indefettibili di Roma. Poi si dipana il centro, con uno schema a raggiera; le antiche viuzze delle corporazioni e gilde medievali appaiono per la verità troppo ridisegnata a favore di un’opulenza molto consumistica di boutique che fanno la felicità di turisti giapponesi e russi: tra Prada, Zara, Gucci e compagnia cantata non ne manca una e non è che la cosa ovviamente aiuti a conservare un’atmosfera tipica. Ad ogni modo il quadro complessivo non è certo sgradevole e sospinti da una folla frottante di occhi a mandorla, un po’ come lemmings a rotta di collo verso il mare del Nord, ci si incammina quasi meccanicamente verso quello che pare essere il sito di visita obbligato di Verona (dove per la verità ho qualche perplessità a dirigermi. Lungo il percorso si fa comunque in tempo ad ammirare la bellissima Piazza delle Erbe di impianto originario credo romano e le magnifiche Arche scaligere in stile romanico- gotico
mausoleo funebre di parecchi della famiglia qui reggente ai tempi della Golden age ovvero i Della Scala. Sta poi il bellissimo Palazzo della Ragione, nella cui corte è stato approntato un francamente troppo invasivo mercatino di Natale
ma risulta a questo punto ormai inesorabile la visita alla tappa finale del pellegrinaggio dei lemmings del Sol Levante: la casa di Giulietta ovviamente
esattamente come me la immaginavo: preda di un destino analogo alla Sirenetta di Copenhagen o la sala della Gioconda al Louvre, ovvero una sorta di ring di whresling dove dietro fotocamere e telefonini combattono con ferocia inusitata migliaia di occhi a mandorla, pronti anche all’applicazione del codice d’onore Bushido dei soldati del secondo conflitto mondiale pur di portare a casa lo scatto giusto. Evitabile.
Molto meglio deviare verso Castelvecchio e poi il borgo un po’ sonnolento di San Zeno, dove sorge la basilica del protettore della città, che però becco chiusa proprio da un’istante
a proposito lo sapevate che tale San Zeno, a dispetto dell’aureola, è collocato da Dante Alighieri all’inferno nel girone degli accidiosi. E v’è di più: in questa balza infernale trovano alloggio altri suoi concittadini celebri come Alberto della Scala, addirittura già con un piede in quella fossa ancor prima di morire, ai tempi della prima stesura della Divina Commedia. Insomma parecchio accidiosi o meglio dire incazzosi sti veronesi a detta di Dante, e di certo non avrebbero trovato diverso alloggio post-mortem parecchi figuri postumi della celebre novella shakespereana del “Romeo e Giulietta”.
Ah, badate bene che la prima stesura dell’opera non è di Shakespeare: la trama originale appartiene ad uno scorbutico signore di queste valli, tale Luigi dal Porto, un capitano di ventura del ‘500 che, dopo essere rimasto sfregiato in battaglia, appese la spada al chiodo per afferrare la penna da scrittore, serrato nel suo castello vicentino ed in odio frontale col mondo intero. Il mestiere delle armi porta strascichi imprevedibili insomma….
Ma veniamo alla seconda tappa di questa intensa giornata: un’ora scarsa di treno risalendo il corso dell’Adige in valli che si fanno sempre più strette e rigonfie di neve, fino ad arrivare alla sua confluenza con l’Isarco, ove sorge Bolzano
Ecco una città che saprà sorprendervi e non poco. Sono sicuro la immaginerete sobria e sornione, algido avamposto germanico per qualche coincidenza caduto nei nostri confini: nulla di tutto questo. Bolzano pullula di una vitalità tutta propria , un multiculturalismo singolare dettato da motivi contingenti che ne hanno fatto tappa obbligata di tanti incroci culturali. Da qui è passata la Mitteleuropa dei caffè, cui pare consacrato il bellissimo albergo nel quale alloggio in magnificente “jugenstil” ovvero l’art noveau declinata al tedesco
ma prima ancora da Bolzano sono passati per forza di cose decine di eserciti di varie casacche e tanti mercanti: figurarsi che la lingua endemica di certe valli qua intorno, il ladino, è una combinazione di dialetto sei mercanti genovesi e catalani con l’altoatesino: a leggerlo si intuisce chiaramente questo multicolore pedigree, a sentirlo parlare… beh se capite anche una sola parola avete tutta la mia stima. A proposito di lingue, è celebre il bilinguismo di questa zona di Italia, o trilinguismo a volerci mettere anche il succitato ladino a fianco all’italiano e al tedesco: vi dico che a girare per Bolzano, sembrerà di poter affermare che in città viga un deca-linguismo o dodeca-linguismo, non saprei esattamente. La florida industria del turismo invernale delle valli circostanti attrae un numero esponenziale di forza- lavoro in gran parte meridionale , cosicché per le strade è un susseguirsi di dialetti siciliani, pugliesi, napoletani, frammistati al tedesco dei valligiani con quella loro strana pronuncia un po’ fischiata che pare il verso di un merlo. E tutti bevono e bevono nei una volta tanto belli mercatini di Natale
si, di solito sti mercatini di Natale mi annoiano e a parte il vin brûlé che peraltro non amo, non mi viene in mente niente da poter comprare manco per sbaglio delle cianfrusaglie generalmente in vendita. Ma qui a Bolzano sono davvero belli, nella piazza delle Erbe come in quella centrale, piazza Walther ove faccio amicizia intorno ad un tavolino esterno con due rubicondi camionisti tirolesi, il cui livello di simpatia aumenta esponenzialmente quando mi rivelano il loro odio viscerale per Salvini e la rovina economica assoluta che una politica di allontanamento dall’Europa (che qui dista 30 minuti di camion) segnerebbe per le loro attività. Ma poi si ritorna nel magnifico albergo in jugendstil, dove è in programma per la edulcorata aristocrazia mitteleuropea locale un scatenato concerto gospel che tracima nel blues e nel soul
Mantua me genuit
Come molti di voi già sapranno, questo è il verso iniziale di un celebre epitaffio, un’iscrizione funebre apposta su un tomba esposta peraltro proprio a Napoli. Parliamo ovviamente del poeta latino Virgilio.
Secondo la leggenda, essa fu dettata dallo stesso Virgilio in punto di morte, circostanza a rigor di logica piuttosto dubbia scorrendo poi il testo (un breve componimento poetico nella forma del distico elegiaco) perché, se è pur vero che il Sommo al momento di tirare le cuoia potesse certo ricordare il luogo ove è nato (“Mantua me genuit”) e intuire quello dove stesso morendo (“Calabri rapuere” ad indicare il Salento, all’epoca chiamato Calabria), appare oggettivamente improbabile che potesse poi conoscere il luogo della sua futura sepoltura (“tenet Parthènope” ovvero Napoli). Ad ogni modo, possiamo per ora considerare l’incontestabile dato iniziale: Virgilio era nato a Mantova, ad Andes per l’esattezza sobborgo rurale alle porte della città. 
Della cittadina secondo la geografia dell’epoca “cisalpina”, Virgilio è certamente il figlio più celebre ma, venendo qui, ho presto scoperto che un numero sorprendente di persone e cose celebri sono nate a Mantova: un po’ tutti i Gonzaga come era facile intuire ma anche il pilota Nuvolari e il centravanti “Bonimba” Boninsegna, il buffone di corte Rigoletto cantato poi da Verdi, la torta “sbrisolona” che ultimamente fa furore un po’ ovunque
e pure il vecchio zabaione ,un tempo usato come ricostituente d’amore prima dell’avvento della pillola blu. Finanche il Capilupi che da nome al discusso nosocomio caprese dovrebbe aver avuto natali mantovani, ma andiamo avanti.
Mantova si presenta subito benissimo dall’albergo intitolato ai Gonzaga er affacciato proprio su piazza Sordello. Sto Sordello pare fosse un troubadour del 13esimo secolo, nato da queste parti e poi seppellito a Napoli, esattamente come Virgilio. Insomma, se a Mantova fate poesia poi vi atterrano a Napoli…non male! Per la verità mi piace già il viaggio in treno per arrivarci a Mantova, con una sgangherata linea regionale (anzi interregionale) che si dirama a Modena dalla via Emilia per addentrarsi nella Padania più profonda, quella di casolari dediti all’allevamento di maiali (è la zona con la più alta concentrazione di zootecnia al mondo) e tanta tanta nebbia. Si passa il po e alcuni luoghi di battaglia più volte ripetute nella storia, come Curtatone da cui passarono i Lanzechenecchi per andare a saccheggiare Roma su “soffiata” del Gonzaga ma dove secoli dopo anche l’esercito piemontese prese una bella scoppola dagli austriaci nei primi tentativi di fare l’Italia. E alla fine di un pianoro che più piatto non si può appare Mantova, utopia rinascimentale. Sarà la nebbia che va e viene o il Mincio che la cinge come un pitone ma si respira un’aria sospesa ipnotica in queste vie umidissime 
L’attenzione viene subito polarizzata dal Palazzo Ducale che appare e scompare dalle nebbie, testa macrocefala di una piccola signoria che seppe regalarsi onori e splendori degni di un satrapo orientale. Il primo dei Gonzaga, Ludovico, aveva infatti ben chiaro che il prestigio di una famiglia dell’epoca passasse dalla fama dei pittori capaci di arruolare alla propria corte, e così tentó e riuscì nel “colpaccio” di quello che all’epoca era l’artista più in voga presso i suoi coetanei: più ancora che Leonardo o Michelangelo, nel Rinascimento splendeva la stella di Andrea Mantegna
Il Palazzo risulta poi adornato di altre bellissime stanze, tante e tutte decorate con stucchi di pregevole fattura, ove splende la “stellina” di Bartolomeo Fetti, genio mancato per via della salute cagionevole che lo stroncó a soli 32 anni
ecco la bellissima sala dello Zodiaco.
Attraversando poi tutto il corso principale si arriva a quella che fu la Versailles mantovana dei Gonzaga, Palazzo Te, reggia del nipote di Ludovico, l’eccentrico Federico che ivi seppe far forma alle sue pulsioni e la sua frenesia sessuale che si dice smodata; o per meglio dire, trovó in Giulio Romano un architetto capace di dar forma ad esse
sarebbe meglio vedere Palazzo Te in un giorno di sole vista la sottesa esuberanza che lo domina e lo fece apprezzare anche a D’Annunzio, uno “porcellino” quanto il Gonzaga. Figurarsi che l’animale simbolo del palazzo è il ramarro, visto come simbolo di imperturbabilità dinanzi alle passioni, l’esatto opposto del Gonzaga che infatti vicino al lucertolome fece scrivere “quod huic deest me torquet” (ciò che a lui manca a me tormenta) con allusione alla sua favorita Federica Boschetti con cui pare che trombavano in ognuna delle 300 stanze
E poi sta la cucina mantovana: imperdibili i ravioli alla zucca direi,
e anche la polenta in abbinamento ai funghi e lo stracotto . Il posto suggerito è ovviamente questo
che da essere esattamente ciò che il nome lascia immaginare: un posto carnale.
Insomma mi è piaciuta molto Mantova, scrigno di utopie nascoste e delicate 