Giorno 5 Lubiana e’ a mio avviso una città proprio bellissima, con un perfetto balancing tra arte, natura, vivibilità, cosmopolitismo e altri parametri di una capitale europea moderna. Affascinante emula di Vienna nell’eleganza asburgica dei suoi palazzi, se ne caratterizza per una maggiore Vivacità e un pizzico in più di imprevedibilità balcanica (non ditemi niente ma a me tedeschi e austriaci con la loro linearità del vivere delle loro città fanno scendere proprio la uallera); nell’aria cosmopolita e giovane invece, come pure nella vivibilità innestata su un centro piccolo e raccolto intorno a un corso d’acqua mi ha ricordato Amstardam. In nessun caso mi è sembrata simile ad delle altre capitali balcaniche viste, tutte imperniate sul contrasto stridente tra centri storici testimoni di varie epoche storiche e enormi brutture di epoca comunista tutto intorno. Quel tipo di edilizia così invasivo e demenzialmente ideologico e’ chiaro che anche qui non sarà mancato ma forse vi sono state già buttate mani di vernice di restyling ben spesi, con ex casermoni comunisti che diventano qualcosa di più fresco e cool (la cosa e’ possibile quando arrivano i soldi). E’ proprio il caso credo del l’ostello dove alloggio, che credo dovesse essere una scuola o forse una caserma ai tempi della Jugoslavia e ora ospita torme di giovani e giovanastri in vacanza, alcuni veramente scustumat pesanti con la loro musica a palla nei corridoi la notte e altri veramente fottuti a pressione col cervello, come un coglione credo francese che si scapizza e si spacca il naso mentre prova a scendere con lo skateboard nientemeno che il corrimani di una ringhiera. Il pezzo di bravura era tra l’altro stato annunciato con grande clamore a tutta la fanzine di amici e soprattutto amiche acclamanti, ed io che dall’alto della finestra guardavo tutta la scena davvero me la sono chiamata la caduta e mi sono sentito a metà tra un gufo e un Torquemada che condanna ste minchiate di sti giovinastri d’oggi che manco per il cazzo vogliono aprire un libro e meritano di appizzarsi con ste cacate. A proposito, un’altra cosa di cui ho avuto modo di apprezzare la pulizia e il decoro qui a Lubiana sono sinceramente i cessi di bar e ristoranti, giacché tutto il soggiorno e’ stato funestato da quel fastidioso malanno che sovente colpisce il viaggiatore, tanto da essere definito appunto “diarrea del viaggiatore” ma credo possa fermarmi qui in questa descrizione anche perché non mi pare di ricordare si annoti tra i follower del Milione anche Gianni Morandi. Piuttosto che di coprofili nostrani vale la pena spendere due parole su Duvan, un brillante prof universitario in pensione che incontro con sua moglie Egra in un biblioteca e che mi parla del rapporto inscindibile tra questa terra e l’Europa, sin dai tempi dei Romani in cui La città si chiamava il corrispondente in dialetto bergamasco di “chill e’ strunz proprio”: Emona (e’ mona…). La serata trascorre rilassata e soft in un bistro, dove mi faccio convincere a oridnare una saporita zuppa locale simile al gulash e come desert un’ottima palacinka (una sorta di crêpes ) con nocciole e albicocche, un menù che però mi riporta diritto diritto tra le braccia di Gianni Morandi per tutta la notte. P.S. Mi fa troppo ridere quel coretto che i tifosi delle altre squadre dedicano appunto a Gianni Morandi presidente del Bologna quando la sua squadra a a giocare fuori :” fatti mandare dalla mammaaaa, a mangiare la merdaaa”.
Giorno 4 La giornata prevede l’ascesa al monte Tricorno (Triglav in sloveno) attraverso il pauroso e spettacolare Vrsic pass ed una strada costruita dai prigionieri russi durante la Grande Guerra, per poi calare sul bellissimo lago di Bled in serata. Ma il programma rischia di saltare sul nascere giacché, quando dopo una passeggiata vado alla Locanda del Vecchio Fabbro a recuperare lo zaino, il Vecchio Fabbro ha pigliat’suonn e non c’è verso di svegliarlo. Ma niente,il Mastro Ferraro ha pigliato proprio piede pesante, lo sento ronfare pure dalla stradale mentre con bussate e cazzotti nella porta credo di scongiurare di perdere l’unico bus della giornata che si inerpica lassù. Alla fine mi risolvo ad entrare dalla finestra sul retro e becco prima il cocker spaniel che mi da nguol (ma devo vincerla una volta per tutte sta paura dei cani) e poi la cameriera bulgara, che avvia ad alluccare credendomi un mariuolo. A tal punto, con lei che non parla altro che la lingua di Stoichkov e Moni Ovadia (nato a Plovdiv), non mi resta altro da fare che sfoderare la frase magica, la mandrakata che già feci ad un Carnevale di una dozzina di anni fa quando,vestito da pecora zoppa, incappai in due operatori ecologici dotati di forte senso civico ma anche di un troppo spiccato giustizialismo,i quali volevano tradurmi forzosamente in commissariato per atti di vandalismo commessi da ALTRI. Ecco quale che sia questa frase magica adesso però non mi va ad ogni modo di ricordarlo. Cmq recupero lo zainone e corro disperatamente verso lo stazionamento col cuore affranto, ben sapendo che ormai il bus sarà partito da 10 minuti buoni. Ma qui ad aspettarmi trovo il mio grande amico Milos, il quale appunto mi dice che per partire attendeva me ( che prima del teatrino dello zaino mi ero fermato a chiedergli solo l’orario di partenza) ed, in ogni caso, non se ne parla di mettere in moto fino a quando non avrà finito la sua birra. Quanto alla sigaretta che fuma con fare alla James Dean, quella non è un problema ne a terra ne a bordo del bus, dove fumerà tutte le sigarette che vorrà per tutto il lungo viaggio, incurante delle lamentele di tutti. Aria da rockstar e panza da bevitore incallito, Milos mi dice di aver studiato a Bologna dove appunto suonava in una band, ad un tratto decide che ora di togliersi la camicia hawaiana e mettere la divisa e di partire con una bella sgommata e con una vecchietta che gia prende a protestare ma che viene subito zittita. Ecco Milos e’ la prima tipica fisionomia di persona balcanica che becco a sto giro; nel cuore dei Balcani un simile comportamento e’ del tutto usuale: in Bosnia o in Albania o in Kosovo, l’autista parte più o meno sempre quando cazzo gli pare a lui e nessuno si sognerebbe mai di rimproverarlo se fuma o parla al tel mentre è al volante. In Montenegro poi, penso che nessun autista si sogni di mettersi al volante senza essersi sceso almeno mezza bottiglia di rakia. Ma qui siamo in Slovenia, l’unica delle repubbliche nate dalla ex Jugoslavia che ancora mi mancava e devo dire che la Slovenia somiglia ad una Sarajevo, per dirne una, come la Svizzera può somigliare ai Quartieri Spagnoli: si tratta di un paese ormai assorbito completante dall’Europa e dall’Occidente, aspetto che verrà valutato positivamente da chi misura la Storia lungo le ascisse e le ordinate del Progresso e della Civilizzazione, ma è una lettura che a me lascia perplesso. Non so cosa ne pensi al riguarda invece Milos il Balcanico quando tutte quelle ai suoi occhi stupide donnette prendono molto alla occidentale a protestare per l’ennesima sigaretta accesa. Una donna che Mios ascolta tuttavia ascolta c’è, sua moglie ovviamente che gli ordina via tel di comprare la carne (compito prontamente eseguito con una sosta arbitraria di almeno un quarto d’ora) e di fotografare accuratamente ogni tornante e panorama dell’impressionante “strada russa” che porta su al Vrsic, che lui per la nostra gioia percorre per la prima volta. Nel fermarsi a fare le foto ad ogni tornante cerca la mia complicità, giustificando ogni volta agli occupanti dell autobus la sosta per permettere a questo Zabar (letteralmente “mangiatore di rane”, nomignolo con cui vengono chiamati stranamente gli italiani nei Balcani) di portare a casa delle belle fotografie. La “strada russa” e’ ad ogni modo un emozionante susseguirsi di incredibili tornanti lungo pietraie e ghiacciai, davvero bellissime. Sulla cima del Vrsic pass, con pochissimi gradi centigradi sopra lo zero, raccattiamo un’inglese assiderata che piange e non smetterà di farlo per altre due ore; poi, più in basso, ormai in un insignificante fondovalle, quando Milos pretende l’ennesima sosta e mi invita a scattare l’ennesima foto e pure ad abbeverarmi ad una fonte posta ad un dipresso, sento levarsi dal bus una voce al mio o nostro indirizzo in un settentrionalissimo dialetto, non saprei dire forse piemontese, qualcosa tipo: “ehi Testina, ciap un cass i la destut le coglion avec ce fotografie de meeeerda!” Capisco subito di chi si tratta, uh tizio salito poco prima dall’aspetto terrificante con addosso tutti i segni devastanti del l’alcol, una faccia gialla e gonfia all’inverosimile e piena di escrescenze che pare un kebab di quelli scadenti venduti alla stazione. Già’ in precedenza aveva preso questione con Milos, perché da buon italiano ignorante non parla una mezza parola di una qualsiasi lingua estera e pretende che gli altri debbano capire il suo caricaturale linguaggio di gesti (che contrariamente a quanto ci beamo di pensare nel nostro provincialismo, nessuno capisce fuori dall’Italia) . Mi limito ora ironicamente a dire che l’acqua di fonte può essere un vero toccasana per l’organismo e le funzioni epato-biliari (le sue devono essere compromesse assai) , ma a questo punto Faccia di Kebab si lascia andare ad un “Napuletan de meeeerd” platealmente gridato che fa salire irremediabilmente la tensione non tanto per me quanto per un altro tizio a bordo, tedesco ma affezionatissimo al padre emigrante calabrese scomparso dieci anni fa e che sin incazza davvero assai con Faccia di Kebab. A Milos il Balcanico quasi non pare vero che si possa sviluppare una bella questione a bordo del suo autobus, mentre io accuccio vergognato di aver contribuito a creare sto papocchio. Ma a questo punto rompe gli indugi la mamma di Faccia di Kebab la quale intima al emigrante calabrese di lasciare stare il suo angioletto (che avrà buoni 40 anni) perché sta attaversando un momento difficile, sennò chiama pure lei la polizia. Cmq, alla fine, giungiamo a sto benedetto lago di Bled, uno specchio d’acqua incantato dove nuotano cigni e lucci e nel cui mezzo sta un’isola con un castello che pare uscito da una partita del Dungeons and Dragons ( gioco che francamente tengo un po sulle palle ). Per finire, mi riconcilio alla vita mangiando una bella trota gigante davanti ad un violino che suona sul lago, e mi riconcilio persino con Faccia di Kebab,che becco in un bar e mi vuole offrire da bere! Chi lo ha detto che in viaggio da soli ci si annoia?!
Giorno 3 L’alba sulla valle dell’Isonzo ammirata dal balcone dellla Locanda del “Vecchio Fabbro”, Stari Kovac, reca con se una scoperta sconvolgente, che mi fa aggiungere al mosaico un’ultima tessera, che da lontano sui libri non potevo spiegarmi: particolari condizioni climatiche tipiche delle doline e delle strette valli alpine a U danno luogo in particolari momenti del giorno a correnti termiche discendenti, che portano a valle anche una fitta nebbia umida. L’alba del 24 ottobre 1917 vedrà quella nebbia avvolgere la prima linea dell’esercito italiano in un abbraccio mortale, come un castigo biblico o un vento infernale che brucia la pelle e acceca gli occhi. La circostanza della corrente termica discendente deve essere ben presente ai genieri del 35esimo battaglione specialisti dell’Alpenkorps tedesco. Sono giunti qui dal fronte della Somme, recando con se un souvenir inatteso e letale, un po di “aria di Ypres” per così dire: tonnellate di un gas chiamato appunto iprite dal luogo del suo debutto storico, che ora viene rovesciato e mandato giù con la nebbia del mattino sui reparti del battaglione “Friuli” posizionato nelle trincee sottostanti. Lo Stato Maggiore Italiano aveva contemplato la possibilità di un attacco con questo nuovo letale tipo di armamenti cd chimici e si era premurato di rifornire alla spicciolata le unità di prima linea con rudimentali maschere anti-gas che proteggessero le vie respiratorie dei poveri fanti. Ma l’iprite non attacca le vie respiratorie, questo gas arroventa l’aria e brucia la pelle: quella mattina del 24 ottobre la nebbia che cala giù dal Monte Nero non è umida ma ribollente e squaglia in pochi istanti almeno 600 alpini, che restano li pietrificati, come mosche bruciate su una lampada alogena. Gli italiani si sono inerpicati sin lassù a costo di sanguinosissime perdite, con cifre in termini di vite umane più assimilabili ad un genocidio che ad un bollettino di guerra. Le ben 11 offensive lanciate dall’Esercito italiano sull’Isonzo hanno prodotto un avanzamento complessivo di 24 km e perdite per oltre 110 mila uomini solo su queta parte del fronte: su per giù significa che ogni km e’ costato 5000 perdite, ogni metro conquistato e’ valso 5 vite. La dinamica di queste battaglie di avanzamento aveva previsto sempre un medesimo terribile copione: veniva chiesto o meglio dire imposto ai reparti di fanteria di lanciarsi a migliaia contro le mitragliatrici nemiche, nel cinico calcolo della probabilita’che,su mille lanciati in avanti,almeno qualche sparuta decina riuscisse a raggiungere la trincea nemica. Nondimeno, gli italiani ora sono qui su. Gli austro-ungarici sono stati ricacciati indietro, oltre la linea dell’Isonzo, e costretti a combattere ora sul loro territorio. Vi è di più, una brillante offensiva condotta in agosto ha visto gli alpini sbaragliare una esausta divisione di ungheresi e occupare addirittura una porzione di territorio ad est dell’Isonzo, il cd altopiano della Bainsizza. La retorica di guerra accoglie con parole trionfali questa vittoria in pieno suolo austro-ungarico e, in una congerie a metà tra la politica e la tattica militare, viene deciso che l’altopiano della Bainsizza debba essere la testa di ponte per successive conquiste, che la strada per conquistare Lubiana e addirittura Budapest (!!!) cominci proprio li, su quell’altopiano carsico. Mai più piccola vittoria fu foriera di un così grande disastro e mai definizione geografica fu più fuorviante di quella usata a proposito della Bainsizza come “altopiano”. A vederla ad occhio nudo adesso mi rendo conto che definire la Bainsizza altopiano e’una boutade come può esserlo chiamare tavolo da cucina una scala a pioli erta su un muro. Si tratta in realtà di un ripido e scosceso pendio, un saliente in gergo militare che si inerpica fino ai 2.600 metri del monte Mrzli, un suolo pressoché indifendibile giacché al nemico posto sulla cima basterebbe gettare un sassolino dall’alto per ferirti. Un generale prussiano vissuto secoli addietro, Ernest Von Clausewitz, scrisse un giorno:” la politica e’ la prosecuzione della guerra con altri mezzi”; in questo caso per l’esercito italiano valse invece la regola opposta, e’ la politica a dettare la linea e la guerra ad esserne piegata alle esigenze: pare,a e’ una dato storico dibattuto, che lo Stato Maggiore italiano, attendendo nell’autunno del 1917 una contro offensiva austriaca, abbia chiesto al governo di poter abbandonare quella testa di ponte così rischiosa ed esposta per poter ripiegare pochi metri indietro lungo la linea dell’Isonzo, assai più facilmente difendibile. Ma da Roma hanno fatto sapere che ciò è’ impossibile: mesi di sanguinose perdite trovano ora una giustificazione retorica nella conquista di questo “altopiano” al nemico e paventare un ripiegamento sarebbe motivo di demoralizzazione per le truppe e l’opinione pubblica. A capo dello Stato Maggiore italiano figura un uomo anziano, il generale Luigi Cadorna, la cui capacità militare e’ inversente proporzionale alla sua boria, smisurata. Dai modi autoritari e brutali, il “Generalissimo” impone ai suoi ufficiali un disciplina ferrea ai limiti del disumano nello gestire le truppe, con fucilazioni sommarie per deficienze anche minime. Tronfio nella sua alterigia, e’ solito pavoneggiarsi tra ufficiali di essere a capo del più grande esercito che abbia mai marciato sul suolo italico dai tempi di Giulio Cesare: l’unico paragone spendibile oggi col mondo romano e’ quello per cui la sua inettitudine espose l’Italia alla più grave sconfitta dai tempi di Annibale. Nell’autunno del ’17 Cadorna glissa sulla possibilità di un contrattacco nemico: la Bora ha cominciato a soffiare e tra pochi giorni i passi alpini saranno innevati, rendendo impossibile per l’esausto esercito austro-ungarico l’invio di nuove truppe necessarie per un contrattacco in tempo utile. Inoltre il rapporto in termini di truppe e di armamenti e’ tutt’ora di vantaggio per le truppe italiane, gli austriaci non potranno che lanciare una lieve controffensiva di alleggerimento. Il 21 ottobre un maggiore di origine rumena diserta dall’esercito austriaco diserta e viene condotto al quartiere generale italiano: ha mappe dettagliate di un attacco in grande stile nella valle dell’alto Isonzo e parla di almeno 100.000 uomini arrivati dalla Germania. La sua viene reputata una barzelletta che non fa ridere e viene passato per le armi. Il suo era un dato arrotondato al ribasso: per una nuova e ardita strada costruita dai prigionieri russi lungo le pendici del monte Tricorno, tra valanghe e ghiacciaie sono affluite 7 divisioni tedesche e 4 austriache. Una divisione in media conta 25.000 uomini. A migliaia giungono anche cannoni e nuovi armamenti, tra cui anche i nuovissimi fucili mitragliatori. Un inferno sta per abbattersi sulle linee italiane ma Cadorna dorme sogni tranquilli ed è addirittura in licenza. L’esercito italiano e’ posizionato a difesa di un fronte di oltre 30 km ma privilegia di difendere l’indifendibile testa di ponte di poche centinaia di metri, la Bainsizza, ammassando in un territorio scosceso una quantità esponenziale di truppe. La zona si trova al centro dello schieramento, gli attacanti scelgono ovviamente di attaccare sulle ali dell schieramento, a Tolmin a valle e a Bovec in alto, dove sono già entrati in azione gli specialisti di Ypres. Quando il gas frigge le membra degli alpini della “Friuli”, appostati nei pressi sono già pronti gli uomini di un reggimento di guastatori bosniaci. Si tratta di un corpo di mercenari musulmani ma ora fedeli al cattolicissimo imperatore austriaco. Sono noti per la loro ferocia di tagliagole, derivano dagli antichi giannizzeri ottomani e ora hanno di fronte fanti friulani e veneti. Venezia contro Impero Ottomano, una sfida che torna a ripetersi nei secoli, ora sotto altre uniformi. I tagliagole bosniaci non usano fucili, sono armati con una sorta di picche con cui sbrindellano la testa da trincea a trincea ai superstiti italianiani. Un maggiore di artiglieria italiana osserva a poche centinaia di metri la scena travisandola del tutto. Il suo nome e’ presente su tutti i libri di letteratura, si chiama Carlo Emilio Gadda: lo stile sincopato e un po balordo, imprevedibile ed ironico del suo scrivere ne fanno certo un autore di culto in ambito letterario ma sono tutte caratteristiche che si sposano male con la risolutezza e la determinazione richiesta nella prima linea di una battaglia. Quel pasticciaccio brutto di via Merulana pardon del monte Kolovrat avviene verso le 7 di mattina quando Gadda non si avvede che quei corpi di soldati che vede in lontananza ai loro posti non sono che in realtà i cadaveri pietrificati della “Friuli” martoriati adesso dai ragni bosniaci che stanno già tessendo una tela volta ad aprire una breccia. Più tardi invece dara’ordine di sparare su un reparto italiano che provava un contrattacco, annientandolo. Nel frattempo, sul l’ala sud a Tolmin il generale Kraft ha schierato un numero impressionante di truppe: qui gli italiani hanno lasciato una media di 250-300 uomini a km ed è il tallone di Achille dello schieramento, i tedeschi schierano in quel settore una intera divisione super addestrata, il rapporto e’ qui di 1 a 100. Kraft e’ un generale atipico e controcorrente, che ritiene già allora obsoleta la guerra di posizionamento di trincea alla quale preferisce una rivoluzionaria tattica di attacco che assomma artiglieria, fanteria e mezzi pesanti tutti concentrati in pochi minuti e in poco spazio: nella battaglia del 24 ottobre fa il suo esordio una modalità di guerra che erroneamente si ritiene essere apparsa solo sui campi della seconda guerra mondiale, la BlitzKrieg, la guerra lampo. In pochi minuti le linee italiane sono travolte da un inferno di fuoco, le linee telefoniche vengono prese di mira con successo e saltano. Prima che si riesca a capire anche solo cosa sia succeso, la divisione prussiana della Slesia ha aggirato completamente l’esercito italiano. Resta a difesa su quel lato solo un battaglione, l’Alessandria. Frattanto vacilla anche lo schieramento centrale, quello dove gli italiani sono in sovrannumero: la divisione “Etna” , forse racchiudendo dentro il suo nome un presagio, ha visto sotto i suoi piedi la montagna franare ed ingoiarli. Si tratta di una gigantesca mina posizionata dagli austriaci che fa franare un intero costone di montagna. Ma e’ sull’ala destra, a nord che la Germania schiera il suo fuoriclasse. Qui e’ schierato un corpo d’elite, i Jager Bavaresi. Al suo interno e’ ricavato un ulteriore corpo d’elite di 300 uomini, il Reggimento della Guardia del Corpo. Si tratta di un corpo storico, una sorta di pretoriani dell’antico re bavarese. A loro capo e’ posto un giovane ufficiale dotato già di un enorme ascendente tra i commilitoni, si tratta di un uomo le cui capacità militari saranno riportate sui libri di storia più in la quando, da generale del Terzo Reich, godeva di una fama che preoccupava persino Hitler. Il suo nome e’ Rommel. Rommel avanza come una lama tra i cadaveri della Friuli travolge le seconde linee italiane ed è l’artefice del far saltare tutte le comunicazioni tra le linee nemiche. Ad ora di pranzo Cadorna rientra frettolosamente ad Udine, 50 km almeno lontano dal fronte, dove continua a ripetere che si tratta solo di una leggera azione diversiva del nemico. Alle 17 l’intera valle dell’Isonzo e’ sostanzialmente nelle mani tedesche, oltte centomila tedeschi sono pronti a calare come la bora elle pianure friulane , restano ancora in armi reparti di alpini sulla cima del Monte Nero alla quota impossibile i 2.600 metri, dove combatteranno per altri 4 giorni, e il battaglione Alessandria con a capo il maggiore Fazzini che, intuita la gravità della situazione, si mette a protezione disperata dell ultimo valico he consente la ritirata sbandata di centinaia di migliaia di soldati. Il battaglione Alesaandria meriterebbe di occupare un posto nella nostra storia analogo a quello dei 300 spartani alle Termopili: tanto era grosso modo il loro numero e simile la sproporzione contro i nemici, medesima anche la fine senz a alcun sopravvissuto. Ma qualcuno non la penso’ così : alle 17,30 Cadorna lancia un comunicato in cui addossa la gravità della situazione alla inettitudine e la vilta dei reparti impegnati in quella zona del campo, proponendo la radiazione con disonore del suo ufficiale capo.Anni dopo, documenti tedeschi e austriache parleranno della strenue resistenza di un reparto di circa 300 uomini capace eroicamente di fermare l’avanzata di intere divisioni per almeno 10 ore, quelle necessarie a salvare il salvabile. Alle dieci di sera Cadorna ritiene che si sia fatta ora per passare da vicino in rassegna le truppe e si fa accompagnare in macchina da Udine: già pochi km fuori città incontra migliaia di soldati italiani sbandati che urlano “la guerra e’ finita ” e cantano l’Internazionale. “Perché non li fucilate immediatamente?”- tuona Cadorna. “Perché non ci è rimasto ne un plotone ne una pallottola per farlo”- gli fa notare sommessamente un ufficiale. A questo punto Cadorna telegrafa al fronte ordinando di resistere ad oltranza e tenere a tutti i costi il fiume. Gli chiedono di quale fiume parli. “L’isonzo, non starete forse ripegando sul Tagliamento?” (50 km e migliaia di morti più indietro ) “nossignore non stiamo ripiegando sul Tagliamento: stiamo ripiegando sul Piave” L’Italia rischia in meno di 24 ore di tornar ai confini delle guerre di indipendenza ottocentesche, l’esercito nemico rischia di poter avanzare fino a Venezia e forse anche Milano senza trovar resistenza, eccezion fatta per la terza armata in ritirata del Duca d’Aosta che si sta già asserragliando sul Piave, ma questa e’ un’altra storia . Spesso nomi di battaglie celebri sono sinonimo di dramma e divengono parte della coscienza collettiva di una nazione. Gli americani ricordano Pearl Harbour come uno shock, i francesi usano il termine Waterloo come sinonimo di sconfitta. Nessuna parola esprime in italiano un senso di disfatta e disastro come il termine Caporetto. Ho avuto un bisnonno che ha combattuto qui, e che durante una ritirata perse anche una gamba , non lo ho mai conosciuto ma ho sempre ascoltato i suoi racconti attraverso la voce di mia nonna (sua figlia). Erano racconti durissimi anche se ammansiti dal tempo. Sembra fosse divenuto abile negli assalti corpo a corpo in trincea, nei quali tuttavia disdegnava l’uso della baionetta, a suo dire poco pratica giacché si impigliava nelle uniformi nemiche e inoltre non risultava immediatamente letale: molto meglio usare il calcio del fucile a mo di clava o un ben assestato calcio nei testicoli per stordire il nemico. Raccontava anche che talvolta, nella miseria del rancio da trincea, arrivava addirittura il liquore: e quello era il segnale ch la mattina dopo li avrebbero Mandati al macello contro una mitragliatrice nemica, il liquore era una sorta di ultima sigaretta del condannato a morte. Era da tanto che volevo venire qui, non so perché mi sia risolto solo ora a farlo. Oggi Caporetto sorge in Slovenia, si chiama Kobarid ed e’ un bellissimo posto dove ragazzini in buona salute di mezza europa si lanciano a far rafting e tanti altri sport estremi, per poi riversarsi nei bar tra fiumi di birra e abbandonarsi ad amori facili e spensierati, di cui molti al mattino non ricorderanno nulla. Di tutta questa leggerezza e spensieratezza del vivere i ragazzi di Caporetto di 100 anni fa,chiusi in fetide trincee e mandati al macello, non ebbero niente, ma forse senza saperlo hanno combattuto per donarla a chi è venuto dopo di loro
Giorno 2 Quest’oggi si è frapposto al mio viaggio una Cassandra malevole e foriera di sciagure, la qual ha avuto l’ardire di predirmi una fine atroce, sbranato da famelici lupi e da nerboruti orsi prima di arrivare alla meta…… Per la verità a voler scendere nei dettagli la cosa perde questa sua enfasi mitologica e oscura, più che altro si trattava di un cameriere purpo che, durante una cena devo dire davvero squisita, ha preso ad allanzarsi pesantemente col sottoscritto, fino a quando vistosi rifiutato l’ha buttata sul filone catastrofale, tipo la zingara del porto che ti mena i malocchi se non le dai gli spicci. Vabbe fermiamoci qui, poi semmai ve lo racconto meglio, anzi no, Vabbe poi vediamo dopo….. Si perché ora vorrei invece introdurvi a questa magnifica terra di Slovenia con una favola che si narra in queste vallate e che esplicita secondo me le caratteristiche di questa terra. Questa dunque è la favola di Zlatorog, animale che è come parecchi di voi se col dito indicate il basso ventre, giacché lui è un camoscio (ca moscio..). Vabbe andiamo avanti: il camoscio Zlatorog viveva felice nelle valli del Soca e sulle pendici incantate del monte Tricorno, sovraintendendo insieme con delle fate, le Signore Bianche, alla pace e l’armonia e facendo si che i pascoli fossero sempre verdi. Sembra inoltre che Zlatorog fosse custode di un enorme tesoro. Nel frattempo giù nella valle viveva una fanciulla , molto figa ma anche un po chiattilla. Il padre di lei di mestiere faceva il locandiere ma è un personaggio francamente secondario, a differenza di sua moglie che come vedremo si rivelerà una stronza terribile. Dunque, la loro figliola, che tutti i giovanotti della valle incantata sognano di alzarsi, in realtà ha già aperto il suo cuore e forse anche le sue gambe per un giovane, un cacciatore locale, anche lui molto bello e prestante fisicamente ma più ruspantello come tipo, diciamo che io me lo immagino come quei Ciammurri che a volte,con la loro abilità nel tuffarsi dal Caponnuoglio abbasc u Far,riescono a sedurre ragazze dell’alta borghesia newyorchese annoiate dai loro usuali fidanzatini freschi di college e di buone maniere imparate ad Harvard. Dunque la Chiattilla e il Ciammurro si amano felici e spensierati sui prati e vicino ai fiumi della valle incantata del Soca e nulla al mondo pare li potrà dividere: nulla tranne lei, la grande stronza, la madre della Chiattilla nonché futura Suocera del Ciammurro. Alla signora infatti garba molto poco questo fidanzato bello si ma un po tamarro e soprattutto piuttosto scarso a denari, e prova ogni giorno ad ammonire la figlia con frasi tipo : “Guagliona mia, chist e’ bello ma nun balla…” , “tu t’hai piglia uno che ti fa campa’ cumme na signora”. Apriti cielo poi quando un giorno a casa arriva un dono per la Chiattilla da parte di un ammiratore misterioso, un pacco pieno di gioielli preziosi spedito pare da un ricco mercante veneziano. La Suocera comincia a pretendere che la figlia appenda subito il bello ma povero cacciatore e, incassato il rifiuto della stessa, si dirige direttamente dal Ciammurro ingiungendogli di arricettare i ferri e andarsene che la figlia si deve sposare un altro. Anche il cacciatore ovviamente si oppone e dopo lunghe tribolazioni, con la Chiattilla che non mangia più e piange tutto il giorno, giungono ad un accordo draconiano imposto dalla Suocera: il bel cacciatore per avere la mano della ragazza dovrà trovare tanto oro da pareggiare in valore quello mandato in dono dal ricco veneziano. Inoltre dovrà procurare un mazzo di rose rosse alla Suocera stessa, una pretesa impossibile giacché si è in pieno inverno. Ma il cacciatore non si perde d’animo: e’ a conoscenza della leggenda di Zlatorog e del suo tesoro, e da bravo cacciatore parte subito alla sua ricerca per abbattere il camoscio, quanto alle rose rosse pretese da quella stronza della suocera, poi Dio ci pensa…. Il cacciatore rintraccia alla fine Zlatorog sulla cima di un monte e subito lo spara. L’animale prende a barcollare ferito e dalla sua ferita sgorga del sangue che, bagnando il terreno scioglie subito la neve e fa crescere una rosa rossa. Il camoscio ne mangia un petalo e subito riprende vigore e salta via, zampillando tuttavia ancora sangue che ad ogni goccia fa crescere una rosa lungo tutta la montagna. Il povero cacciatore, impossibilitato ad accoppare il camoscio Zlatorog, non può far altro che mettersi a raccoglier almeno le rose rosse per quella stronza della suocera, ma, mentre le sta raccogliendo, sciulea in un fiume e muore. Mesi dopo la Chiattilla mentre passeggia lungo il fiume vede arrivare il corpo cadavere del suo bel Ciammurro con in mano ancora il mazzo di rose rosse. Quanto alla Suocera pare che a questo punto lei parta per sposarsi lei il ricco veneziano ma scoprirà che si tratta di un vecchio rattuso che la mette a fare la badante……che favola di merda! Ma in realtà l’ho scelta perché mi sembra riassuma i tre elementi pregnanti di questa terra di Slovenia: 1) la Natura, bellissima e incontaminata 2) il Denaro, giacché qui sono certi maronn di attaccati ai soldi mi è parso di vedere e pure carestosi, di gran lunga il paese più caro tra quelli della ex Jugoslavia e ormai li ho visti tutti 3) i Fiumi, splendidi ma un po pericolosi tanto e’ che il cacciatore sciuliandoci dentro muore. E con questo discorso mi ricollego al rafting, bellissimo sport praticato qui in una magnifica cornice naturale di fiumi alpini in piena ma un po pericoloso a mio avviso. Credo si tratti di uno sport di origine scandinava o forse mitteleuropea, vista la necessità di essere praticato su fiumi di montagna. E credo si addica ai mitteleuropei di più anche a livello culturale, con questa disciplina ferrea richiesta a bordo che poco bene si coniuga ad esempio con l’animo burdellaro di noi latini. Inoltre, se praticato in condizioni difficili e qui lo era, si arriva a richiedere al singolo un sacrificio in nome dell’interesse del gruppo, del resto della barca, sacrificio che può anche essere estremamente doloroso. Ecco, qui credo di aver riscoperto tutta la sotterranea indole napoletana allorquando mi è stato paventata dal capo timoniere la possibilità che, in casi estremi di pericoli ed in particolare se l’imbarcazione centra uno dei tanti massi affioranti, un membro dell’equipaggio deve, non ho capito bene come, liberarsi subito delle imbracature e spiaggiarsi sul masso, in modo da non sbilanciare la barca e tenerla non ho capito bene come indenne. Tanto aveva già deciso che se capitava a me, ma manc’ po cazz mi menavo io sopra allo scoglio in piena corsa a fare da scudo umano, tutt’al più ci menavo a una sorta di Lerch degli Adams della Repubblica Ceca dalla forza sovraumana che remava a fianco a me. Stupendo il rafting qui, ma molto oltre,come difficoltà, il livello medio di gitanti della domenica. Una barca di francesi che all’inizio facevano tutti i galli sulla monnezza con il nostro equipaggio, ad un certo punto in un rapida fortissima spezza il timone e ribalta la barca: finiscono tutti urlanti nella corrente gelata e trascinati per centinai di metri. Alcuni di loro vengono ripescati anche grazie all’intervento di un eroico Palillo che prima gli lancia una fune e poi li tira fuori; del salvataggio verrà data prova video a breve. E detto questo penso che ci siamo detti tutto. Ah no, ci sta l’altra storiella, quella del cameriere ricchione divenuto Cassandra e che mi ha predetto di finire sbranato dagli orsi, anche se chissà forse per orsi si riferiva a quella costola del mondo gay dei cd Bears. Ma niente cmq, stava questo cameriere che ha cominciato ad allanzarsi già dall’antipasto, con battute assai sul pecoreccio e rimandanti a parallelismi tra la gastronomia e la sfera sessuale ( per intenderci l’antipasto era baccalà mantecato). Sulla stessa falsariga ha proseguito quando è stata servita la trota e ci è rimasto male quando, vicino alla grappa, ho rifiutato il dessert di frutta che mi proponeva, immaginate un po voi, ovviamente composto da una banana. Andava poi trovando di leggermi la mano perché a suo dire in grado di predire il futuro e, sentitosi a sto punto mandare a fanculo, ha preso a trasformarsi in Cassandra e a profetizzare ( il tutto da immaginarsi pronunciato con inflessione molto ricchionesca): ” tu vuoi scappare via come camoscio di montagnaaaa, ma non arriverai dove vuoi arrivare, il mondo e’ pieno di luuupiii, di ooorsi, attento di non finire mangiato da un oooorso”. E si allontana mimando il gesto di un orso che azzanna, facendo pure con la manella a mo di zanna. Ma vafammok va!
Il Milione Giorno 1 “Talvolta e’ meglio perdersi lungo la strada di un viaggio impossibile che non partire mai”. La frase molto bella e’ appartenuta al fu Giorgio Faletti, scrittore di cui francamente non ho mai letto nulla, un po per pigrizia un po per un mio snobismo che me lo ha sempre fatto apparire troppo nazional- popolare. Nondimeno la massima nella sua semplice verità pare idonea a divenire un dogma di ogni Viaggiatore, di chi parte perché sente quasi di non poter fare altro. Marco, abbreviazione confidenziale con cui d’ora in avanti mi riferirò a Marco Polo, era poco più che un adolescente scanzonato e dedito a parecchie frivolezze, tanto da lasciare scettici e perplessi sulla sua partecipazione al viaggio il padre Niccolò e lo zio Matteo, già affermati e scafati mercanti lungo la Via Lattea dell’evoluzione umana, la rotta Est-Ovest: credo che la razza umana debba moltissimo in termini di conoscenza e progresso alla moltitudine di conoscenze e commerci che suoi esponenti si sono scambiati percorrendo la via che a da est a ovest e viceversa. Anzi mi sbilancio a dire che questa non è una mia opinione, ma un dato di fatto. Per quanto giovane Marco doveva essere presumibilmente dotato di un acume e un carisma del tutto maggiori di quelli dello zio e del suo vecchio padre, se è vero che al termine del suo viaggio fu solo lui ammesso a godere delle simpatie e degli onori dell’imperatore della Cina, il quale addirittura lo nomino’ ambasciatore di una delle sue più ricche province. Quasi 800 anni dopo il viaggio da lui compiuto presenta difficoltà sicuramente minori ma per certi versi assimilabili. Quel che mi sono messo in testa di fare più che un viaggio appare come una sorta di videogioco a livelli crescenti di difficoltà: si parte da montagne e pianure conosciute da lasciarsi alle spalle per attraversare frontiere insanguinate e confini liquidi che nessuno Sa dove collocare, castelli maledetti e campi Rom per correre verso ghiacciai eterni e steppe riarse dal Sole e da disastri perpetrati dalla mano umana. Forse e’ un po troppo arduo il tutto ma comincio a buttare le mani, poi vafammok. Idealmente il viaggio e’ cominciato già a Capri il giorno di Ferragosto, trascorso in modo insolito e bellissimo quando mi sono improvvisato sherpa di una eterogenea comitiva di amici in marcia verso le ardue piscine naturali di Orrico, per poi proseguire con una non stop notturna nei night club isolani fino alla partenza del primo aliscafo. Su questo natante becco seduto a fianco il buttafuori che manco due ore prima, dopo avermi a lungo scrutato, mi aveva ritenuto degno di varcare la soglia della quale era posto a presidio e che ora, nel vedermi in una mise del tutto diversa con zainone e sacco a pelo, mi scruta con rinnovata perplessità e chiedendosi forse come il suo sesto senso nel distinguere il grano da loglio abbia potuto essere così fallace e l’abbia risolto a far entrare quello che ai suoi occhi appare un disperato. Ma queste proprio sono le minchiate che dominano le estati capresi dalle quali scappo e dietro alle quali davvero non riesco a spiegarmi perché mai noi isolani dobbiamo infognarci. Una combinazione di treni, condita da incontri non proprio usuali tipo quel tipo con la barba che non mi stacca per un secondo i suoi occhi di dosso, mi conduce a Venezia, obbligata casa di partenza in un viaggio- tributo a Marco Polo. Venezia e’ nella sua bellezza quasi uno scherzo della Storia, con tutta quel l’acqua che ci ricorda il ventre materno e le vestigia di una passato da regina. Per secoli una sola città tenne da sola testa sui mari allo sconfinato Impero Ottomano, e ciò appare spiegabile solo in ragione di una potenza economica enorme: al soldo della Serenissima combattevano sulle sue galee marinai assoldati ovunque in Italia, ivi compresi moltissimi napoletani storicamente poveri. Su una nave da guerra veneziana si trovava da anziano ormai anche Marco, quando in un battaglia proprio la sua vicina isola natia Curzola in Croazia ( allora possedimento veneziano) fu catturato dai nemici e rinchiuso in un carcere. Qui narrerà al suo compagno di cella la storia della sua incredibile vita e dei suoi viaggi raccolte nel Milione. E’ da supporre, e la circostanza me lo rende molto più simpatico e umano, che Marco non fosse poi un mercante particolarmente abile, particolarmente bravo ad arricchire se stesso intendo. Oppure fors era uno che non amava baciare il culo ai politici locali: perché mai un uomo stato da giovane così potente e influente al punto da essere l’ambasciatore della Cina si ritrova in piena vecchiaia a combattere come soldato semplice su una unità navale minore? La Venezia di oggi e’ a suo modo ancora un po una repubblica autonoma, con due casino concessi dal governo solo qui su 4 complessivamente ammessi sul suolo nazionale e prezzi folli anche per mezzi pubblici. Per certi versi somiglia anche un po ad un luna Park con queste torme di turisti grassi e bisunti che mangiano e cacano ovunque come piccioni, una masnada di gente che una città fatta di palazzi cinquecenteschi immersi nell’acqua palesemente non può reggere anche in termini di servizi. File di 40 minuti davanti ai cessi pubblici e pazzeschi votta-votta sui ponti tra gente che introppica dentro altri fessi che si fanno selfie a manetta: sul ponte di Rialto alcuni tedeschi ubriachi cadono o forse si menano a fini di rattusiamento addosso ad una tipa che si sta fotografando facendole cadere la preziosa cam a mare, le urla si sono sentite fino a Udine. Dico Udine anche perché è’ il posto ove mi reco in serata per raggiungere amici con i quali l’indomani siamo diretti oltre confine, a Caporetto in Slovenia nella splendida valle dell’Isonzo a fare rafting. In pratica ho percorso tutta l’Italia o quasi in treno ma non sarà manco il 2% di tutta la strada che devo fare ma forza! Oltre a Marco, ho trovato i racconti di altra gente che nel tempo si è incamminata verso la mitica Samarcanda,qualcuno ci è arrivato qualcuno ci ha appizzato le penne. A tal proposito ho beccato questo bel componimento di James Elroy Flecker, dedicato ai viaggiatori partiti per Samarcanda e che ho già elevato a mio Kharma, da ripetermi nei momenti difficili o quando penserò di non farcela. Recita così: “We travel not for trafficking alone; By hotter winds our fiery hearts are fanned: For lust of knowing what should not to be know We take the Golden Road to Samarkand” Con l’inglese non sono proprio un drago ma me la cavicchio: ” noi non viaggiamo solo per commerciare; da venti più caldi i nostri cuori ruggenti sono sospinti: Per la bramosia di conoscere ciò non dovrebbe essere conosciuto, Percorriamo la Strada Dorata per Samarcanda” Forza!
PROLOGO Dunque dunque alla fine ci sono: oggi e’ il giorno zero, quello che precede la partenza per il mio viaggio! Più che di un viaggio stesso, si tratta di una sorta di Leviatano, un mostro biblico partorito dalla mia fantasia un po morbosa e che ora, per quanto abbia provato a ricacciarlo dentro e a rimandarlo, esce fuori divorandomi a mia volta. Se volete sapere di che si tratta mettetevi pure comodi che il fatto qua e’ lungo. Dunque partirò domani all’alba alla volta di Venezia, casella obbligata di partenza e vi spiego dopo il perché. Da li volgerò verso la frontiera slovena, dove raggiungerò le alture di Kobarid, che in italiano si chiama Caporetto, luogo ove si consumò la famosa disfatta delle esercito italiano e che aspetto di visitare da tempo, anche perche’ pare sia il top per il rafting e il canjoning. Lungo uno spettacolare camminamento asburgico risalirò poi lungo il monte del Tricorno fino ad arrivare ad un bellissimo lago nel cui mezzo sorge un isola con un castello al centro, Bled. Sarò ormai ad un tiro di schioppo dalla vivace e cosmopolita capitale Lubiana e da li poi verso l’antica capitale croata Varadzin, coi suoi splendidi edifici barocchi. La frontiera ungherese sarà ormai prossima e si aprirà alla vista il “mare d’Ungheria”, il lago Balaton dove pare che ci sia parecchia movida tant’è che un posto detto Siofok e’ definito la Ibiza del Balaton. Ovviamente non potrò poi mancare Budapest, che costituirà un primo bivio del viaggio. Da qui infatti sono indeciso su tre strade in direzione est: quella che taglia a sud marciando verso la Romania con la bella città di Oradea in art noveau, la sperduta regione del Matamures coi suoi cimiteri allegri e il lago degli assassini per via del suo colore rosso sangue, oppure tagliare direttamente a est attraverso la puzsta, la steppa ungherese dove bravissimi cavalieri corrono contemporaneamente su cinque cavalli. Ma credo che opterò per la rotta a nord, che contempla una sosta nella regione vinicola del Tocai, ove fanno pure un raro vino detto Sangue delle Belle Donne; da li dovrei raggiungere le grotte di Aggtelek e attraversare qui l’unica frontiera al mondo che si percorre sottoterra per sbucare poi appunto in Slovacchia, paese da cui mi aspetto molto. Da questa regione di grotte unica al mondo mi sposterò poi verso un luogo di montagne alte e aguzze come la cresta di Marek Hamsik, detta il Paradiso slovacco appunto, e visiterò la cittadina tutta in legno di Levoca. Qui dovrebbe cominciare la parte centrale del viaggio, quella in cui mi piace ammollarmi a cose dove non ci appizzo una mazza, tipo come l’anno scorso quando mi ammollai in Bulgaria nella setta dei Bogomiti. Ecco, qui ora ci sarebbe sto castello dove si tiene sto festival degli Spiriti e del Terrore, che in verità si svolge a maggio. Maghi e streghe sono tuttavia ammessi ed ospitati tutto l’anno gratis nelle stanze e nelle segrete del castello: ho già provveduto ad inviare un mio curriculum falsificandolo e liberamente ispirandolo, per così dire, a quello di un noto cartomante di un emittente napoletana, mi hanno risposto che la mia richiesta e’ in fase di elaborazione……non anticipo niente ma diciamo che credo sia il sogno di molti poter raccontare un giorno ai nipoti di essersi ammollato in un castello in Slovacchia spacciandosi per Gennaro D’Auria…..Da li dovrei attraversare una frontiera non proprio semplice, quella con l’Ucraina, perché avrei un altro appuntamento imperdibile: giusto oltre frontiera, in un posto detto Mukachevo, sorge uno dei più grandi campi Rom del mondo, tanto da ospitare in estate il Re degli Zingari. Confesso solo ora che per mesi ho tampinato i membri della comunità Sinti al porto e alla stazione per chiedere udienza al loro Re e alla fine, dopo diverse mandate a fanculo ( credo di essere l’unico o quasi in tutto l’Occidente a essere lui che va a rompere i coglioni agli zingari e non viceversa), mi è stato fornito un contatto e ho avuto una risposta che penso già di incorniciare: beh incontrare il Re giustamente e’ stato ritenuto troppo pretenzioso e inopportuno, vi è tuttavia un suo ministro, tale Ministro della Sincerità ( qualcosa di paragonabile al nostro dicastero della Giustizia credo) che mi ha accordato un’udienza. Da qui attraverserò poi la selvaggia regione dei Carpazi abitata dalla minoranza degli Hutsul per sbucare poi poi in Moldova e da qui raggiungere questa strana e sconosciuta repubblica separatista, la Transnistria. Si tratta di una repubblica filo russa la cui secessione ha costituito il precedente giuridico e storico della Crimea e delle vicende odierne in corso, qui in più hanno la peculiarità di essere russi nel senso di essere nostalgici del comunismo e la capitale di sto posto, Tiraspol e’ ancora tutta adornata di statue di Lenin e Stalin, l’ultimo posto al mondo forse dove sono tutt’ora venerati. Dovrei poi, il condizionale e’ d’obbligo visto che da quelle parti e’ un attimo un attimo in corso una guerra, rientrare in Ucraina e raggiungere Odessa, la città della corazzata Potemkin scimmiottata anche nel film di Fantozzi. Da quel porto dovrei salpare alla volta della Georgia, dall’altra parte del Mar nero, per sbarcare dalle parti del fiume Rioni dove sbarcarono anche gli Argonauti ma questa e’ storia passata dell anno scorso : ora il protagonista del mio viaggio chiamava ai suoi tempi questa regione Zorzania e si tratterà di risalire fino alla città natia di Stalin, che si chiama come l’acquedotto Gori. Da qui devo rintracciare un tizio conosciuto l’anno scorso, una guida di montagna che giura che in 5 giorni e’ in grado di portare una persona in buona salute a scalare una montagna tra le più alte d’Europa, il Kazbegi, coi suoi 5.100 metri, sulla cui sommità sorge una grotta ove si crede che sia stato incatenato Prometeo venuto a rubare il Fuoco. E il fuoco sarà l’elemento infatti dominante del paese che si aprirà oltre questa montagna, la Terra del Fuoco, ovvero l’Azerbajan, dove tra Caravanserragli e campi di papavero scenderò giù verso i vulcani che eruttano fango del Gobustan e la scintillante capitale Baku. Da qui mi aspetta un’impresa tra le più affascinanti che conosca: esiste questa nave cargo che percorre il mare che si apre di fronte Baku, il Mar Caspio. Parte ad orari non regolari e quando è piena, solca questo mare strano e lattiginoso che il mio predecessore chiamo “il Mar di Accatu'” alla volta di uno dei posti più strani del pianeta, il Turkmenistan. E’ uno dei posti meno visitati del pianeta, occupato per gran parte del territorio dal terribile deserto del Karakorum, ove il mio predecessore si perse per 40 giorni prima di cambiare rotta. Ultimo rifugio della peste bubbonica, il Turkmenistan e’ governato da un dittatore psicopatici definitosi l’ultimo satrapo persiano e che ha ribattezzato tutte le città coi nomi dei suoi cari. La capitale appunto intitolata alla madre e’ una allucinante Las Vegas che sorge nel bel mezzo del nulla e quasi disabitata. Per mesi ho provato a rintracciare sui forum dei viaggiatori gente reduce dal Turkmenistan, alla fine ho trovato solo un tizio di Belluno che anni fa aveva provato ad aprire una coltura di bachi da seta, investimento andato a male. Mi ha lapidariamente risposto che nessuna persona sana di mente visiterebbe mai il Turkmenistan e che lui non vuole neanche più nominarlo. Tra l’altro ci sono enormi problemi di visto giacché devo indicare prima i giorni di entrata e di uscita, i luoghi precisi e mi sono concesse non più di 72 ore . In questo lasso di tempo dovrò recarmi in questo luogo che costituisce l’epicentro ideale del viaggio, la bocca di Lucifero intorno alla quale ho cominciato poi a fantasticare disegnando l’itinerario: si tratta di un cratere posto nel bel mezzo del deserto detto Darwazaa. Erutta gas e un giorno per sbaglio dell uomo ha cominciato a bruciare e non è stato più possibile spegnerlo. Viene chiamato dai locali the Gâte of Hell, la Porta dell’ Inferno. Da questo posto mostruoso dovrò raggiungere alla spicciolata una località dove sono ancora visibile nella sabbia i resto del l’accampamento di Alessandro Magno, detta Konye Urgench. La non lontana frontiera mi farà entrare in quello che è l’antico e magico regno di Corasmia, che oggi prende il nome di repubblica del Karapalkastan ed e’ uno dei posti più sfigati della terra: qui sorgeva il lago più grande del mondo tanto da sembrare un mare, il lago d’Aral, estremamente pescoso e ricco. Ma i dominatori sovietico di allora pensarono bene di deviare il corso dei fiumi suoi affluenti, cosicché il lago si prosciugo’ completamente lasciando la gente di questi luoghi senza cibo ne acqua. E’ considerato il più grande disastro ecologico mai perpetrato, ove sorgeva il lago esiste ora un deserto tossico su cui sono adagiati centinaia di navi arrugginite . Sogno da anni di trovarmi in questo deserto pieno di irreali navi arrugginite. Da questo luogo desolato scenderò verso l’uzbekistan con le sue steppe , e incontrerò le bellissime Boukhara e Khiva, delle cui vestigia rimase affascinato anche Gengis Khan, e poi le oasi di Nuratau dove pastori nomadi insegnano la millenaria tecnica di caccia con l’aquila . Poi, oltre la cd Steppa della Fame, vedrò apparire le bianche e azzurre cupole e i dorati minareti della Bianca Regina, città simbolo eterno di bellezza e meta finale del mio viaggio, Samarcanda. Montagne,deserti, mari sconosciuti e mari scomparsi, non manca nulla. Vediamo quanta della mia fantasia riesco a mettermi sotto i miei sandali. Ma quanti chilometri devo percorrere qui, un milione? Beh così tanti forse no, però il Milione e’ il nome del libro dove in un carcere un certo Rustichello da Pisa raccolse le memorie e le peripezie di colui che circa 800 anni fa percorse questo stesso viaggio, un uomo partito da Venezia e noto ai posteri col nome di Marco Polo. Vai!
Immaginiamola così: pensate di ricevere in omaggio dai Mastri Fabbri della Terra della lava fresca in regalo e immaginate di poterla modellare come il Das con cui giocavamo da bambini. Allora, un pezzo lo scolpite come un’isola tropicale, caraibica; un’altro pezzo invece lo modellate come un’isola delle Ebridi scozzesi o le Shetland, avvolte tra nebbie perenni e pioggia, e ce lo attaccate vicino. Sopra ci mettete omini che sono navigatori in cerca di nuovi mondi da esplorare, balenieri in stile Moby Dick, coloni quaccheri fiamminghi in cerca di terre in cui pascere le mandrie, cercatori d’oro squattrinati irlandesi, predicatori ortodossi, esuli,telegrafisti, marinai e velisti giramondo. Un collage di tutte queste cose opposte e sincretiche sono le Azzorre, un ossimoro geografico investito dalla calda Corrente del Golfo che alla prima sua “fermata” recapita qui orchidee e palme da cocco (e pensate che sono coltivate le banane e d e’ l’unico posto in Europa dove si produce il the; ma poi sta la componente fredda, con brume, boschi di conifere e pascoli che pare la Svizzera. Vi è pure una minoranza etnica fiamminga, gentef sbarcata qui un tempo qui al seguito di un tizio che li convinse della presenza di immensi giacimenti di oro sulle isole. L’oro non fu mai trovato e il tipo fu passato per le armi, ma gli altri dovettero reinventarsi allevatori e ancora oggi producono un burro famoso nel mondo; a discapito delle loro origini ammutinate, prendono l’elegante nome di “gentlemen farmers” e abitano in un villaggio chiamato Flamengo (che in spagnolo vuol dire appunto fiammingo): in effetti nei loro tratti mi e’ sembrato di scorgere i volti corrucciati e deformi dei dipinti di Brueghel il Vecchio o dei “Mangiatori di patate ” di Van Gogh. E sopra tutto stanno i vulcani, e adire il vero anche sotto, giacché anche in tempi recentissimi sono emersi schegge di isole di lava simili a schiene di balene, per secoli la principale risorsa dell’isola. Alle Azzorre, in questa così composita civiltà ,vige più che altrove, la percezione talvolta drammatica che a decidere cosa donare e cosa togliere agli uomini sia solo la Natura
Giorno 3 Le Azzorre. Alla fine di questa avventura di sicuro saprò dirvi molte cose magnifiche sulle Azzorre e sapere a chi consigliarle e per quale motivo. Per ora invece posso senz’altro dire a chi sconsigliare tassativamente: a chi ha paura dell’aereo. Intendo dire non solo a quelli fobici che hanno paura a prescindere ma anche a chi non si sente vagamente a suo agio su un aeroplano. Ne ho presi di aerei scrausi e trabiccoli tra Nepal, Africa, Cambogia , Ecuador e altro. Proprio in Cambogia mi capito’ una volta di viaggiare con dei polli a bordo, mentre in Nepal atterrai su una pista che finiva su un pendio in salita per far rallentare il veicolo, stile Willy il Coyote.Ma una roba come quella vissuta per atterrare qua, no non l’avevo ancora vista. Diciamo che tra la posizione geografica al centro dell’Atlantico, l’immancabile vento, le nebbie improvvise e pure le eruzioni vulcaniche, ste mezze striscie di bitume squagliato a terra a fungere da piste di atterraggio non verranno mai annoverate tra le più sicure al mondo; se poi va pure storto qualcosa, si mette male proprio. Il piano di volo in pratica contempla basicamente, per via dei salti di vento, una picchiata degna di uno Stuka della Luftwaffe durante la battaglia delle Ardenne, o forse il paragone più calzante e’ quello con gli Zero giapponesi sopra Pearl Harbour, dal momento che le Azzorre possono essere un po considerate le Hawaii dell’Atlantico. Segue una botta sulla pista che pare il tuffo a panzata di un ubriaco e una roba alla Chuck Norris con l’aereo che si intraversa sulla pista dove avanza di sguenzo, al fine di rallentare. Alla fine del parto, il capitano saluta uno a uno la platea terrorizzata con l’espressione di chi dice “hai visto come sono bucchinaro?” Ma all’anema i chi te suon’ e campane !!!!!! Detto questo e baciato terra, si apre un mondo a se stante e che pare aver rubato un pezzo ad ogni continente: palme e orchidee tropicali in mezzo a conifere nord-europee, prati verdissimi che non rispettano le stagioni. Mentre attraversiamo un vasto altopiano che separa l’aeroporto dalla città, si alza dal mare una coltre di nebbia che la Padania a confronto pare un bel luogo per ammirare le stelle, vacche e pappagalli ai lati delle strade . E poi arriva la città, anzi la cittadella , dal nome già incantato, Angra de Heroismo, ma non c’entrano le spacconate del pilota: fu la prima capitale delle Azzorre al tempo della scoperta, nel 1470, ed è ferma nel tempo ad un Rinascimento architettonico mirabile. In fondo ad un’insenatura caraibica sta una cittadella che è un dedalo di viuzze acciottolate, chiese e case colorate, patrimonio UNESCO, un gioiello fuori dal tempo in cui prendo a girare come rapito fino all’alba. Ad un tale splendore umanista degli edifici non fa però da contraltare un grosso umanesimo degli abitanti, belli ruspantelli: ne becco un torma di giovinastri intenta a celebrare un addio al celibato e con loro faccio alba. Tutti dei gran simpaticoni tranne il nubendo a cui capisco subito di stare sul cazzo e che sta iper- nervoso. Ma quando la mattina avviene l’incontro con la futura Moglie Sofia e le amiche che festeggiano la medesima ricorrenza, appare tutto sommato comprensibile il nervosismo di lui. Mi resterà sempre nel cuore Angra do Heroismo con le sue chiese cinquecentesche avvolte in una perenne nebbia in fondo ad una baia tropicale, un coacervo di componenti insolite come nelle ricette di uno chef stellato, ma senza quella presunzione che solitamente accompagna questi ultimi
Giorno 2 Il portoghese e’ una lingua bellissima, fortemente musicale e con una scelta lessicale che definirei creativa, già anche solo con questo singolare modo di dire grazie, “obrigado”. Talvolta ha un suono e una cadenza che ricordano un po proprio il napoletano, ma questa e’ una scoperta, un po triste direi che feci già una quindicina di anni fa, allorquando col mio amico Sergino per via di un misunderstanding fummo allontanati con veemenza dal bellissimo acquario di Lisbona, l’Oceanarium. A dirla tutta misunderstanding e’ l’impreciso neologismo inidoneo a identificare la ricca figura di merda che apparammo nel mentre che una gentilissima e preparatissima hostess mi illustrava le meraviglie dell’oceanarium e le migliori modalità di visita, e Sergino in napoletano appunto continuava a suggerirmi di fuggire alla svelta perché,a sua modesta opinione, la forte puzza di sterco che distintamente si odorava non sarebbe stata dovuta alla vicina vasca dei pinguini bensì alla scarsa igiene della maleodorante vagina della suddetta hostess……eravamo giovani e smidollati. Oggi a Oporto una bruma umida risalita dall’oceano ha portato la pioggia, così decido di risalire in treno il corso del Douro e visitare le dolci colline ove si produce l’ancora più dolce vino Porto. Sono sempre stato appassionato di treni e trenini, questo e’ uno dei più belli mai presi. Risale lentamente senza mai allontanarvisi il corso del Douro, che dapprima è’ di una tinta verdino, poi più a monte cangia in un verde bottiglia più scuro. Non cambiano invece mai le dolci colline, tutte intagliate ad appezzamenti di vite, ed è così da duemila anni: il Porto e’ uno dei vitigni più antichi ad essere coltivato. Risalgo il fiume fino alla capitale di questa antica coltura, tale cittadina chiamata Pinhao, che a conferma della vetusta’ dei suoi vigneti, annovera anche resti romani. Vicino ad un bel ponte romano in pietra appunto mangio deliziosamente in una casa-ristorante, mentre poco lontano le imbarcazioni simili a gondole privilegiano il trasporto fluviale per portare a valle le botti. Un’attrattiva del posto sono le degustazioni di vino nelle cantine produttrici, che qui chiamano “quinte”. In una di queste nientedimeno cosa vado a beccare come ulteriore attrattiva??? La caccia al tesoro!!!!! Ne organizzano ogni giorno una, piuttosto semplice in verità e più simile a quella roba dei pokemon, solo che qui invece di quei mamozzi stronzi bisogna localizzare le casse di Porto tra i vigneti. Quel giorno vince un gruppo di tedeschi armati di computer e sistemi di geocatching sofisticatissimi, e che fanno durare la cassa di Porto vinta il tempo di una doccia o un bidet, entrambe cose che non fanno da molto tempo attesa la puzza di suramma che pare manco il concerto del primo maggio. Oh comunque, vino & caccia al tesoro, ora me vengo qua a vivere
Quel che esiste intorno Reykjavik e notoriamente conosciuto Islanda pare racchiudere in se una ad una tutte le meraviglie della natura. Ma pare anche avere un modo a se per custodirle: non comunemente all’esterno, in bella vista come in una cristalleria, bensì in un luogo più sicuro e intimo, protetto forse dalle intemperie del clima, ovvero il suo ventre bollente sotterrano. Dal sottosuolo affiorano infatti prima o poi una ad una tutte le meraviglie di questo paese, ognuna con una sua epifania a volte dolce ed a volte brutale ma sempre decisamente strabiliante . La prima di queste meraviglie in cui ci imbattiamo affiora, se non proprio dal sottusuolo, perlomeno da qualcosa posto al di sotto la superficie in senso lato, e parlo infatti dei cetacei che affiorano dal mare . Li vediamo apparire il primo giorno da un battello che si allontana circa due ore dal sicuro porto di Reykjavik per andarsi ad inoltrare in una cappa lattiginosa di cielo da cui sembrano provenire onde contro il battello da tutte le direzioni. Quando già dopo ore di marosi cominciano a volare a bordo le buste per il mal di mare come le canne ad un concerto dei Pink Floyd ed i primi mugugni sulla validità dell’escursione non certo poco (come nulla in Islanda)…..eccole finalmente le balene, tante, addirittura tre insieme della specie detta humpack whale, evento così raro da spingere persino il comandante del vascello a immortalare l’evento. Sono nere come pneumatici ed hanno il dorso ricoperto di fossili, paiono quasi voler giocare con noi ad una distanza irrisoria dalla fiancata del vascello. Le avevo viste pure alle Azzorre, piu giu nell’Atlantico seguendo la stessa faglia terrestre e nelle lontane Galapagos ma mai così vicine al battello. Una escursione davvero indovinata ! Poi è la volta di una seconda meraviglia che vediamo apparire dal sottosuolo e non può che trattarsi dell’acqua, che da mille anfratti sgorga qui permeando l’aere di un odore sulfureo . Non sempre però viene alla luce nello stesso modo: a volte lo fa docilmente con Rivoli bollenti che paiono accarezzare questa terra gelata, altre volte con sbotti possenti simili ad eiaculazioni di un gigante sotterraneo come nel caso dei geysir. Gli islandesi hanno imparato ad addomesticare molto bene la preziosa linfa di questo gigante sepolto sfruttandola in mille modi : riscaldamento, energia geotermica in luogo del petrolio e, dulcis in fundo, hanno preso ad incanalare per benino quest acqua calda per andarla a far confluire in eleganti e sceniche “lagoon” dove si accoccola a centinaia ben felici turisti. La più celebre è la Cd Blue Lagoon, doppiata adesso dalla Sky Lagoon davvero bellissima, con vista e bar panoramico per sorseggiare un drink mentre si sta ammollo . In effetti questi luoghi funzionano anche meglio dei bar come luogo di incontro e di acchiappo se se ne ha voglia. Per i nostalgici e gli amanti dell’intimità vi è poi la Secret Lagoon, completamente naturale e che infatti sa a peste di zolfò e terra ma certo ha un fascino più autentico . Dal sottosuolo dell’Islanda emerge poi fuori di continuo anche la stessa Islanda ovvero il materiale unico che la compone e ricompone come un castello di DAS o plastichina agitato da un dio norreno : la lava. Ogni cm dell’Islanda è composto da una lava nera anzi nerissima che scomposta in mille formazioni delle dimensioni e forme più disparate . Ma il buco originario da cui salta fuori tutto questo magma, migliaia di km nel sottosuolo, dopo aver generato l’Islanda,’prima o poi la cancellerà o perlomeno la dividerà in due parti. Si perché questo è il punto più critico della faglia tra la placca tettonica Nord americana e quella euroasiatica, una sorta di vagina terrestre che allontana inesorabilmente le due gambe alla velocità di due cm l’anno e tra di esse si incunea il mare, sempre più possente ed impietoso ad allargare ciò che la vagina di Gea ha creato