L’orizzonte perduto – Giorno 5: on the road again

La strada: già, è tempo di riprenderla anzi di intraprenderla in misura nuova e diversa. Diciamo che fin qui abbiamo scherzato, mi son mosso tra diverse isole della Thailandia con spostamenti anche lunghi ma tutto sommato agevoli e su rotte abbastanza consolidate. Ora si tratta di salire uno step e abbandonare le piste più battute per andare costruendo una dimensione di viaggio impolverata e di scoperta, che è quella che poi mi è più congeniale. Il punto di rottura tra una dimensione vacanziera e il viaggio è dato da un anonimo paesone posto alla bisettrice di due strade e dal nome uno e trino, tale Pong Nam Ron, dove lascio il pulmino che sale da Koh Chang per prendere la strada che taglia verso est verso i monti oltre i quali è la Cambogia. L’autista, che ha già dimostrato ampiamente di essere una capra per altri motivi, fatica oltremodo a capire perché mai debba scendere li, poi mi scarica nel bel mezzo di un mercato di frutta, dove gli avventori paiono essere assai poco avvezzi alla presenza di un “farang”, termine con cui in Thailandia chiamano gli occidentali. Un monaco buddista piuttosto malandato si fa gestore di una trattativa per montare sul retro di una carretta, che però mi lascerà pochi km dopo in prossimità della casa dell’autista:’qui una venditrice di frutta con estrema gentilezza mi fa montare su una camionetta gremita di contadini di ritorno ai campi dalla città con un numero impressionate di vettovaglie al seguitoCosì si sale fino al valico di frontiera di Ban Pakard, nella regione montuosa della catena dei cd Monti Cardamomi: queste belle cime ammantate di verde e di banani tanto da sembrare in alcuni punti il Kilimangiaro o il Ruwenzori nascondono nelle loro interiora due cose, una bella e una brutta: quella bella è costituita dalle preziose gemme di zaffiro che qui, specie sul versante cambogiano, vengono estratte in gran quantità e vendute grezze; la cosa brutta che salta invece fuori sempre dal sottosuolo sono le numerose mine antiuomo situate lungo il confine e risalenti all’illuminato, si fa per dire, regno dei khmer rossi degli anni ’70, che non volendosi far mancare alcunché nella lista delle atrocità da perpetrate al proprio stesso popolo, disseminarono il terreno di ordigni di fabbricazione udite udite in gran parte italiana e che ancora oggi mietono vittime tra la povera popolazione. Il valico di frontiera ubicato su queste montagne è quanto di più rilassato e sonnacchioso possa sperare di trovare chi ha qualcosa da nascondere: davvero inimmaginabile prima di vederla la scena dei doganieri cambogiani che letteralmente dormono nella guardiola, non so se perché pagati troppo poco e costretti magari ad altri estenuanti lavori notturni o forse perché proprio pagati per dormire e chiudere un occhio o meglio tutti e due su chi abbia voglia di contrabbandare gemme dalla Cambogia alla Thailandia per destinarle al mercato occidentale. Interrotta dunque per mia iniziativa la fase rem dei brillanti quanto narcolettici Rambo cambogiani, rimedio il visto senza il quale non potrei poi lasciare il paese nel quale incredibilmente sarei potuto entrare senza alcun controllo!! Sono ora sul versante cambogiano in una città chiamata Pailin, un tempo prima capitale della Cambogia, circostanza che ora nessuno pare ricordare: per lo più ha l’aria squallida delle città di confine infestate da gente che vivacchia di traffici piccoli e grandi ap di qua e al di là della frontiera; insomma un posto poco ameno da cui partire alla spicciolata. La mia destinazione è un posto dal nome che pare un giochetto porno all’orientale, tale Battambang dove arrivo due ore dopo. Con un po’ troppa enfasi la Lonely Planet la definisce “perla coloniale” per via delle tutto sommate ben conservate dimore d’epoca, allorquando la città era sede del governatorato francese Per il resto la città ha un aspetto tutto sommato anonimo e funge da base di partenza per escursioni nella zona circostante: ad una di esse mi destino di buon grado anche io dopo aver trovato alloggio in una gradevole struttura a gestione familiare, anch’essa in stile coloniale la gita prevede una visita ad un tempio ubicato una decina di km fuori città, da raggiungere con uno dei mezzi di trasporto prevalenti nella babele automobilistica cambogiana, un risciò a motore condotto da un simpatico locale

La circolazione non è esente da rischi anzi è davvero pericolosa su una strada disseminata di buche e percorsa da enormi camion che strisciano di fianco al riscio con la grazia di un elefante a pochi cm da uno scarafaggio. Il rischio diviene massimo su quella che sarà l’odissea del ritorno sotto il consueto diluvio del monsone, allorquando , tra le buche e le simpatiche secchiate d’acqua rovesciate dallo sgommare dei succitati camion, ho la sensazione di essere un calzino nella centrifuga di una lavatrice. Il sito visitato si rivela comunque interessante, con una prima grotta detta “dello sterminio” dove i khmer rossi si dilettavano nel loro passatempo preferito: l’uccisione di civili innocenti, scaraventati giù nella cavità da enorme altitudine Pare che i giustizieri traessero ispirazione dai bassorilievi presenti sui templi di Ankgor, dove sono raffigurate torture e riti sacrificali umani di una cultura di mille anni prima. ancora oggi nella grotta sono conservati decine di teschi la cui identificazione non potrà mai essere resa

La Cambogia è un libro di cultura millenaria, la cui ultima pagina scritta o almeno conosciuta al resto del mondo tuttavia gronda sangue: qui tra il ’71 e il ’75 trovó spazio il regime dei Khmer Rossi, la cui efferatezza conosce ben pochi antecedenti nella storia. Il suo leader massimo, Pol Pot, nella triste graduatoria dei dittatori psicopatici è uno che se la gioca con Hitler per il primo posto, che forse gli concede solo per le dimensioni numeriche degli eccidi di massa, leggermente inferiori a quelle naziste. Ho visitato diversi siti di tragedie e stermini di massa a differenti latitudini e avvenuti sotto diverse bandiere ed ideologie politiche e ho sempre trovato, nell’orrore indistinto che essi tutti determinano, qualcosa di caratterizzante in ognuno di essi, una propria via di segnare la Morte. Così la Auschwitz nazista impressiona per la dimensione scientifica e organizzativa di vero e proprio inferno sulla Terra, Srebrenica nella ex Jugoslavia per la ferita ancora fresca nella carne del popolo e l’insulto che ancora vi viene perpetrato, l’Armenia per la dimensione da scannatoio animalesco creata dagli Ottomani. La Cambogia e lo sterminio dei Khmer Rossi impressionano per la sua irrazionalità, l’assoluta incomprensibilità di un popolo che si stermina da solo : pur nella loro esecrabile follia, gli altri eccidi da quello nazista fino ai quelli ai danni del popolo armeno, individuano un nemico esterno da annientare. In Cambogia i cambogiani uccidevano gli altri cambogiani. In una mistura psicopatica di comunismo e buddhismo, Pol Pot (laureato in filosofia alla Sorbonne di Parigi) aveva in mente di purificare dai vizi del capitalismo la sua corrotta gente, che si sarebbe poi reincarnata secondo un dettame del buddhismo in un nuovo Homo socialista. La Cambogia contava allora 5 milioni di abitanti, le persone sterminate furono circa un milione, un cittadino su 5.

La visita al monte continua a rivelarsi interessante con la visita ad un’altura da cui si intuisce la forma della Cambogia: una sorta di padella orlata di monti lungo i confini e poi piatta e riempita di argilla al centro. Il fondo della padella sovente si riempie d’acqua creando una pappa fangosa in cui nuotano un po’ tutti, persone , templi, coccodrilli e ahimè tanta spazzatura. In cima a questo sperone calcareo sta un bello stupa buddhista risalente all’anno mille, sorvegliato da decine di scimmie piuttosto animose e suscettibili

Assai più placidi nell’animo rispetto ai nostri progenitori primati, alcuni monaci stanno invece assorti nelle loro meditazioniAppena più in basso una incredibile altra grotta, da cui sul far della sera fuoriesce un numero impressionante di pipistrelli che forma un fiume nel cielo tale da eclissare il sole. C’è chi dice che siano 4 milioni ma non credo sia facile farne una conta

la grotta è perciò detta “Bat cave”. Ed in onore al più celebre pipistrello della storia del cinema, intendo ovviamente Batman, la sera la quasi omonima Battambang si trasforma in una tetra e desolata Gotham city, dominata dai cani randagi e dove i ristoranti chiudono alle 20:00. Ma il motivo che mi ha spinto a soggiornare a Battambang è dato da un altro fattore: questo è il porto di partenza di un fantastico battello a motore che risale lungo stretti canali del fiume ed il lago fino a Siem Reap ed i templi di Angkor, barca un tempo usata per il trasporto fluviale di bambù. Sarà un viaggio lungo ed indimenticabile quello che mi attende domani all’alba

L’orizzonte perduto – Giorno 4 : Palillo’s adventures

Ieri sera, in un locale di freakkettoni che suonavano Bob Marley, ho letto una interessante massima, esposta sopra una specie di edicoletta votiva a Eric Clapton. In sostanza diceva : ” Se vuoi essere felice per tre ore, ubriacati. Se vuoi essere felice per tre giorni, uccidi un maiale e mangialo. Se vuoi essere felice per tre mesi, sposati. Se vuoi essere felice per tutta la vita, diventa un giardiniere.”

Sulle prime la frase che incuriosisce è quella relativa al matrimonio ed ai tre mesi di felicità che l’istituto sembrerebbe assicurare ma mi permetterei di dissentire perché in fin dei conti tre mesi fanno circa 90 giorni e mi sembra una cifra astronomica perché la felicità possa continuare a propagarsi in tali condizioni ….Più che altro mi incuriosiva la massima finale, quella relativa alla felicità assicurata all life long solo dalla professione di giardiniere, da leggere visto il contesto come ingentilita metafora di chi cerca la gioia nelle cura e la crescita delle piantine di canapa indiana. Io invece quella frase la voglio prendere alla lettera come indicativa di una felicità che sgorga eterna dal contatto con la natura. E qui a Koh Chang di natura ce ne è un bel po in effetti, piuttosto selvaggia e impetuosa anche, non certo facile ad essere ammansita in un giardino ma piuttosto da vivere a contatto diretto tuffandocisi dentro. Ecco, appunto il tuffo esprime il concetto più calzante giacché l’attrattiva primaria dal punto di visto naturistico è data da una roboante cascata che sgorga fuori dalla cima di una montagna. Il suo nome è Khlong Phlu e per raggiungerla bisogna prima arrivare all’ingresso di un’area protetta un paio di km più in basso. La risalita del fiume fino ad essa è da farsi in un bellissimo paesaggio tropicale, dove avviene un incontro sorprendente: mentre mi intrattengo con delle trote che mi ricordavano le caprette di Villa jovis nel loro aver maturato una abitudine alla presenza umana e nell’attendere da essa offerte di cibo, appare proprio sotto lo scoglio sul quale sono appollaiato una tartaruga di fiume di dimensioni considerevoli

Nuota da qua e da la, facendo ogni tanto capolino con la sua testa aguzza dall’acqua

familiarizzo con lei per quasi un’oretta, poi proseguo.

Ed ecco al fine la tonitruante Khlong Phlu , cascata a due balze, in cui l’acqua sembra disegnare come delle curve paraboliche o più artisticamente delle prospettive alla Eschere nel cui “sagrato” è possibile anche nuotare, se avete lo stomaco di attraversare prima la corrente attaccati ad una malferma corda nei pressi di una rapida e inerpicarvi poi su una roccia scivolosissima. Ovviamente non riesco a resistere proprio alla tentazione…..

Esperienza bellissima. Al ritorno mi imbatto anche in un ospedale per elefanti, in omaggio forse al nome del luogo : “Koh” significa infatti isola e Chang vuo dire appunto elefante (che é un animale chiave qui in Thailandia perché usato anche come forza lavoro in edilizia a mo’ di caterpillar, gru e trasporto contemporaneamente). In un discreto pasto in un ristorante molto rustico chiamato “Mik Mak” (che oltre ad essere il contranome di una famiglia di Anacapri è anche un popolo di nativi americani), socializzo con una famiglia di russi siberiani, consumatori di alcol in proporzioni bibliche e che avevo già ammirato sbivaccati nei pressi della cascata con bottiglie di whisky e vodka alle dieci del mattino…Il capo-famiglia, una sorta di orso della taig, pare assai intenzionato a suggellare un’unione in quel vincolo che darebbe la felicità per tre mesi soltanto tra me e la sua figlioccia (gran bella snacchera devo dire) ma ho un altro progetto imminente e li lascio alle loro interminabili libagioni. Si, perché per il pomeriggio ho deciso di raggiungere in kayak i disabitati isolotti ubicati a un miglio poco più da Lonely Beach, proprio dinanzi al mio resort. La corrente e certi “colli di mare” belli grossi ci si mettono di impegno a guastarmi la festa ma alla fine approdo, sentendomi un po’ come il mitico Gennarino Carunchio in ” Travolti da un insolito destino…etc” alla ricerca della sua Mariangela Melato “bottana industriale “. Scherzi a parte, il paesaggio è davvero paradisiaco

e la sensazione di essere l’unico uomo su un’isola deserta, anche se fittizia e legata a pochi istanti, avevo sempre desiderato provarla. E che dire poi di questo tramonto …..

Insomma domani si riprende la strada destinazione Cambogia, con ritmi e situazioni decisamente più hard. Per oggi mi godo ancora la infinita bellezza di Koh Chang, isola che mi è davvero entrata nel cuore