Tropico del Capricorno: Dubai, una Edenlandia 2.0 da considerare null’altro che uno scalo aereo

Giorno 1
E’ inver probabile che, ogni volta che parto in viaggio, tra foto e proclami tronitruanti, faccia un po’ troppo lo smargiasso o se vogliamo er capoccia o ancora per dirla alla milanese il maranza, finendo così per tirarmi addosso le iatture e gli occhi secchi di quelli a cui starò sul cazzo (si calcola che in media ogni utente di Facebook abbia statisticamente almeno 7 altri cristiani che gli pareano addosso segretamente su what up). Così il fuoco di sbarramento della sempiterna categoria delle ciuciuettole stamane mi ha riservato parecchie insidie sul cammino : un enorme fuocarazzo appunto e’ divampato nella pineta retrostante Fiumicino causando disagi e una serie incolmabile di ritardi nei voli; inoltre, mentre mi affannano a correre al gate per l’imbarco, mi si è parata innanzi, di colpo come una fera dantesca, una masnada di tamarri ultras della Roma che hanno arrevotato un aereoporto nell”acclamare lo sbarco del neo-giocatore della loro squadra Salah, quello che stava alla fiorentina……bah,mi chiedevo se chist s’accattassero a Maradona che mai si fidassero di fare. Ad ogni modo, con il culo che mi ritrovo c’è poco da fare i menagramo: il mio fichissimo aereo e’ stato praticamente l’unico di tutto l’aeroporto a partire senza manco 5 minuti di ritardo e, quanto a me, mi sento così sereno e su di giri che poco ci manca che decollo da solo. Si, ho ingannato le ore della attesa pensando a cosa andasse storto e quali problemi mi sarei lasciato alle spalle in questa lunga assenza, ma il problema è’ che non mi è venuto niente in testa, niente di brutto o preoccupante all’orizzonte, non so se perché esso non esista o più probabilmente perché sia così stupido da non vederlo. Ad ogni modo, forse il segreto e’ proprio quello, e’ quel misto di sana incoscienza giovanile e ribalderia che ti fa imbarcare in una roba come quella in cui mi sto andando a cacciare io: se ci si comincia a pensare troppo, non si parte mai.
Più che altro, la domanda che mi ponevo era un’altra ora,pur se inver non si tratta di un dubbio esistenziale ma solo di una curiosità da appurare: cosa cazzo ci trovano gli esseri umani di bello mai in quel posto chiamato Dubai???? Io ci vedo solo una sorta di Edenlandia di plastica e asfalto senza arte ne parte, una selva di grattacieli nel bel mezzo del nulla, un’escrescenza del l’occidente abnorme nei presupposti e nelle voluttà. Avessero mai un senso o una necessità quei grattacieli come può esserlo stato per New York o altre metropoli! Queste bizzarre edificazioni qui a Dubai altro non sono che frutto dei pruriti di mazzo di gente che non sa proprio come buttare i soldi, sto sceicchi che un giorno si comprano un mega yacht, un altro Cristiano Ronaldo e un altro edificano un palazzaccio di 200 piani a forma di vongola nel mezzo del deserto per farci giocare i figli a squash. Mah, ci pensavo perché è lì che sto per fare scalo sulla rotta per Cape Town e più che altro perché oggi pomeriggio a Trastevere, in un ultimo up grade di trigliceridi con una pasta alla gricia strafogata a 40 gradi all’ombra, c’era sto tizio del ristorante, una sorta di monumento all’italiano medio, che mi ha fatto due coglioni così nel decantarmi la bellezza di sto coso che sta a Dubai dove si scia su neve artificiale al coperto con fuori 50 gradi all’ombra, così tu puoi farti il selfie in tuta da sci….nel deserto!!!! Bah, morirò senza riuscire a cogliere la magia intrinseca di una cosa del genere.
Sull’altro piatto della bilancia ci voglio però mettere il fatto pure che i lussi e le mollezze dei sultani orientali hanno nei millenni sempre esercitato un fascino innegabile sul più inquadrato Uomo occidentale, fascino tanto più irresistibile perché coglie alla pancia, pesca nelle fantasie più viscerali, basti pensare a luoghi quali l’harem e a tutto l’immaginario maschile ( e maschilista) al riguardo. E senza farla tanto pesante, pure a me sta mollezza dei sultani orientali un po’ acchiappa: mi sono su sta fichissima compagnia Emirates coccolato e vezzeggiato( figurarsi che sta pure il wi fi e ora vi scrivo tipo sorvolando la regione tra Siria e Iraq, quella dove regna il Califfato coi suoi tagliatori di teste) e a proposito di harem, vi dirò!!!! Io delle hostess tanto belle non le ho mai viste: queste sono tutte le ex concubine dello sceicco che ora , diventate un po’ più attardate e milfone, vengono prese a bordo a guadagnarsi la pensione. Davvero un bel vedere, peccato tuttavia che addetta alla zona dove siedo non vi è nessuna delle ex favorite del sultano bensì uno che si tempi d’oro del l’harem avrà rivestito il ruolo di cicisbeo o eunuco: insomma un cappone castrato incaricato di preservare l’ordine e il decoro, compito in cui persevera tutt’oggi se è vero che mi ha fato due coglioni come una mongolfiera per portarmi una birra. E non è neanche la presenza più spiacevole nei miei paraggi…..Alla fine le ciuciuettole e i menagramo una loro misera vittoria l’hanno avuta: alla tipa qua a fianco in foto non è bastato evidentemente tornare dal regno dei morti per venire in Italia esclusivamente per partecipare al campionato mondiale di degustazione di aglio e cipolle, no! Come si può ben vedere in foto, si sta persino sfilando le sue mortifere simil-superga cinesi!!!!! Peste a voi che faceste di me carne da vermi!!

Tropico del Capricorno: Prologo

PROLOGO
E dunque ci sono! Oggi è il giorno zero del mio countdown, quello in cui comincia il viaggio!! …Beh, per la verità non sarebbe proprio così giacchè domattina, in ossequio al detto “tail is the hardest to flay (a’ cchiù brutt a scurtica’ è a coda), tengo un simpatico sfratto a Napoli, ad ogni modo mi piace far cominciare simbolicamente il viaggio oggi che è la festa del Qubè. Poi….poi mi aspetta un’avventura della madonna: da Roma volerò mercoledì all’altro capo del mondo letteralmente ovvero a Cape Town e dopo qualche giorno tra questa bellissima metropoli e i suoi dintorni, nei quali pare fanno un vino che pare di stare in Provenza o magari quella spiaggia dove gli squali vengono presi a calci in faccia dai surfisti, partirò per il selvaggio nord. Ad un certo punto del cammino pare si incontri un meterorite caduto dallo spazio e proprio la sta la frontiera con la principale meta del viaggio: la Namibia. Il fattore del meteorite credo non sia casuale giacchè questa terra, almeno nelle descrizioni che sento, pare davvero qualcosa di piovuto da un altra galassia: spazi sconfinati e pressoché disabitati, deserti con le dune più alte del mondo e savane dove vagano indisturbati animali di ogni sorta, dai leoni ai rinoceronti fino persino alle foche e ai pinguini che salgono qui dal non troppo lontano Antartide, canyon che paiono quelli di Marte, coste marine con deserti fin sulla riva e nebbie perenni che sono la sciagura da sempre dei naviganti che qui si incagliano e naufragano. In mezzo una strana e composita umanità di tribù semi-primitive di boscimani e sparuti pionieri, per lo più tedeschi, venuti qui in cerca di fortuna per lo più a scavare diamanti, il che fa si che nel bel mezzo del nulla del deserto affiorino ste città fantasma di minatori in stile figurarsi bavarese….Non so quanto di questo sia oggettivamente fattibile, avrei più o meno pensato ad un elettrizzante percorso che compendia alcune di ste cose strambe tipo la Costa degli Scheletri e il deserto del Namib, per poi raggiungere la capitale e li aggregarmi alle Iene, i Wild dog, esperti locali e con loro partire in tenda alla volta del Kalahari, in lingua locale letteralmente ” la Terra della Sete”, un immenso deserto ove prendere contatto con i cd Boscimani (saremmo entrati ora nella vecchia terra di Beciuania, odierno Botswana), da li puntare verso nord, verso una delle meraviglie del mondo che sin da piccolo sogno di vedere, un luogo ove un fiume enorme si perde nel bel mezzo del deserto dando origine ad un ‘immenso delta, il delta dell’Okawango appunto, infestato di coccodrilli e ippopotami e attraversabile solo in strette canoe di legno. Da li si punterebbe poi di nuovo verso la Namibia e una sua affusolata propaggine di terra incuneata tra Angola e Botswana, cd. “dito di Caprivi”, per raggiungere il bellissimo parco del Chobe, ove vivono più elefanti che in tutto il resto del mondo, e poi puntare verso un luogo del destino, almeno per me, un posto che da quando ho scoperto esistere mi attira e sembra magneticamente chiamarmi come una sirena con Ulisse: l’isola Mpalilla! Si si, si chiama proprio così, io quasi non ci credevo, Mpalilla Island ed è detta tale, isola, non perchè stia sul mare (che è lontano ormai migliaia di km) ma perché sorge alla confluenza di due enormi fiumi, il Chobe e lo Zambesi. A quel punto, dall’isola Mpalilla vedrò dinanzi a me schiudersi lo spettacolo di una delle meraviglie del mondo, le Cascate Vittoria, “il fumo che tuona” in lingua bantù e, attraversando la frontiera con lo Zambia o lo Zimbawne (a seconda della riva prescelta),raggiungerò l’insediamento che porta ancora oggi il nome di colui che compì per primo questo stesso viaggio nel 1855, una delle personaggi che più hanno catturato la fantasia sin da bambino, Sir David Livingstone. Magari mi siederò pure in quella cd Devil’s Pool, quella vasca naturale proprio sull’orlo della immensa cascata, e vediamo se riesco a chiudere i conti con una brutta storia recente….
Vorrei provare a tenere un diario di viaggio ma oggettivamente dubito di potermi connettere a internet molto spesso in ste aree sperdute, ad ogni modo ci proverò e lo chiamerò ” Tropico del capricorno”, non in omaggio a Henry Miller ma perché a quella latitudine più o meno mi troverò.
Forza dunque, verso l’isola Mpalilla! Maronn’i viaggio!

Il velo di Maya: Guatemala crossing

Giorno 6
Una giornata principalmente dedicata ad un lungo trasferimento dagli altopiani sud-occidentali alla regione settentrionale del Peten, ricoperta da fitte foreste tropicali e scarsamente popolata. Quest’ultimo dato era tuttavia invertito nell’epoca più fulgida dei nativi Maya, che la foresta vergine la sapevano abitare benissimo e che fecero di questa zona l’epicentro del loro impero. Si, in questa zona sorgono infatti i migliori siti archeologici maya, migliori anche perché in molti casi difficilmente accessibili e quindi fuori dagli itinerari appestatori del turismo di massa. Il problema anche per me è’ ora arrivarci: avessi avuto più tempo, ci avrei tenuto molto a fare una sosta ad una destinazione intermedia, un luogo dalla natura incontiminata dove un fiume da luogo a bizzarre formazioni calcaree e cascate, tale Semuc Champey; il tempo invece scarseggia e devo scegliere la via più breve, quella attraverso la capitale Ciudad de Guatemala. Dicono si tratti di una città che o si ama o si odia, io credo di potermi iscrivere nella schiera dei secondi, avendola trovata nelle poche ore ivi trascorse oggettivamente brutta: cinta da palazzacci grigi con l’ambizione di sembrare grattacieli, martoriata da un traffico caotico oltre ogni dire e con uno sviluppo urbano informe e abnorme, presenta solo qualche bella chiesa ed edificio coloniale di rilievo. Inoltre è oggettivamente poco sicura, con rapine in pieno centro e in pieno giorno: io stesso mi sono imbattuto in una coppia di irlandesi rapinati pochi metri davanti a me e a lui (un bestione sui due metri tra l’altro) avevano pure sfravecato il naso. Ad ogni modo vado via presto da qui e a tarda sera giungo in un posto chiamato Flores, individuata come trampolino di lancio per i siti maya situati più a nord. La cittadina sorge su un isolotto lacustre nel bacino appunto detto di Peten Itza, in una posizione molto suggestiva. Sull’isola tutte o quasi le case sono in legno e tinteggiate a graziosi colori pastello (anche se un po stucchevoli come impressione ).
E’ piuttosto tardi e non trovo niente di meglio per mangiare un boccone di un tamarrissimo locale dove sparano a palla quell1’orripilante reggaeton, musica del cuore guarda caso di tutti i drappani, una sorta di loro inno transnazionale. Nel posto vengo pure abbordato da un tizio sgradevole assai e che non mi si stacca più da cuollo, un sergente o qualcosa del genere dell’esercito del Guatemala il quale, non ho capito se con il proposito di rimorchiarmi o perché psicopatico e basta, vuole a tutti i costi portarmi al loro centro di addestramento a farmi provare l’incomparabile brivido di sparare con un mitra. Un’esperienza che cambia la vita a suo dire. ….si, magari domattina sai, invece di andare a vedere ste piramidi sgarrupate me ne vengo proprio con te a giocare a Rambo & Recchia in una pezza di terreno. Me lo immagino già il titolone da Barbara D’urso ” turista sprovveduto vittima del nuovo Parolisi latinos”. Ma va a cagare!!!

Il Milione : finally Vilnius

Giorno 16
Anni fa, su un treno in Italia, mi capito’ di assistere ad una scena particolarmente simpatica. Sul gioiello delle linee ferroviarie italiane, il celeberrimo Frecciarosaa, negli spazi angusti e costipati dei suoi interni più simile a quelli di un sottomarino che di un treno passeggeri, monta su un tipaccio, un bestione tutto muscoli e tatuaggi, capello rasato e pizzetto, un’aria da carabiniere fanatico e/o da ultras di squadra di calcio. Nel sollevare con la sua erculea forza la valigia e nel riporla nelle apposite cappelliere in alto, gli deve succedere una mezza mossa dalle parti dell’intestino e la cosa non sfugge ad un altro passeggero, un pacato signore anziano,il quale con calma olimpica e accento romagnolo stigmatizza: “hai fatto una scorreggetta…..” Il bestione subito, con accento super-napoletano: ” che cccosaaa???!!”- “hai fatto una scorreggetta….l’ho sentita qui , sulla pelle…..”- “u nonn, ma stai a foraaaaa!!!”
Embe’ sarei ben felice di poter definire ora “scorreggette” questa sorta di eruzioni di metano e azoto immesse nell’atmosfera da sto bipede umanoide che siede accanto a me in dormiveglia su sto bus che sale da Parigi fin su a Pietroburgo attraverso anche la Polonia, dove monto su, e la Lituania dove invece scendo. Credo mi sia finito a fianco non per caso tra l’altro ma per un disegno preciso, un piano punitivo applicato con dovizia. Esiste una regola quando si monta su un bus a lunga percorrenza, un trucco per avere un viaggio per quel che si può confortevole: fare subito un enorme sorrisone e mostrarsi simpatico con l’hostess o con chi cmq sovraintende al l’assegnazione dei posti. Io invece mi vado subito a impelagare con sta stronza di hostess, la quale si intallea in una questione se farmi prima il biglietto o farmi posare prima il bagaglio e si mostra a livello logico una seguace di quella filosofia medievale cd della Tarda Scolastica, quella del famoso “paradosso di Buridano”. L’asino di Buridano ha davanti a se due govoni, uno di fieno fresco e uno di paglia rinsecchita ma non sapendosi decidere perché tutte le scelte sono quantisticamente uguali e di pari valore, finisce per morire di fame. La hostess dice che devo fare il biglietto ma non ricorda al momento quale sia il prezzo, poi devo riporre il bagaglio nel cofano ma solo dopo aver pagato il biglietto. A bordo non si può salire col bagaglio ma il bagaglio non posso metterlo nel cofano fino a che lei non mi fa il biglietto, così se ne esce che devono ripartire e che non posso salire a bordo. Ci sfanculiamo abbastanza pesante e salgo alla fine a bordo si, ma ovviamente vengo messo in castigo. In un bus double-decker con il piano di sotto ben climatizzato e semi-vuoto con comodi sedili reclinabili, io vengo invece spedito nel lazzaretto del piano di sopra, tra gente in viaggio da due giorni e che ronfa, peti e soprattuto una allucinante fetamma di piedi. Proprio davanti a me stanno una donna a cui puzzano talmente tanto sti giganteschi piedi bovini che è qualcosa che non si spiega. Cmq storto o morto arrivo alla fine in Lituania a Vilnius, tappa quasi finale del mio viaggio. Bellissima città questa Vilnius, il centro storico piu grande d’Europa, uno scrigno di arte barocca ben conservato innestato su un contesto vitale e cosmopolita. La società lituana, oppositrice fiera prima del nazismo e poi dei sovietici sebbene non sia che un piccolo paese, possiede un forte senso di identità nazionale unito ad una percezione di se come di un popolo europeo. Una menzione particolare per il numero cospicuo di cameltoe riscontrati per le strade,’per via della vocazione sportiva di questo popolo sempre in tuta. Riscontrabile anche una forte vocazione commerciale in questa Vilnius, da sempre città di mercanti ebrei posta sulla cd via dell’Ambra che infatti qui viene ancora lavorata e venduta. P.S.: a Vilnius cmq veniteci a comprare l’ambra, l’argento lavorato, le ceramiche e tante cose ancora, ma non pensate mai di comprare qui del l’intimo maschile: avevo bisogno di comprare un boxer o uno sleep qualsiasi, che non ero riuscito più a fare la lavatrice. Mi accontentavo di uno qualsiasi,senza particolari velleità estetiche eh, ma avrò speso ore e ore a girare e alla fine l’unico che sono riuscito a trovare e’ sto catafalco qua, sto cesso di mutandone visibile in foto….altro che cameltoe

Il Milione: gli ultimi bisonti

Giorno 15
Si, lo ammetto: rimango un provinciale. Per quanti mi sforzi di viaggiare su e giù, finisco per corservare sempre una scorza capresotta che non si lava via: da noi e un po in tutti i piccoli centri si rimane troppo legati ad un’idea di “piazza” come fulcro raccolto di una comunità, luogo intorno a cui ruota la vita e ci si incontra tutti prima o poi. Cosicché qui a Varsavia, quando ho appreso che il bus a lunghissima percorrenza proveniente da Parigi ed in proseguimento per le repubbliche baltiche sarebbe partito dalla piazza Centralna di Varsavia, beh ho pensato che mi bastava andare “miez a chiazza” un dieci minuti prima e un posto l’avrei trovato. Miez a chiazza, si! O cazz! Uno poi si deve andare a ricordare che ci stava sto Gesù Cristo di razionalismo sovietico, che sti cazzo di comunisti andavano a costruire ste piazze squadrate lunghe e larghe km e km che ci si potrebbe costruire sopra non uno ma tre aereoporti tanto che so grandi. Naturalmente in quella landa desolata manco per il cazzo trovo l’angolo remoto da cui dovrebbe partire sto bus ( e’ pure l’alba e quella appena finita era stata pure una seratina simpatica) poi nei pochi minuti convulsi che mancano al fischio finale decido di fare la giocata sbagliata, puntare tutto sull’ufficio informazioni dove siede una vecchia rincoglionita che parla inglese come io parlo swahili e che, mentre prova a telefoanre una sua amica che parla le lingue, si becca un bel “sta maronn i strooonza” gridato a molti decibel di potenza. E niente si cambia percorso, si fa una tappa che avevo soppresso: la foresta dei bisonti! Si tratta di una regione remota ai confini con la Bielorussia e ora che ci sono stato credo di sapere perché siano rimasti solo li e non altrove: e chi cazzo li va a cecare in quel posto sperduto? Arrivarci infatti comporta un giro per tutta la campagna della provincia orientale polacca, che non ricorderò come uno dei posto di maggiore fascino mai visti. Alla fine cmq arrivo in questa città chiamata Augustow, nella regione dei laghi Masuri dove pure si consumo una cruciale battaglia della prima guerra mondiale tra russi e tedeschi. La vittoria ottenuta da Hindenburg qui tra l’altro, unita all’uscita di scena della Russia per via della rivoluzione del ’17, costituirà il presupposto della nostra disfatta a Caporetto, prima tappa del viaggio ma passiamo appresso. Augustow, situata in mezzo a grandi laghi tutto intorno ce pare quasi un’isola. Vi trovo una graziosa guesthouse un po carestosa ma con una locandiera estremamente gentile e simpatica. Ecco quest’ultima espressione “gentile e simpatica” e’ una litote, una figura retorica per cui si afferma una cosa negandone il contrario, di cui forse gia parlai pure nel diario dell’anno scorso. Un esempio di litote che ci proviene dalla letteratura e’ “Don Abbondio non era nato col cuor di leone” per intender dire che era un cacasotto. Ecco l’espressione “donna gentile e simpatica” vale qui a dire che era nu maronn i cess. Esteticamente assai diverso e’ invece il marito di lei, un gigante d’ebano mulatto che deve avere la stessa voglia di lavorare che ha il Berlusca di farsi processare dai giudici di Milano. Mentre lei sta indaffarata a fare tremila cose insieme,lui se ne sta bello sbivaccato a fumare e godersi tutti gli effetti collaterali del suo Big Bamboo, con lei che mentre cucina e parla a tel e porta i bagagli e pulisce i mobili gli manda tanti baci amorosi con la mano. E quando la poverina mi dice che il suo husband will take care of me e mi fornirà una bicicletta, chill mi squadra con un’aria come se manco dovesse andare sulla luna a recuperare un pezzo di asteroide . “Azz e tu vuo’ na bicicletta a quest ora, e ma non ho le chiavi del catenaccio, non ho il gonfiatore etc” ; alla fine dopo mezz’ora di vuommicherie mi rifila un catorcio con le ruote moscie e senza freni, che per poco non centro piu avanti in pieno una coppia di sposini che sta facendo le foto!!! Ad ogni modo storto o morto arrivo in questa foresta dei bisonti e anche dei tarpan, dei cavalli preistorici che vivono ormai solo qui. E’un incanto di laghi,isolette e paludi ma l’unico animale a manifestarsi in maniera visibile alla mia vista sono dei assai più comuni tavani chef fanno nuovo nuovo. Uh contatto col bisonte lo stringo cmq la sera quando, davanti ad un’orchestrina tristissima che suona la polka e la cover della lampada e “i will survive” in polacco, in un contesto umano piuttosto degradato di alcolisti locali violenti e omofobi, mi viene ad un tratto offerta una grappa al profumo di bisonte appunto. Si tratta, dico sul serio, di una grappa ottenuta dallo sterco del bisonte…..ma non si potevano estinguere sti cazzo di bisonti di merda? E tra voi, qualcuno lo tiene il numero dell’ospedale Cotugno?

Il Milione: il patto di Varsavia

Giorno 14
“Voglio rifugiarmi sotto il Patto di Varsavia, voglio un piano quinquennale e la stabilità!”- cantava Lindo Ferretti ai tempi belli, ovvero prima che la droga gli sfondasse l’intelletto facendolo precipitare in un delirio di madonne e crocifissi…..
Ad ogni modo anche a me sarà un patto qui a Varsavia a portarmi la stabilità…..si, perché a Varsavia succede il “Carramba che sopresa!”. Ha sempre un gusto particolare beccare qualcuno che conosci in un posto lontano, e’ innegabile, e forse lo è ancora di più per noi capresi abituati a sentirci già sulla terraferma più prossima tipo Napoli in una sorta di “altrove”. Ripensando alle carrambate capitatemi in passato, ne ricordo una quando da ragazzino a Disneyworld in Florida beccai Ombretta Di Massa che lavorava la. Singolare pure fu 3-4 anni fa quando incontrai Gabriella Massa su una montagna abbastanza sperduta del Montenegro. Stavolta invece, appena messo piede a Varsavia, ad un tratto sento: “ue Pali'” e ti becco su una bici Romano Acampora (ma perché non funzionano solo a me sti tag?)
Ci avviamo verso il centro storico interamente ricostruito dopo lo scempio nazista, usando la bici come prezioso riscio’ per il mastodontico bagaglio, poi stipuliamo appunto con il suo padrone di casa un piccolo patto di Varsavia: quella notte avrei alloggiato anche io in quel l’appartamento per una modica somma. Simpatico sto ragazzo che fitta l’appartamento, e’ un architetto che ha studiato pure in Italia e ci accoglie con le palle di Mozart, poi si scusa per non poter esplicare al meglio la sua ospitalità perché è’ impegnatissimo ad un progetto davvero importante: sta progettando la inauguranda sede le Guggenheim di Helsinki. Addirittura! Il Guggenheim e’ rinomato per avere sedi che sono già in se un’opera d’arte contemporanea, fenomenale e’ ad esempio quello di Bilbao progettato dal rivoluzionario arichitetto Chiamato se non sbaglio O’Gehry. E qui abbiamo dinanzi quello che sta progettando quello di Helsinky?! Sono finito per scambio sul divano di casa di un archistar! Con ammirazione gli chiedo allora quali sono stati i suoi lavori già eseguiti, magari senza saperlo li avrò ammirati chissà dove. No, un po difficile averli visti: ha elaborato fin ora una sorta di coppa per un torneo universitario di canottaggio e poi ha realizzato una statua di una Santa per la festa patronale di un paesino a 30km da Varsavia dove vive la nonna e sono tutti molto religiosi. Beh francamente, con tutto il rispetto si nota una certa discrepanza tra la commissione di una statua di Santa Rita da Cascia e l’incarico a progettare una sede di un importante museo di livello mondiale….”no ma io stare solo partecipando a concorso via internet. Sono già giunte 15.000 domande da tutto il mondo, chissà chi vince…” Ahhhh, mo si.
Varsavia e’ una città bella e vitale che è’ dovuta risorgere dalle proprie ceneri, una sorta di Fenice chiamata a ricostruirsi e ci è riuscita più che bene. Il centro storico perfettamente ricostruito e’ stato dichiarato patrimonio dell’Unesco sebbene risalga solo al dopoguerra praticamente. Qui si trova poi anche il famoso Ghetto ma di quello originario non è rimasto molto, anche se se ne respira la memoria eccome camminando in quei luoghi. A Varsavia vivevano 380.00 ebrei prima della seconda guerra mondiale; dopo l’occupazione nazista ne vengono ammassati altri 300.000 e viene eretto un muro, in pratica un lager in centro città. Decimati da fame, malattie, infezioni, deportazioni ed esecuzioni sommarie, gli occupanti del ghetto, quando ormai ridotti a 50.000 intendono irrimediabilmente quale sia la fine che lo attende e, perso per perso, decidono di morire combattendo. Civili stremati da mille avversità e armati alla meno peggio insorgono contro uno degli eserciti meglio armati della terra in un disperato atto di eroismo, noto appunto come l’Insurezzione del Ghetto di Varsavia. Nondimeno, nonostante l’enorme disparità di forze in campo, per 21 giorni i nazisti non riescono ad avere la meglio sugli insorti, fino a dover ricorrere l’8 maggio ad un bombardamento con gas tossici che seppellisce gli ultimi eroici sopravvissuti. Una volta “liquidata” l’operazione Hitler ordina che venga data una rappresaglia esemplare, anche al fine di prevenire analoghi fenomeni altrove: l’intera città di Varsavia deve essere rasa al suolo, nemmeno una pietra deve rimanere in piedi. La notoria efficienza dei tedeschi nel portare a termine gli ordini non falla nemmeno sta volta, o quasi: di Varsavia resta in piedi il 15% dei palazzi.
L’Insurezzione del Ghetto di Varsavia, nella sua drammaticità ed enorme sproporzione francamente mi ha rimandato col pensiero anche ai giorni attuali, alla Striscia di Gaza, dove anche qui, a parti parzialmente invertite , homeless che vivono in poco più che baracche sono costretti loro malgrado a combattere con pietre, fionde o alla meno peggio con qualche razzo artigianale contro un esercito occupante dotato di tutti gli ultimi ritrovati della tecnologia bellica. Ma probabilmente e’ un discorso un po forzato e non è questa la sede migliore.
Quella visibile in foto e’ una striscia di pietre incastrata nel suolo, tutto quello che resta oggi del Ghetto di Varsavia

Il Milione: una gioia per gli occhi chiamata Cracovia

Giorno 13
“Rocco invade la Polonia” e’ una pellicola che trova un numero alto di estimatori presso un pubblico di nicchia per la sua capacità di fondere Eros e Pathos, furore sentimentale e drammaticità storica.
La mia invasione della Polonia invece si contraddistinguerà per un approccio multiculturale e interdisciplinare capace di valorizzare gli aspetti peculiari di questo paese rinato dalle ceneri di una serie concatenata di disastri che l’hanno attraversato a stretto giro, dall’abominio nazista alla pialla del socialismo reale.
Ci sono particolari momenti storici in cui città già belle di proprio, brillano di una luce ancor più intensa, perché attraversate da un’energia particolare, come una stella cometa di cambiamento e di irripetibilità storica. Mi viene a proposito in mente la Roma degli anni ’50 e della dolce vita, la Parigi di inizio secolo e dei bohémien, la Istanbul di fine Ottocento, la Firenze del Rinascimento. Ecco, questa credo che sia la parola giusta qui, rinascimento, magari scritto con la minuscola per non offendere nessuno. Credo che visitare Cracovia oggi significhi fotografarla in un momento in cui si avvia a diventare (o forse a ridiventare) una delle capitali culturali europei , con un enorme fervore che per adesso la montante cianfrusaglia e la monnezzaglia di fast food per turisti non riescono ancora a domare. La bellezza aristocratica della città vecchia aveva sin da subito colpito nel dopoguerra i nuovi occupanti sovietici i quali, in ossequio ai canoni di quella sorta di ideologia del Brutto caposaldo del socialismo reale, fecero subito di tutto per scorticare via tanto splendore. Pensarono così di trasformarla in una citta’ industriale dal magnifico grigiore socialista e vi impiantarono una gigantesca acciaieria, con interi quartieri a blocchi di cemento per ospitarvi gli operai. Ma al di la delle polluzioni inquinanti, la cosa poco influenzò le tradizioni della città e per giunta la fabbrica divenne uno dei principali nuclei di Solidarnosc e dell’opposizione ai sovietici. L’intero centro storico conserva ancora un impianto analogo a quello seicentesco quasi era capitale polacca. La Polonia e’ un grande paese, ricco di risorse e abituato ad alternar storicamente fasi di prosperità a periodi di miseria. A risultare per questa terra penalizzante e’ stata sempre nella storia la sua posizione geopolitica: stretta tra due giganti, uno a est e un altro a ovest, rispettivamente Russia e Germania che a turno la assalgono e se la mangiano. Nella scorsa guerra addirittura i due giganti si accordarono per ingoiarsela insieme.
Ma ora le cose vanno meglio, decisamente meglio: la Polonia e’ un paese in netta crescita economica e credo che il suo Pil aumenti ad un ritmo nettamente superiore a quello italiano per esempio ( non sarei cmq sicuro di questo dai anche perché di ste cose non me ne frega un cazzo normalmente figuriamoci quando sono in viaggio ma mi pare sia così. A vederla da vicino la società polacca, resta poi completamente anacronistico un certo immaginario creatosi negli ultimi vent’anni dalle parti nostri a proposito dei “polacchi”. Da un bel po’ ormai in Italai in certi ambienti più retrogradi il termine “polacca” e’ una sorta di sinonimo di cameriera a basso costo o ancora vale ad indicare una donna venuta da un imprecisato est geografico a rubare con malizia mariti e fidanzati a povere e buone donne italiane, troppo educate per abbassarsi a competere su quel teorico livello di zoccolaggine. Mah, avendo presente come vanno le cose giù da noi a livello di economia, credo che, per le tante donne nostrane con ambizioni pretenziose a vite comode e a vestire fasciate in costosi vestiti da addebitare ovviamente sui conti correnti dei mariti, non sia poi un consiglio troppo sbagliato per loro quello di prendersi un polacco. Cracovia in particolare credo attraversi un periodo di particolare opulenza e i suoi abitanti sembrano ebbri della felicita’ di chi capisce che la miseria e’ alle spalle. Il quartiere del vecchio ebraico del Kasimiert, attraversato durante la barbarica occupazione nazista da uno sterminio che non fece salvo pressoché nessuno dei suoi vecchi abitanti (Auschwitz sorge qui a pochi km), ora pullula di gallerie d’arte, centro sociali, bistrò e studenti. Nel castello del Wawel e’ temporaneamente custodita la donna per me più sexy del mondo, la “dama con ermellino” di Leonardo che già da sola varrebbe il viaggio.
Cracovia, a mio parere se non è tra le 10 città più belle d’Europa e’ solo perché è’ già tra le prime 5.

Il Milione: alla Salute!

La cristianità fa una gran spendita di concetti come la pace,la serenità o la gioia ma io francamente ho sempre faticato non poco a rintracciarli dentro quel sistema di valori. Anzi, tutto mi è sempre apparso dominato da una cupezza e da un surrettizio senso del peccato e della colpa, teso a mortificare e reprimere qualsiasi gioia del vivere. Da questa mia certo personale lettura esula la chiesa di Santa Maria della Salute di Venezia: questa magnifica edificazione, che pare quasi magicamente poggiata sule acque, riesce si a donarmi un immediato senso di pace e serenità. E poi sta adagiata li, quasi all’uscita o all’imbocco del canale, a salutare o accogliere i mercanti di ritorno o in partenza per mari lontani. Non la poté vedere Marco (Polo) quando da qui salpo’ per il suo viaggio, giacché credo sia di edificazione successiva al 1200. Mi son permesso di sceglierla comunque io come simbolico viatico di buona fortuna per il viaggio che va a iniziare

Il Milione: un treno in Pannonia

Giorno 7
Il controllore del treno e’ un mestiere ove gli anni di servizio e l’esperienza fanno la differenza. E ciò che distingue un controllore anziano ed esperto da un pivellino alle prime armi e’ una caratteristica che solo gli anni di servizio, oltre certo ad una predisposizione naturale, possono dare: la memoria visiva. Nel succedersi delle varie stazioni e nel saliscendi di persone che ne consegue infatti, un controllore e’ chiamato più volte a ispezionare i vagoni al fine di verificare il titolo di viaggio dei nuovi saliti a bordo: ebbene un controllore giovane, magari preso dal troppo zelo, finirà per chiedere sempre a tutti, anche a quelli saliti molte stazioni prima e già controllati, il biglietto, mentre un capotreno anziano grazie alla sua memoria visiva terra’ a mente chi è già salito e dove, così come forse avrà negli anni imparato a capire chi si nasconde tra i passeggeri senza biglietto, magari chiudendosi in bagno o fingendo disperatamente di dormire al suo passaggio. Ebbene il controllore del treno su cui viaggio per un lungo tratto di cammino, sebbene abbia già visto già’ parecchie primavere e debba avere già parecchi anni annotati sullo stato di servizio, continua a comportarsi come un giovanotto alle prime armi, nel senso che viene di continuo a cacarmi o cazz andando trovando di vedere il biglietto e rendendomi impossibile il sonno. Al di la dell’esperienza cmq, non deve essere stato proprio dotato da da Madrenatura di particolare acume e ciò appare già desumibile dai tratti somatici e sommamente dallo sguardo: su un ovale simile a quello di un particolare tipo di zucchine si intagliano due occhi come appiccicati con la colla e con la profondità espressiva simile a quella del lago Balaton che ci scorre a fianco (e’ praticamente una palude). Gli occhi precedono una fronte oblunga e infinita sulla quale si innesta prima o poi una peluria che funge anche da pettinatura. Mi soffermo con tale dovizia sui tratti somatici di questa persona perché devo dire li ho scorti con una notevole frequenza in un alto numero di ungheresi, solo tratti somatici devo dire che non mi hanno impressionato per bellezza anzi mi hanno fatto pensare a quei rudimentali giocattoli in vendita a Napoli, quei tuberi che si innaffiano ed escono germogli che sembrano capelli, di chiamano i Sarchiaponi. Ecco non è che tutti gli ungheresi tengano ora sta faccia così, però in passato deve esserci da qualche parte stata sta mamma Sarchiapona particolarmente feconda.
Ad ogni modo, poco male che il Sarchiapon-controllore venga ogni 5 minuti a chiedermi il biglietto e non mi faccia dormire, perché il paesaggio che vedo passare dal finestrino e’ proprio bello. Il treno dapprima bordeggia la Drava in piena sul tratto in cui funge da confine con la Croazia, poi taglia verso un ultimo spicchio di Slovenia detto Prekmurje, che vuol dire letteralmente “Oltre le mura” ma qui le Mura in questione sarebbero in verità un altro fiume, il Mura appunto, oltre cui questa regione si estende ( sta cosa vedo di ficcarla in qualche caccia al tesoro). C’è tantissima acqua in questa zona d’Europa, fiumi enormi e rigogliosi ovunque e il paesaggio non può che essere pianeggiante. E in un punto che più pianeggiante non si può chiamato Hodos comincia la Pannonia, la pianura ungherese a perdita d’occhio. Gia’in un altro viaggio avevo notato quanto fosse bella l’Ungheria dal treno: a parte la capitale e le città maggiori e’ un paese quasi disabitato e occupato da questi immenso spazi verdi boscosi che più a est lasciano il passo ad una steppa, la puszta, ove esperti mandriani corrono in sella a 5 cavalli insieme. Il binario corre lungo paesaggi selvaggi ove l’uomo c’entra poco e il treno al suo passaggio fa sollevare in volo un numero alto di volatili: gru, aironi e altri animali tipici degli ecosistemi paludosi, ma anche un numero consistente di rapaci che dall’alto presidiano quegli enormi acquitrini a caccia di qualche preda. Ma quasi di colpo ecco spuntare poi Budapest nella sua grandezza e un fascino fin de siècle. Sin da subito, ed e’ un’impressione che non lascerà mai si caratterizza per un numero incredibilmente alto di palazzi maestosi e storici, vestigia di un passato forse più imponente del presente ove è capitale di un paese tutto sommato piccolo e come dicevo poco densamente popolato. Una testa macrocefala su un corpo esile, proprio come il controllore, lo dicevo io che mamma Sarchiapona e’ sempre in cinta!

Il Milione: Lubiana, una piccola Vienna più monella

Giorno 5
Lubiana e’ a mio avviso una città proprio bellissima, con un perfetto balancing tra arte, natura, vivibilità, cosmopolitismo e altri parametri di una capitale europea moderna. Affascinante emula di Vienna nell’eleganza asburgica dei suoi palazzi, se ne caratterizza per una maggiore Vivacità e un pizzico in più di imprevedibilità balcanica (non ditemi niente ma a me tedeschi e austriaci con la loro linearità del vivere delle loro città fanno scendere proprio la uallera); nell’aria cosmopolita e giovane invece, come pure nella vivibilità innestata su un centro piccolo e raccolto intorno a un corso d’acqua mi ha ricordato Amstardam. In nessun caso mi è sembrata simile ad delle altre capitali balcaniche viste, tutte imperniate sul contrasto stridente tra centri storici testimoni di varie epoche storiche e enormi brutture di epoca comunista tutto intorno. Quel tipo di edilizia così invasivo e demenzialmente ideologico e’ chiaro che anche qui non sarà mancato ma forse vi sono state già buttate mani di vernice di restyling ben spesi, con ex casermoni comunisti che diventano qualcosa di più fresco e cool (la cosa e’ possibile quando arrivano i soldi). E’ proprio il caso credo del l’ostello dove alloggio, che credo dovesse essere una scuola o forse una caserma ai tempi della Jugoslavia e ora ospita torme di giovani e giovanastri in vacanza, alcuni veramente scustumat pesanti con la loro musica a palla nei corridoi la notte e altri veramente fottuti a pressione col cervello, come un coglione credo francese che si scapizza e si spacca il naso mentre prova a scendere con lo skateboard nientemeno che il corrimani di una ringhiera. Il pezzo di bravura era tra l’altro stato annunciato con grande clamore a tutta la fanzine di amici e soprattutto amiche acclamanti, ed io che dall’alto della finestra guardavo tutta la scena davvero me la sono chiamata la caduta e mi sono sentito a metà tra un gufo e un Torquemada che condanna ste minchiate di sti giovinastri d’oggi che manco per il cazzo vogliono aprire un libro e meritano di appizzarsi con ste cacate. A proposito, un’altra cosa di cui ho avuto modo di apprezzare la pulizia e il decoro qui a Lubiana sono sinceramente i cessi di bar e ristoranti, giacché tutto il soggiorno e’ stato funestato da quel fastidioso malanno che sovente colpisce il viaggiatore, tanto da essere definito appunto “diarrea del viaggiatore” ma credo possa fermarmi qui in questa descrizione anche perché non mi pare di ricordare si annoti tra i follower del Milione anche Gianni Morandi. Piuttosto che di coprofili nostrani vale la pena spendere due parole su Duvan, un brillante prof universitario in pensione che incontro con sua moglie Egra in un biblioteca e che mi parla del rapporto inscindibile tra questa terra e l’Europa, sin dai tempi dei Romani in cui La città si chiamava il corrispondente in dialetto bergamasco di “chill e’ strunz proprio”: Emona (e’ mona…). La serata trascorre rilassata e soft in un bistro, dove mi faccio convincere a oridnare una saporita zuppa locale simile al gulash e come desert un’ottima palacinka (una sorta di crêpes ) con nocciole e albicocche, un menù che però mi riporta diritto diritto tra le braccia di Gianni Morandi per tutta la notte.
P.S. Mi fa troppo ridere quel coretto che i tifosi delle altre squadre dedicano appunto a Gianni Morandi presidente del Bologna quando la sua squadra a a giocare fuori :” fatti mandare dalla mammaaaa, a mangiare la merdaaa”.