Bergen, respiro del Mare

“Il Mare dona ed il Mare leva”: non ho mai visto altro posto per il quale questa massima risulti più appropriata di Bergen. Beninteso, qui per Mare bisogna figurasi il suo abnorme fratello maggiore o forse meglio il suo progenitore di gigantica taglia, come in una saga nordica. Insomma, l’Oceano. Un Oceano che peraltro da Bergen non vedi ma che intuisci e come, da qualche parte laggiù oltre il dedalo di fiordi, canali e isolotti, sembra come di sentirlo respirare . E donare appunto: pesci , gamberi, aragoste, balene e altre creature talvolta mostruose degli abissi, che finiscono poi per riempire i banchi dell’affollato mercato del pesce, ubicato proprio in fondo al fiordo nel pieno centro cittadino, come a sancire inequivocabilmente che da esso si dipana la ricchezza originaria del luogo . Ed è un Oceano che toglie, con le sue tempeste e le nuvole rigonfie di acqua che rovescia sulle coste senza soluzione di continuità. Un’acqua che cade scrosciante e invade ogni cosa, ripulendo e portando di nuovo in fondo agli abissi gli avanzi del banchetto che ha concesso agli Umani con le sue stesse creature .

Alexander- Day 1: la Rimpatriata Sciacalla

Giorno 1 – La Rimpatriata Sciacalla
Il diario di un viaggio attraverso paesi e culture diverse , montagne e mari , deserti e ghiacciai,
fino alla lontana Samarcanda, si apre con la estrinsecazione di un concetto universale: quello di Amicizia.
Esso è di certo un concetto tutt’altro che estraneo al personaggio cui tutto questo ambaradan è dedicato ovvero Alessandro Magno : il Nostro conosceva profondamente il potere dell’Amicizia, come quello della Spada e forse anche più. Non è inesatto ne azzardato dire che alla base della moltitudine di vittorie, imprese e vicende varie di vita che investirono Alessandro ci fosse l’Amicizia, che essa fosse la pietra angolare della sua straordinaria vita, almeno fino al momento ascendente della sua parabola . Si, perché andando a ricostruirne le gesta si capisce abbastanza presto come il Nostro non fosse un sovrano egemone e solo, ma avesse a fianco una folta schiera di amici inseparabili sin dalla giovanissima età, che lo accompagnava inscindibilmente sul campo di battaglia come sul talamo nuziale, nella stanza del trono come nel guado di un torrente . I macedoni Tolomeo ed Arpalo, il generale cretese Nearco, il bellissimo compagno di infanzia Efestione divenuto suo amante, l’inseparabile Clito il Nero capace di salvarlo da una spada nemica un attimo prima che il barbaro che la brandiva sferrasse il colpo decisivo. Ed a bene vedere, la invincibile formazione dell’esercito macedone, l’unità di base capace di sbaragliare forze nemiche soverchianti anche dieci volte per numero era detto o no “falange” ? Bene, la falange è dopotutto un osso delle dita di una mano, l’arto di cui dispongono gli uomini e poche altre specie e che esprime meglio di ogni altra cosa in natura l’essenzialità e la Interdipendenza di tutte le parti , “come le dita di una mano” appunto .
Quella macedone suonava un po’ come una rock band di amici del liceo dei giorni nostri , ad un certo punto investito da un inusitato successo planetario ma che sanno rimanere fertili e creativi fin quando restano aderenti allo spirito originario . Se il successo col fiume di soldi e connessi che porta, travolge anche uno solo di loro, viene meno tutto il complesso, scompare tutta la alchimia originaria . Quante ve ne vengono in momenti di rock band cosi, vittime di questa precisa parabola ? A me centinaia . Sarà quello che accadrà anche un po’ ad Alessandro: fin quando saprà essere il front leader di un gruppo che spacca, avrà il mondo ai suoi piedi . Quando inebriato dalla fama e dal potere, arriverà addirittura a tradire il suo inseparabile amico Clito il nero, trafiggendolo addirittura mortalmente con la lancia , sarà lì che romperà l’alchimia ed il messaggio di base e comincerà la sua parabola din discesa . Ma è una storia che vedremo più avanti .
Per ora, a proposito di Amicizia ci siamo noi che ci siamo dati appuntamento in Puglia, per i 50 anni di un amico andato a vivere lì e a cui vogliamo tutti molto bene. Era una sorpresa e ci è riuscita benissimo, perché come le organizziamo noi Sciacalli queste cose , pochi sanno farle . C’era chi è partito da Capri sotto una tormenta, chi da Milano, chi da Roma , addirittura da Madrid e da Londra e chi ha coordinato tutto da casa non potendo essere qui fisicamente, per poi ripartire tutti il giorno dopo ognuno verso le proprie destinazioni ed io a proseguire verso l’altra sponda del mare Adriatico ovvero l’Albania, il viaggio che arriverà fino a Samarcanda. Ma la prima tappa doveva essere qui, perche questa era la nostra serata

La crociata- lampo. Cap.I Tel Aviv, “la California promessa” degli Ebrei

Cosa sia e cosa non sia Israele aiuta molto a capirlo in primo luogo la geografia e per far ciò, ovvero per capire Israele da un punto di vista geografico, risulta essere assai d’aiuto a sua volta l’aereo: col suo avvicinarsi alla costa mediorientale, dal finestrino è possibile scorgere una ben distinta striscia di pianura alluvionale sedimentata tra il mare ed alte e brulle montagne alle sue spalle. Si intuisce facilmente che, dalla notte dei tempi a oggi, quella fertile e verde striscia di pianura sedimentata rigata da fiumi che scorrono a valle sia mille e mille volte più ambita di quelle disadorne e sterili montagne predesertiche, riarse dal sole e ferite dal gelo notturno. Con l’avvicinarsi dell’aereo alla destinazione, quella fertile pianura disvela un altro suo elemento, di più recente acquisizione: il cemento. Ve ne è ovunque, gettato li sulla costa come a grappoli che danno luogo a città che viste dall’alto paiono alveari o forse porcospini irti a propria difesa su un prato, con gli aculei che han la forma di tanti, troppi grattacieli di grigio calcestruzzo. Quando il cemento assorbe poi tutto lo sguardo e pare non esservi altro all’orizzonte, l’aereo atterra e siete a Tel Aviv. Disbrigate le formalità burocratiche nell’efficiente aeroporto, quella del cemento totalizzante continuerà ad essere la sensazione predominante e perdurante anche al primo impatto con la città vera e propria, appena fuori dalla stazione ferroviaria,quando tra cantieri, cavalcavia e centri commerciali ospitati in grattacieli dalle forme bizzarre ho avuto la perfezione di essere immerso in una betoniera. Ma lasciandosi alle spalle un gigantesco vialone di accesso al centro cittadino, la città comincia ad assumere un suo tratto molto più gradevole ed una vivacità contagiosa che si propaga dalla moltitudine di dehors in stile francese affacciati sulle tante piazze prospettiche. In effetti ci basta fermarci, un po’ trafelati, in un grazioso bistro all’aperto e trovare in esso un netto spartiacque tra la tirannia del Leviatano di cemento alle spalle e la Dolce Vita di Tel Aviv dinanzi a noi. Ora su bei viali alberati che declinano verso il mare una moltitudine di giovani corricchia festosa e felice. L’atmosfera cosmopolita e fortemente inclusiva è evidente e contagiosa, ci vuole davvero poco a sentirsi a proprio agio qui . Tutti sembrano aver voglia di vivere e di farlo all’occidentale. Tra le graziose casette in stile Bauhaus e le camelie che inondano i viali alberati, decine di persone fanno jogging e passeggiano coi cani e tanti paiono avere voglia di amarsi, di farlo come meglio credono: Tel Aviv è una delle poche se non l’unica destinazione di tutta l’area del Medio-oriente dove l’omosessualità è tollerata senza problemi di sorta, e credo la cosa sia finita per divenire inevitabilmente un motivo distintivo della città . Nel bellissimo museo delle arti ad esempio, tra i Van Gogh ed i capolavori dell’impressionismo, è allestita una sorta di area libera dedicata all’Amore, dove ci si può esibire in performance che abbiano questo tema di fondo e che si rivelano essere per lo più performance al corpo libero dal forte contenuto evocativo dell’atto sessuale : in parole povere vedrete gente arravogliata a terra che si manea e quasi tromba. Sembra di essere in effetti in una città americana degli anni’ 70 e della Rivoluzione sessuale . In tanti paragonano infatti Tel Aviv a Miami ed e certo un accostamento ben speso, pensando alla posizione sul mare, alla coltre di grattacieli che si erige appena alle spalle ed alla dimensione di metropoli calda. Io ritengo che invece il paragone più aderente sia con un’altra città americana,’in ragione della sua caratterizzazione progressista e multiculturale: San Francisco. Si, Tel Aviv ,così diversa dalla antica ed austera Gerusalemme, è una sorta di California che questo popolo dopo tanto patire ha saputo costruirsi guardando avanti e non indietro

La crociata- lampo: prologo

Ci sono posti del mondo che tieni in una sorta di cassetto ideale, come se mai ci potessero entrare. Li tieni li nel cassetto perché sai che prima o poi ci andrai, non puoi non farlo perché costituiscono la base e l’essenza di tante e troppe cose . E nel frattempo vai altrove, sbizarrendoti a visitare angoli del mondo remoti è insoliti. Poi un bel giorno ti rendi conto che sei arrivato nel mezzo del cammino di nostra vita o giù di lì senza mai essere stato in Terra Santa. Ecco, è giunto finalmente il momento di mettere piede in quello spicchio di mondo dove sapevi perfettamente che prima o poi dovevi andare. Che poi, si fa presto a dire Terra Santa: in questo lembo di mondo spesso martoriato da conflitti antichi quanti l’uomo è come se trovassero la propria Genesi tutte o quasi le culture rintracciabili a nord o a sud della nostra estesa parte di mondo, una sorta di big bang delle culture da cui siamo saltati fuori noi occidentali come la cultura islamica, gli Ebrei come i loro antagonisti, gli Ottomano come i Crociati, gli Zeloti come i centurioni romani, Il Muro del Pianto come Sodoma e Gomorra, l’Alfa e l’Omega di ogni cosa . Questo cuneo formidabile di terra racchiuso tra il Mediterraneo e il Mar Rosso è uno scrigno formidabile di tesori di mille culture diverse, a cavallo di paesi e frontiere non certo agevoli ad attraversarsi, ma vabbè, qui non siamo più di primo pelo e ne ho viste di peggiori. Dunque, mettiamoci subito all’opera che le cose da vedere sono miliardi e il tempo ahimè poco . Serve una impostazione da commando militare ed un fervore guerriero da crociato per scapicollarsi sotto e sopra tra le tante destinazioni imperdibili. Potrei atterrare nella moderna e cosmopolita Tel Aviv, gustare il suo eclettico spirito contemporaneo per poi spostarmi nella vicina ed eterna Gerusalemme, città santa per fin troppi popoli. Da lì la vicina Betlemme sede della natività, che amministrativamente ricade oggi in quel territorio piuttosto anomalo chiamato Cisgiordania, per capirci Stato di Palestina o almeno ciò che ambisce ad essere. Da lì raggiungendo prima la “città più antica del mondo” , Gerico e attraversando poi un ponte sul Giordano dovrei essere dalle parti del Monte Nebo da cui Mosè intravide per la prima volta la Terra Promessa. Lo stato in questione ora è la Giordania, paese che desidero vedere da sempre, con il vicino Mar Morto dove galleggiare un po’ stando attenti a non diventare una statua di sale come capitó agli sciagurati abitanti di Sodoma e Gomorra, città della leggenda biblica che dovrebbero essersi trovate proprio da queste parti. Poi giù per la bellissima Strada dei Re tra deserti e castelli dei crociati fino ad una delle Sette Meraviglie del Mondo, Petra. E poi ancora giù, col deserto del Wadi Rum dalle incredibili formazioni rocciose color rame come fosse Marte. A quel punto dovrebbe apparire come a Mose il Mar Rosso e la via del ritorno. Beh, per essere l’improvvisata di un giovedì sera di pioggia, un bel programma direi…

Il velo di Maya: Guatemala crossing

Giorno 6
Una giornata principalmente dedicata ad un lungo trasferimento dagli altopiani sud-occidentali alla regione settentrionale del Peten, ricoperta da fitte foreste tropicali e scarsamente popolata. Quest’ultimo dato era tuttavia invertito nell’epoca più fulgida dei nativi Maya, che la foresta vergine la sapevano abitare benissimo e che fecero di questa zona l’epicentro del loro impero. Si, in questa zona sorgono infatti i migliori siti archeologici maya, migliori anche perché in molti casi difficilmente accessibili e quindi fuori dagli itinerari appestatori del turismo di massa. Il problema anche per me è’ ora arrivarci: avessi avuto più tempo, ci avrei tenuto molto a fare una sosta ad una destinazione intermedia, un luogo dalla natura incontiminata dove un fiume da luogo a bizzarre formazioni calcaree e cascate, tale Semuc Champey; il tempo invece scarseggia e devo scegliere la via più breve, quella attraverso la capitale Ciudad de Guatemala. Dicono si tratti di una città che o si ama o si odia, io credo di potermi iscrivere nella schiera dei secondi, avendola trovata nelle poche ore ivi trascorse oggettivamente brutta: cinta da palazzacci grigi con l’ambizione di sembrare grattacieli, martoriata da un traffico caotico oltre ogni dire e con uno sviluppo urbano informe e abnorme, presenta solo qualche bella chiesa ed edificio coloniale di rilievo. Inoltre è oggettivamente poco sicura, con rapine in pieno centro e in pieno giorno: io stesso mi sono imbattuto in una coppia di irlandesi rapinati pochi metri davanti a me e a lui (un bestione sui due metri tra l’altro) avevano pure sfravecato il naso. Ad ogni modo vado via presto da qui e a tarda sera giungo in un posto chiamato Flores, individuata come trampolino di lancio per i siti maya situati più a nord. La cittadina sorge su un isolotto lacustre nel bacino appunto detto di Peten Itza, in una posizione molto suggestiva. Sull’isola tutte o quasi le case sono in legno e tinteggiate a graziosi colori pastello (anche se un po stucchevoli come impressione ).
E’ piuttosto tardi e non trovo niente di meglio per mangiare un boccone di un tamarrissimo locale dove sparano a palla quell1’orripilante reggaeton, musica del cuore guarda caso di tutti i drappani, una sorta di loro inno transnazionale. Nel posto vengo pure abbordato da un tizio sgradevole assai e che non mi si stacca più da cuollo, un sergente o qualcosa del genere dell’esercito del Guatemala il quale, non ho capito se con il proposito di rimorchiarmi o perché psicopatico e basta, vuole a tutti i costi portarmi al loro centro di addestramento a farmi provare l’incomparabile brivido di sparare con un mitra. Un’esperienza che cambia la vita a suo dire. ….si, magari domattina sai, invece di andare a vedere ste piramidi sgarrupate me ne vengo proprio con te a giocare a Rambo & Recchia in una pezza di terreno. Me lo immagino già il titolone da Barbara D’urso ” turista sprovveduto vittima del nuovo Parolisi latinos”. Ma va a cagare!!!

Il velo di Maya: Prologo

Prologo
“Il velo di Maya” e’ un’invenzione del filosofo Arthur Schopenhauer, che sostanzialmente ritiene la vita un sogno: tale velo sarebbe apposto dinanzi ai nostri occhi alla nascita, impedendoci di comprendere appieno la conoscenza e la percezione della realtà, se non in misura sfocata e illusoria. Si tratta di concetti che l’autore mutua dalla filosofia induista, dove il termine “maya” rimanda alla creazione o a qualcosa attinente alla misura, quindi ci appizzano poco o niente i Maya intesi come popolo precolombiano del centro-America dove sono diretto, nondimeno l’ho scelto come nome del diario un po’perche mi piacciono assai i giochi di parole un po’ perché la metafora si addice assai al senso di questo viaggio.
Non temete, la finisco subito con queste pippe pseudo-intellettuali, semplicemente il viaggio in questione prende le mosse dall’anniversario dei miei quarant’anni, che cade nel bel mezzo di esso: si tratta nel senso comune di una ricorrenza particolare, i 40 anni, la fine di una fase della vita più o meno associata all’idea di “gioventù” e l’inizio di un’altra, chissà, dominata da altri valori, non saprei. E’ forse il momento giusto in cui ci si spoglia del “velo di Maya” e si prende a guardare il mondo nella sua realtà, scevro dai sogni e dalle illusioni della “vita precedente”? E’ la domanda che funge da incidente narrativo al diario, cui magari darò una risposta girovagando tra New York, Guatemala e Belize. Ah già, perché tra tutte queste chiacchiere qua non ho ancora svelato il piano di viaggio: beh rispetto ad altri itinerari pare meno complesso, anche perché in grossa parte non vi ho ancora pensato, quindi faccio ancora in tempo a incasinarlo come piace a me. Partiro’ per New York, dove ho lo scalo aereo prolungato, un giorno e mezzo tra un aereo e l’altro e il rincoglionimento del fuso orario, un tempo francamente ridicolo per vivere una realtà così grande ma tant’è: proverò a dare un minuscolo morso alla Grande Mela.
Poi si parte per il maestoso Guatemala: jungle, vulcani e vestigia Maya, un’avventura da cui mi aspetto tanto e che ho scelto dopo lunghissima selezione come meta per questa ricorrenza. Alla fine da un punto non lontano dalle piramidi di Tikal, dovrei sbucare in uno stato confinante, il Belize, fatto di straordinari atolli e una magnifica barriera corallina : la meta finale per ora e’ un misterioso buco nella barriera corallina stessa, forse generato da un meteorite caduto millenni fa e che da luogo ad un abisso senza fondo e impossibile a misurarsi, il cosiddetto Blue Hole appunto. Ma ci devo arrivare…
Insomma di cose in pentola ne bollono parecchie, a tutti i livelli, perché per ora ho scelto come tappa di avvicinamento questo simpaticissimo ristorante-albergo, da Benito al Bosco: altro che Guatemala o Belize- ex Honduras Britannico, qua stiamo a Velletri, castelli romani, e Benito e’ il paffuto e anziano proprietario. Ha l’aria paciosa di chi ha capito da tempo che il mondo e’ tutto un teatrino, ha una carrellata di foto infinita con presidenti e celebrità venute a trovarlo; da ultimo Renzi che vicino a lui in foto ha l’aria dell’universitario fuori sede che torna a Natale a casa e deve trovare il coraggio di dire ai genitori che ha speso gli ultimi sei mesi in sbronze e minchiate e non ha fatto manco un esame, tutte cose che i genitori sanno già ma lo accolgono cmq a tavola. A Benito cmq sembra fregargliene davvero poco di sto andrivieni di presidenti e teste coronate, l’unico il cui ricordo sembra scaldargli il cuore e’ l’amico di vita Ugo Tognazzi, che qui veniva a fare scorpacciate di funghi e dove ha scritto con Zavattini la sceneggiatura originale della “Grande Abbuffata”. Ovviamente non potevo esimermi da un tributo al maestro Tognazzi ed ho mangiato cumm nu puork, talmente tanto che mi piglio scuorno di scrivere il menù.
Più che il velo, per adesso si disvela il “colesterolo di Maya” insomma

Il Milione: gli ultimi bisonti

Giorno 15
Si, lo ammetto: rimango un provinciale. Per quanti mi sforzi di viaggiare su e giù, finisco per corservare sempre una scorza capresotta che non si lava via: da noi e un po in tutti i piccoli centri si rimane troppo legati ad un’idea di “piazza” come fulcro raccolto di una comunità, luogo intorno a cui ruota la vita e ci si incontra tutti prima o poi. Cosicché qui a Varsavia, quando ho appreso che il bus a lunghissima percorrenza proveniente da Parigi ed in proseguimento per le repubbliche baltiche sarebbe partito dalla piazza Centralna di Varsavia, beh ho pensato che mi bastava andare “miez a chiazza” un dieci minuti prima e un posto l’avrei trovato. Miez a chiazza, si! O cazz! Uno poi si deve andare a ricordare che ci stava sto Gesù Cristo di razionalismo sovietico, che sti cazzo di comunisti andavano a costruire ste piazze squadrate lunghe e larghe km e km che ci si potrebbe costruire sopra non uno ma tre aereoporti tanto che so grandi. Naturalmente in quella landa desolata manco per il cazzo trovo l’angolo remoto da cui dovrebbe partire sto bus ( e’ pure l’alba e quella appena finita era stata pure una seratina simpatica) poi nei pochi minuti convulsi che mancano al fischio finale decido di fare la giocata sbagliata, puntare tutto sull’ufficio informazioni dove siede una vecchia rincoglionita che parla inglese come io parlo swahili e che, mentre prova a telefoanre una sua amica che parla le lingue, si becca un bel “sta maronn i strooonza” gridato a molti decibel di potenza. E niente si cambia percorso, si fa una tappa che avevo soppresso: la foresta dei bisonti! Si tratta di una regione remota ai confini con la Bielorussia e ora che ci sono stato credo di sapere perché siano rimasti solo li e non altrove: e chi cazzo li va a cecare in quel posto sperduto? Arrivarci infatti comporta un giro per tutta la campagna della provincia orientale polacca, che non ricorderò come uno dei posto di maggiore fascino mai visti. Alla fine cmq arrivo in questa città chiamata Augustow, nella regione dei laghi Masuri dove pure si consumo una cruciale battaglia della prima guerra mondiale tra russi e tedeschi. La vittoria ottenuta da Hindenburg qui tra l’altro, unita all’uscita di scena della Russia per via della rivoluzione del ’17, costituirà il presupposto della nostra disfatta a Caporetto, prima tappa del viaggio ma passiamo appresso. Augustow, situata in mezzo a grandi laghi tutto intorno ce pare quasi un’isola. Vi trovo una graziosa guesthouse un po carestosa ma con una locandiera estremamente gentile e simpatica. Ecco quest’ultima espressione “gentile e simpatica” e’ una litote, una figura retorica per cui si afferma una cosa negandone il contrario, di cui forse gia parlai pure nel diario dell’anno scorso. Un esempio di litote che ci proviene dalla letteratura e’ “Don Abbondio non era nato col cuor di leone” per intender dire che era un cacasotto. Ecco l’espressione “donna gentile e simpatica” vale qui a dire che era nu maronn i cess. Esteticamente assai diverso e’ invece il marito di lei, un gigante d’ebano mulatto che deve avere la stessa voglia di lavorare che ha il Berlusca di farsi processare dai giudici di Milano. Mentre lei sta indaffarata a fare tremila cose insieme,lui se ne sta bello sbivaccato a fumare e godersi tutti gli effetti collaterali del suo Big Bamboo, con lei che mentre cucina e parla a tel e porta i bagagli e pulisce i mobili gli manda tanti baci amorosi con la mano. E quando la poverina mi dice che il suo husband will take care of me e mi fornirà una bicicletta, chill mi squadra con un’aria come se manco dovesse andare sulla luna a recuperare un pezzo di asteroide . “Azz e tu vuo’ na bicicletta a quest ora, e ma non ho le chiavi del catenaccio, non ho il gonfiatore etc” ; alla fine dopo mezz’ora di vuommicherie mi rifila un catorcio con le ruote moscie e senza freni, che per poco non centro piu avanti in pieno una coppia di sposini che sta facendo le foto!!! Ad ogni modo storto o morto arrivo in questa foresta dei bisonti e anche dei tarpan, dei cavalli preistorici che vivono ormai solo qui. E’un incanto di laghi,isolette e paludi ma l’unico animale a manifestarsi in maniera visibile alla mia vista sono dei assai più comuni tavani chef fanno nuovo nuovo. Uh contatto col bisonte lo stringo cmq la sera quando, davanti ad un’orchestrina tristissima che suona la polka e la cover della lampada e “i will survive” in polacco, in un contesto umano piuttosto degradato di alcolisti locali violenti e omofobi, mi viene ad un tratto offerta una grappa al profumo di bisonte appunto. Si tratta, dico sul serio, di una grappa ottenuta dallo sterco del bisonte…..ma non si potevano estinguere sti cazzo di bisonti di merda? E tra voi, qualcuno lo tiene il numero dell’ospedale Cotugno?

Il Milione: una gioia per gli occhi chiamata Cracovia

Giorno 13
“Rocco invade la Polonia” e’ una pellicola che trova un numero alto di estimatori presso un pubblico di nicchia per la sua capacità di fondere Eros e Pathos, furore sentimentale e drammaticità storica.
La mia invasione della Polonia invece si contraddistinguerà per un approccio multiculturale e interdisciplinare capace di valorizzare gli aspetti peculiari di questo paese rinato dalle ceneri di una serie concatenata di disastri che l’hanno attraversato a stretto giro, dall’abominio nazista alla pialla del socialismo reale.
Ci sono particolari momenti storici in cui città già belle di proprio, brillano di una luce ancor più intensa, perché attraversate da un’energia particolare, come una stella cometa di cambiamento e di irripetibilità storica. Mi viene a proposito in mente la Roma degli anni ’50 e della dolce vita, la Parigi di inizio secolo e dei bohémien, la Istanbul di fine Ottocento, la Firenze del Rinascimento. Ecco, questa credo che sia la parola giusta qui, rinascimento, magari scritto con la minuscola per non offendere nessuno. Credo che visitare Cracovia oggi significhi fotografarla in un momento in cui si avvia a diventare (o forse a ridiventare) una delle capitali culturali europei , con un enorme fervore che per adesso la montante cianfrusaglia e la monnezzaglia di fast food per turisti non riescono ancora a domare. La bellezza aristocratica della città vecchia aveva sin da subito colpito nel dopoguerra i nuovi occupanti sovietici i quali, in ossequio ai canoni di quella sorta di ideologia del Brutto caposaldo del socialismo reale, fecero subito di tutto per scorticare via tanto splendore. Pensarono così di trasformarla in una citta’ industriale dal magnifico grigiore socialista e vi impiantarono una gigantesca acciaieria, con interi quartieri a blocchi di cemento per ospitarvi gli operai. Ma al di la delle polluzioni inquinanti, la cosa poco influenzò le tradizioni della città e per giunta la fabbrica divenne uno dei principali nuclei di Solidarnosc e dell’opposizione ai sovietici. L’intero centro storico conserva ancora un impianto analogo a quello seicentesco quasi era capitale polacca. La Polonia e’ un grande paese, ricco di risorse e abituato ad alternar storicamente fasi di prosperità a periodi di miseria. A risultare per questa terra penalizzante e’ stata sempre nella storia la sua posizione geopolitica: stretta tra due giganti, uno a est e un altro a ovest, rispettivamente Russia e Germania che a turno la assalgono e se la mangiano. Nella scorsa guerra addirittura i due giganti si accordarono per ingoiarsela insieme.
Ma ora le cose vanno meglio, decisamente meglio: la Polonia e’ un paese in netta crescita economica e credo che il suo Pil aumenti ad un ritmo nettamente superiore a quello italiano per esempio ( non sarei cmq sicuro di questo dai anche perché di ste cose non me ne frega un cazzo normalmente figuriamoci quando sono in viaggio ma mi pare sia così. A vederla da vicino la società polacca, resta poi completamente anacronistico un certo immaginario creatosi negli ultimi vent’anni dalle parti nostri a proposito dei “polacchi”. Da un bel po’ ormai in Italai in certi ambienti più retrogradi il termine “polacca” e’ una sorta di sinonimo di cameriera a basso costo o ancora vale ad indicare una donna venuta da un imprecisato est geografico a rubare con malizia mariti e fidanzati a povere e buone donne italiane, troppo educate per abbassarsi a competere su quel teorico livello di zoccolaggine. Mah, avendo presente come vanno le cose giù da noi a livello di economia, credo che, per le tante donne nostrane con ambizioni pretenziose a vite comode e a vestire fasciate in costosi vestiti da addebitare ovviamente sui conti correnti dei mariti, non sia poi un consiglio troppo sbagliato per loro quello di prendersi un polacco. Cracovia in particolare credo attraversi un periodo di particolare opulenza e i suoi abitanti sembrano ebbri della felicita’ di chi capisce che la miseria e’ alle spalle. Il quartiere del vecchio ebraico del Kasimiert, attraversato durante la barbarica occupazione nazista da uno sterminio che non fece salvo pressoché nessuno dei suoi vecchi abitanti (Auschwitz sorge qui a pochi km), ora pullula di gallerie d’arte, centro sociali, bistrò e studenti. Nel castello del Wawel e’ temporaneamente custodita la donna per me più sexy del mondo, la “dama con ermellino” di Leonardo che già da sola varrebbe il viaggio.
Cracovia, a mio parere se non è tra le 10 città più belle d’Europa e’ solo perché è’ già tra le prime 5.

Il Milione: alla Salute!

La cristianità fa una gran spendita di concetti come la pace,la serenità o la gioia ma io francamente ho sempre faticato non poco a rintracciarli dentro quel sistema di valori. Anzi, tutto mi è sempre apparso dominato da una cupezza e da un surrettizio senso del peccato e della colpa, teso a mortificare e reprimere qualsiasi gioia del vivere. Da questa mia certo personale lettura esula la chiesa di Santa Maria della Salute di Venezia: questa magnifica edificazione, che pare quasi magicamente poggiata sule acque, riesce si a donarmi un immediato senso di pace e serenità. E poi sta adagiata li, quasi all’uscita o all’imbocco del canale, a salutare o accogliere i mercanti di ritorno o in partenza per mari lontani. Non la poté vedere Marco (Polo) quando da qui salpo’ per il suo viaggio, giacché credo sia di edificazione successiva al 1200. Mi son permesso di sceglierla comunque io come simbolico viatico di buona fortuna per il viaggio che va a iniziare

Il Milione. Ptuj: non è uno starnuto ma una piccola gemma

Giorno 6
Il congedo da Lubiana consiste in una mangiata di pesce low cost nel fantastico Fish market, ubicato in posizione magica sul fiume,giusto sotto i tre ponti collegati simbolo della città. Poi un treno low profile mi infila in una giogaia balcanica scavata dalla Sava, che qui, come un’ ancora timida scolaretta scorre a fianco ai binari esile e sinuosa, prima di diventare la sfacciata donnona che inondera’ pianure e campi più a sud, unendosi in un amplesso acquatico col Danubio dalle parti di Belgrado. I paesi attraversati dal mio treno hanno piu che altro la forma di fattorie allargate e i nomi che stranamente rimandano tutti a calciatori con una sola lettera da cambiare: Zidani, Ribere, Baggje…..Policane. Ad un tratto mi lascia la Sava che svolta a sud e mi lasciano anche i Balcani: ad est si apre una sconfinata pianura che andrà avanti per migliaia di km con poche interruzioni fino all’Ucraina, una pianura alluvionale la cui regina e’ ora la Drava, che bagna anche Ptuj, minuscola cittadina barocca ove scendo dal treno. Ogni anno una mia come dire curiosità, un mio ingrippo e’ quello di andare a scovare una “città d’arte” fuori dai circuiti più battuti, poco segnalata e conosciuta. Due anni fa beccai la bellissima Sibiu in Romania, l’anno scorso l’eclettica Plovdiv in Bulgaria, quest’anno e’ la volta di Ptuj, con questo nome che pare uno starnuto, un gioiellino barocco adagiato sulla Drava. Già da lontano allo sguardo si mostra un mosaico di guglie e tetti spioventi di un color rosso magenta che quasi abbaglia, mentre da vicino al passo si apre un dedalo di viuzze e palazzi nobiliari talmente ben tenuti e romantici da fare subito pensare ad un posto dove venire per un’appassionata gita “i love you” con il proprio partner. Ecco, quanti di voi sono abituati a trombare con la commara in qualche squallido motel in tangenziale, una volta nella vita regalatele una cosa originale e portatela a Ptuj, semi-sconosciuta città d’arte quasi al confine tra Slovenia e Ungheria. Saprei consigliarvi pure un ristorante molto sgenc dove cucinano in maniera divina il pesce del fiume, in particolare una specie ittica detta in italiano “luccioperca” servita su un letto d’orzo e polenta e talmente buona da ispirare poeti che le hanno dedicato odi e versi, come avrete modo di constatare poc’anzi. Degno di nota anche il castello di Ptuj che domina la vallata da quella che pare l’unica altura in mezza ad un territorio piatto come una palacinka, l’ottima crêpes alla marmellata tipica di questi luoghi, mentre giù nella torre campanaria e’ custodita anche una preziosa Deposizione del Pollaiolo, da intendersi non come uovo deposto da una gallina ma come opera d’arte raffigurante appunto la deposizione di Cristo ed eseguito dal noto artista fiorentino rivale del Verrocchio. Degna assolutamente di nota e’ anche la tipa che sovraintende all’ufficio turistico, che pare uscita dal pennello del Vermeer con sti capelli rossi raccolti e vistosi orecchini, la quale mi indirizza alla locanda di una vecchia signora chiamata Ziga per trascorrere la notte. Nella guesthouse di Ziga valgono regole ferree come in un educandato puritano, tipo la regola del silenzio dopo le 9 di sera e altre imposizioni quasi eremitali, pena la perdita del beneficio di una squisita colazione la mattina dopo. L’austera signora Ziga tuttavia fa uno strappo alla sua regola monastica quando si tratta di fittare alcune stanze ad ore ad amanti di passaggio, rumorosi e assetati di intimità, gente che ha ispirato appunto il mio consiglio di venire qui a Ptuj a schiattarsi la propria commara. Ma c’e una altro motivo peculiare che vale il viaggio qui a Ptuj, almeno a mio avviso: il festival detto “Versoteque”, days of poetry and wine, un festival pensate un po di scrittura&vino, qual magico e felice connubio. A migliaia poeti, scrittori e appassionati giungono nella cittadina, che vanta anche un’eccellente tradizione enologica appunto. Purtroppo la gara di scrittura creativa sarebbe stata in programma solo qualche giorno dopo e al tempo della mia visita ho potuto concorrere solo alla gara ( ma non è una gara giacché giustamente non si assegnano premi) di poesia improvvisata, con componimenti da fare dopo una bella degustazione di vino e che vengono poi affissi per le strade del paese in delle nicchie deputate ad accoglierli. Non è molto il mio forte la poesia, cmq può darsi che in qualche nicchia di Ptuj ci sia esposta questo modesto componimento che ho arrangiato con un bel po di bicchieri di vino in corpo in verità e che credo abbia lasciato perplessi gli organizzatori della rassegna, anche perché è’ intraducibile in sloveno essendo basato tutto su anagrammi dove la seconda frase e’ anagramma della prima. E’ un componimento liberamente ispirato alla poesia di Walt Whitman “o capitano mio capitano”, leggermente cambiato e dedicato appunto al sublime pesce trangugiato quella sera, e perciò intitolato “o luccioperca mio luccioperca”
O luccioperca mio luccioperca, cieco pollo ciuccia rum a pecora!
O luccioperca mio luccioperca, ucci ucci me porcello a pecora
Pesce di cannuccia andato al aceto, un peto scacciacani al neon adduco a te
Ti amo luccioperca (al dente) del mio cuore, cacciatrice illude te uomo col pomo!”
Che bello improvvisarsi trobadour balcanico!