Ad un certo punto di questa incredibile avventura doveva pur arrivare la parola fine ed eccola qua. Diciamo che è un finale che si colora di un aspetto molto intimo e che quindi tengo in massima parte per me. Ad ogni modo mi rimane certo qualcosa da raccontare e su cui tirare le somme
Sono ormai sfinito e vado avanti quasi meccanicamente per inerzia; giunto alla sommità di quel monte cd Swayambhunath, consacrato alle scimmie che vi abitano e lo governano con solennità ed avidità
mi sarebbe naturale guardare oltre, a rimirare all’orizzonte apparire le eterne montagne tra cui dovrebbe far capolino Sua Maestà l’Everest. Io faccio una cosa di segno opposto e mai fatta nel mese precedente: mi volto indietro. Su da quella collina vedo risalire un gorgo di storie ed emozioni davvero troppo grande da controllare ed ordinare. Rivedo le sontuose piramidi del Angkor Wat e gli inguardabili grattacieli di Pattaya, i pipistrelli saltare fuori a milioni da una grotta ed i coccodrilli da un fiume, le cadute nel Mekong e le scalate sui monti himalayani, le pagaiate in kayak al ritmo di numeri prima detto in arabo e poi in ebreo, i doganieri da corrompere e i mercanti con cui contrattare, gli amici incontrati, le facce, le storie, le strade impossibili da percorrere e pure percorse. La pioggia sempre in testa ed i piedi sempre ricoperto di fango, ora anche martoriati dai morsi delle sanguisughe, ma incredibilmente e con una certa faciloneria che spero non mi presenti il conto, quest’ultimo mi pare un dettaglio trascurabile. Ed ora sono qua, con un pensiero che da quel primo giorno mi ha accompagnato 
Mio zio Umberto era nato il 22 maggio del 1952 ed a soli due anni, nel 1954, aveva contratto una pericolosa malattia che aveva mietuto tante innocenti vittime tra i bambini del suo tempo, detta difterite. Lui fu uno dei pochi a superarla ed al risveglio da una febbre fortissima, credo più simile ad un coma, arrivó per pura coincidenza un annuncio speciale fatto alla radio o meglio fu la Domenica del Corriere a farlo
gli italiani avevano conquistato il k2. Si, proprio così, sulla seconda montagna della terra erano arrivati dei cenciosi ma irriducibili italiani, un risultato straordinario per un paese che usciva martoriato e devastato da una guerra disastrosa e cercava un riscatto umano ancora prima che economico. Una piccola spedizione di italiani aveva domato quel gigante bianco. 
Noi italiani siamo un popolo di esploratori straordinari quando ci ricordiamo di esserlo. Pezzi interi del mondo sono stati scoperti da italiani. L’America fu scoperta da Colombo e poi si chiama così perché prende nome da un altro italiano, Amerigo Vespucci ma la lista è lunga
Le modalità e le circostanze di quella spedizione alimenteranno dubbi e polemiche per decenni. In particolare pare che due dei tre componenti, Lacedelli e Compagnoni, avessero ad un certo punto provato a sbarazzarsi del più giovane ed in forma della brigata, Bonatti, al fine di arrogarsi un merito che altrimenti non sarebbe toccato a loro. Cosa successe davvero in quella epica spedizione è tutt’ora non chiarito, ad ogni modo essa costituiva il primo ricordo di infanzia di mio zio che sovente ne parlava ed aveva perciò maturato una passione durata una vita per le montagne, quelle eterne come il K2 o l’Everest, una cui dettagliata foto-mappa è tutt’ora esposta nella cucina della sua casa dove ora io vivo . 
Nelle giornate chiare è possibile vedere quelle montagne dalla cima di questo più piccolo monte ove sorge un tempio ed uno stupa sacri che richiamano pellegrini e monaci in preghiera dagli angoli più remoti del Tibet, come quello a cui chiedo una benedizione e a cui faccio un personale prezioso dono.
Oggi il cielo è coperto e le montagne non si vedono ma prima o poi si aprirà , e l’Orizzonte perduto finirà per ritrovarsi, per andarsi a scolpire su quelle montagne eterne che ci guardano e proteggono 
In memory of Umberto Federico , 22 maggio 1952 – 26 marzo 2018
Cioè, non “giocano” nell’Annapurna i due Top player veri e propri, i Ronaldo e Messi dell’altitudine ovvero l’Everest e il K2, ubicati rispettivamente poco più a est il primo e parecchio più a ovest nel Karakorum il secondo, ma stanno ad ogni modo qui un “ottomila”, 8 cime sopra i settemila e ben tredici sopra i seimila.
Se si considera che la cima più alta d’Europa è il Monte Bianco coi suoi 4810m, ci si rende subito conto che la “cantera” dell’Himalaya è di un altro livello proprio. Ed in questa “superligue”, come dicevano, l’Annapurna sta messo bene.
sono stanco, sporco e sfinito coi piedi martoriati dalle sanguisughe ma cazzo, sto risalendo dalla giungla su fino ai piedi dell’Annapurna: “come on , Palillo enjoy, qua una o due volta nella vita ci capiti” continuo a ripetermi.
dopo il bivio a Mugling la strada devia verso ovest in maniera secca mentre verso est corre l’unica via di accesso a Katmandu. Ma io sono diretto a Pokhara quindi ovest! Il paesaggio muta e torna a essere più tipicamente himalayano con risaie che si inerpicano fin dove è possibile, verso l’infinito di cime che paiono stare sulla Luna per quanto sono alte
ed ecco alla fine Pokhara col suo famoso lago, uno degli spot turistici più famosi del Nepal: in esso e nelle sue acque cristalline si riflettono tutte le cime dell’Annapurna nelle giornate terse. Eh appunto, le giornate terse ….
“if my grandpa had five balls, then i was supposed to be a flipper” – come dicono a Kensington. Non smettere di piovere un minuto che sia uno e la presenza delle sovrastanti come resta solo intuibile ma non visibile. Sembra di stare a scuola nel cambio di ora quando gli alunni si agitano e sbattono un po’ ma sapendo che da un momento all’altro può arrivare. Ecco, il prof. in questione si chiama Machapuchari
che è della squadra dell’Annapurna ed è la magica cima che sovrasta proprio Pokhara. Ricordo di essere riuscito a vederlo un attimo la mia prima volta qui tredici anni fa, poco prima del tramonto, mentre ero con mio zio, che salutó l’apparizione con un’imprecazione assai colorita di rimando ai Santi Penati protettori “Ma chillo è o’Machapuchari, all’anema i chi te stramuo…!!!” In effetti lo spettacolo era straordinario. Ricordo anche una città diversa quella di Pokhara: allora era una romantica cittadina in riva al lago gravata tuttavia dalla guerra civile e che la rendeva un bersaglio sensibile ai mortai dei ribelli maoisti per via del palazzo reale (attuale non antico) posto proprio in riva al lago. Oggi ha conosciuto la pace ma anche uno sviluppo edilizio eccessivo che hanno alterato troppo l’impianto originario e lo spirito. Riesco tuttavia a ritrovare uno squisito ristorante tibetano, gestito da un signore rifugiato qui attraverso le montagne per via delle persecuzioni cinesi contro questo popolo inerme. Non voglio nemmeno soffermarmi sulla miseria del dibattito che in Italia ha assunto la parola “rifugiato”, mi limito a far presente che anche il Nepal è pieno di rifugiati tibetani ed al ricordo ancora di mio zio che diceva di come quell’uomo forte gli incutesse reverenza e rispetto, di come ce lo vedesse su una montagna innevata a farti da sherpa. Tredici anni dopo è un po’ invecchiato ma ancora lì con i suoi calzari tipici
a servire la specialità tibetana per eccellenza, quei ravioli detti “momo ” da poter guarnire con carne di bufalo o erbe e formaggio di yak
mi ritiro nel mio albergo che in teoria riserverebbe una splendida visuale sulle montagne e fiducioso attendo un segnale dal cielo
che nel dormiveglia dell’alba in verità arriva: mi appare per un secondo il Machapuchari e anche se non faccio in tempo ad acchiapparlo in foto, mi scaravento giù dal letto e a rotta di collo salgo sul Sarangkot a provare di rimirare l’alba. Lungo il cammino la situazione meteo pare migliorare
Ma è un bluff ….
giunto in cima, sta una nebbia tale che non riuscirei a vedermi il cazzo mentre piscio, figuriamoci l’Annapurna. E poi il freddo, la pioggia: sto per rassegnarmi a trascorrere gli ultimi giorni a fondovalle nella tranquillità ma sento di dover esaudire una missione. E mi sovviene che ho da giocare una carta, una brasilianata diciamo. Non per fare il buffone ma la mia conoscenza della geografia è considerevole e allora una giocata posso farla, un posto c’è ma per raggiungerlo devo giocare il bonus…..Diciamo che il mio “amico da casa” come in qualche fortunato show televisivo ha un nome che incute timore, c’è chi dice che non esiste o se dovesse esistere è meglio non andarlo a scocciare. Ma io sono il Palillo: non ho mica paura dello Yeti!
e andiamo va, alea iacta est!










Già, proprio così, senza neanche bene capire dove e come (anzi senza capirlo per niente), alla partenza del bus ho sentito parlare di sto rafting da farsi a metà percorso, scendendo un pezzo di fiume e poi proseguendo il percorso verso il Chitwan o Pokhara all’arrivo del gommone (su un altro autobus?è quello che mi domando) Mah, per adesso la vivo con disinvoltura, so già che sarà una di quelle cose a cui ripenserò una volta a casa fuori dalla mistura di incoscienza e adrenalina che mi pervade durante i viaggi: su un pullman da Katmandu alla giungla del Chitwan ed ad un certo punto peraltro ignoto del percorso scendi a fare rafting su un fiume himalayano in piena. E a chi sto aspettando? In effetti ad un certo momento, con il Trishugli a fianco alla strada che si agita come un demonio, il conducente prende a urlare in una cadenza difficile a distinguersi “Roooftaaang”. È la nostra ora, ci ritroviamo in sei ed è uno di quegli equipaggi che ti rimangono proprio nell’anima:
c’è un timoniere locale cicciotello sui diciotto anni, io e due ragazzi spagnoli, e fin qui nulla di troppo strano; poi arriva un ragazzo israeliano e due che sembrano Stanlio e Olio…..dell’Arabia Saudita. Israeliani e arabi intrattengono notoriamente relazioni tutt’altro che amichevoli anzi si odiano reciprocamente e ora devono scendere un fiume in piena in una gola dell’Himalaya.

















la vita dei locali pare organizzata secondo schemi completamente diversi, dove in un contesto di base rurale avere una influenza enorme l’impostazione religiosa e l’aspetto meditativo. Non esiste la grande distribuzione e non esistono supermercati in Nepal: i generi alimentari arrivano da piccolissimi fornitori, nello specifico contadini, allevatori, fattori. Le banche esistono ma hanno una gittata estremante limitata, pensata più per gli occidentali turisti che per i locali, i quali si fermano davanti agli sportelli bancomat a capire cosa mai siano quegli aggeggi che sputano fuori soldi. Anche la moda occidentale pare lambire assai poco il Nepal: gli uomini vestono più o meno alla occidentale ma le donne girano ancora avvolte in magnifici “sari” colorati








ben 13 anni fa nel 2005, in compagnia della cara amica Annalisa e di mio zio Umberto, finimmo per legare con una esperta guida tibetana locale, Shiva Simkhada. Il Nepal è uno dei pochi posti della terra dove ha un senso a mio avviso affidarsi ad una guida: non stiamo mica parlando di una scontata guida turistica, qui il ruolo riveste uno spessore culturale, ci sono gli “sherpa”, coloro che sanno condurti negli anfratti e per i sentieri accidentati di questo paese a buon titolo definito “il tetto del mondo”. Lo sherpa è qualcosa a metà tra una guida ed un maestro dell’anima. Se vuoi capirci qualcosa di questo pezzo di mondo insinuato su montagne 4 volte più alte delle Alpi, dove si fondono le divinità hindu e quelle buddiste, dove Buddha è fisicamente nato e ogni villaggio pare un mondo a se stante, non leggere internet: trovati uno sherpa. 
Quindi ora ho davanti una settimana poco meno per godermi la magnifica Katmandu, uno dei posti piu belli della terra
con la sua Durbar square che è forse la piazza più bella del mondo
ma sarà alla fine mio amico sherpa Shiva a condurmi tra le montagne eterne,
di fronte al tetto del mondo, dove potrò dare un senso finale a questo magnifico viaggio e portare finalmente a casa qualcun’altro che è con me sin dalla prima tappa, dalla Thailandia. Pare essere passato un secolo .
Avanti così, solo le montagne non si incontrano mai più. Lassù sulle nevi eterne dell’Everest, l’orizzonte perduto comincia a dipanarsi
e riassume tutto sommato bene due parti distinte ed assai diverse della stessa giornata legato tra loro da un aereo, quello che mi conduce da Hue in Vietnam a Bangcock in Thailandia , da cui l’indomani ripartiró con un nuovo aereo verso una nuova tappa.
dunque il risveglio avviene nella città di Hue, luogo che non ha alcun altro motivo di visita se non la magnifica cittadella reale che sorge vicina l’insignificante paesone, nel quale ho il piacere di subire non uno ma due tentativi di furto nella stessa sera, uno solo dei quali andato parzialmente a segno, nel senso che il primo l’ho schivato con la sensibilità di pacca alla Tiziano Ferro che mi ritrovo mentre stava sfilando il portafoglio, per il secondo dove erano in due in una strada buia mi sono accordato per la consegna ai due furfanti di una somma ragionevole per così dire (una 60€ con cui compreranno tante medicine per la propria cura e quella dei loro familiari). Ma tant’è, capita e non è che qua uno può girare il mondo con la forma mentis di un drappano che vota Salvini e trarne odiose conseguenze. Capita, come dicevo.
si tratta di un sito bellissimo, una sorta di reggia di Versailles di un imperatore locale,che provó a spostare la capitale da Hanoi, qui a Hue ed operare una prima riunificazione del Vietnam intorno alla fine del Settecento
secondo uno schema abbastanza ricorrente nei templi e nei palazzi reali di questa area di mondo, la Cittadella è fatta a livelli concentrici uno dentro l’altro,
passando da quelli esterni dove stanno i cortigiani per arrivare poi a quelli dei mandarini e dignitari di corte,
fino alla corte più interna, dove siede il re e e gli altri unici uomini oltre lui ammessi sono gli eunuchi preposti alla cura dell’harem. Si tratta di un luogo dal magico nome di Città Purpurea Proibita 
E se al posto dei raffinati eunuchi di corte ci mettiamo i famigerati kathoi thailandesi dalla proboscide basso-ventrale talvolta poco intuibile, forse può tentassi questa strana equazione tra la cittadella reale di Hue in Vietnam e la capitale Thai. Dovendo stare solo una notte, scelgo la via definita con eccessiva enfasi “the centre of backpacking universe” nel fortunato film “The beach” con Leonardo Di Caprio. Beh, diciamo che per dover essere il centro dell’universo dei viaggiatori zaino in spalla, Khaosan Road è un luogo un po’ troppo turistico e banale, con ristoranti dozzinali, venditori di ogni cianfrusaglie, discoteche con musica a palla, bancarelle che vendono scorpioni e tarantole fritte e gli immancabili ircocerci thailandesi metà donna e metà pomo di Adamo che adescano turisti ubriachi obnubilati dal non vedere le troppe protuberanze del loro partner per una notte.
A dirla tutto però proprio qui gli yankee hanno scritto una delle pagine più ingloriose della loro storia, riuscendo nell’impresa di bombardare per più volte e distruggere i tre quarti degli oltre sessanta templi un tempo presenti, si che ora se ne contano solo venti peraltro in malandate condizioni. E purtroppo non è manco la cosa peggiore fatta dall’esercito a stelle e striscie in questa zona di mondo : a poca distanza sorge l’altro villaggio dal nome simile di My Lai, dove i soldati americani si macchiarono di una carneficina nelle modalità e nei numeri vicina alle stragi naziste di Marzabotto o le Fosse Ardeatine, per pescarne un paio nel orrido mucchio.
Il 16 marzo del ’68 un battaglione della 13esima divisione di fanteria americana, in gran parte composto da soldati ubriachi e sotto effetto di droghe, entró in questo remoto villaggio alla ricerca di guerriglieri vietcong e, per motivi mai chiariti, si dedicò per ore alla Barbara uccisione e addirittura mutilazione dei cadaveri di un numero impressionate di civili completamente disarmati: 514 secondo le autorità vietnamite, 347 le vittime ammesse dagli americani. Un numero piuttosto esiguo di soldati americani fu condotto a processo, terminato con la peraltro tenue condanna di un solo individuo, tale maggiore William Calley Jr.
La nuova Sand Creek americana finì come è ovvio per far deflagrare ancor più le proteste in patria contro la assurda avventura neo-coloniale, accelerando il processo di dismissione .
un personaggio sulla sessantina suonata sempre della gamma del Grande Lebowsky che il pomeriggio mi ha dato uno strappo in moto fino alla spiaggia : lo contatto, concordo un prezzo e via !
born to be wild !!!!
da queste parti, nella regione collinare di Ba Na, sorge una vecchia “Hill station” edificata negli anni ’20 dai francesi per scappare dal caldo asfissiante della pianura. Sul sito ormai abbandonato pare che i vietnamiti abbiano edificato uno spettacolare ponte sospeso di recentissima inaugurazione, luglio 2018 addirittura, di cui parla tutto il mondo ….Mantengo un mio scetticismo perché dalle foto mi pareva una mezza tamarrata ma intanto mi avvio, chiedendo al mitico easy rider Mr Thai di dare una acceleratina al gas. Giunti a piedi delle colline, mi congedo da lui e mi precipito a prendere questa mastodontica funivia con cui scalare i duemila metri di dislivello e raggiungere il ponte
Si tratta di una cabinovia entrata già per ben tre volte nel Guinness dei primati, per essere la più lunga (6,5 km), la più veloce (sembra di stare su un aereo) e la più complessa, con le sue articolazioni su 12 diversi settori collegati. La montagna invasa da questa ragnatela di cavi di acciaio rivela ad ogni modo ancora un paesaggio quasi vergine sotto la navicella spaziale
sullo sfondo Da Nang con il suo skyline e il mare ma eccomi ormai alla prima stazione, questo benedetto ponte sospeso dall’altisonante nome di “Golden Bridge”
due gigantesche mani di pietra levigata sembrano sospenderlo sull’abisso mentre una passerella sospesa nel vuoto è battuta da migliaia di persone per lo più vietnamiti venuti a contemplare l’ultimo disegno di una smisurata voglia di grandeur
devo dire che l’impressione di qualcosa di decisamente tamarro non è smentita ma ad ogni modo serve a rendermi l’idea meglio di tutto di cosa voglia essere una certa parte di Asia oggi
una intera città-lunapark che è riproduzione di una città francese medievale. Sulla scia di Las Vegas e Macao, dove sono riprodotte Venezia a Pompei, qui sull'”agora ” c’è la copia di Notre Dame e del pont Neuf mentre tutto intorno sciamano bande musicali e bambini su slittini e montagne russe
un posto di una pacchianaggine sconfortante e demenziale ma che alla fine, in un viaggio così lungo e variegato, sono contento di aver visto
Detto questo Hoi An è davvero bellissima: adagiata su un ansa dell’omonimo fiume, si compone di due parti su diverse isolette fluviali unite da ponti. Già i ponti
i ponti sono la migliore chiave d’interpretazione per capire Hoi An. Questo bellissimo in foto è il famoso “Ponte coperto giapponese”, una sorta di Ponte Vecchio in salsa nipponica nel senso che come quello fiorentino ospita al suo interno spazi coperti e alloggi che erano la dimora dei mercanti giapponesi. Altri mercanti venuti dalla Cina provvidero invece ad edificare il più grande Ponte Cinese
nei cui dintorni decine di barchette si agitano in antichi traffici e più recenti giri turistici. La città è storicamente infatti sede di mercanti sin dai tempi di Marco Polo: i venditori di seta venivano qui da ogni angolo dell’Asia per scambiarla con spezie o venderla a qualche intrepido mercante europeo. Molte infatti le abitazioni in stile francese
Ma le case più belle di mercanti sono quelle che appartenevano alle ricche corporazioni di mercanti cinesi, simili quasi a dei templi
Erano le sedi di gilde di mercanti divisi per regione di provenienza: quelli del Fujan, dell’isola di Hainan, del Guanzhou e fungevano anche da sacrari religiosi e tribunali. Il per la casa-bottega più bella va comunque ad un mercante locale, un certo Tan Ky
di famiglia poverissima e rimasto orfano in giovane età, Tan Ky riuscì a mettere su un’enorme fortuna col commercio di seta, oltre a rivelarsi un benefattore ed un mecenate per la sua comunità. Alla sua morte migliaia di persone da ogni angolo del Vietnam portarono doni nella sua bellissima casa in legno pregiato. 
E poi sta la ricca cucina locale, una tradizione secolare che inventó secoli orsono il genere cd fusion. Specialità della casa ?
nientedimeno il “totano abbuttunato”! Qui però lo guarniscono con carne di maiale, che con 35 gradi anche di notte e umidità vicina al 100% non se ne scende proprio easy ma va bene lo stesso.