Il continente sudamericano irrompe sulla scena europea (o meglio dire sulla scena umana) nel 1498, come mondo non nuovo ma “novissimo”. È ancora Cristoforo Colombo, grande ammiraglio del Mare Oceano, sei anni dopo la mitica prima traversata del ’92, che, veleggiato che ebbe all’umor del vento tra la miriade di luccicanti isole sottocosta in cui Orinoco riversa in mare il suo limo alluvionale fecondato dalla foresta, approda ora con le sue caravelle all’isola di Trinidad.
La scoperta di una nuova, enorme terra fu accolta con la massima gioia da parte di tutti i ceti sociali europei. Nella muraglia dell’ignoto s’era finalmente aperta una breccia: ecco dinanzi i forzieri di un nuovo Oriente, un Oriente ancor più favoloso dell’Asia. Nel rinascente spirito europeo, tutti, i ricchi come i poveri, i grandi come i piccoli, avvertirono l’empito. L’ultimo diaframma, l’ultima catena del Medioevo era stata spezzata: ci si era spinti e non di poco oltre la Rocca di Gibilterra, oltre i confini geografici e mentali del continente, mandando in frantumi una simbologia millenaria. Le Colonne d’Ercole erano crollate al suolo e con esse il sinistro motto che le accompagnava: “nec plus ultra”, non si vada oltre, ora risuonava come una frase che non aveva più ragione alcuna di esistere. 
Oppressa dal bisogno e dalla fame, l’Europa intera anelava da sempre al sogno del corno dell’abbondanza e dei frutti di un paradiso terrestre. Con i suoi campi avari di raccolti e gelati per molti mesi l’anno (pensate a paesi come la Germania o l’Olanda dell’epoca più che al Sud Italia) e la sua alimentazione insipida, piatta e monotona oltre ogni dire, era naturale che fosse lo stomaco a guidare la rivolta. Il desiderio di spezie, sete, damaschi fu quindi l’agitato preludio ai grandi sforzi e alle epiche iniziative degli esploratori. A questo si aggiunse la quasi contemporanea diffusione della carta stampata: villaggi e borghi remoti furono raggiunti da opuscoli che raccontavano di piante e alberi dai frutti miracolosi ai lati di strade lastricate d’oro . 
Una tale isteria di massa non si registrava in Europa dal tempo delle crociate. Diseredati, disoccupati, tagliaborse, tagliagole, nobili affogati nei debiti, prostitute e perdigiorni si riversarono nei porti alla ricerca di un vascello che salpasse per il Nuovo Mondo. Animati da uno spirito di crociata misto di pietà religiosa quanto di perfidia, i conquistatori spagnoli inviarono spedizioni ai quattro venti. L’occupazione del Messico nel 1520 ad opera di Hernan Cortes e la soppressione del regno azteco funsero da richiamo squillante per tutti gli spiriti avventurosi. Fu un succedersi rapido di spedizioni: a nord, la grande traversata dalla Florida alla California di un conquistador dal nome utile per le cacce al tesoro, Cabeza de Vaca; a sud, Pizzarro e i suoi s’inerpicavano sulle Ande per porre d’assedio i forzieri rigonfi d’oro dei regni Inca. Sebastian de Balcazar, conquistatore di Quito, discese le Ande fino in Colombia mentre Mendoza e Valdivia esplorarono le regioni della parte estrema del Cile, trapassando nel gelido purgatorio della Terra del Fuoco, dischiusa alla conoscenza del mondo dai fatali galeoni di Magellano. Entro il 1540 fu popolata la città di Asuncion, nell’odierno Paraguay, esplorato il Rio de la Plata, fondata Buenos Aieres, Travolta la Patagonia, ci si rivolse ad una vasta regione fitta di foreste che dalla cima delle Ande si scorgeva a perdita d’occhio distendersi verso Occidente e dominata da un fiume vasto come un mare: l’Amazzonia ovviamente. Con cinquecento spagnoli, quattromila Indios e mandrie di lama e maiali, Pizarro e Orellana discesero le Ande per inoltrarsi nella giungla da conquistare. Ma le cose questa volta non arrisero ai colori della casa di Spagna ne all’Uomo bianco in genere ….L’ultima frontiera dell’Ignoto non era ancora caduta ma questa è un’altra storia che affronteremo più avanti, si spera, se avrete la pazienza e la voglia di seguire le vicende di questo umile narratore . 
Questo mio viaggio si intitola “El Mundo Perdido” ed è volto alla scoperta non di uno ma dei tanti “mondi perduti”, ognuno a suo modo e per un motivo contingente, che mi troverò a lambire. Parlo di eventi e congiunture storiche o naturali diverse e lontane anche secoli: dai “mundi perduti” delle civiltà pre-colombiane a quello del Venezuela attuale perduto dentro un vortice di fame e caos. Dalle città coloniali abbandonate lungo la Sierra colombiana ai deserti incipienti che si dilatano sugli altipiani andini per via della deforestazione. Dalle balene che percorrono dall’Antartide 8000km per venire a librarsi dinanzi alle remote e irraggiungibili coste del Pacifico vomitando su di esse plastica ingerita all’altro capo del pianeta, a isole remote dove vivono animali impossibili a vedersi altrove per finire a quello che è un mondo forse non ancora perduto o forse si. Un luogo ove voglio tornare se ancora esso esiste e prima che si perda per sempre, come purtroppo avverrà: l’Amazzonia .
Ma questo non sarà che il capitolo finale di un viaggio che si preannuncia così ricco di cose diverse e bellissime, che faccio fatica anche solo a immaginarle..
Per quest’ultima ragione è conosciuto anche come “giro dei 4 passi”, i quali sono da est verso ovest il Sella, il Pordoi, il Campolongo ed il Gardena mentre le valli attraversate sono la Val Gardena, la Val di Fassa, quella di Arabba con la Marmolada e la Val Badia. Nulla vieta di percorrere il Sella Ronda nel senso opposto ma avendoli fatti entrambi, vi consiglierei il primo dei due sensi di marcia, quello scelto da me in una assolata ma fredda giornata di Natale.
da qui scendete lungo un’ampia pista assolata fino alla stazione del Col Raiser, da cui parte una ipermoderna funicolare sotterranea che sbuca a Santa Cristina ai piedi della pista olimpica cd “Saslong”. Se avete tempo ed il” pelo” di provare il brivido di lanciarvi su una delle piste più tecniche del circuito della Coppa del mondo di sci, fatelo, ma attenti perché le pendenze sono pesantuccie e bisogna saper sciare 
ed il bello è che la panoramica è letteralmente a 360 gradi, nel senso che tutto intorno non vi è un cm di cielo che non sia tratteggiato da frastagliate vette di ineguagliata bellezza. Anche il versante orientale, quello opposto rispetto al passo, apre con uno squarcio sul gruppo della Marmolada, che si staglia dinanzi come un gigante omerico. Si, è questa la dimensione di queste montagne: sembrano giganti omerici nelle cui vene ci si infila come formichine con gli sci ai piedi. La Marmolada fa sentire davvero più piccolo di tutti
e incunearsi in una sorta di suo ventre aperto chiamata Porta Vescovo fa sentire davvero davvero minuscoli
tra l’altro la difficoltà delle piste che da qui precipitano giù verso Arabba è davvero consistente, anche perché l’unica pista più agevole è chiusa. e vi dico che scendere due “nere” di fila dalla Marmolada è bella tosta.
Ad ogni modo, si arriva ad Arabba vivi e vegeti. Anche questo paese sembra vivere come un animaletto domestico al cospetto di un mastodontico padrone, la Marmolada ovviamente ma procedendo nella direzione esattamente opposta si va verso il terzo passo di Giornata, il Campolongo, un ometto mito e tarchiato a confronto della Amazzone guerriera ed oblunga che era la Marmolada. In effetti gli scenari sono più morbidi qui al Campolongo che, come il nome stesso lascia intuire, ha un aspetto più pianeggiante per essere un passo. Ne guadagna la vista che anche qui si apre su montagne bianche a perdita d’occhio, mentre alle spalle colpisce come il gruppo del Sella ora sia in posizione esattamente diametralmente opposta a quella iniziale,
il che significa che siamo esattamente dall’altra parte rispetto al punto di partenza . Questo Campolongo, dove mi fermo a mangiare una schifezza di panino alla salsiccia tra l’altro) è il “dark side of the moon” della Val Gardena insomma. Le gambe sono ormai appesantite e il sole comincia a declinare, tirando giù con se anche le temperature. Resta da percorrere l’ultima valle, l’Alta Badia, con il suo capoluogo Corvara
col suo bel campanile che pare quasi riprendere la forma della cima in alto. È anche quella la direzione da prendere, verso il terribile Col Fosco e poi il passo Gardena, per tornare al punto di partenza. Definivo terribile il Col Fosco perché come il nome lascia intuire non è che di sole ne veda tanto, inoltre il vento in prossimità dei passi si fa sempre sentire e qui in particolar modo. Erano tristemente note tra gli sciatori le ascese da Corvara a Col Fosco con dei lunghissimi ed anacronistici ski-lift, flagellati da un vento gelido. Oggi per l verità esiste una moderna cabinovia che risolve in parte il problema
e conduce verso le assolate vette della Val Gardena ma l’ultimo tratto è comunque da risalire su due seggiovie dove la temperatura fa segnare un -8 che al vento fa ancora meno. Ma ormai ci siamo: eccoci al passo Gardena ed allo incantato scenario del Denter Cepies : sotto si apre la Val Gardena ed io sento un po’ come “a casa”
tanti chilometri con gli sci ai piedi in uno dei posti più belli del mondo, non certo a caso patrimonio Unesco
sia custodito in un vasetto il terriccio umido del sangue di Cristo trafitto dal colpo di lancia assestato dal soldato romano deputato all’esecuzione, tale Longino poi amaramente pentitosi della “puncicata” inferta al figlio di Dio tanto da redimersi al cristianesimo e divenirne un martire. Ad oggi, al netto di tesi inconferenti che collocano sto Sacro Graal su e giù per il pianeta, è questa la tesi storica maggiormente accreditata per rintracciare sto benedetto arnese e per la soluzione dello spinoso “affaire”
Rispetto alla piccola Mantova, ha una connotazione più irrimediabilmente “metropolitana” , da intendersi tuttavia in senso non propriamente esteso. Da appassionato di geografia il primo dato che mi balza agli occhi è che la città sorga sulle rive dell’Adige, un fiume dal sapore irrimediabilmente alpino: insomma siamo ancora in pianura, in Padania, ma le montagne si intuiscono , si odorano già a Verona. Lo si annusa anche dagli effluvi dei suoi celebri vini dal gusto risulutamente più corposo di quelli di pianura. Marciando dalla stazione verso l’incantevole centro storico medievale, si balza subito di parecchi secoli indietro di fronte alla consistente Arena
e dall’incontro con una ben visibile lupac testimonianze indefettibili di Roma. Poi si dipana il centro, con uno schema a raggiera; le antiche viuzze delle corporazioni e gilde medievali appaiono per la verità troppo ridisegnata a favore di un’opulenza molto consumistica di boutique che fanno la felicità di turisti giapponesi e russi: tra Prada, Zara, Gucci e compagnia cantata non ne manca una e non è che la cosa ovviamente aiuti a conservare un’atmosfera tipica. Ad ogni modo il quadro complessivo non è certo sgradevole e sospinti da una folla frottante di occhi a mandorla, un po’ come lemmings a rotta di collo verso il mare del Nord, ci si incammina quasi meccanicamente verso quello che pare essere il sito di visita obbligato di Verona (dove per la verità ho qualche perplessità a dirigermi. Lungo il percorso si fa comunque in tempo ad ammirare la bellissima Piazza delle Erbe di impianto originario credo romano e le magnifiche Arche scaligere in stile romanico- gotico
mausoleo funebre di parecchi della famiglia qui reggente ai tempi della Golden age ovvero i Della Scala. Sta poi il bellissimo Palazzo della Ragione, nella cui corte è stato approntato un francamente troppo invasivo mercatino di Natale
ma risulta a questo punto ormai inesorabile la visita alla tappa finale del pellegrinaggio dei lemmings del Sol Levante: la casa di Giulietta ovviamente
esattamente come me la immaginavo: preda di un destino analogo alla Sirenetta di Copenhagen o la sala della Gioconda al Louvre, ovvero una sorta di ring di whresling dove dietro fotocamere e telefonini combattono con ferocia inusitata migliaia di occhi a mandorla, pronti anche all’applicazione del codice d’onore Bushido dei soldati del secondo conflitto mondiale pur di portare a casa lo scatto giusto. Evitabile.
a proposito lo sapevate che tale San Zeno, a dispetto dell’aureola, è collocato da Dante Alighieri all’inferno nel girone degli accidiosi. E v’è di più: in questa balza infernale trovano alloggio altri suoi concittadini celebri come Alberto della Scala, addirittura già con un piede in quella fossa ancor prima di morire, ai tempi della prima stesura della Divina Commedia. Insomma parecchio accidiosi o meglio dire incazzosi sti veronesi a detta di Dante, e di certo non avrebbero trovato diverso alloggio post-mortem parecchi figuri postumi della celebre novella shakespereana del “Romeo e Giulietta”.
Ah, badate bene che la prima stesura dell’opera non è di Shakespeare: la trama originale appartiene ad uno scorbutico signore di queste valli, tale Luigi dal Porto, un capitano di ventura del ‘500 che, dopo essere rimasto sfregiato in battaglia, appese la spada al chiodo per afferrare la penna da scrittore, serrato nel suo castello vicentino ed in odio frontale col mondo intero. Il mestiere delle armi porta strascichi imprevedibili insomma….
Ecco una città che saprà sorprendervi e non poco. Sono sicuro la immaginerete sobria e sornione, algido avamposto germanico per qualche coincidenza caduto nei nostri confini: nulla di tutto questo. Bolzano pullula di una vitalità tutta propria , un multiculturalismo singolare dettato da motivi contingenti che ne hanno fatto tappa obbligata di tanti incroci culturali. Da qui è passata la Mitteleuropa dei caffè, cui pare consacrato il bellissimo albergo nel quale alloggio in magnificente “jugenstil” ovvero l’art noveau declinata al tedesco
ma prima ancora da Bolzano sono passati per forza di cose decine di eserciti di varie casacche e tanti mercanti: figurarsi che la lingua endemica di certe valli qua intorno, il ladino, è una combinazione di dialetto sei mercanti genovesi e catalani con l’altoatesino: a leggerlo si intuisce chiaramente questo multicolore pedigree, a sentirlo parlare… beh se capite anche una sola parola avete tutta la mia stima. A proposito di lingue, è celebre il bilinguismo di questa zona di Italia, o trilinguismo a volerci mettere anche il succitato ladino a fianco all’italiano e al tedesco: vi dico che a girare per Bolzano, sembrerà di poter affermare che in città viga un deca-linguismo o dodeca-linguismo, non saprei esattamente. La florida industria del turismo invernale delle valli circostanti attrae un numero esponenziale di forza- lavoro in gran parte meridionale , cosicché per le strade è un susseguirsi di dialetti siciliani, pugliesi, napoletani, frammistati al tedesco dei valligiani con quella loro strana pronuncia un po’ fischiata che pare il verso di un merlo. E tutti bevono e bevono nei una volta tanto belli mercatini di Natale
si, di solito sti mercatini di Natale mi annoiano e a parte il vin brûlé che peraltro non amo, non mi viene in mente niente da poter comprare manco per sbaglio delle cianfrusaglie generalmente in vendita. Ma qui a Bolzano sono davvero belli, nella piazza delle Erbe come in quella centrale, piazza Walther ove faccio amicizia intorno ad un tavolino esterno con due rubicondi camionisti tirolesi, il cui livello di simpatia aumenta esponenzialmente quando mi rivelano il loro odio viscerale per Salvini e la rovina economica assoluta che una politica di allontanamento dall’Europa (che qui dista 30 minuti di camion) segnerebbe per le loro attività. Ma poi si ritorna nel magnifico albergo in jugendstil, dove è in programma per la edulcorata aristocrazia mitteleuropea locale un scatenato concerto gospel che tracima nel blues e nel soul
Secondo la leggenda, essa fu dettata dallo stesso Virgilio in punto di morte, circostanza a rigor di logica piuttosto dubbia scorrendo poi il testo (un breve componimento poetico nella forma del distico elegiaco) perché, se è pur vero che il Sommo al momento di tirare le cuoia potesse certo ricordare il luogo ove è nato (“Mantua me genuit”) e intuire quello dove stesso morendo (“Calabri rapuere” ad indicare il Salento, all’epoca chiamato Calabria), appare oggettivamente improbabile che potesse poi conoscere il luogo della sua futura sepoltura (“tenet Parthènope” ovvero Napoli). Ad ogni modo, possiamo per ora considerare l’incontestabile dato iniziale: Virgilio era nato a Mantova, ad Andes per l’esattezza sobborgo rurale alle porte della città. 
e pure il vecchio zabaione ,un tempo usato come ricostituente d’amore prima dell’avvento della pillola blu. Finanche il Capilupi che da nome al discusso nosocomio caprese dovrebbe aver avuto natali mantovani, ma andiamo avanti.

ecco la bellissima sala dello Zodiaco.
sarebbe meglio vedere Palazzo Te in un giorno di sole vista la sottesa esuberanza che lo domina e lo fece apprezzare anche a D’Annunzio, uno “porcellino” quanto il Gonzaga. Figurarsi che l’animale simbolo del palazzo è il ramarro, visto come simbolo di imperturbabilità dinanzi alle passioni, l’esatto opposto del Gonzaga che infatti vicino al lucertolome fece scrivere “quod huic deest me torquet” (ciò che a lui manca a me tormenta) con allusione alla sua favorita Federica Boschetti con cui pare che trombavano in ognuna delle 300 stanze
e anche la polenta in abbinamento ai funghi e lo stracotto . Il posto suggerito è ovviamente questo
che da essere esattamente ciò che il nome lascia immaginare: un posto carnale.


nonché del tradimento del Duca di Mantova, Federico II di Gonzaga, che per evitare una guerra sui suoi territori lascia transitare sul Po l’armata lanzechenecca attraverso la cd “porta di Curtatone”, permettendo così l’aggiramento delle truppe pontificie e aprendo ad esse la strada verso Roma, che verrà difatti messa a ferro e fuoco dai nuovi Vandali germanici.
Il film col suo ritmo lento e introspettivo si concentra per tutta la seconda parte sulla malattia di Giovanni, ferito e costretto ad accettare il ricovero presso la corte del suo principale traditore, il Gonzaga, fino alla morte sopraggiunta per gangrena. Le lunghe scene girate tra Palazzo Ducale e quello cd Te, immerse in una nebbia ipnotica, somigliano, nella cura dei dettagli come i volti e i costumi o le scale cromatiche, a degli affreschi del Mantegna o tele del Tiziano
e da molto tempo mi fanno sognare di visitare questa città, Mantova, sede di una dinastia tra le più magnificenti e al tempo stesso discusse del Rinascimento: i Gonzaga. È giunto dunque il tempo di colmare questa lacuna, indicando come tappa di partenza del viaggio la splendida Mantova.





Oggi il cielo è coperto e le montagne non si vedono ma prima o poi si aprirà , e l’Orizzonte perduto finirà per ritrovarsi, per andarsi a scolpire su quelle montagne eterne che ci guardano e proteggono 
Cioè, non “giocano” nell’Annapurna i due Top player veri e propri, i Ronaldo e Messi dell’altitudine ovvero l’Everest e il K2, ubicati rispettivamente poco più a est il primo e parecchio più a ovest nel Karakorum il secondo, ma stanno ad ogni modo qui un “ottomila”, 8 cime sopra i settemila e ben tredici sopra i seimila.
Se si considera che la cima più alta d’Europa è il Monte Bianco coi suoi 4810m, ci si rende subito conto che la “cantera” dell’Himalaya è di un altro livello proprio. Ed in questa “superligue”, come dicevano, l’Annapurna sta messo bene.
sono stanco, sporco e sfinito coi piedi martoriati dalle sanguisughe ma cazzo, sto risalendo dalla giungla su fino ai piedi dell’Annapurna: “come on , Palillo enjoy, qua una o due volta nella vita ci capiti” continuo a ripetermi.
dopo il bivio a Mugling la strada devia verso ovest in maniera secca mentre verso est corre l’unica via di accesso a Katmandu. Ma io sono diretto a Pokhara quindi ovest! Il paesaggio muta e torna a essere più tipicamente himalayano con risaie che si inerpicano fin dove è possibile, verso l’infinito di cime che paiono stare sulla Luna per quanto sono alte
ed ecco alla fine Pokhara col suo famoso lago, uno degli spot turistici più famosi del Nepal: in esso e nelle sue acque cristalline si riflettono tutte le cime dell’Annapurna nelle giornate terse. Eh appunto, le giornate terse ….
“if my grandpa had five balls, then i was supposed to be a flipper” – come dicono a Kensington. Non smettere di piovere un minuto che sia uno e la presenza delle sovrastanti come resta solo intuibile ma non visibile. Sembra di stare a scuola nel cambio di ora quando gli alunni si agitano e sbattono un po’ ma sapendo che da un momento all’altro può arrivare. Ecco, il prof. in questione si chiama Machapuchari
che è della squadra dell’Annapurna ed è la magica cima che sovrasta proprio Pokhara. Ricordo di essere riuscito a vederlo un attimo la mia prima volta qui tredici anni fa, poco prima del tramonto, mentre ero con mio zio, che salutó l’apparizione con un’imprecazione assai colorita di rimando ai Santi Penati protettori “Ma chillo è o’Machapuchari, all’anema i chi te stramuo…!!!” In effetti lo spettacolo era straordinario. Ricordo anche una città diversa quella di Pokhara: allora era una romantica cittadina in riva al lago gravata tuttavia dalla guerra civile e che la rendeva un bersaglio sensibile ai mortai dei ribelli maoisti per via del palazzo reale (attuale non antico) posto proprio in riva al lago. Oggi ha conosciuto la pace ma anche uno sviluppo edilizio eccessivo che hanno alterato troppo l’impianto originario e lo spirito. Riesco tuttavia a ritrovare uno squisito ristorante tibetano, gestito da un signore rifugiato qui attraverso le montagne per via delle persecuzioni cinesi contro questo popolo inerme. Non voglio nemmeno soffermarmi sulla miseria del dibattito che in Italia ha assunto la parola “rifugiato”, mi limito a far presente che anche il Nepal è pieno di rifugiati tibetani ed al ricordo ancora di mio zio che diceva di come quell’uomo forte gli incutesse reverenza e rispetto, di come ce lo vedesse su una montagna innevata a farti da sherpa. Tredici anni dopo è un po’ invecchiato ma ancora lì con i suoi calzari tipici
a servire la specialità tibetana per eccellenza, quei ravioli detti “momo ” da poter guarnire con carne di bufalo o erbe e formaggio di yak
mi ritiro nel mio albergo che in teoria riserverebbe una splendida visuale sulle montagne e fiducioso attendo un segnale dal cielo
che nel dormiveglia dell’alba in verità arriva: mi appare per un secondo il Machapuchari e anche se non faccio in tempo ad acchiapparlo in foto, mi scaravento giù dal letto e a rotta di collo salgo sul Sarangkot a provare di rimirare l’alba. Lungo il cammino la situazione meteo pare migliorare
Ma è un bluff ….
giunto in cima, sta una nebbia tale che non riuscirei a vedermi il cazzo mentre piscio, figuriamoci l’Annapurna. E poi il freddo, la pioggia: sto per rassegnarmi a trascorrere gli ultimi giorni a fondovalle nella tranquillità ma sento di dover esaudire una missione. E mi sovviene che ho da giocare una carta, una brasilianata diciamo. Non per fare il buffone ma la mia conoscenza della geografia è considerevole e allora una giocata posso farla, un posto c’è ma per raggiungerlo devo giocare il bonus…..Diciamo che il mio “amico da casa” come in qualche fortunato show televisivo ha un nome che incute timore, c’è chi dice che non esiste o se dovesse esistere è meglio non andarlo a scocciare. Ma io sono il Palillo: non ho mica paura dello Yeti!
e andiamo va, alea iacta est!










Già, proprio così, senza neanche bene capire dove e come (anzi senza capirlo per niente), alla partenza del bus ho sentito parlare di sto rafting da farsi a metà percorso, scendendo un pezzo di fiume e poi proseguendo il percorso verso il Chitwan o Pokhara all’arrivo del gommone (su un altro autobus?è quello che mi domando) Mah, per adesso la vivo con disinvoltura, so già che sarà una di quelle cose a cui ripenserò una volta a casa fuori dalla mistura di incoscienza e adrenalina che mi pervade durante i viaggi: su un pullman da Katmandu alla giungla del Chitwan ed ad un certo punto peraltro ignoto del percorso scendi a fare rafting su un fiume himalayano in piena. E a chi sto aspettando? In effetti ad un certo momento, con il Trishugli a fianco alla strada che si agita come un demonio, il conducente prende a urlare in una cadenza difficile a distinguersi “Roooftaaang”. È la nostra ora, ci ritroviamo in sei ed è uno di quegli equipaggi che ti rimangono proprio nell’anima:
c’è un timoniere locale cicciotello sui diciotto anni, io e due ragazzi spagnoli, e fin qui nulla di troppo strano; poi arriva un ragazzo israeliano e due che sembrano Stanlio e Olio…..dell’Arabia Saudita. Israeliani e arabi intrattengono notoriamente relazioni tutt’altro che amichevoli anzi si odiano reciprocamente e ora devono scendere un fiume in piena in una gola dell’Himalaya.
















