Diversamente dall’Italia, ove la notorietà è piuttosto equamente diffusa tra i suoi molteplici siti, credo che la Francia abbia una sua capitale macrocefala che catalizzi tutta o buona parte dell’attenzione, contrapponendo la percezione di se a quella della restante parte del paese. In parole semplici, quando si pensa alla Francia si pensa a Parigi o si pensa a tutto il resto. Bene, il resto è tanta tanta roba : quanto sono belle le colline bagnate dal maestrale di Provenza, le spiagge che appaiono e scompaiono della Bretagna, le fortezze medievali di Dordogna o i vigneti spugnati di rugiada della Borgogna . E come è bella quella parte di Francia che pare scappare verso l’oceano tra vigneti e canali chiamata Aquitania, al cui termine ci sta Bordeaux. È una città dall’eleganza sobria e vetusta , adagiata sull’ estuario della Garonne poco prima che questa si riversi nell’oceano, che dalla Cite veille di Bordeaux non si vede ma si annusa, si respira anche nei vicoli inondati di prodotti esotici e d’oltemare come caffè e spezie, che ne fanno percepire la sua essenza di porto di mare antico. Il suo centro storico detiene il primato di sito Unesco più grande al mondo in un’area urbana ed un motivo piuttosto semplice si intravede : è bellissimo. Ad ogni modo oltre l’oceano e la salsedine, oltre il fiume e la rugiada, il liquido principale che pare donare un’essenza al tutto è un altro qui a Bordeaux: il vino, tra i più pregiati al mondo e che pare sgorgare da ogni angolo della campagna circostante. Bordeaux mi è parso un luogo pervaso di un’energia alchemica, ove l’acqua si tramuta in vino ed il vino in acqua
Io credo che esista una concetto da analizzare per comprendere, o almeno provare a farlo, la beninteso folle e criminale ambizione di Putin e del suo ensemble di “conquista”dell’Ucraina o almeno di una porzione di essa: è quello di “Russkij Mir”, di Mondo Russo. E’ un concetto trasversale a tutti i campi del sapere e del vivere a quelle latitudini, che trova sue implicazioni culturali, storiche, letterarie ed è a mio avviso la pietra angolare della nuova geografia di mondo che il Cremlino persegue. Anzi, l’aggettivo nuovo/a suona quanto mai inappropriato agli occhi dell’aggressore, perchè esso ha in quell’ottica (pur distorta che sia) una radice storica consolidata e ineccepibile. Di Russkij Mir è impastata tutta la società russa, è il cemento che lega l’oligarca milionario moscovita al contadino nomade delle steppe siberiane; del Russkij Mir è una proiezione celebre la letteratura russa: “Guerra e pace” di Tolstoy è pieno Russkij Mir, lo è “Anime morte” di Gogol che più o meno si ambienta quasi profeticamente in luoghi o meglio non-luoghi collocabili sulla mappa in quelli degli eccidi di Bucha e dintorni, anche Dostoevskij è puro Russkij Mir. Il concetto trova una sua ovvia esplicazione anche geografica e politica, quindi in una parola geo-politica. Insomma cosa è, dove inizia o meglio dove finisce il Russkij Mir di Putin? Credo che la logica animatrice di base sia da rintracciare in quella categoria del pensiero politico che il grande filosofo della politica Karl Schmitt disegna un secolo fa: é la logica amico-nemico a fungere da scintilla, da confine e da termine ultimo di ogni azione politica. Per Putin ed il Cremlino ogni cosa dentro il Russkij Mir è amica e come tale assoggettabileo meglio da assoggetare, ogni cosa al di fuore di esso si colloca nella categoria “nemico”. I farneticanti propositi bellicosi di distruzione di Londra e dell’ Occidente intero con l’arma atomica , propagandati ai tg della sera ed nei proclami tonitruanti del capo supremo sin dalla prima notte di guerra, per realistici o no che siano, hanno tutti una unica “causale”, un unico comune denominatore: verrete distrutti se interferirete nel Russkij Mir, se metterete il naso nel nostro Mondo Russo. Resta da capire dunque fin dove arriva nella matita del Cremlino tale Mondo Russo ma sta una variabile ancora da inserire sul grafico: con la disgregazione dell’ Urss in una ventina di stati di piccole e grandi dimensioni, almeno 15 miloni di cittadini russi, di lingua e religione russa, restano “intrappolati” in paesi con diversa bandiera, il più delle volte apertamente ostile al vecchio invasore. Parliamo di ex personale amministrativo di Mosca o cittadini intimamente russi a vario titolo trovatisi da un giorno all’altro in paesi che ora si chiamano Ucraina, Lituania, Kazakistan o Turkmenistan, in un’area di mondo sconfinata ed eterogenea. Il progetto di Putin sin dalla sua presa di potere a metà anni ’90 non è quello di riportare questa moltitudine di russi a casa ma di far arrivare la “casa Russia” presso di loro, di “liberarli” dal giogo delle neonate repubbliche usurpatrici del Russkij Mir. L’ambizioso e folle progetto non è perseguito solo verso Ovest ma in tutte le direttrici di marcia dell’ex Armata Rossa: a sud con la “liberazione” del Caucaso dagli Ottomani, dove Putin dispiega un’intera armata per la riconquista di una regioncina grande quanto la Campania chiamata cecenia, a Est dove le truppe russe intervengono in Kazakistan, un paese grande quanto l’intera Europa, a difesa del Presidente fantoccio ed in Mongolia, che nei servizi del meteo (da sempre uno delle cartine la tornasole più indicative di ogni regime) prende il sedicente nome di “Buriazia” : la toponomastica dei luoghi, il ribattezzarli secondo proprie esigenze di dominio è da sempre un corollario delle dittature. Ma torniamo sulla scena del crimine, torniamo ad Occidente: dove finisce il Russkij Mir di Putin ad Occidente? Ad inizio delle ostilità avevo azzardato una lettura della guerra basata sulla disposizione dei fiumi sul territorio, un incedere del conflitto di fiume in fiume, di sponda in sponda contesa: non credo ci avessi sbagliato. Dopo una prima fase dissennata di attacco all’intero territorio ucraino per fortuna naufragata in una clamorosa sconfitta, l’Armata Rossa si è riposizionata sul Don, scegliendo una via di avanzamento terrestre più limitata che gli è storicamente più congeniale: ha già superato il Don e punta seppur lentamente sul secondo grande fiume che taglia in due l’Ucraina: il Dniepr. Potrebbe fermarsi li e posizionare la bandierina del Russkij Mir sulla riva sinistra di esso, lasciando all’Ucraina residua e l’Occidente nemico tutto cio che è situato ad ovest, ma è ormai chiaro che l’obiettivo ultimo è posizionato più ad ovest fino alla riva di un altro fiume. Anche qui la toponomastica dei luoghi parla chiaro: il fiume è il Dniestr, che in Occidente prende il nome di Nistro, nome datogli dai mercanti genovesi giunti fin qui nel medioevo, i quali identificavano chiaramente esso come una barriera, ad ovest della quale esisteva una terra di commerci e scambi culturali, ad est di esso un mondo ignoto ed ostile: il Russkij Mir di oggi, il Mondo Russo nei sogni del Cremlino arriva sulla sponda sinistra del Nistro, dove sorge una sedicente repubblica autoproclamata non certo a caso chiamata Transnistria, uno costola ribelle della Moldavia “traditrice” ed innamorata dell’Occidente. Spostiamo anche l’orizzonte sul mare: una delle primissime operazioni militari compiute dalla forza militare russa è stata l’occupazione in grande stile, con navi e forze spropositate, di una piccola isola, poco più che uno scoglio, situata molto ad Ovest e molto oltre la liena di combattimento terrestre, quasi di fronte alla foce del Danubio ed alla Romania: prende il nome affascinante di Isola dei Serpenti ed è legata a quell’episodio celebre di pochi sparuti marinai ucraini che eroicamente via radio rifiutano la resa e mandano letteralmente a quel paese le soverchianti forze di invasione russe. Quell’occupazione così vistosa e fuori scala ha aperto subito gli occhi agli esperti del settore sulle ambizioni russe di conquista del suolo ucraino: per capirci, è come se la Germania a teorica protezione delle entità tedesche dell’ Alto Adige, nel dichiarare guerra all’Italia occupasse Lampedusa. E’ stato sin da subito chiaro con l’occupazione di quella Isola dei Serpenti che la bandierina russa da piazzare guardava molto oltre il Don, molto oltre il Dniepr, oltre anche la Crimea. E dove insomma? Le ascisse e le ordinate di tutte le variabili geografiche, politiche, storiche e strategiche trovano una loro bisettrice tutte in un unico punto, convergono tutte li: Odessa. E’la meta in cui tutte le variabili confluiscono, persino al cinema: ricordate il fim “la corazzata Potemkin manifesto della retorica russa, ben più noto per la sua parodia nel film di Fantozzi col nome storpiato in corazzata Potiokmin? E’ ambientato ad Odessa. Dove aveva sede da sempre la flotta russa sul Mar Nero? Ad Odessa. Qualsiasi slancio russo verso ovest ed “i mari caldi è partito da Odessa. Odessa è la meta irrinunciabile e simbolica dell’espansione russa, quella conquistata la quale poter gridare vittoria nella piazza rossa a Mosca, ma è anche qualcosa di irrinunciabile per l’altra parte, l’ultimo porto sul Mar Nero, la Fort Alamo degli Ucraini, la loro linea del Piave e combatteranno fino all’ultimo uomo. Odessa è la tappa ultima di questa corsa al massacro. L’esito finale è per fortuna incerto ma sarà quella la battaglia finale tra il Russkij Mir e l’Occidente: la battaglia di Odessa
Cosa sia e cosa non sia Israele aiuta molto a capirlo in primo luogo la geografia e per far ciò, ovvero per capire Israele da un punto di vista geografico, risulta essere assai d’aiuto a sua volta l’aereo: col suo avvicinarsi alla costa mediorientale, dal finestrino è possibile scorgere una ben distinta striscia di pianura alluvionale sedimentata tra il mare ed alte e brulle montagne alle sue spalle. Si intuisce facilmente che, dalla notte dei tempi a oggi, quella fertile e verde striscia di pianura sedimentata rigata da fiumi che scorrono a valle sia mille e mille volte più ambita di quelle disadorne e sterili montagne predesertiche, riarse dal sole e ferite dal gelo notturno. Con l’avvicinarsi dell’aereo alla destinazione, quella fertile pianura disvela un altro suo elemento, di più recente acquisizione: il cemento. Ve ne è ovunque, gettato li sulla costa come a grappoli che danno luogo a città che viste dall’alto paiono alveari o forse porcospini irti a propria difesa su un prato, con gli aculei che han la forma di tanti, troppi grattacieli di grigio calcestruzzo. Quando il cemento assorbe poi tutto lo sguardo e pare non esservi altro all’orizzonte, l’aereo atterra e siete a Tel Aviv. Disbrigate le formalità burocratiche nell’efficiente aeroporto, quella del cemento totalizzante continuerà ad essere la sensazione predominante e perdurante anche al primo impatto con la città vera e propria, appena fuori dalla stazione ferroviaria,quando tra cantieri, cavalcavia e centri commerciali ospitati in grattacieli dalle forme bizzarre ho avuto la perfezione di essere immerso in una betoniera. Ma lasciandosi alle spalle un gigantesco vialone di accesso al centro cittadino, la città comincia ad assumere un suo tratto molto più gradevole ed una vivacità contagiosa che si propaga dalla moltitudine di dehors in stile francese affacciati sulle tante piazze prospettiche. In effetti ci basta fermarci, un po’ trafelati, in un grazioso bistro all’aperto e trovare in esso un netto spartiacque tra la tirannia del Leviatano di cemento alle spalle e la Dolce Vita di Tel Aviv dinanzi a noi. Ora su bei viali alberati che declinano verso il mare una moltitudine di giovani corricchia festosa e felice. L’atmosfera cosmopolita e fortemente inclusiva è evidente e contagiosa, ci vuole davvero poco a sentirsi a proprio agio qui . Tutti sembrano aver voglia di vivere e di farlo all’occidentale. Tra le graziose casette in stile Bauhaus e le camelie che inondano i viali alberati, decine di persone fanno jogging e passeggiano coi cani e tanti paiono avere voglia di amarsi, di farlo come meglio credono: Tel Aviv è una delle poche se non l’unica destinazione di tutta l’area del Medio-oriente dove l’omosessualità è tollerata senza problemi di sorta, e credo la cosa sia finita per divenire inevitabilmente un motivo distintivo della città . Nel bellissimo museo delle arti ad esempio, tra i Van Gogh ed i capolavori dell’impressionismo, è allestita una sorta di area libera dedicata all’Amore, dove ci si può esibire in performance che abbiano questo tema di fondo e che si rivelano essere per lo più performance al corpo libero dal forte contenuto evocativo dell’atto sessuale : in parole povere vedrete gente arravogliata a terra che si manea e quasi tromba. Sembra di essere in effetti in una città americana degli anni’ 70 e della Rivoluzione sessuale . In tanti paragonano infatti Tel Aviv a Miami ed e certo un accostamento ben speso, pensando alla posizione sul mare, alla coltre di grattacieli che si erige appena alle spalle ed alla dimensione di metropoli calda. Io ritengo che invece il paragone più aderente sia con un’altra città americana,’in ragione della sua caratterizzazione progressista e multiculturale: San Francisco. Si, Tel Aviv ,così diversa dalla antica ed austera Gerusalemme, è una sorta di California che questo popolo dopo tanto patire ha saputo costruirsi guardando avanti e non indietro
Ci sono posti del mondo che tieni in una sorta di cassetto ideale, come se mai ci potessero entrare. Li tieni li nel cassetto perché sai che prima o poi ci andrai, non puoi non farlo perché costituiscono la base e l’essenza di tante e troppe cose . E nel frattempo vai altrove, sbizarrendoti a visitare angoli del mondo remoti è insoliti. Poi un bel giorno ti rendi conto che sei arrivato nel mezzo del cammino di nostra vita o giù di lì senza mai essere stato in Terra Santa. Ecco, è giunto finalmente il momento di mettere piede in quello spicchio di mondo dove sapevi perfettamente che prima o poi dovevi andare. Che poi, si fa presto a dire Terra Santa: in questo lembo di mondo spesso martoriato da conflitti antichi quanti l’uomo è come se trovassero la propria Genesi tutte o quasi le culture rintracciabili a nord o a sud della nostra estesa parte di mondo, una sorta di big bang delle culture da cui siamo saltati fuori noi occidentali come la cultura islamica, gli Ebrei come i loro antagonisti, gli Ottomano come i Crociati, gli Zeloti come i centurioni romani, Il Muro del Pianto come Sodoma e Gomorra, l’Alfa e l’Omega di ogni cosa . Questo cuneo formidabile di terra racchiuso tra il Mediterraneo e il Mar Rosso è uno scrigno formidabile di tesori di mille culture diverse, a cavallo di paesi e frontiere non certo agevoli ad attraversarsi, ma vabbè, qui non siamo più di primo pelo e ne ho viste di peggiori. Dunque, mettiamoci subito all’opera che le cose da vedere sono miliardi e il tempo ahimè poco . Serve una impostazione da commando militare ed un fervore guerriero da crociato per scapicollarsi sotto e sopra tra le tante destinazioni imperdibili. Potrei atterrare nella moderna e cosmopolita Tel Aviv, gustare il suo eclettico spirito contemporaneo per poi spostarmi nella vicina ed eterna Gerusalemme, città santa per fin troppi popoli. Da lì la vicina Betlemme sede della natività, che amministrativamente ricade oggi in quel territorio piuttosto anomalo chiamato Cisgiordania, per capirci Stato di Palestina o almeno ciò che ambisce ad essere. Da lì raggiungendo prima la “città più antica del mondo” , Gerico e attraversando poi un ponte sul Giordano dovrei essere dalle parti del Monte Nebo da cui Mosè intravide per la prima volta la Terra Promessa. Lo stato in questione ora è la Giordania, paese che desidero vedere da sempre, con il vicino Mar Morto dove galleggiare un po’ stando attenti a non diventare una statua di sale come capitó agli sciagurati abitanti di Sodoma e Gomorra, città della leggenda biblica che dovrebbero essersi trovate proprio da queste parti. Poi giù per la bellissima Strada dei Re tra deserti e castelli dei crociati fino ad una delle Sette Meraviglie del Mondo, Petra. E poi ancora giù, col deserto del Wadi Rum dalle incredibili formazioni rocciose color rame come fosse Marte. A quel punto dovrebbe apparire come a Mose il Mar Rosso e la via del ritorno. Beh, per essere l’improvvisata di un giovedì sera di pioggia, un bel programma direi…
Giorno 13 Stamattina era il mio turno a preparare le colazioni per il resto della spedizione ma qualcosa è andato storto: quando ormai la tavola era imbandita, mi sono distratto un attimo per andare al cesso e subito sono arrivati loro, quei gran bastardi di babbuini: hanno portato via tutto, ma quando dico tutto intendo dire tutto, dallo yogurt ai corn flakes, dal bacon alla marmellata fino alle buste di latte e alla bomboletta spray anti- zanzare! Sono creature estremamente intelligenti e ciniche, con tecniche di depredazione che farebbero invidia a lestofanti professionali: loro non perdono certo tempo ad annusare il cibo, ad ispezionare le buste in cerca di qualcosa di potenzialmente commestibile, assolutamente no. Loro arraffano subito tutta la refurtiva, da analizzare e discernere poi in luogo sicuro. Li osservo ormai impotente mentre con aria più che di scherno, dalla sommità di un colle, bivaccano con le nostre libagioni, si buttano addosso tra loro i corn flakes, aprono le buste del latte e se le versano addosso mentre io rimugino su cosa dire mai agli altri che si vanno svegliando per spiegare questo davvero strange accindent. Guardandoli così schiamazzare e bivaccare, mi torna in mente chissà perché la scena patetico-comica consumata allo stadio San Paolo durante un Napoli -Juve, quando, dinanzi ad una tribuna inferocita che mi chiedeva di sedermi per non occultare la visuale, me ne uscì con la davvero infelice frase “scusate signori ma sono impossibilitato”: ne seguirono 90 lunghissimo minuti di scherni e articolati insulti da parte di un intero settore dello stadio che manco Quagliarella quando torno’ a Napoli con la maglia della Juve. E meno male che non si arrivò ai supplementari e rigori! Cmq, tornando ai babbuini, riesco e recuperare la bomboletta anti -zanzare che a loro non serve ma a me si, dal momento che da ste parti ci sta pure la malaria, e ciò con una specie di “cavallo di ritorno” che compendia la proofferta di altro cibo in cambio del prezioso repellente: resta tuttavia ancora da spiegare ai miei compagni di avventura, ormai desti, i dettagli di questa imprevista Waterloo…..ma che figura di merda, dio cane !!!! Manco a poter dire, che ne so, “vabbuo’ragazzi, e’ andata come e’ andata ma adesso andiamo al bar a fare colazione e faccio io”: macché, che stiamo nel bel mezzo del Delta dell’Okawango e la città più vicina sta a 300km. Più o meno come uscirsene a Napoli di andare a prendere un caffè a Matera, con in mezzo il deserto del Kalahari…. Ovviamente “the baboons accident”, l’incidente dei famelici (e stronzi) babbuini non mancherà’ di alimentare una letteratura di dileggi e prese per il culo da parte dei miei compagni di spedizione, che a questo punto vi vado a presentare. Allora, diciamo che di solito preferisco fare tutto da solo senza ricorrere a nulla di organizzato e qui in africa per i primi 10 lunghi giorni ho fatto così . Poi però ho capito che i posti più belli e impervi erano pressoché irraggiungibili by my self che manco so portare una macchina, così, dopo attenta selezione, ho optato per questa agenzia specializzata in extreme safari che mi avrebbe condotto, lungo tutto un cammino impervio, fino alle Cascate Vittoria: loro si chiamano i Wild Dog ed hanno tutta una loro filosofia di viaggio estrema e wild che ho sposato a piè pari prima di partire, filosofia già riassunta nello slogan ” Run like a dog! ” Nove giorni in tenda in posti ai confini del mondo, non proprio come dire il tour delle casalinghe di Voghera agli scavi di Pompei! Per un viaggio del genere, tra mille asperità, e’ fondamentale una buona coesione tra i componenti e devo dire che, pur tra sconosciuti, andiamo molto d’accordo. Siamo in 6, più due guide indigene; ci sta una coppia di signori svedesi ormai attempati sulla sessantina: lui bonaccione ingegnere della Volvo a Göteborg, con una fortissima somiglianza col noto gestore di una tabaccheria caprese e un sorriso perenne sulle labbra che gli scivola via solo quando deve cacciare 50 cent dal portafoglio; lei, medico, che ho ribattezzato Axel Mounthe perché, col mecenate proprietario di villa san Michele, condivide, oltre che la nazionalità e la professione medica, anche lo stato attuale di salubrità e decomposizione delle carni, simile ad una mummia ormai: ci mette un minuto a chiedere che ora è, non oso immaginare quanto a sviluppare una articolata diagnosi ad una paziente! Ci sta poi una milfona inglese che sfoggia eccentrici vestiti più adatti ad un concerto di Lady gaga che ad un safari estremo,a che cmq non fa mai una piega di fronte alle difficoltà peggiori; e poi ci sta sta altra coppia di inglesi anzi scozzesi mie coetanei che però vivono ad Abu Dabhi dove insegnano: lui tranquillone di poche parole e molte birre, lei vivace intelligente con una bella tempra e se per questo pure una bella pacca, ma molto maestrina Rottermeir. Sa tutto lei e gli alunni devono stare zitti, insomma una scassacazzi. Per esempio, l’altro giorno abbiamo acchiappato l’ennesimo posto di blocco in Botswana per sta fantomatica campagna contro la carne appestata dagli stranieri: era richiesto di disinfettare le proprie scarpe in una sorta di zerbino imbevuto di qualche sostanza strana che avrebbe ucciso tutti gli agenti patogeni dell’afta epizotica molto teoricamente. Si tratta di quelle classiche misure psicotiche e paranoiche tipiche dei regimi autoritari, prive di senso: può mai una stuoia incatramata fermare un ‘eventuale epidemia? Così quando è toccato a me , ho dichiarato che avevo con me solo le scarpe che portavo al piede, con nessuna voglia di aprire il rimorchio, recuperare le altre scarpe e passarle in quel cesso di zerbino ferma- epidemie. Ma lei niente: assiste alle scena , si impunta e si ingrippa che “o tutti o nessuno ” , dobbiamo necessariamente tutti intingere ogni paio di scarpe che abbiamo in quel battistero ablutorio dalla peste, che la legge anche se dura va sempre rispettata etc……finale della storia: io e un altro, giusto suo marito che aveva condiviso con me il bluff di un solo paio di scarpe, siamo costretti a smontare il bagaglio e rintracciare tutte le scarpe per passarle nel fantomatico zerbino purificatore, mentre un poliziotto ci guarda torvo e il suo stesso marito mi ripete sottovoce: ” non sposarti, non farlo mai, te lo dico come un fratello, non sposarti!” E domani magari vi presento puri i due tizi che fungono da guide……non ve lo dico proprio. Ad ogni modo il safari marcia, comincio a sentire possibile il compimento dell’impresa, vedo stagliarsi sullo sfondo la sagoma di David Livingstone e sulll’orizzonte l’Isola Mpalilla e le Cascate Viittoria. Oggi siamo rientrati in Namibia in questa strana appendice di territorio chiamata ” il dito di Caprivi” e lunga 600 km, protesa verso il bacino minerario dello Zambesi ed eredita di conquisete coloniali. Montiamo le tende presso il Kwando river, presso la autoctona comunità dei Mboskuntu. Ho ormai doppiato il Capo di Buona Speranza e le Winelands, superato la Costa degli Scheletri e il deserto del Namib, bypassato le depressioni saline dell’Etosha Pan e le alture del Waterberg Plateau, attraversato il Kalahari e il delta dell’Okawango, resta il bacino del Chobe e l’altopiano del Mudingu. Lo stato di salute e’ buono anzi eccellente io sento proprio bene , molto wild. Perciò come è’ scritto sulla nostra jeep: Run like a dog!
Giorno 12 Qui in Africa australe non potrebbe mai funzionare il trucco che usavo da ventenne per provare a sedurre sgallettate americane in vacanza a Capri , trucco che consisteva nel mostrare alle malcapitate la l’ora celeste del cielo notturno, della quale per la verità avevo una conoscenza sommaria, ma improvvisavo alla grande sospinto dal monsone del testosterone. Non funzionerebbe quaggiù perché il cielo e le sue costellazioni in questo emisfero sono diverse, eppur bellissime: le osservo in questa notte australe che comincia molto presto, quando solitamente a Capri manco e’ iniziata l’ora dell’aperitivo, dalle 18:30 circa per capirci. E’ tutto il ritmo di vita qui in queste remote regione della terra che ha un ritmo completamente diverso dalle estati del l’occidente, con andate a dormire ad orari nei quali manco si è ancora fatto la doccia per uscire la sera in Italia e sveglia a orari antelucani. Ma è bellissimo così, questa terra e’ contemplazione, meditazione e tanto altro. L’Africa, terra inesplorata e selvaggia, mi sta rapendo il cuore come immaginavo, ma ci capisco ancora poco: e’ come una bellissima donna che ti capita tra le mani, troppo bella, e tu sai che perciò può sempre scapparti via, e ti delizia e ti smarrisce ad ogni istante. Di giorno la contempli, la notte ti terrorizza: quando cala la notte africana le cose cambiano radicalmente e ciò che sentivi tuo di un tratto ti annichilisce e spaventa. Qui nel delta dell’Okawango la volta celeste si riflette nella laguna in un incanto senza tempo, un tappeto di stelle senza uguali ma tutto intorno è’ dura: la rude guida di questa spedizione si congeda da noi con un bell’augurio, lo stare attenti ai serpenti potenzialmente mortali che lui ha avvistato in duplice copia giusto vicino le nostre tende. Si tratterebbe di un esemplare della specie cd “Puff adder”, un nome da rapper o da dj Figo di qualche discoteca di Ibiza che invece racchiude pochi cm di cazzimma e di veleno capaci di mandarti al creatore con un morso. Per capirci, qui siamo davvero nella Hall of Fame dei serpenti velenosi, questo Puff adder sta nella top ten ma ha davanti altri fenomeni quali Black Mamba, Spitting Cobra (quello che ti sputa negli occhi il veleno per accertarti e poi ti ciacca), vipera di Russell e un’altra formazione di campioni, tutti qui per una all star parade. A questo punto percorrete al buio una cinquantina di metri di rovi, ficcatevi in una tenda e con la luce fioca di un cellulare cercate tra vestiti, sacco a pelo, scarpe un anfratto dove non si sia intrufolato il rettile : e’ dura davvero. Vabbe’, e’ quel gusto per il brivido che certi lesionati mentali come me amando provare quando sono in vacanza. E cmq, gli avvistamenti di animali notturni vicino alla tenda saranno di giorno in giorno una caratteristica imprenscindibile di questo safari. Ad ogni modo la notte passa senza che nessun oviparo mi intinga di veleno il culo e la mattina mi sveglio con davanti un target imprenscindibile: il delta dell’Okawango! Mi sento gasato come un ufficiale nazista che entra a stalingrado e mi dimentico la macchina fotografica. Una piccolo battello a motore si inoltra in una selva di papiri entro cui sono disegnati dei canali, poi la vegetazione si fa troppo fitta e inestricabile, dobbiamo scendere dal battello e salire su un Mokoro, una canoa ricavata da un albero endemico chiamato sausage tree, una sorta di baobab che fa frutti simili a salsiccia dal sapore acido e che solo i babbuini riescono a trangugiare. All’inizio della selva oscura ci attende, come un Cerbero infernale, un gigantesco coccodrillo che ci scruta severo prima di farsi da parte; due facoceri altrettanto simili a fere dantesche combattono per il territorio dimenandosi, poi lo sconfitto scappa come quando si diparte il gioco della zara e il vincitore mi guarda con occhi di sfida, poi si allontana anch’egli. I Mokoro non sono alimentati a motore, sono sospinti da indigeni ma non con remi bensì con dei palilli biforcuti come i legni di un igromante, che gli autoctoni Kavango piantano nel fondo sabbioso per spingersi. Dentro, e’ un dedalo di canali strettissimi senza soluzione di continuità, ove solo loro sanno orientarsi, fino ad arrivare ad un’isola fluviale, detta Amarula e centro della loro società tribale. Come i boscimani incontrati qualche giorno prima, anche loro dipanano un bagaglio di conoscenze infinito: sanno distinguere il sesso di un animale dalle impronte e persino capire da ciò se la femmina sia gravida; ricavano armi e medicine naturali da alberi e radici. Ma rispetto ai boscimani mi sono sembrati una cultura ormai epigonale, che percepisce la sua sconfitta dinanzi ad altri modelli, sono stati ricacciati in questa giungla infernale dal l’avanzata dell’Uomo Bianco, in uno scenario da vecchio western. Il tipo che ci accoglie e ci dispensa informazioni si chiama di nome di battesimo, dico davvero, Information; quello che guida il mio mokoro si chiama Gift ed e’ preposto a raccogliere le mance: sembrano tutti, più che nomi, marchi a fuoco impressi da un regime schiavista. Mi ha sempre affascinato il concetto di frontiera, intesa come limite geografico tra un popolo e un altro: la montagna , il fiume, il mare segnavano un tempo la frontiera tra due popoli, tra il Noi e il Loro. L’Uomo occidentale ha ormai disperso questo concetto trasferendolo in un luogo senza tempo e senza storia come gli aereoporti, lontano dalle frontiere autentiche. Un non-luogo, per dirla con Marc Auge’. Per scappare da questo, da mi hanno sempre affascinato i Balcani con quelle frontiere polverose e insanguinate, nodi attorcigliati di una storia difficile a comprendersi. Qui nell’Africa più remota ho visto invece un’altra frontiera, quella tra due mondi, due mondi che ormai non si uniranno mai, perché uno mangerà l’altro. Una frontiera che ho avuto la fortuna di vedere prima che scomparirà per sempre
Giorno 2 L’epiteto di “mother city” fu coniato per Città del Capo dai primi coloni europei che raggiunsero queste terre remote e pare che la sua etimologia sia da ricercare nella constatazione che tutti ancora oggi fanno nel sobbarcarsi un viaggio tanto lungo ed estenuante fin qua giù, esclamando infatti tutti ” mamma ra maronn!!!”‘ “Mamma santissima!” o altre espressioni equipollenti nelle varie lingue d’origine dall’olandese, all’inglese, al tedesco o all’afrikaaans, una lingua che è la sintesi di tutte quelle dei vari colonizzatori avuti qui. In effetti la prima impressione che il paese lascia e’ quella di un luogo ancora ammantato di uno spirito colonizzatore e pionieristico, e la stessa toponomastica dei luoghi rimanda ad uno spirito di scoperta e pionierismo: la Falsa Baia, il Porto dei Cannoni, il Capo di Buona Speranza, la Coperta del Diavolo e tanti altri nomi che rimandano alla magnifica precarietà di un galeone di pionieri che si avventurano ai confini del mondo in cerca di fortuna. Per il resto, non ci ho capito ancora molto, francamente sto ancora troppo rincoglionito dal viaggio aereo durato a conti fatti quasi un giorno intero e poi, rispetto ad altri viaggi fatti, ho finora una strana sensazione, una mancanza delle coordinate classiche con cui mi avvicino alle cose: la Geografia e la Storia, ascisse ed ordinate dello Spazio e del Tempo. Finora qui la Geografia, mia passione totale da quando ero bambino, e’ stata brutalizzata da un metallico ippopotamo volante detto Boeing A-380, anzi considerando lo scalo da due siffatti esemplari che hanno percorso un pezzo intero di mondo ad una velocità per quanto mi riguarda inumana e che forza distanze e luoghi, travolgendo pure la percezione che la mente umana ha di quei luoghi stessi e che viaggia ad una velocità assai inferiore agli 800 km/h dei motori di un Boeing. Per capirci, io in un primo momento ( e fino a 15 giorni fa) avevo pensato ad un altro itinerario di viaggio, morbosamente pianificato nei minimo dettagli per mesi: avrei seguito il percorso di Alesandro Magno raggiungendo via mare la tappa di partenza della Macedonia per arrivare , attraverso una mezza dozzina di paesi, fin poi nell’attuale Iran, ove sorge anzi sorgeva Persepolis, rasa al suolo proprio dal condottiero macedone. Il viaggio avrebbe richiesto ovviamente circa un mesetto: ebbene l’ippopotamone metallico della Emirates, manco a farlo apposta, ha sorvolato con precisione chirurgica una ad una tutte le tappe che avevo previsto, dal monte Athos a Sanotracia passando per l’Ararat e Gaugamela fino a Persepolis, ridicolizzando e incenerendo ai miei occhi in 3-4 ore un meticoloso cammino di mesi. Poi è arrivata sta Dubai, il cui aereoporto devo dire e’ davvero bello e non è, diversamente da quanto credevo, una di quelle minchiate fini a se stesse che costruiscono sti sceicchi, giacché questo invece è diventato un hub mondiale di importanza primaria dove transitano milioni di persone per le mete più disparate. Da Dubai un altro ippopotamone metallico per altre 11 ore giù a capofitto sopra l’ africa fin qui alla sua propaggine estrema, il Capo. Guardando più a sud, ormai resta solo oceano fino giù all’ Antartide dove un giorno pure sogno di andare. Ma prima vediamo di capirci qualche cosa qui: a prima impressione davvero un bellissimo groviglio di cose che fa sembrare a momenti di essere in una cittadina portuale del nord della Scozia con fortissima atmosfera anglosassone e tanto freddo pure, poi giri l’angolo e ti trovi diciamo tra la popolazione indigena dove ti senti ,almeno fin ora , come una sorta di grossa falena appoggiata ad un faretto luminoso circondato da gechi che avanzano…. La prima impressione e’ che francamente la commistione tra la cultura indigena e quella dei colonizzatori europei non sia perfettamente omogenea: a prima impressione direi che i bianchi detengano gran parte delle risorse e dei capitali e abitino nei loro ben protetti quartieri, mentre agli altri sono riservate le posizioni sociali più deboli e meno retribuite, ma non so, ho visto ancora troppo poco. Di sicuro posso dire per ora di aver visto uno strano melting pot in cucina. Infatti in un locale che pareva trovarsi in Cornovaglia o nel East Sussex, ho ordinato le pietanze canoniche di questo tipo di cucina, che poi conosciamo tutti benissimo: fish and chips e un hamburger. Paradossalmente gli inglesi, pur avendo una tradizione gastronomica tra le più deboli e oggettivamente insignificanti del vecchio continente, hanno poi esportato il loro modello di locale ove mangiare più di ogni altro nel mondo, il pub. Qui però, le pietanze vengono preparate con delle varianti in omaggio alla tradizione locale: vabbe, innanzitutto il fish and chips era fatto con qualche bel merluzzone fresco e profumato appena preso dal’ oceano mentre francamente quelli mangiati a Londra mi sono sempre sembrati preparati con specie animali che già dai tempi del Pliocene dovevano aver spostato il loro habitat naturale dal mare ad una cella frigorifera. Ma la big surpirse arriva con l’hamburger, che qui non è fatto col manzo ma con l’antilope. Si, l’antilope, quella bella che salta nel deserto, con le belle corna lunghe, poverina! Mah, domani ne capiro’ di più e avrò cose più interessanti da raccontare che di una cena al pub. Ultima annotazione sul’albergo, scelto a volo su indicazione della guida che lo descriveva come una figata pazzesca, “assolutamente trendy” , “esperienza imperdibile”, con le stanze una diversa dall’ altra disegnate ognuna da un artista diverso….. Mah, quello che ha disegnato la mia tanto bravo non doveva essere e secondo me fa ora l’artista ma il suo sogno era di fare il dentista, giacché sul letto ha posizionato un’assurda copertura a semicerchio con faretti modulabili vista solo appunto in studi odontoiatrici e dove ho già dato due craniale. Anche il resto della struttura poi assai trendy non mi pare e ricorda un po’ quei posti che mi piacevano tipo a venti anni, una sorta di Officina 99 in salsa sudafricana col portiere che manco a farlo apposta assomiglia a quel coglione dei 99 posse, ecco o zulù , che qua siamo pure in tema. Oggi cambio, sempre che riesca a riaprire la cassaforte, in cui avevo messo il passaporto e la carta di credito ma che è rimasta bloccata e nessuno riesce per ora ad aprirla, manco il cantante dei 99 posse…
Giorno 1 E’ inver probabile che, ogni volta che parto in viaggio, tra foto e proclami tronitruanti, faccia un po’ troppo lo smargiasso o se vogliamo er capoccia o ancora per dirla alla milanese il maranza, finendo così per tirarmi addosso le iatture e gli occhi secchi di quelli a cui starò sul cazzo (si calcola che in media ogni utente di Facebook abbia statisticamente almeno 7 altri cristiani che gli pareano addosso segretamente su what up). Così il fuoco di sbarramento della sempiterna categoria delle ciuciuettole stamane mi ha riservato parecchie insidie sul cammino : un enorme fuocarazzo appunto e’ divampato nella pineta retrostante Fiumicino causando disagi e una serie incolmabile di ritardi nei voli; inoltre, mentre mi affannano a correre al gate per l’imbarco, mi si è parata innanzi, di colpo come una fera dantesca, una masnada di tamarri ultras della Roma che hanno arrevotato un aereoporto nell”acclamare lo sbarco del neo-giocatore della loro squadra Salah, quello che stava alla fiorentina……bah,mi chiedevo se chist s’accattassero a Maradona che mai si fidassero di fare. Ad ogni modo, con il culo che mi ritrovo c’è poco da fare i menagramo: il mio fichissimo aereo e’ stato praticamente l’unico di tutto l’aeroporto a partire senza manco 5 minuti di ritardo e, quanto a me, mi sento così sereno e su di giri che poco ci manca che decollo da solo. Si, ho ingannato le ore della attesa pensando a cosa andasse storto e quali problemi mi sarei lasciato alle spalle in questa lunga assenza, ma il problema è’ che non mi è venuto niente in testa, niente di brutto o preoccupante all’orizzonte, non so se perché esso non esista o più probabilmente perché sia così stupido da non vederlo. Ad ogni modo, forse il segreto e’ proprio quello, e’ quel misto di sana incoscienza giovanile e ribalderia che ti fa imbarcare in una roba come quella in cui mi sto andando a cacciare io: se ci si comincia a pensare troppo, non si parte mai. Più che altro, la domanda che mi ponevo era un’altra ora,pur se inver non si tratta di un dubbio esistenziale ma solo di una curiosità da appurare: cosa cazzo ci trovano gli esseri umani di bello mai in quel posto chiamato Dubai???? Io ci vedo solo una sorta di Edenlandia di plastica e asfalto senza arte ne parte, una selva di grattacieli nel bel mezzo del nulla, un’escrescenza del l’occidente abnorme nei presupposti e nelle voluttà. Avessero mai un senso o una necessità quei grattacieli come può esserlo stato per New York o altre metropoli! Queste bizzarre edificazioni qui a Dubai altro non sono che frutto dei pruriti di mazzo di gente che non sa proprio come buttare i soldi, sto sceicchi che un giorno si comprano un mega yacht, un altro Cristiano Ronaldo e un altro edificano un palazzaccio di 200 piani a forma di vongola nel mezzo del deserto per farci giocare i figli a squash. Mah, ci pensavo perché è lì che sto per fare scalo sulla rotta per Cape Town e più che altro perché oggi pomeriggio a Trastevere, in un ultimo up grade di trigliceridi con una pasta alla gricia strafogata a 40 gradi all’ombra, c’era sto tizio del ristorante, una sorta di monumento all’italiano medio, che mi ha fatto due coglioni così nel decantarmi la bellezza di sto coso che sta a Dubai dove si scia su neve artificiale al coperto con fuori 50 gradi all’ombra, così tu puoi farti il selfie in tuta da sci….nel deserto!!!! Bah, morirò senza riuscire a cogliere la magia intrinseca di una cosa del genere. Sull’altro piatto della bilancia ci voglio però mettere il fatto pure che i lussi e le mollezze dei sultani orientali hanno nei millenni sempre esercitato un fascino innegabile sul più inquadrato Uomo occidentale, fascino tanto più irresistibile perché coglie alla pancia, pesca nelle fantasie più viscerali, basti pensare a luoghi quali l’harem e a tutto l’immaginario maschile ( e maschilista) al riguardo. E senza farla tanto pesante, pure a me sta mollezza dei sultani orientali un po’ acchiappa: mi sono su sta fichissima compagnia Emirates coccolato e vezzeggiato( figurarsi che sta pure il wi fi e ora vi scrivo tipo sorvolando la regione tra Siria e Iraq, quella dove regna il Califfato coi suoi tagliatori di teste) e a proposito di harem, vi dirò!!!! Io delle hostess tanto belle non le ho mai viste: queste sono tutte le ex concubine dello sceicco che ora , diventate un po’ più attardate e milfone, vengono prese a bordo a guadagnarsi la pensione. Davvero un bel vedere, peccato tuttavia che addetta alla zona dove siedo non vi è nessuna delle ex favorite del sultano bensì uno che si tempi d’oro del l’harem avrà rivestito il ruolo di cicisbeo o eunuco: insomma un cappone castrato incaricato di preservare l’ordine e il decoro, compito in cui persevera tutt’oggi se è vero che mi ha fato due coglioni come una mongolfiera per portarmi una birra. E non è neanche la presenza più spiacevole nei miei paraggi…..Alla fine le ciuciuettole e i menagramo una loro misera vittoria l’hanno avuta: alla tipa qua a fianco in foto non è bastato evidentemente tornare dal regno dei morti per venire in Italia esclusivamente per partecipare al campionato mondiale di degustazione di aglio e cipolle, no! Come si può ben vedere in foto, si sta persino sfilando le sue mortifere simil-superga cinesi!!!!! Peste a voi che faceste di me carne da vermi!!
PROLOGO E dunque ci sono! Oggi è il giorno zero del mio countdown, quello in cui comincia il viaggio!! …Beh, per la verità non sarebbe proprio così giacchè domattina, in ossequio al detto “tail is the hardest to flay (a’ cchiù brutt a scurtica’ è a coda), tengo un simpatico sfratto a Napoli, ad ogni modo mi piace far cominciare simbolicamente il viaggio oggi che è la festa del Qubè. Poi….poi mi aspetta un’avventura della madonna: da Roma volerò mercoledì all’altro capo del mondo letteralmente ovvero a Cape Town e dopo qualche giorno tra questa bellissima metropoli e i suoi dintorni, nei quali pare fanno un vino che pare di stare in Provenza o magari quella spiaggia dove gli squali vengono presi a calci in faccia dai surfisti, partirò per il selvaggio nord. Ad un certo punto del cammino pare si incontri un meterorite caduto dallo spazio e proprio la sta la frontiera con la principale meta del viaggio: la Namibia. Il fattore del meteorite credo non sia casuale giacchè questa terra, almeno nelle descrizioni che sento, pare davvero qualcosa di piovuto da un altra galassia: spazi sconfinati e pressoché disabitati, deserti con le dune più alte del mondo e savane dove vagano indisturbati animali di ogni sorta, dai leoni ai rinoceronti fino persino alle foche e ai pinguini che salgono qui dal non troppo lontano Antartide, canyon che paiono quelli di Marte, coste marine con deserti fin sulla riva e nebbie perenni che sono la sciagura da sempre dei naviganti che qui si incagliano e naufragano. In mezzo una strana e composita umanità di tribù semi-primitive di boscimani e sparuti pionieri, per lo più tedeschi, venuti qui in cerca di fortuna per lo più a scavare diamanti, il che fa si che nel bel mezzo del nulla del deserto affiorino ste città fantasma di minatori in stile figurarsi bavarese….Non so quanto di questo sia oggettivamente fattibile, avrei più o meno pensato ad un elettrizzante percorso che compendia alcune di ste cose strambe tipo la Costa degli Scheletri e il deserto del Namib, per poi raggiungere la capitale e li aggregarmi alle Iene, i Wild dog, esperti locali e con loro partire in tenda alla volta del Kalahari, in lingua locale letteralmente ” la Terra della Sete”, un immenso deserto ove prendere contatto con i cd Boscimani (saremmo entrati ora nella vecchia terra di Beciuania, odierno Botswana), da li puntare verso nord, verso una delle meraviglie del mondo che sin da piccolo sogno di vedere, un luogo ove un fiume enorme si perde nel bel mezzo del deserto dando origine ad un ‘immenso delta, il delta dell’Okawango appunto, infestato di coccodrilli e ippopotami e attraversabile solo in strette canoe di legno. Da li si punterebbe poi di nuovo verso la Namibia e una sua affusolata propaggine di terra incuneata tra Angola e Botswana, cd. “dito di Caprivi”, per raggiungere il bellissimo parco del Chobe, ove vivono più elefanti che in tutto il resto del mondo, e poi puntare verso un luogo del destino, almeno per me, un posto che da quando ho scoperto esistere mi attira e sembra magneticamente chiamarmi come una sirena con Ulisse: l’isola Mpalilla! Si si, si chiama proprio così, io quasi non ci credevo, Mpalilla Island ed è detta tale, isola, non perchè stia sul mare (che è lontano ormai migliaia di km) ma perché sorge alla confluenza di due enormi fiumi, il Chobe e lo Zambesi. A quel punto, dall’isola Mpalilla vedrò dinanzi a me schiudersi lo spettacolo di una delle meraviglie del mondo, le Cascate Vittoria, “il fumo che tuona” in lingua bantù e, attraversando la frontiera con lo Zambia o lo Zimbawne (a seconda della riva prescelta),raggiungerò l’insediamento che porta ancora oggi il nome di colui che compì per primo questo stesso viaggio nel 1855, una delle personaggi che più hanno catturato la fantasia sin da bambino, Sir David Livingstone. Magari mi siederò pure in quella cd Devil’s Pool, quella vasca naturale proprio sull’orlo della immensa cascata, e vediamo se riesco a chiudere i conti con una brutta storia recente…. Vorrei provare a tenere un diario di viaggio ma oggettivamente dubito di potermi connettere a internet molto spesso in ste aree sperdute, ad ogni modo ci proverò e lo chiamerò ” Tropico del capricorno”, non in omaggio a Henry Miller ma perché a quella latitudine più o meno mi troverò. Forza dunque, verso l’isola Mpalilla! Maronn’i viaggio!
Giorno 16 Anni fa, su un treno in Italia, mi capito’ di assistere ad una scena particolarmente simpatica. Sul gioiello delle linee ferroviarie italiane, il celeberrimo Frecciarosaa, negli spazi angusti e costipati dei suoi interni più simile a quelli di un sottomarino che di un treno passeggeri, monta su un tipaccio, un bestione tutto muscoli e tatuaggi, capello rasato e pizzetto, un’aria da carabiniere fanatico e/o da ultras di squadra di calcio. Nel sollevare con la sua erculea forza la valigia e nel riporla nelle apposite cappelliere in alto, gli deve succedere una mezza mossa dalle parti dell’intestino e la cosa non sfugge ad un altro passeggero, un pacato signore anziano,il quale con calma olimpica e accento romagnolo stigmatizza: “hai fatto una scorreggetta…..” Il bestione subito, con accento super-napoletano: ” che cccosaaa???!!”- “hai fatto una scorreggetta….l’ho sentita qui , sulla pelle…..”- “u nonn, ma stai a foraaaaa!!!” Embe’ sarei ben felice di poter definire ora “scorreggette” questa sorta di eruzioni di metano e azoto immesse nell’atmosfera da sto bipede umanoide che siede accanto a me in dormiveglia su sto bus che sale da Parigi fin su a Pietroburgo attraverso anche la Polonia, dove monto su, e la Lituania dove invece scendo. Credo mi sia finito a fianco non per caso tra l’altro ma per un disegno preciso, un piano punitivo applicato con dovizia. Esiste una regola quando si monta su un bus a lunga percorrenza, un trucco per avere un viaggio per quel che si può confortevole: fare subito un enorme sorrisone e mostrarsi simpatico con l’hostess o con chi cmq sovraintende al l’assegnazione dei posti. Io invece mi vado subito a impelagare con sta stronza di hostess, la quale si intallea in una questione se farmi prima il biglietto o farmi posare prima il bagaglio e si mostra a livello logico una seguace di quella filosofia medievale cd della Tarda Scolastica, quella del famoso “paradosso di Buridano”. L’asino di Buridano ha davanti a se due govoni, uno di fieno fresco e uno di paglia rinsecchita ma non sapendosi decidere perché tutte le scelte sono quantisticamente uguali e di pari valore, finisce per morire di fame. La hostess dice che devo fare il biglietto ma non ricorda al momento quale sia il prezzo, poi devo riporre il bagaglio nel cofano ma solo dopo aver pagato il biglietto. A bordo non si può salire col bagaglio ma il bagaglio non posso metterlo nel cofano fino a che lei non mi fa il biglietto, così se ne esce che devono ripartire e che non posso salire a bordo. Ci sfanculiamo abbastanza pesante e salgo alla fine a bordo si, ma ovviamente vengo messo in castigo. In un bus double-decker con il piano di sotto ben climatizzato e semi-vuoto con comodi sedili reclinabili, io vengo invece spedito nel lazzaretto del piano di sopra, tra gente in viaggio da due giorni e che ronfa, peti e soprattuto una allucinante fetamma di piedi. Proprio davanti a me stanno una donna a cui puzzano talmente tanto sti giganteschi piedi bovini che è qualcosa che non si spiega. Cmq storto o morto arrivo alla fine in Lituania a Vilnius, tappa quasi finale del mio viaggio. Bellissima città questa Vilnius, il centro storico piu grande d’Europa, uno scrigno di arte barocca ben conservato innestato su un contesto vitale e cosmopolita. La società lituana, oppositrice fiera prima del nazismo e poi dei sovietici sebbene non sia che un piccolo paese, possiede un forte senso di identità nazionale unito ad una percezione di se come di un popolo europeo. Una menzione particolare per il numero cospicuo di cameltoe riscontrati per le strade,’per via della vocazione sportiva di questo popolo sempre in tuta. Riscontrabile anche una forte vocazione commerciale in questa Vilnius, da sempre città di mercanti ebrei posta sulla cd via dell’Ambra che infatti qui viene ancora lavorata e venduta. P.S.: a Vilnius cmq veniteci a comprare l’ambra, l’argento lavorato, le ceramiche e tante cose ancora, ma non pensate mai di comprare qui del l’intimo maschile: avevo bisogno di comprare un boxer o uno sleep qualsiasi, che non ero riuscito più a fare la lavatrice. Mi accontentavo di uno qualsiasi,senza particolari velleità estetiche eh, ma avrò speso ore e ore a girare e alla fine l’unico che sono riuscito a trovare e’ sto catafalco qua, sto cesso di mutandone visibile in foto….altro che cameltoe